Giochi di sesso

Alexandra: e le altre
di antonio andrea fusco

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Maria Cristina

Mi faccio chiamare da tutti gli amici Francesca. Il nome di Maria Cristina lo utilizzo solo quando svolgo le mie funzioni di magistrato.
Francesca è il mio alter ego, serve per raccontarmi e narrare la mia “educazione sentimentale”, visto che ho un marito molto geloso e due bambini. Il mio lavoro mi consente, appena lo voglio, di scegliere gli uomini più belli, che apprezzano le mie lunghe gambe, la mia eleganza ed il mio fondoschiena.

Avendo in casa un altro magistrato, in odore di promozione a Presidente dei G. I. P. , ho l’assoluta disponibilità del mio stipendio che se ne va tutto per le mie cure di bellezza, massaggi, trattamenti al volto, cura delle gambe, depilazione e tutto quello che serve ad una donna per presentarsi al meglio.
Ovviamente, tutto il mio stipendio è impiegato anche per comprare vestiti griffati e scarpe con calze, cose di cui vado veramente pazza.

In filarsi un paio di collant , dopo una ceretta, fatta con crema al miele, sentire la seta o il collant setificato che scivola fino alla mia gattina , mi porta quasi sempre a concludere con una grande masturbazione. Poi, però, devo quasi sempre correre in tribunale e, vivendo in una città come Napoli, non è facile arrivare puntuale.
Così, non indosso quasi mai le mutandine e gli slip, lascio che l’odore della mia gattina si spanda per tutta la macchina di servizio e, sono convinta, faccio eccitare così anche il primo uomo che incontro nella mattinata: il mio autista di servizio.

Chissà se, un giorno, per farlo arrossire, gli svelerò che ho capito la sua perversione ed il desiderio di bere il mio succo afrodisiaco, e gli spalancherò le gambe con collant Wolford sotto il vaso e sotto il Tribunale per costringerlo a lecccarmi e per licenziarlo, ricattandolo dicendo che aveva iniziato a violentarmi. In quella occasione avrò tutti dalla mia parte, giudici ed avvocati. Nessuno potrebbe prendere le parti di Edoardo, il mio autista, visto che ho un potere seduttivo su tutti e con qualcuno ci sono anche finita a letto.

Mi piacciono molto i collant della Wolford e, possibilmente quelli color visone, o castoro, anche se le migliori marche tendono a vendere i loro colori moda e quindi per essere fashion, acquisto quello che mi propone la mia fidata commessa, Tina. Per l’acquisto delle scarpe ho invece un commesso che mi ha già dichiarato la sua sottomissione al mio piede, taglia trentasette, quando mi propone e mi fa indossare le scarpe più costose, e alla moda, del negozio che è nel centro di Napoli.

Non gli lascio mai toccare troppo i miei piedi che lui, disperatamente. cerca di annusare. Anzi, una volta, appena indossate le scarpe che avrei comprato, gli diedi un calcio al volto, fingendo di essermi distratta , perchè andavo di fretta mentre il mio autista, parcheggiando in modo assurdo la macchina blindata, aveva bloccato ogni ingresso per quella strada. Quella mattina tutti i negozi di quella strada erano per me, io ero la principessa dello shopping e mi sentivo come la principessa Pignatelli, libera di fare ogni cosa.

Feci in tempo a scusarmi con il commesso che stava perdendo un po’ di sangue dal naso a causa del mio gesto “sgraziato”, ma fu lui a scusarsi con me, parlando di una, sconosciuta, fragilità capillare.
Questo posto mi fa sentire come una dea moderna, onnipotente e riverita da tutti.
Mi ritengo orgogliosa e sprezzante, fiera dei miei primi quaranta anni e della sudata laurea in giurisprudenza, conseguita all’età di ventitrè anni e con il massimo dei voti.

Dal momento del conseguimento della laurea in poi, ebbi la sensazione che avrei potuto avere tutto dalla vita.
Da modesta figlia di insegnanti, si svelarono, all’improvviso, i miei obbiettivi professionali. Se avevo ben chiara la strada da percorrere per la carriera, avevo già fatto un lungo percorso nella conoscenza del sesso maschile.
La mia parte esibizionista e trasgressiva venne subito fuori. Avevo conosciuto l’anatomia dei maschietti sin dai giochi che facevamo da bambini.

Utilizzavo la componente esibizionista della mia indole per essere sempre vicino ai miei amichetti e così iniziarono, verso i dieci anni, le prime esplorazioni genitali.
Rispetto alle mie amiche che potevano permettersi di praticare nuoto e ginnastica artistica, la mia condizione economica mi rendeva una ragazza alta ed un po’ sgraziata nelle forme.
Insomma camminavo, sempre, senza scarpe con i tacchi, e sembravo un fenicottero; indossavo pantaloni molto economici e scarpe da ginnastica.

Così mentre la mia prima giovinezza si divideva tra il desiderio di esplorare la sessualità ed esaltare le mie forme ed un corpo, coperto male, da vestiti poco costosi, che tradivano più l’aspetto di una beghina, frustrata e restia ad ogni volontà di contatti con l’altro sesso, l’adolescenza si stava burlando di me.
Da brutto anatroccolo, fenicottero sgraziato, nelle forme e nel portamento, osservavo le mie compagne di classe che diventavano donne ed arrotondavano le loro forme per le attività extra-scolastiche che svolgevano.

Queste amiche, osservate da me con molta invidia per la sicurezza che ostentavano e le famiglie nobili e potenti che le proteggevano e garantivano loro una eccezionale istruzione, alle scuole medie iniziarono a truccarsi e ad indossare abiti corti e le prime minigonne per tirarsi dietro quanti più sguardi maschili potevano.
I corteggiamenti iniziavano, ma io ero tagliata fuori, anche alle feste cui venivo invitata.
Quasi alla fine della seconda media, ebbi il mio primo ciclo; diventai, con mia grande soddisfazione, una signorina che assiste, giorno dopo giorno, alle continue metamorfosi del proprio corpo.

Piano piano, il mio seno cominciò a prendere forma, nel giro di pochi mesi arrivai ad avere una terza taglia davvero graziosa.
I miei due seni erano davvero due calici da cui i miei compagni di classe avrebbero sorseggiato ogni sorta di liquido, i miei capezzoli somigliavano a due fragranti ciliegine che stimolavano baci e leccatine. Ma, oltre a contemplare questi due seni nello specchio della mia stanza da letto e a farli toccare e assaggiare a qualche mia amica, il primo fidanzatino non arrivava.

Fui contenta di non essere più piatta e avrei ringraziato ogni divinità, di ogni misterioso pantheon, per le mie due nuove “bimbe”.
Oltretutto, immaginate queste due creature, che praticamente avevano vita propria, su una tipetta molto alta.
Quell’estate feci la felicità delle mie amiche che alla vista di quella novità, come se avessero visti degli alieni, non facevano altro che chiedermi di mostrarle. È inutile dire che passai tutta l’estate cercando di coprirmi, come se, anche con il costume da bagno, a mare mi sentissi nuda e osservata da tutti.

Il ritorno in città invece, quell’anno, mi fece particolarmente piacere anche perché non vedevo l’ora di mostrare alle mie compagne di classe la mia novità. Infatti, dopo un paio di giorni di scuola, come per incanto, grazie alle mie tette, entrai nel gruppetto delle ragazzine più invidiate da tutti. Non è che all’improvviso fosse diventata bella, ma in breve tempo mi resi conto che i maschietti soprattutto a quell’età sono particolarmente attirati da certe forme.

Io, però, in quel gruppetto di ragazze proprio non mi sentivo a mio agio, loro parlavano di baci con la lingua, di toccatine, eccetera, io ero completamente a secco di tutto ciò che riguardava la parola sesso.
Il mio massimo era stato un bacio a stampo che il più brutto della classe, con l’apparecchio ai denti, e gli occhiali spessi, mi aveva dato in seguito al gioco della bottiglia. Loro, le mie amiche, parlavano di toccarsi la gattina e di provare piacere.

Io ci provavo a casa, ma non succedeva niente. Mi chiedevo se fosse un problema soltanto mio, per questo ascoltavo con attenzione i loro consigli, le loro lezioni.
Poi venne il giorno della festa di Giulia, una mia compagna di classe. Come al solito mi preparai, per modo di dire, alla mia maniera, cioè scarpe da ginnastica, jeans e camicetta,
A questa festa le mia compagne di clesse si divertivano, ammiccavano con i compagni di classe più carini, io cercavo goffamente di stare loro indietro, ma con risultati molto scarsi.

Ad un certo punto, chiesi alla padrona di casa dove fosse il bagno, lei fece un cenno al fratello di aiutarmi. Questo ragazzo aveva all’epoca circa quindici anni, partecipava alla festa della sorella e naturalmente era guardato, essendo più grande, un po’ da tutte. Facemmo il corridoio insieme, poi mi aprì la porta del bagno, la richiuse ma entrò con me.
Lo osservai interdetta: dovevo fare pipì, forse non aveva capito. Ma lui mi prese per mano e mi fece sedere sul bordo della vasca da bagno, mettendosi a fianco a me.

“Ti stai divertendo?” mi chiese, ed io gli risposi di sì, mentre cominciava questo strano scambio di parole, sentì che il suo braccio saliva sulla mia spalla. Non mi era mai successo niente del genere, non sapevo come comportarmi, rimasi bloccata tra il terrore e lo stupore di ciò che stava succedendo. La sua mano in pochi secondi entrò nella mia camicetta, prima mi accarezzo’ un po’ sopra il reggiseno, poi mi prese un seno, cominciò a toccarlo, a massaggiarlo.

Io diventai rossa ma, mano a mano che toccava, provavo una sensazione mai provata fino ad allora.
La camicetta era chiusa, ma lui aveva fatto uscire entrambi i seni dal reggiseno e li palpava ansiosamente entrambi, con forza.
Quando cominciai a provare piacere, dalla mia bocca iniziarono ad uscire dei gemiti, silenziosi, che tradivano quello che stavo provando.
Lui ,in silenzio, continuando a toccare, si aprì il pantalone, prese la mia mano e la mise sul suo uccello in erezione.

Non ne avevo mai visto uno in vita mia, quando la mia mano lo toccò, sentii un brivido, ma nello stesso tempo non sapevo cosa fare.
Lui allora mise la sua mano sulla mia e cominciò a farmela muovere sul suo coso. Io, quasi in maniera automatica, continuai da sola quel gesto, per me assolutamente nuovo, senza sapere cosa stessi facendo.
Però scrutavo la sua faccia, vedevo che anche lui provava piacere proprio come me, così continuai.

Intanto mi resi conto che la mia passerina si era bagnata: avevo avuto il mio primo orgasmo.
Ma proprio mentre prendevo atto di questa situazione, lui si alzò di shitto, andò verso il gabinetto e, dopo pochi secondi, cacciò fuori un liquido bianco. Io al momento pensai che stesse male; non avevo assolutamente idea che quello fosse sperma e che avevo contribuito al suo piacere.
Lui si pulì, mi sorrise ed uscì dal bagno.

Io rimasi un po’ di minuti da sola a pensare a tutto ciò che mi era accaduto. Feci la pipì e tornai dalle mie amiche. Naturalmente non raccontare niente. La sera, però, tornata a casa, mi toccai e questa volta con mia somma soddisfazione ebbi il mio primo orgasmo solitario.
Avevo avuto il mio primo approccio con il sesso. La mia vita era cambiata.
Quella sorta di avventura nel bagno con il fratello della mia compagna di classe, mi aveva aperto un mondo nuovo.

Ero diventata grande, ero affascinata da quel piacere tutto nuovo che all’improvviso avevo incontrato. Quell’anno di terza media lo passai all’insegna delle scoperte insieme ad un mio compagno di classe che si mi dichiarò il suo amore.
Tra toccatine e maldestri tentativi di rapporti orali reciproci, a casa sua quando i genitori erano assenti, cercavo di crescere per stare al passo delle mie amiche più smaliziate. Anche se a dire la verità non è che raccontassi loro proprio tutto, visto che la mia timidezza e il mio pudore aveva spesso il sopravvento.

Oltretutto non è che fossi pariticolarmente fiera di raccontare della sua lingua che leccava la mia albicocca come un gelato, oppure della mia bocca che faceva appena in tempo a poggiarsi sul suo uccello che veniva subito.
Solo qualche anno dopo mi sarei resa conto che i ragazzini in fase di pubertà hanno questa sorta di eiaculazione precoce, per cui durano molto poco.
L’estate che mi trasportò dalle medie alle superiori, mi vide anche perdere la verginità.

Un coetaneo della mia comitiva, mi faceva da cavaliere quando uscivamo tutti insieme, portandomi sul suo motorino. Non era uno di quelli “esperti”, anzi se possibile era anche meno istruito della sottoscritta. Ci baciavamo, ci toccavamo, insomma stare insieme era piacevole per entrambi. Poi un pomeriggio si fece avanti chiedendomi di farlo, io tutto sommato non aspettavo altro. Diciamo che per me la verginità non è che avesse particolare valore, anzi era più un qualcosa di cui liberarsi il prima possibile.

D’altra parte ero sempre un passo indietro le mie amiche ma accompagnai questo ragazzo a comprare i preservativi.
Una di queste sere d’estate indossai, cosa rarissima, una gonna un po’ sopra il ginocchio; andammo sulla spiaggia e lui porto’ la chiave della sua cabina. Entrammo dentro, cominciammo a toccarci, lui come al solito mi ravanava le tettone come se stesse impastando la pizza. Infine lo vidi indossare il preservativo ed io mi tolsi le mutandine.

Mi appoggiò al muro, mi allargò le gambe e… nel giro di un minuto era tutto finito.
Non sentii dolore ma nemmeno piacere, lui mi guardò con un misto di soddisfazione e delusione visto i tempi brevi in cui si era svolta la cosa. Ci guardammo, sorridemmo comunque compiaciuti. Per il resto dell’estate lo facemmo ancora, non tante volte, senza dircelo capimmo che entrambi preferivamo toccarci e farci del sesso orale.
Ma a prescindere da tutto, lui è stato il primo a raccogliere il frutto succoso.

Il passaggio dalle medie al liceo è stato una svolta sotto tanti punti di vista. Il primo fra tutti e che mi resi subito conto di non essere femminile. Le mie compagne di classe erano già donne, si vestivano e si truccavano come io non sapevo fare. A differenza delle scuole medie però, mi inserii subito nel gruppetto delle ragazze più sveglie, un po’ perché ero simpatica, un po’ perché le mie belle tette erano un biglietto da visita prestigioso.

Il mio abbigliamento veniva sempre criticato, ma io non riuscivo ad andare oltre pantaloni, camice e maglioni larghi, anfibi alternate a scarpe da ginnastica. Per quanto riguarda l’abbigliamento intimo quasi mi vergogno a parlarne; ho sempre utilizzato delle comodissime mutandine di cotone, non ho mai capito come si possono indossare i perizoma, con quel filo che dà fastidio alle natiche. Rischiavo di assomigliare a Bridget Jones ma lo specchio, ogni mattino, mi restituiva l’immagine piacevole del mio seno che avrei voluto ostentare.

Erano seni proporzionati, pieni e morbidi al tatto, e passava delle ore a toccare la mia pelle di seta.
Ho sempre avuto una sorta di insofferenza per il reggiseno e così, soprattutto durante l’inverno, evitavo ed evito tutt’oggi di indossarlo. Per fortuna, le mie tette mi stanno ancora su.
Il sabato dovevo subire le angherie delle mie compagne che venivano a casa per vestirmi “come si deve” dicevano loro. Il “come si deve” significava scarpe con il tacco, trucco e scollatura.

Il tutto con il consenso di mia madre che, per tutta la vita, ha cercato di cambiare le mie brutte abitudini.
Ogni Natale dovevo fingere sorpresa quando mia madre e mia nonna mi regalavano completini intimi. Tra l’ilarità generale dovevo subire anche il coro “indossali, indossali”. Ma questo succede ogni anno, ormai nella mia famiglia era diventata una consuetudine, quasi come l’albero. Completini che ancora oggi giacciono nel fondo dei miei cassetti nuovi.

Durante gli anni del liceo ho avuto le mie storie, né poche. nè tante.
L’estate dei miei sedici o diciassette anni vide una svolta.
Avevo una comitiva bellissima fatta di molti ragazzi e ragazze e ci divertivamo da morire, quell’anno però non successe granché se non una sera, quando in seguito ad un paio di birre di troppo mi baciai e non solo con una mia amica.

2
Alla frontiera con mia moglie Laura
Sono ormai alcuni anni che con mia moglie Laura ci concediamo un po’ di simpatiche ed eccitanti divagazioni sul tema sesso.

Abbiamo sperimentato lo scambio di coppia, la frequentazione di club privè e anche qualche intrigante situazione pubblica tipo discoteca, spiagge nudiste ecc…, ma mai avevamo vissuto un’esperienza come quella che ci è capitata la scorsa estate.
Avevamo trascorso alcuni giorni a girovagare allegramente fra Austria e Ungheria, avevamo visitato la splendida Vienna e l’affascinante e conturbante Budapest. Poi un paio di giorni, per altro un po’ noiosi, sulle spiagge del lago Balaton per dirigerci successivamente alla volta della Croazia.

Percorsa un’autostrada semideserta e di recentissima inaugurazione, siamo giunti al punto di dogana con la Croazia. Al gabbiotto di frontiera ci viene richiesta per la prima volta la carta verde di assicurazione internazionale da uno scorbutico militare croato. A quel punto io e Laura ci siamo guardati negli occhi scoprendo che nessuno dei due aveva pensato di procurarsi il documento ormai necessario solo in caso di viaggio in paesi non comunitari.
Abbiamo cercato di essere simpatici e di dimostrare la nostra buona fede, ma quello non ci considerava neppure e ci ha fatto capire che stava per multarci per una cifra di oltre 1000 euro e minacciava anche il possibile sequestro della vettura.

A quel punto la situazione era veramente delicata e non sapevamo che pesci prendere. Intanto il militare era stato raggiunto da 2 colleghi e fra loro se la ridevano sulla nostra situazione.
Non sapevamo che fare. A un certo punto, con un po’ di disgusto, ho notato che il loro parlare incomprensibile era alternato a numerosi sguardi e sorrisetti alla volta di mia moglie e la cosa si faceva via via più insistente.

Li odiavo profondamente, avessi potuto gli avrei rotto il naso a tutti e tre. Improvvisamente il capo mi si avvicina e, questa volta in perfetto italiano, mi chiede cosa avevamo deciso di fare. Chiesi se potevo pagare con carta di credito (che altro potevo fare) e se potevamo evitare il sequestro della vettura.
Come se niente fosse, quello stronzo mi propose senza mezzi termini di far divertire lui e i suoi amici con mia moglie e di chiudere lì la vicenda.

Mi si accappnò la pelle, avrei voluto dargli un pugno su quel sorriso beffardo, ma allo stesso tempo la situazione creatasi mi apparve estremamente eccitante e, perchè no, vantaggiosa.
Non risposi, ma mi girai verso Laura che mi guardava con uno sguardo interrogativo.
Era bellissima e molto sexy, aveva i capelli biondi sciolti sulle spalle, una gonnellina estiva turchese che lasciava ben in vista le sue gambe abbronzate e affusolate su dei sandali con tacco alto; e poi quella camicetta bianca, allacciata in vita che avvolgeva il suo seno meraviglioso lasciat libero…
Laura era molto, molto attraente.

Dissi all’uomo di aspettare un attimo e mi diressi verso di lei. Le spiegai senza giri di parole cosa mi aveva proposto quello e lei rimase esterefatta, non disse nulla sul momento, poi mi guardò in un certo modo e fu sufficente per capire che stavamo per vivere un’esperienza incredibile.
All’uomo risposi che si poteva fare e lui senza dir nulla fece segno agli altri 2 di andare ai punti di controllo; prese mia moglie per mano e fece cenno a me di seguirli.

Mi fece fermare all’angolo fra un container e la strada dicendomi di controllare che non arrivasse nessuno; loro si misero dietro, a qualche metro da me, li guardavo come guardassi un film; era una situazione irreale.
Laura era tesa come una corda di violino, ma lui, con dei modi da bovaro, ci mise poco a sciogliere la situazione. L’apoggiò alla parete del container, le mise la lingua in bocca senza alcun complimento, le infilò una mano sotto la gonna e lo vedevo muoverla alla ricerca dello slip; capii benissimo quando le infilò le dita nella figa: lei mugolò portando la testa all’indietro.

Lui si sbottonò i pantaloni militari e ne tirò fuori un cazzo ancora non duro; le prese la testa staccandosi da lei e gliela portò all’altezza dell’uccello.
Laura si inginocchiò e cominciò a succhiarlo e leccarlo con avidità. Ci mise ben poco a svuotarle in bocca e sulla camicetta, all’altezza del seno, una sborrata colossale che la imbrattò anche nei capelli. Laura rimase lì, a carponi, con la camicetta fradicia e ora divenuta semitrasparente; lui si mise a posto il cazzo e contemporaneamente chiamò un collega.

Passandomi a fianco mi sorrise e mi diede una pacca sulle spalle.
Il secondo arrivò scambiando una risata col primo, si avvicinò a Laura, le slacciò la camicetta bagnata dello sperma dell’altro, le palpò le sue morbide e abbondanti tette, poi la girò, la spinse contro il container, la sistemò allargandole le gambe, si tirò fuori un cazzo duro e grosso, lo spinse all’altezza del culo cercando la figa e glielo ficcò dentro con un sol colpo.

Lei quasi nitrì per il piacere e lui cominciò a darle colpi violenti mentre parlava dicendo cose incomprensibili, ma quando si girò verso di me ebbe cura di parlare in italiano per dirmi: “sapessi com’è bagnata questa troia! Fatti una sega mentre la scopo, coglione!”.
Mi andò il sangue alla testa, ma non seppi resistere e comincia a masturbarmi furiosamente.
Andò avanti almeno per un quarto d’ora, sempre nello stesso modo e con la stessa violenta cadenza di colpi.

Laura godette, urlò il suo piacere come una cagna, e quando lui la girò per sborrarle addosso, lei si mise carponi e si fece piovere lo sperma sul viso e sulle tette, leccando poi golosamente l’uccello dell’uomo.
Lui si ricompose ridendosela e dicendomi che una troia così poteva essere solo italiana, le diede una sculacciata e poi andò a chiamare il terzo.
Era un ragazzino di neppure vent’anni; arrivò vicino a Laura eccitatissimo e spavaldo.

Lei era appoggiata alla parete con lo slip scivolato attorno a una caviglia, la gonna fermata con un giro alla cintura e le tette fradicie e scoperte alla vista del ragazzo e alla mia. Era splendida, laida e affascinante allo stesso tempo. Aspettava di essere presa ancora una volta. Il ragazzo faceva il duro, ma si capiva bene che non stava nella pelle. Era impacciato, ma riuscì a tirare fuori il cazzo in tempo per sborrarle come un fiume, ancora una volta in bocca e sul seno.

Neanche fece in tempo a penetrarla. Si asciugò il cazzo con i capelli di lei con fare quasi umiliante.
Mi guardò strafottente e se ne andò. Ora eravamo soli io e Laura. Avevo ancora il cazzo duro in mano e la voglia di svuotarglielo addosso. Lei cercò di riassettarsi alla meno peggio. Mi avvicinai. Incrociammo lo sguardo. Sentii mettermi una mano sulle spalle, mi girai, era il primo militare che mi guardava sferzante.

Mi scostò. Aveva già il cazzo fuori, si avvicinò a mia moglie, mentre lei lo guardava un po’ stranita.
La fece accovacciare per infilarle di nuovo l’uccello mezzo moscio in bocca. Poi lui mi guardò e mi disse: “mi ero dimenticato del culo”.
Laura succhiava di fianco a me un cazzo che si gonfiava sempre di più; era avida e aveva sentito quello che lui mi aveva detto. Quando fu duro e pronto fu lei stessa che si alzò, si girò, inclinò bene il suo splendido culo, girò lo sguardo verso l’uomo e gli prese l’uccello in mano; lo diresse verso il suo buco di culo, lo posizionò,poi, guardandolo come una mignotta, lo pregò di fotterla.

Con un sol colpo la impalò mentre lei cacciò un grido di dolore misto a piacere. Prese a incularla con una violenza inaudita, mentre io mi masturbavo a meno di un metro da loro.
Il bastardo mi guardò con un ghigno beffardo sotto la fronte madida di sudore, mentre le tirava i capelli per far aumentare l’inclinatura della schiena e del culo. Non finiva più di incularla, ma Laura ora ne traeva solo piacere e cominciò a godere furiosamente scuotendosi sulle gambe e gridando in continuazione una sola parola: “Siiiii”.

Quando lui le sborrò nel culo con dei colpi tremendi, lei tremava come una foglia e rimase in quella posizione per alcuni minuti, stremata, sfiancata contro la parete, con le gambe larghe, mentre lui se ne andava come se nulla fosse, sudato come un maiale e dicendomi: “gran troia, potete andare”.
Laura era ancora girata di pecora, non parlava, ma il suo volto raccontava il piacere di quell’esperienza.
Io non seppi trattenermi e le sborrai anch’io sulla schiena.

Risaliti alla meno peggio in macchina, rimanemmo in silenzio per alcuni chilometri, poi ci fermammo a una fontanella a ripulirci un poco. Per giorni e giorni, ogni volta che abbiamo scopato, le ho raccontato quello che le avevo visto fare, rigodendo in continuazione di quell’esperienza.

3
Donne deliziose come perle pregiate

Il salone per sole donne

Parte I

Il negozio di ferramenta in cui lavoravo era situato appena fuori del centro, vicino ad un salone di bellezza per sole donne.

Quel “Per sole donne” dell’insegna mi aveva sempre fatto sorridere, perché poteva quasi voler intendere che il salone fosse frequentato solamente… come dire, da donne che amano le donne. Non c’ero mai entrata in vita mia, perché mi piacevo al naturale e poi preferivo mantenere intatta la fantasiosa illusione che si trattasse di un club in incognito per sole donne. Devo dire però che mi affascinava osservare le clienti dalla mia vetrinetta. Continuavo a veder entrare e uscire donne di ogni età, arrivavano con un aspetto e uscivano con un altro, sembrava quasi una forma di stregoneria.

All’epoca ero sola e mi piaceva la mia condizione di single. Di tanto in tanto andavo a caccia di donzelle per passare una serata in dolce compagnia, ma finiva sempre tutto lì, nessuna mi colpiva mai al punto da tentare di intraprendere una frequentazione. Anche se, come dicevo prima, non mi piacevano gli eccessivi artifici nell’aspetto fisico, avrei passato volentieri del tempo con alcune delle clienti che se ne uscivano restaurate dal salone di bellezza.

Un bel giorno vidi arrivare una donna sui quarant’anni, bella, molto bella, coi capelli biondi e un abbigliamento largo che sembrava voler nascondere le forme sottostanti, un po’ come si tende a fare in adolescenza. Quando fece la sua comparsa stavo lavando a fatica la vetrata del negozio e dopo averla individuata non potei toglierle gli occhi di dosso. Lei invece gettò uno sguardo su di me con distrazione, come avesse tutt’altro per la testa.

Passò più o meno un’oretta e quando uscì dal salone, io me ne stavo appoggiata al muro appena fuori della porta d’ingresso a godermi un caffè della macchinetta. Sembrava un’altra persona, stentai quasi a riconoscerla. La sua bellezza, già presente prima ma forse leggermente trascurata, era magicamente rifiorita grazie alle delicate cure del “Salone per sole donne”. Mi sorpresi nuovamente a fissarla mentre si avvicinava a me con passo deciso. Ora che potevo osservarla da più vicino, notai come l’abbigliamento largo sembrasse adatto alla sua figura e creasse un’aspettativa rispetto al suo corpo nascosto lì sotto, che io avrei volentieri scoperto e palpeggiato senza riserve.

Iniziai a chiedermi con preoccupazione come mai si avvicinasse a me, aveva forse notato che la squadravo e intendeva dirmene quattro? No, il suo scrutare la vetrina mi fece capire che era interessata al negozio. Ferma davanti al vetro, senza staccare lo sguardo dalla superficie che io avevo appena finito di lucidare, mi chiese se vendessimo catene e lucchetti. Per un breve istante la mia folle fantasia volò su un’immagine di lei avvolta di catene e lucchetti.

Continuò quindi dicendo che le servivano per la sua bicicletta. Quest’immagine invece fece fatica a formarsi nella mia mente, non riuscivo a vederla su una bicicletta con l’aria raffinata che aveva. “Si, certo”, le risposi, “entri pure”. Gettai nel cestino il bicchiere di plastica del caffè ed entrai mentre lei mi seguiva. “Ecco qua”, dissi, “ci sono tutti i lucchetti che vuole e alle sue spalle troverà ogni tipo di catena”. “La ringrazio”, disse, accennando un sorriso.

Scelse ciò che le serviva, estrasse dalla borsetta il portafogli e pagò in fretta. Se ne andò quasi correndo, come avesse scordato una pentola sui fornelli e temesse per il peggio. Appena abbassai lo sguardo sul banco vidi un biglietto da visita rosa e dorato con scritto “Carla, Massaggiatrice erotica”. Anche in quel caso il mio cervello, che quel giorno pareva dotato di un inedito senso dell’umorismo, pensò “a Carla piace darla”. Emisi una veloce risata a quella mia squallida battuta interiore e cercai di capire cosa potesse essere un massaggio erotico.

Si trattava forse di un massaggio in zone erogene? Rimasi immobile a pensarci per un po’, infine mi dissi che avrei potuto scoprirlo solamente prenotando una seduta da quella misteriosa Carla.

Parte II

“Pronto, si salve, ehm… vorrei prendere un appuntamento per un massaggio”, dissi timidamente appena la voce di Carla giunse al mio orecchio. “Certo, quando preferirebbe? Domani ho l’agenda piena, può andarle bene mercoledì?”, chiese impassibile la donna. “Si… sarebbe meglio nel tardo pomeriggio, anzi alle sette di sera, ma credo sia troppo tardi per lei magari”, risposi, quasi intenzionata a ritrattare lasciando perdere tutto.

“No no, non si preoccupi, va benissimo, facciamo mercoledì alle sette, l’indirizzo ce l’ha sul biglietto da visita se non sbaglio”. Quest’ultima osservazione mi fece sobbalzare, perché mi fece sospettare che si ricordasse di me e mi avesse persino riconosciuta dalla voce. “Si infatti”, ammisi imbarazzata. “Va bene, ci vediamo mercoledì”, concluse la donna e riagganciò senza dilungarsi ulteriormente. Ero spaventata e nello stesso tempo fortemente eccitata, non avevo idea di ciò che potesse aspettarmi nel corso di un massaggio erotico.

Quel mercoledì sera cercai di chiudere il negozio prima possibile e ci riuscii, non c’era così tanta gente a quell’ora. Mi fiondai a casa per fare una doccia a tutta velocità e pur essendo ormai affamata e priva di forze presi la macchina e mi diressi dalla massaggiatrice. Giunta al portone dell’edificio in cui la donna riceveva rimasi sorpresa nel trovare scritto sul campanello “Carla, massaggiatrice erotica” esattamente come sul biglietto da visita. Suonai.

“Si”, rispose decisa la sua voce. “Salve, sono…”, “Ah si, quella delle sette”, mi interruppe lei, “salga pure”. E sentii lo shitto secco della serratura. Salii le scale già sentendo un intenso profumo di rose. Il suo studio, se così lo si può chiamare, si trovava al primo piano. Carla mi accolse alla porta sorridendo. “Entri pure”, mi disse, “guardi, laggiù c’è il bagno, si spogli completamente e mi aspetti lì”. Io mi impietrii, non capivo il senso dello spogliarmi completamente per poi aspettarla in bagno.

Comunque obbedii. Il bagno era caldo e profumato e la vasca era piena di schiuma bianca e vaporosa. “Eccomi”, disse Carla comparendo chiudendosi la porta del bagno alle spalle, “entri pure nella vasca, l’acqua è alla giusta temperatura”. “Ah, e io che mi ero anche fatta la doccia prima di venire qui”, ammisi con una risatina isterica. “Non penso che lei sia sporca”, rispose la donna ridendo, “fa parte del mio trattamento”. “Ah beh, se è così non parlo più”, dissi cercando di sdrammatizzare.

“No no, parli pure, ci mancherebbe”, continuò divertita lei. Il tepore della vasca mi accolse come un abbraccio intenso e rassicurante. La temperatura sembrava matematicamente studiata per procurare piacere al corpo umano, mai nessuno sarebbe riuscito a replicare la cosa a casa propria. Ricoperta di schiuma fino al collo cercai di rilassarmi. “Bene, quindi lei lavora al negozio di ferramenta”, disse, forse per fare un po’ di conversazione. “Vedo che lei ha la memoria buona”, risposi.

Tacque e dopo aver immerso entrambe le mani nella schiuma prese a massaggiarmi un seno. Sospirai e socchiusi gli occhi. Nessuna tra le donne con cui ero stata era mai riuscita a farmi sentire ciò che in quel momento sentivo. “Le piace?”, mi chiese, riuscendo ad imbarazzarmi di nuovo. “Si”, risposi sperando che non mi facesse altre domande. Iniziò a massaggiare anche l’altro seno. Sembrava cercasse di plasmarli, di dar loro una forma diversa e perfetta.

Non riuscii a trattenermi ed emisi un gemito. “Non si preoccupi, se vuole può anche gridare”, disse lei, “il massaggio è fatto apposta”. “Cioè, è fatto apposta per far gridare?”, chiesi sorpresa. “No”, continuò lei ridendo, “è fatto apposta perché la gente si liberi, sia gridando, gemendo, sospirando o facendo qualsiasi altra cosa”. Entrambe rimanemmo zitte per un po’, mentre lei continuava a massaggiarmi i seni iniziando ad allungare le mani anche verso l’addome.

“Vede, ho ideato io questo tipo di massaggio. Ci sono molte donne che non vivono bene la loro sessualità, ma più in generale non hanno rapporti sessuali, sia per scarsa fortuna in amore o perché troppo prese dal lavoro e via dicendo. Io le aiuto ad esprimersi facendo loro un massaggio erotico. Una volta conclusa la mia seduta si sentono soddisfatte come avessero una vita sessuale intensa e continua. Beh, almeno per un periodo, l’effetto non dura certo in eterno”.

Rimasi allibita, non avevo mai sentito niente del genere. “E pensare che io fantasticavo tanto sul salone per sole donne”, dissi io sospirando. “Il salone per sole donne?”, esclamò lei, “quello è un bel posto, ma è solo per le iniziate”. “Mi scusi?”, chiesi pensando che ormai mi prendesse in giro. “Intendo dire che in quel luogo accedono solo quelle donne che intendono esplorare un nuovo tipo di sessualità che va oltre le consuete regole sociali”, spiegò.

“Oddio, così mi spaventa”, ammisi spalancando gli occhi. “No, non si preoccupi niente di illecito o i*****le”, rise, “si tratta semplicemente dell’esplorazione di luoghi del piacere che la maggior parte delle donne non arriverà mai ad esplorare”. “Beh, se mi dice questo mi incuriosisce”, dissi. “La porterò volentieri con me la prossima volta che ci vado”, mi rispose. Detto questo le sue mani raggiunsero il mio ventre sott’acqua.

Parte III

Improvvisamente sembrò entrare in trance.

Continuava a strofinare le mani bagnate e scivolose sul mio ventre, proprio sotto l’ombelico, potevo sentirle sfiorare i miei peli pubici. Non ricordavo di aver mai provato prima di allora sensazioni di così elevato benessere. Iniziai a desiderare che allungasse le mani ulteriormente, fino a raggiungere le mie labbra che, immerse in quell’acqua calda, sembravano annoiarsi rispetto al resto del corpo. Presi a sospirare quando le sue mani esaudirono quel mio desiderio.

Non entrarono dentro perché si trattava pur sempre di un massaggio, non certo di un rapporto sessuale, ma se ne rimasero lì a muoversi avanti e indietro in superficie. Dopo cinque minuti di quel trattamento quasi non sapevo più dove mi trovassi. E tutto finì improvvisamente. “Abbiamo concluso”, annunciò lei sorridendo. Sul momento non risposi, ero ancora immersa in quelle sensazioni rigeneranti, che lentamente però si allontanavano da me. “Ah, peccato”, riuscii a dire dopo un paio di minuti, durante i quali lei aveva riassettato la stanza.

Poco dopo le chiesi di passarmi l’asciugamano e mi decisi a uscire dall’acqua. Il suo sguardo si posò fugacemente sul mio corpo coperto di schiuma. “Ah, si… scusi, dimenticavo”, balbettò, ora visibilmente in imbarazzo. Afferrò il telefono della doccia alle mie spalle e me lo porse. “Si sciacqui pure via la schiuma di dosso con questo”, disse poi accennando un sorriso. “Ah, la ringrazio”, risposi e in quel momento la vidi come la prima volta, quando se ne entrava e usciva dal salone per sole donne.

Rividi quel fascino che allora mi aveva colpita e incuriosita. Aprii l’acqua e iniziai a sciacquare la schiuma, portando alla vista il mio corpo spoglio e semi tremante. La massaggiatrice mi guardò ancora una volta e si avvicinò per togliere il tappo alla vasca in modo da far uscire l’acqua dallo scarico. Chinandosi però scivolò dentro immergendo le braccia. Sbuffò e da quella strampalata posizione guardò verso l’alto, incontrando il mio viso che cercava di trattenere una risatina.

Fu lei invece che a quel punto scoppiò in una fragorosa risata. Le porsi una mano per aiutarla a tirarsi su e l’affascinante donna la afferrò decisa. Si alzò in piedi e i nostri sguardi rilassati si incontrarono. La risata cessò da entrambe le parti. Non ci pensai più, le posai le mani sulle guance per avvicinare il suo viso al mio e la baciai. Inaspettatamente non si ritrasse, se non per scavalcare i bordi della vasca così da potermi raggiungere.

Riprendendo il nostro bacio dopo quella fugace interruzione ci abbracciammo, io completamente nuda, lei vestita dalla testa ai piedi anche se ormai bagnata. Mi baciò il seno e fece ruotare la lingua attorno ad un capezzolo. Le sensazioni che provavo durante il massaggio si stavano già ripresentando, sotto forma però di una bocca calda che mi baciava dappertutto. All’improvviso poi, come riprendendo ciò che il massaggio aveva lasciato in sospeso, le sue dita si avvicinarono alla mia vagina e questa volta entrarono senza indugiare.

Prima il massaggio e ora quella penetrazione, cui un po’ per volta si aggiunsero altre dita… non ero mai stata tanto bene in così poco tempo. Sentii le pareti della mia vagina dilatarsi, accogliendo quindi l’intera mano della massaggiatrice, che senza alcuno sforzo da parte mia si intrufolò. Il pollice rimase a metà tra l’interno e l’esterno, così da poter stimolare il clitoride. Nessuna tra le decine di ragazze con cui ero stata mi aveva fatto sentire così.

Quando raggiunsi l’orgasmo mi si oscurò la vista per quasi un minuto, ma non mi spaventai, ero in una dimensione in cui esisteva solamente il piacere. “Forse ora sei pronta per entrare nel salone per sole donne”, fu ciò che mi sentii dire da Carla mentre riacquistavo la vista.

Parte IV

In una mattinata fresca e frizzante, mi avvicinavo al mio solito negozio di ferramenta, non per aprirlo questa volta, ma per aspettare Carla.

Dopo un paio di minuti la mia pazienza già vacillava, così presi a camminare avanti e indietro, leggermente nervosa, non sapendo ciò che mi aspettava al salone per sole donne. Poco dopo vidi l’affascinante massaggiatrice comparire all’orizzonte, camminando decisa nella mia direzione mentre i capelli biondi rimbalzavano qua e là ai suoi passi. “Eccoci”, sorrisi con voce nervosa quando Carla fu abbastanza vicina. “Eccoci”, rispose lei, scrutandomi come a chiedersi se io fossi pronta per ciò che mi stava per propinare.

“Andiamo?”, chiese quindi dirigendosi al Salone per sole donne, che si trovava a due passi da lì. “Si”, risposi a testa bassa facendo un respiro profondo. “Ti vedo nervosa, non so che idea tu abbia, ma non aspettarti orge, gente mascherata o altre stupidaggini simili”, disse in tono risoluto. “Ah”, esclamai sottovoce, tradendo così il mio temere di trovare proprio quel genere di cose. Carla si concesse una risatina ironica e suonò il campanello, eravamo proprio di fronte al salone e stavamo per entrare.

La porta si aprì automaticamente e lei la spinse invitandomi a seguirla. All’ingresso mi voltai per un istante a guardare un passante che ci lanciava uno sguardo incuriosito e pensai “ha ha, qui dentro sono ammesse solo le donne”. Quindi entrai e richiusi la porta d’ingresso dietro di me. “Ciao Carla”, squittì una ragazza seduta alla scrivania, “dove vuoi andare?”. “Io vado a trovare Stella e poi a farmi una maschera per il viso, vorrei accompagnare lei da Samantha a fare due chiacchiere”, rispose Carla, confondendomi con tutti quei nomi femminili.

“Va bene”, rispose la ragazza alla reception, “stamattina sono tutte abbastanza libere, entrate pure”. “Grazie”, sorrise Carla, “andiamo”. Senza aprire bocca entrai con lei in un’altra stanza, invasa di un incenso dall’aroma indecifrabile, che dava su un corridoio, tappezzato di porte di diversi colori. “In fondo a quel corridoio c’è una porta”, mi sussurrò Carla all’orecchio, “è la stanza di Samantha, bussa e lei ti aprirà. Ti saluto, vado a fare il mio giro”.

Detto questo, scomparve dietro un’altra porta senza lasciarmi il tempo di dire una parola. Così mi ritrovai a camminare intimorita verso la stanza di quella misteriosa Samantha e a chiedermi se quel posto non fosse in realtà una sorta di bordello tutto al femminile. In ogni caso, una volta pronta, feci un respiro profondo e bussai timidamente alla porta azzurra. “Avanti”, rispose una voce di donna dall’interno della stanza. Agguantai la maniglia e aprii lentamente la porta.

Dinnanzi ai miei occhi comparve una stanza fatta di luci viola e gialle, nella quale aleggiava un fortissimo odore di lavanda. “Salve”, dissi, quasi con una risatina isterica, “sono Lucia”. “Ciao, entra pure Lucia”, rispose lei, seduta a gambe incrociate al centro della stanza, “siediti pure di fronte a me”. Chiusi la porta cercando di essere più delicata possibile, visto l’aspetto quasi mistico dell’ambiente, e mi sedetti goffamente sulla moquette di fronte a lei.

“Io sono Samantha, piacere”, disse, “come mai sei qui, Lucia”. “Ehm, beh, mi ci ha portata una persona che conosco, non so se l’abbia presente, si chiama… Carla”, raccontai con voce affannosa. “Ah, certo, Carla, la

nostra affezionata massaggiatrice. Pensa, lei svolge un lavoro molto importante anche al di fuori di questo salone”, disse con orgoglio Samantha. Le luci gialle e viola disseminate qua e là sul pavimento alle sue spalle non mi permettevano di vederla in faccia, potevo solo percepire una silhouette dai voluminosi capelli ondulati.

“Ma non mi hai risposto”, insistette, “perché sei qui?”. Rimasi in silenzio per qualche istante, immobilizzata dalla paura di dire qualcosa che mi facesse sembrare una stupida, non sapendo in realtà perché mi trovassi lì. “Forse ti senti frustrata? Non riesci ad esprimere la tua sessualità?”, chiese con un tono così gentile, che mai avevo sentito prima di allora. Ripensando alla mia vita, allo squallore delle mie fugaci relazioni e a come mi avesse fatto rinascere il massaggio erotico di Carla, mi incupii e iniziai a precipitare in un vortice di triste consapevolezza.

“In effetti”, sospirai, “credo di non essere troppo felice della mia vita sentimentale e sessuale”. “Ti senti forse un po’ bloccata? Oppure sei convinta di non aver finora trovato una persona giusta per te?”, chiese. “Forse”, risposi, non sapendo più che dire. “Non ti preoccupare”, rise serenamente lei, “se ti va, possiamo aiutarti. Vedi, purtroppo in molti casi le donne si accontentano del loro cosiddetto partner sessuale, spesso anzi non si conoscono profondamente, sono bloccate, non sanno interagire soprattutto con se stesse.

La cosa è sottovalutata, ma attraverso il sesso si possono raggiungere zone della propria intimità che difficilmente emergono in altro modo. L’orgasmo può essere la chiave per accedere ad altre dimensioni interiori, ma vi si può accedere solo sentendosi libere di esprimersi. Purtroppo viviamo in un mondo che cerca di negarci questa libertà, e noi del salone per sole donne siamo qui per aiutare coloro che vogliono liberarsi”. Non potevo credere alle sue parole, quello che diceva era surreale eppure anche così vero.

Era come se avesse centrato in pieno il punto, il tasto dolente della mia vita e, chissà, forse di quella di molte altre donne. “Che cosa posso fare per liberarmi?”, sussurrai trattenendo le lacrime, messa davanti alla pochezza di quella che finora era stata la mia vita. “Lo devi prima di tutto volere, non sarà una passeggiata, ma ce la farai, come ce l’hanno fatta tante altre donne”, mi rassicurò. Non riuscii a trattenermi e mi misi a piangere, scusandomi, convinta di aver finalmente fatto la figuraccia che mi aspettavo di fare.

“Non ti preoccupare”, sospirò Samantha, “le lacrime rappresentano spesso l’inizio di una guarigione”. Mentre mi sfogavo, lei se ne rimase in silenzio ad aspettare che finissi. “Cosa faccio adesso?”, chiesi una volta che fui di nuovo calma. “Se vuoi, uscita da quella porta, segui il corridoio che ti ha portata qui, gira a destra e bussa alla porta verde che troverai lì”, spiegò Samantha. “Grazie”, dissi, asciugandomi gli occhi nel buio. “Di niente”, rispose lei.

Mi alzai dalla moquette e mi diressi alla porta, sentendomi molto più serena di quand’ero entrata. “E… come mai le donne escono di qui più belle… esteticamente?”, chiesi infine, prima di uscire. “Perché la liberazione interiore e il raggiungimento della soddisfazione sessuale fanno sì che i muscoli si rilascino, le rughe si distendano e il viso assuma un’espressione serena e finalmente viva”, spiegò. “La ringrazio, mi sento già molto più leggera”, dissi. “Di niente”, rispose con voce profonda.

Afferrai la maniglia come quand’ero entrata e lasciai la stanza. Feci un respiro profondo, guardai il fondo del corridoio e pensai: “ecco, sono dentro il salone per sole donne”.

5
Racconto d’autunno
Con un sobbalzo secco Miranda tornò di peso alla vita cosciente. Supina sul letto si ritrovò a fissare il buio mentre le coperte al suo fianco si muovevano pigramente. Samantha le si avvicinò strusciandosi fra le lenzuola felpate. “Sei sveglia?”, chiese.

“Si”, rispose Miranda con un sospiro profondo e stanco. Immersa in quel buio totale sentì la sua compagna avvicinarsi a lei per lambirla con il corpo caldo. Quando le sue labbra bagnate le sfiorarono il collo un brivido pungente le pugnalò la schiena. La lingua di Samantha percorse un piccolo tratto di superficie della sua pelle e ritornò al punto da cui era partita, quindi lo rifece ancora e poi ancora senza fermarsi. Quando si stancò di dedicarsi al collo scese più in basso e costrinse uno dei morbidi seni di Miranda ad uscire dalla canotta larga e tiepida.

Qui la sua lingua procedette sinuosa in movimenti circolari attorno al capezzolo. Le labbra vi si chiusero attorno per succhiarlo con bramosa lussuria, mentre Miranda sospirava immersa nell’oscurità. I denti di Samantha stuzzicarono quella carne dura, impreziosita dal sudore, vi si strofinarono quasi fino a procurare dolore, tuttavia fermandosi prima di raggiungere tale effetto. Il piacere provato da Miranda era indescrivibile, ma non bastava a sedare la sua inquietudine. Smise di gemere, quindi Samantha si fermò chiedendo “che c’è che non va?”.

“È iniziato l’autunno”, rispose lei e l’altra sospirando si distanziò riversandosi supina sul letto. Calò un silenzio di tomba, intonato al nero circostante che pareva denso come la pece. Samantha sapeva già a cosa l’altra si riferisse, l’autunno era per lei una stagione nefasta, seguita da un’altra, l’inverno, che lo era più ancora. La notte passò lenta e tormentata tanto per Miranda, atterrita dall’idea del periodo depressivo che la aspettava, quanto per Samantha, consapevole che anche stavolta sarebbe rimasta al suo fianco per sostenerla.

Il mattino seguente un cielo sereno sfumava all’orizzonte in cupi toni di grigio. Miranda si alzò dal suo sfatto giaciglio e incontrò Samantha in cucina che si apprestava a fare colazione. Per un istante quella scena le sembrò rassicurante e serena, ma subito questa sensazione lasciò spazio ad una crudele disillusione. Miranda non credeva nella felicità, era convinta di poter solamente vivere sporadici e casuali momenti sereni, spesso prologhi di discese nei baratri che invadevano la sua interiorità.

Quella mattina Samantha la guardò con occhi colmi di preoccupazione. “Perché oggi non fai una passeggiata? Potrebbe farti bene”, le propose. “Vedremo”, rispose lei fissando il pavimento, per nulla intenzionata a seguire quel consiglio. Tuttavia, quando nel pomeriggio si ritrovò sola a casa perché l’altra era al lavoro, Miranda cambiò inaspettatamente idea e si avventurò nei campi dietro casa, dove fu accolta da ampi spazi colmi di steli gialli e rinsecchiti di granoturco. In una pozzanghera d’acqua piovana vide riflesso il proprio viso, appesantito da un’espressione seria e smunta.

Aveva sempre pensato che la vita in campagna fosse depressiva, ma vedendosi specchiata in quell’acqua torbida rise di sé, avendo ormai realizzato che la depressione non era emanata da quanto la circondava, ma risiedeva invece in lei. Camminò lentamente guardando spesso il cielo, ormai coperto da uno strato di nuvole

talmente omogeneo da sembrare una superficie d’argento. Dopo circa una mezzora Miranda giunse ai margini di un bosco. Un’improvvisa folata di vento la trasportò improvvisamente al centro di una nevicata di foglie dai colori sgargianti, accompagnata da lievi risate a mala pena udibili.

Cólta di sorpresa da quel fenomeno provò un’improvvisa ed intensa emozione. “C’è qualcuno?”, chiese al vento, ma non ottenendo risposta riprese a camminare a testa bassa. Inoltratasi nel bosco si lasciò ancora una volta travolgere dalla melancolia autunnale. Giunta in una radura si sedette sull’erba e si ridestò dal torpore nel vedere una lepre scappare a nascondersi tra i rovi ormai rinsecchiti. Stava per ripiombare di nuovo nel suo buio interiore quando sentì ancora una volta le allegre risate di poco prima e alzando gli occhi al cielo rivide le foglie cadenti.

E fu allora che abbassando lo sguardo notò due ragazze nude tra gli alberi raccogliere foglie arancioni di platano. Un’altra ragazza, anch’essa nuda, se ne stava invece in disparte seduta a terra a cucire le foglie tra loro, un’altra ancora, al fianco di questa, indossava un abito di foglie autunnali. Incredula e spaventata, Miranda si alzò da terra con l’intenzione di andarsene, ma si fermò impietrita non appena le ragazze la videro. Inizialmente queste si guardarono tra loro con aria interrogativa, infine come raggiungendo una verità comprensibile a loro soltanto le si avvicinarono.

Una di loro, completamente nuda, avanzò per prima e allungò le braccia come per accoglierla. Miranda ebbe ancora una volta la tentazione di ritrarsi per fuggire, ma fissando gli occhi castani della ragazza cambiò improvvisamente idea e la fuga divenne improvvisamente l’ultimo dei suoi pensieri. Si lasciò abbracciare e sentì un trasporto emotivo talmente forte da indurla a scoppiare in lacrime. La ragazza le accarezzò una guancia bagnata di pianto, poi la invitò a togliersi tutti gli abiti.

Anche di fronte a quel gesto, che quasi poteva sembrare un rituale di iniziazione, Miranda non mostrò più alcun timore. Si denudò e si sentì a suo agio col proprio corpo come mai le era capitato in precedenza. Le altre si presero per mano formando un cerchio, cui fu invitata a prendere parte anche lei. Le cinque ragazze nude danzarono assieme in una sorta di girotondo in cui però Miranda non percepì alcun capogiro.

La sua risata si fuse con la loro e con le altre decine che lentamente si avvicinavano alla scena. In quell’universo di selvaggia femminilità Miranda si sentì rinascere, come avesse recuperato le lontane origini perdute. Tornata a casa avrebbe condiviso con Samantha ciò che aveva imparato quel giorno, il giorno in cui aveva lasciato che in sé emergesse l’autunno.

6
La donna alla finestra
Nel quartiere in cui abitavo da adolescente c’era una casa grigia e cupa, situata in fondo ad una stradina di ghiaia circondata di abeti.

I bambini dicevano che vi abitasse una strega e quand’ero piccola lo pensavo io stessa. Crescendo mi convinsi invece che fosse disabitata, ma mi ricredetti scoprendo un giorno il postino dirigersi proprio lì. Incuriosita, lo seguii con lo sguardo e in lontananza riuscii a vedere una figura chiaramente femminile, ma dall’età indefinibile a quella distanza, ritirare la posta e rientrare furtivamente in casa. Sempre più incuriosita mi avvicinai con la puerile speranza di intravvedere la donna da una delle finestre aperte, ma mi sbagliavo.

Non si muoveva una foglia e vista dall’esterno la stamberga poteva sembrare disabitata da qualche decennio. Me ne andai delusa, pensando che forse avrei dovuto trovare altri passatempi anziché badare a cose del genere, neanche fossi una bambina. Invece, il giorno seguente vi ritornai senza sapere nemmeno io il motivo preciso, o meglio, non volendo forse ammettere di provare ormai una curiosità morbosa nei confronti di quella casa e di chi ci abitava. Le cime degli abeti lungo il viale dondolavano lentamente e un temporale era ormai vicino, ma non mi importava, in fondo non ero molto lontano da casa.

Cercando di non farmi vedere, sebbene a volte mi venisse spontaneo chiedermi se lì dentro ci fosse veramente qualcuno, appoggiai le braccia incrociate al muretto che circondava la lugubre casa e rimasi ferma a fissare le finestre. Non appena la prima goccia di pioggia mi sfiorò il viso, una finestra si spalancò all’improvviso, così finalmente ebbi conferma che non si trattava di una mia fantasia, la donna misteriosa c’era veramente. Avrà avuto una quarantina d’anni, non era bella ma nel complesso la sua figura emanava tutto il fascino dell’età matura.

Aveva i capelli color bruno-grigiastro e un’espressione vuota in viso. Chiuse le imposte e scomparve all’interno della casa, che a causa del temporale in arrivo sembrava sempre più cupa. Lo stesso fece per ogni singola finestra ancora aperta, eccetto l’ultima al secondo piano, alla quale si soffermò. Qui osservò il cielo e respirò a fondo, poi scomparve all’interno della stanza, lasciando le ante aperte. Sobbalzai vedendola riapparire qualche secondo dopo completamente nuda. La donna allungò le braccia verso l’esterno e si sporse, esibendo i seni al vento temporalesco.

Sembrava fosse rimasta in letargo per un lungo periodo e avesse deciso, appena sveglia, di far prendere aria alla pelle. Io ero in parte spaventata e in parte eccitata. Quella donna, che aveva tutta l’aria di essere completamente pazza, mi attraeva come mai mi era successo in precedenza. Quasi gridai di paura quando si accorse di me. Improvvisamente immobile coi seni coperti dalle braccia, mi fissò con aria interrogatoria, poi, come fosse riuscita a scrutare indiscretamente dentro di me, lasciò ricadere la braccia sul davanzale affinché io potessi vederla nuda.

Accorgendomi di questo tentativo di comunicazione da parte sua mi spaventai ancora di più e mi ritrassi per scappare, ma la fuga non mi riuscì e tornai a guardarla di nuovo. Lei allora chiuse gli occhi e iniziò a strofinarsi i seni con entrambe le mani. Mi piaceva ciò che stava facendo e speravo che continuasse, ma lei invece si fermò d’improvviso, si

ritrasse chiudendo la finestra di colpo e mi lasciò lì come una cretina a fissare la sua casa.

Tutte quelle sorprese una dietro l’altra mi disorientarono e spaventarono, lasciandomi però addosso ancora una buona dose di curiosità nei confronti della donna misteriosa. Di una cosa ero sicura, prima o poi sarei tornata a spiare la sua casa sperando che ancora una volta si affacciasse a quella finestra.

7
Labirinto di sguardi

Con un respiro profondo e tremante avvicinai l’occhio destro al buco della serratura di Roberta. La porta del suo appartamento era di fronte a quella del mio e da ormai un anno io e lei ci spiavamo a vicenda.

Era una sorta di gioco dichiarato in cui ciascuna di noi cercava di pizzicare l’altra proprio mentre si spogliava o si trovava in atteggiamenti intimi con se stessa. Sembrava incredibile ad entrambe ma la cosa non ci aveva ancora stancate, anzi sembrava farsi sempre più eccitante, esattamente come nel giorno in questione. La beccai in mutande mentre si sfilava le calze nere di nailon guardando distrattamente dalla finestra che dà sulla strada. Amavo le sue cosce, erano sode e lisce, la perfetta depilazione avrebbe potuto permettere alla mia lingua di slittarci comodamente sopra.

Gettò le calze sul divano e rimase immobile a guardare attraverso le tende semi-trasparenti. Spostò la mano destra in direzione del suo ventre e scostò la tenda come per vederci meglio. Sembrava che ora fissasse qualcosa in direzione degli edifici dall’altra parte della strada. All’inizio non mi era chiaro cosa facesse, ma non mi importava, a me bastava guardarla. Ora però ero rimasta un po’ delusa perché aveva smesso di spogliarsi, mentre io speravo che si sarebbe liberata anche dell’intimo.

Improvvisamente capii dalla sua posizione che la mano nascosta alla mia vista era infilata sotto le mutande nere di pizzo e che per di più si muoveva. Non ci potevo credere, guardava qualcosa, o meglio, qualcuno dalla finestra e intanto si masturbava! In qualche modo mi sentii tradita perché quello era il nostro gioco e non doveva includere altre persone. Avrei quasi voluto entrare per dirle che se le cose stavano così non mi andava di continuare, ma mi rendevo conto che era assurdo, io non potevo pretendere niente da lei.

Così, un po’ per ripicca, mi slacciai i pantaloni e feci esattamente ciò che stava facendo lei in quel momento, forse il fatto che io la spiassi proprio mentre mi “tradiva” poteva considerarsi una sorta di vendetta. Sia quel che sia, la cosa cominciò a non dispiacermi affatto, vedevo Roberta in piedi di spalle che ansimava agitando la mano tra le gambe, zona completamente lontana dal mio sguardo, e trovavo la situazione sempre più eccitante.

Contemporaneamente io stessa stuzzicavo le mie parti intime con la punta delle dita, sentendo i miei respiri aumentare in numero e in velocità insieme ai battiti cardiaci. Nel vedere lei avvicinarsi inesorabilmente all’orgasmo, smisi di solleticarmi e mi penetrai completamente con due dita. Roberta insistette nel suo intimo e martellante toccarsi finendo per gemere di piacere, mentre io aumentavo la potenza del gesto che infliggevo a me stessa. Non appena raggiunsi l’orgasmo sentii un altro gemito provenire improvviso dal fondo del corridoio alla mia destra.

Spaventata, ritrassi la mano dal mio ventre, voltando di shitto la testa in quella direzione e sentii distintamente un leggero colpo alla porta e passi che si allontanavano. Allora capii, ero osservata a mia volta attraverso un buco della serratura da una persona che aveva sorpreso me sorprendere qualcun’altro spiare. Mi trovavo in una sorta di labirinto di sguardi curiosi e indiscreti, in cui non mi era più chiaro ormai quale fosse il mio ruolo.

8
Perla nera
Era l’inizio di un autunno come un altro quando mi accadde il fatto più singolare di tutta la mia vita. Quell’anno mi ero ritrovata a rimpiangere l’estate più degli altri anni, quella calda e sensuale stagione, che trovava sempre in me un’entusiasta seguace. Una sera, mentre uno strano vento soffiava tra le deboli foglie degli alberi, me ne andavo al lavoro a piedi, incaricata di aprire la pizzeria d’asporto in cui lavoravo.

Non ne ero molto felice, perché ritenevo che il mio titolare si stesse un pochino approfittando della mia disponibilità, tuttavia fu una fortuna per me trovarmi da sola in quell’occasione, perché i miei colleghi si sarebbero fatti quattro maligne risate nel vedere la sorpresa che mi attendeva. Appena tirata su la serranda della pizzeria non mi accorsi della busta bianca abbandonata sul gradino, stavo addirittura per pulirmici i piedi. La afferrai sbuffando, convinta si trattasse dell’ennesima bolletta, ma quasi mi cadde a terra per l’emozione quando vidi scritto sul retro “per Elisa”.

Turbata ma anche incuriosita, mi precipitai ad aprirla e la lessi tutta d’un fiato. “Da un po’ di tempo non riesco a toglierti gli occhi di dosso, ci ho provato, ma non ce la faccio. Se la cosa ti infastidisce o se sei già impegnata, butta immediatamente questa lettera e fai finta di non averla mai ricevuta. Se invece la cosa ti intriga o ti incuriosisce vediamoci domani pomeriggio alle tre alla casetta di legno nel bosco, non lontano da casa tua. Con dedizione e desiderio.

G. ” Non ci potevo credere, un cliente della pizzeria mi osservava da chissà quanto tempo e si era preso la briga di scrivermi una lettera, la cosa aveva dell’incredibile! Leggere quelle poche righe subito prima di iniziare a lavorare non fu un bene, perché non feci altro che pensarci per tutta la sera, mentre i clienti mi osservavano dubbiosi, nel vedermi così distratta. Per fortuna, come sempre arrivò il momento di tornare a casa, dove però continuai ossessivamente a pensare alla lettera.

Non solo, ma anche all’idea di recarmi alla casetta nel bosco per vedere chi fosse il misterioso cliente che mi desiderava così tanto. La cosa incredibile era che, proponendomi di vederci il giorno dopo, lo spasimante aveva addirittura azzeccato il mio giorno libero. Tutto ciò mi inquietava, ma una parte di me iniziava a considerare l’idea di non mancare all’appuntamento. Il mattino seguente mi svegliai più stanca che riposata, avevo dormito male a causa di quel chiodo fisso: chissà cosa sarebbe successo recandomi a quell’appuntamento! Anche la mattinata trascorse con il tormento, ero terrorizzata e stuzzicata al tempo stesso.

Arrivarono le due e mezza del pomeriggio e decisi che fosse il caso di andare, in fondo che avevo da perdere? Sarebbe bastato tenermi pronta alla fuga e col cellulare a portata di mano, qualora si fosse trattato di uno psicopatico. Così, con le gambe leggermente tremanti di emozione, mi incamminai in direzione del bosco, i cui colori autunnali mi ricordarono ancora una volta l’addio dell’estate. Le foglie frusciavano allegramente al susseguirsi dei miei passi, mentre mi addentravo nell’oscura selva, le cui fronde erano violate qua e là dai raggi di un sole tiepido, in una sorta di penetrazione panica.

Camminai per qualche minuto, finché non vidi comparire d’un tratto la vecchia casetta di legno dall’aspetto cadente, quello stesso rudere che guardavo con curiosità fin da bambina. Mi soffermai a scrutarla per un po’, dopo di che mi rimisi in moto per raggiungerla, visto che ormai mancava poco alle tre. Non avevo visto nessuno arrivare, quindi se c’era qualcuno doveva già essere dentro. Raggiunsi il rudere semicoperto di edera scura e dopo aver sospirato profondamente bussai.

Non si udiva il minimo rumore dall’interno della casa, mentre attendevo di vedere la porta aprirsi. In quel breve istante la mente mi si riempì di dubbi e paure. Cominciai a chiedermi che diavolo ci facessi lì e per quale motivo una persona bramosa di incontrarmi non mi potesse lasciare il suo numero di telefono, anziché propormi un incontro clandestino. Tornai sui miei passi, pronta a darmi alla fuga, quando sentii la porta alle mie spalle aprirsi con un cigolio.

Mi voltai di shitto, ma ancora non vidi nessuno sporgersi, così mi avvicinai di nuovo. Fu allora che sbucò dalla porta socchiusa il viso di una ragazza dalla pelle nera e dai lunghi capelli crespi che le ricadevano su una spalla nuda. “Oh, scusa”, dissi, completamente disorientata, “credevo ci fosse un’altra persona, scusa tanto, me ne vado”. Detto questo mi voltai e alzai i tacchi, ma non feci in tempo a fare più di tre passi che la ragazza mi rispose.

“Sono io”, disse a voce bassa. Mi si gelò il sangue nelle vene. “Tu… mi hai scritto la lettera?”, chiesi, tornando a posare lo sguardo su di lei. “Si, non vuoi entrare?”, mi invitò. “Io… non lo so”, risposi, confusa ma sentendomi in qualche modo a mio agio. Mi avvicinai e finalmente la riconobbi, era Giada, una cliente della pizzeria, sul momento non l’avevo capito, abituata com’ero a vederla tutta d’un pezzo, coi capelli raccolti e un’aria quasi arcigna.

Le sue scure e carnose labbra sorrisero, rivelando denti color avorio. Mi lasciai rapire da quel sorriso e accettai l’invito. La porta si richiuse alle mie spalle con il solito cigolio, mentre la mia bocca si spalancava in un’espressione di stupore. L’interno della casetta era tutt’altro che un rudere, sembrava arredata di recente, con gusto semplice ma elegante, in stile chalet di montagna. “Ma… che posto è questo? Io credevo fosse abbandonato da decenni…”, balbettai.

“Invece è sempre stato così”, sorrise Giada. Mi voltai a guardarla, scoprendo così una bellezza che mai avrei pensato di riconoscere e apprezzare a tal punto in una donna. I lunghi capelli nero corvino sfioravano le spalle nude, che disegnavano due curve perfette. La sua pelle color cioccolato al latte sembrava di un altro mondo, levigata e vellutata come un tessuto pregiato. Braccia e gambe leggermente muscolose sbucavano da un vestitino giallo, colore accecante, sommato a quello della moquette rossa.

“Quindi, eri tu la G. della lettera…”, dissi sottovoce. “Eh, si”, sorrise Giada, “ti dispiace?”. Mi bloccai a fissarla in silenzio per qualche secondo. “Non l’avrei mai detto, ma… no, non mi dispiace”, risposi, esibendo probabilmente un sorriso ingenuo. “Allora siediti”, disse, indicandomi un divano rosso fuoco. “Va bene”, risposi e mi sedetti senza indugi sull’accogliente divanetto. “Da quanto… mi… pensavi, insomma?”, balbettai. “Credo dalla prima volta che sono entrata in quella pizzeria, sarà stato… circa due anni fa”, confessò Giada con un sorriso imbarazzato, “naturalmente, come puoi vedere, mi ci è voluto un po’ per decidermi”.

“Si”, sussurrai, ipnotizzata dai suoi occhi neri, “meno male che l’hai fatto”. Mi stupii nel sentirmi dire quelle parole, ma neanche più di tanto, cullata dall’inedita sensazione di benessere che avevo addosso. Mi sentivo bene, in pace con me stessa e con il mondo guardando quegli occhi magnetici, incastonati in un viso dal colore prezioso. Percependo il mio apprezzamento per lei, Giada si gettò verso di me con un movimento felino e posò le carnose labbra sulle mie.

Ci fu solo quel lieve contatto, lento, intenso, dopo di che la ragazza si staccò da me e tornò a guardarmi negli occhi, come a chiedermi se avessi provato qualcosa con quel bacio. “Si”, risposi, nonostante non me l’avesse chiesto verbalmente. Il suo sorriso divenne disteso e sereno, il suo corpo sembrò rilassarsi, diventando più sinuoso. Giada mi prese dolcemente una mano e mi invitò con lei sul pavimento, dove ci attendeva ora un soffice tappeto bianco.

“Ma io…”, obiettai, spaventata da quanto stava per accadere. “No, quello che ti frena in questo momento è solo un riflesso di ciò che ti hanno messo in testa per tutta la vita, noi siamo molto più libere di così”, sorrise. Fu come se quelle parole mi attraversassero l’intero corpo, in una sorta di penetrazione totale. Accettai di seguirla a braccia aperte su quel tappeto ovattato, memore forse di intensi momenti d’amore passati, e mi lasciai ancora una volta toccare da quelle labbra, che però stavolta mi travolsero.

La sua lingua infuocata entrò nella mia bocca e si strofinò sulla mia, facendomi sfiorare le stelle all’improvviso. Il mio corpo si afflosciò sul tappeto, sotto l’influsso del sensuale potere che Giada aveva su di me. Mi solleticò il collo con un dito, poi lo baciò e ne succhiò avidamente, ma sempre con dolcezza, una piccola superficie. La sua mano quindi cercò alla cieca i bottoni della mia felpa e lentamente li sfilò, per poi intrufolarsi sotto il tessuto, strofinandosi quindi su un seno.

Con una serie di movimenti lenti ma decisi, Giada mi spogliò completamente e se ne rimase per un attimo in piedi, spogliandosi lei stessa, a guardarmi mentre incrociavo le braccia attorno al petto, intimorita ma anche eccitata come non mai. I suoi seni dal capezzolo pungente color caffè non mi ricordavano nulla che avessi già visto in precedenza. Mi venne un’improvvisa voglia di baciarli e carezzarli, delicatamente. Un triangolino nero primeggiava tra le gambe dalle cosce muscolose e levigate.

Sembrava una divinità nera. Nel vederla piegarsi su di me sobbalzai di emozione e ansimai precocemente al contatto con la sua pelle bollente. Chiusi gli occhi ed ebbi l’impressione per un istante di trovarmi immersa in un paesaggio tropicale, con lo sguardo rivolto ad un cielo blu, che gradualmente si infuocava all’orizzonte in una serie di sfumature rosso e arancio mozzafiato. Riaperti gli occhi, ritrovai la dea, pronta a baciarmi e a regalarmi nuovi emozionanti viaggi nell’eros.

Incrociando le gambe in un modo particolare, sfiorò il suo pube contro il mio, mentre le mie mani accoglievano i perfetti seni in una morbida e calda stretta. Mi sembrò che l’inguine mi prendesse fuoco, mentre i suoi peli si strofinavano contro i miei. Le nostre mani si incontrarono e si accarezzarono vicendevolmente, poi scesero lungo l’addome e, raggiunto il colle di Venere, si infilarono indiscrete tra i nostri inguini accalorati. Giada mi guardava negli occhi raccontandomi con lo sguardo storie di luoghi lontani e felici, condividendo memorie di un passato remoto eppure in qualche modo molto vicino.

Le nostre mani continuavano ad andare avanti e indietro sulla pelle delle nostre grandi labbra bagnate, esattamente com’erano bagnate di sudore le nostre fronti. Presto giunse l’umido risvolto di quel piacere, a sedare il fuoco che nasceva al nostro intimo contatto. Io non ero più io, lei non era più lei, tutto ciò che rimaneva era un lungo, interminabile piacere, che mai avrei vissuto in seguito, se non nel ricordo di quell’esperienza. Mentre tutto questo lentamente sfumava, vidi allontanarsi anche lei da me, un’ultima volta con quel sorriso luminoso, diventando gradualmente sfocata.

Poi non so che accadde, non ricordo più nulla. A dire la verità, non so se quel fatto si collochi nella realtà, nel sogno o in qualche altra dimensione possibile. Comunque sia, in me si è verificato e ha lasciato una traccia indelebile, che ha reso il mio corpo e il mio mondo dei luoghi migliori in cui vivere.

9
Racconto d’inverno
Nina respirava a pieni polmoni l’aria profumata di neve, procedendo a passo lento lungo il sentiero che conduceva al bosco.

Giunta ad un ponticello si soffermò per guardarsi attorno sfiorando con le dita, nascoste sotto i guanti neri, lo strato di neve che ricopriva la staccionata del ponte. “Sono molto fortunata”, pensò, “chi vive lontano da qui non ha idea di quello che si perde”. L’atmosfera era gelida e immobile, gli unici suoni udibili erano i tonfi della neve che cadeva di tanto in tanto da qualche ramo d’albero. Nina si sentì improvvisamente innamorata, forse dell’inverno, forse della vita stessa.

Riprese il passo, decisa a seguire il sentiero fin dentro il bosco. “Non ci sono impronte sulla neve”, sussurrò tra sé e sé, “sembra che io sia la prima a passare di qui”. Ora lei si avvicinava al bosco e il bosco si avvicinava a lei come volesse accoglierla col manto bianco di cui era rivestito. Giunta ai suoi margini, dove il sentiero si confondeva con le forme create a terra dalla neve, respirò a fondo ancora una volta.

Si immerse poi tra le piante spoglie e continuò il suo viaggio in quello che ora sembrava un mondo in cui il ghiaccio avesse trionfato su tutto il resto. Non le passò nemmeno lontanamente per la testa l’idea di potersi perdere, eppure era stata più volte messa in guardia sulla pericolosità dei boschi, dove tutti gli alberi sembrano uguali. Ma addentrandosi più del previsto e svoltando di tanto in tanto qua e là accadde proprio questo.

Nina non aveva più la benché minima idea di quale direzione prendere per tornare indietro e sapeva bene che quello in cui si trovava non era propriamente un boschetto. Tuttavia, riprese il cammino, guidata da quel senso di innamoramento che provava prima. Non passò molto tempo che comparve ai suoi occhi una casa. Sembrava una di quelle graziose baite di montagna che fino ad allora Nina aveva visto solamente in foto. “Chissà se è abitata”, pensò, ma immediatamente si accorse che alcune finestrelle emanavano luce.

“Peccato non conoscere chi ci abita”, disse, e fece marcia indietro. Proprio allora sentì un rumore e voltatasi scorse una persona sulla porta dell’abitazione. Vedendo distintamente che la figura faceva un gesto di saluto si avvicinò. “Temo di essermi persa”, disse a voce alta ridendo. Dalla risata della persona sull’uscio capì che si trattava di una donna. Una bella donna, poté appurare quando fu abbastanza vicina. “Entra pure a prendere un tè caldo, ti starai congelando lì fuori”, disse la donna.

“La ringrazio, accetto volentieri”, rispose Nina dopo una brevissima esitazione. L’interno era incantevole, tutto in legno. L’odore di resina si mescolava a quello del fumo che usciva da un caminetto crepitante. “Ma lei vive qui?”, chiese Nina. “Eh si”, rispose la donna, “ti piace?”. “Da impazzire”, continuò lei. Sembrava però che a sua volta la donna impazzisse per lei, la guardava come si può fissare incantati un qualche miracolo della natura. “Perché mi guarda così?”, chiese Nina incuriosita, ma senza paura.

“Trovo che tu sia molto bella”, rispose la donna. “La ringrazio”, arrossì la ragazza sorseggiando dalla tazza che aveva ricevuto. “Dammi pure del tu”, sorrise con sguardo trasognato l’altra. Il tè era squisito, Nina non aveva mai sentito una tale miscela di aromi di sottobosco. “Dovrei andare, lei saprebbe… voglio dire, tu sapresti dirmi come uscire dal bosco?”, chiese. “Certo, uscita di qui vai a sinistra e cammina fino a trovare una grande quercia, la riconoscerai di sicuro perché è enorme.

Da quel momento gira ancora a sinistra e dopo un centinaio di metri sarai fuori”, la rassicurò la donna. Nina si alzò ringraziandola e le si avvicinò per stringerle la mano. L’imprevedibile signora però le afferrò il viso e la baciò delicatamente sulle labbra. Nina rimase turbata, affascinata. La sua preoccupazione di ritrovare la strada svanì e si sostituì alla voglia di rimanere lì con lei. La donna la abbracciò e lei provò di nuovo quel senso di innamoramento verso la vita e la natura che l’aveva accolta entrando nel bosco, solo che ora era rivolto a quella figura femminile dalle forme rotonde e sensuali.

La donna le posò le mani sui fianchi e la tirò a sé. Nina sentì i seni premersi morbidamente contro i suoi e sobbalzò dall’emozione. “Ma chi sei?”, chiese con un filo di voce. “Ha importanza?”, rispose l’altra. Nina si avvicinò alla sua bocca e si fece baciare di nuovo. Non aveva mai baciato una donna, o forse si, al momento la sua mente era offushita da ciò che sentiva dentro. Le due si sedettero sul divano, una di fianco all’altra, e qui si sfiorarono il viso reciprocamente con le mani.

I polpastrelli di Nina balzarono sui capezzoli dell’altra le cui forme emergevano da sotto la lana. Il divano su cui sedevano dava le spalle a una finestra. Voltandosi la ragazza si rese conto che aveva ripreso a nevicare, ma non le importava, sarebbe potuta rimanere in quella casa per un tempo indefinito. Si stese sul divano e accolse su di sé il corpo caldo della donna, i cui bruni capelli le solleticarono il viso, inducendola a ridere divertita.

Una mano dell’altra finì inavvertitamente tra le sue gambe che lentamente si divaricarono per accoglierla. La stessa mano si infilò sotto i pantaloni e si strofinò a lungò sulle mutande, mentre Nina sprofondava tra i morbidi cuscini del divano, avvolta da una vampata di piacere, che aumentò quando la mano della donna si infilò sotto le mutande finendo con lo strofinarsi sulla nuda pelle. La respirazione di Nina aumentò in velocità e frequenza, mentre il viso della sconosciuta si schiacciava tra i suoi seni infuocati.

“Cos’hai messo in quel tè per farmi fare questo?”, chiese la ragazza tra un sospiro e l’altro. “Assolutamente niente”, rispose sicura la donna, “stai facendo tutto seguendo unicamente la tua volontà”. Nina chiuse gli occhi e iniziò a gemere sentendo che le dita della misteriosa signora entravano dentro di lei con un savoir- faire che nemmeno lei stessa era mai riuscita ad ottenere. “Hai ragione, sono io a non essere più la stessa”, concluse Nina e si lasciò completamente travolgere dal calore che sentiva sprigionarsi tra le gambe.

Strusciando il viso sui suoi seni e la mano nelle sue più intime cavità, la donna la trasportò in un baratro di piacere, dal quale la ragazza avrebbe voluto non risalire. Un ultimo gemito nel toccare il culmine e Nina, nonostante la sua volontà, ritornò alla coscienza. Riaprì gli occhi e si trovò ancora una volta su quel divano, con quella donna sconosciuta eppure così familiare che la abbracciava, mentre fuori silenziosamente continuava a nevicare.

10
Il piacere dell’attesa

Fuori pioveva a dirotto mentre aspettavo impaziente Gianna. Desideravo vederla ardentemente, toccarla, baciarla, leccarla in tutto il corpo. Avevo sete di lei, ma lei non arrivava. Mi chiesi cosa potessi fare nell’attesa, ma non mi venne in mente altro che rimanere lì immobile a fissare la pioggia che scorreva sui vetri in piccoli ruscelli. Sapevo che quando avesse bussato alla porta l’avrei fatta entrare e trovandola tutta bagnata avrei insistito perché si spogliasse subito, per non ammalarsi al contatto coi vestiti fradici.

L’avrei avvolta in un grande asciugamano colorato affinché la sua pelle divenisse al più presto asciutta, per poi bagnarla nuovamente con la mia lingua. Immaginando tutto questo il mio desiderio di lei aumentò a dismisura. Sospirai a fondo e cercai di portare il mio pensiero altrove per non tormentarmi inutilmente. Ma non ci riuscii e tornai a pensare a lei. Gianna aveva due piccoli seni, teneri e appuntiti. Amavo toccarli, stavano perfettamente nei palmi delle mie mani.

Non avrei potuto sperare di toccare seni migliori dei suoi. Nel momento in cui fosse arrivata l’avrei probabilmente assalita, tanto era forte ormai il mio desiderio. Dopo averla costretta ad estrarre i seni da sotto gli abiti bagnati, li avrei aggrediti con la mia bocca calda e vorace, per leccarli e tormentarne i capezzoli con la punta della lingua, finché lei esausta mi avrebbe pregato di smettere. La mia eccitazione aumentava sempre più immaginando tutte queste delizie, ma Gianna non arrivava.

E io attendevo il suo corpo liscio e slanciato, per trascinarlo nel dolce baratro dell’estasi. Le sue cosce avrebbero tremato sotto l’effetto dei miei morsi a****li. Il suo ventre avrebbe gioito alle indiscrete ispezioni della mia lingua serpentina. Tremavo ormai dal bisogno di Gianna, che continuava a non arrivare. I miei sguardi sulla porta silenziosa erano ormai l’eterna ripetizione del medesimo fotogramma vuoto, riempito dal mio solo desiderio di lei. Non potei più resistere, mi slacciai i pantaloni e con un sospiro quasi di sollievo infilai la mano dentro le mie mutande.

Le mie dita vennero a contatto con la pelle umida delle labbra sotto la folta peluria. Iniziai a toccarmi per sedare la mia eccitazione, quasi sperando che Gianna arrivasse trovandomi in quella situazione, ideale preludio alle pratiche sessuali più sfrenate. Ma lei non arrivò e io continuai con me stessa. Dopo aver strofinato le dita a lungo mi decisi a farle entrare e uscire velocemente per alcune volte, ma il mio livello di eccitazione era talmente alto che venni nel giro di un paio di minuti.

Ciò che da me avevo ottenuto non mi bastò, così continuai ad infliggermi quel piacere che, se dapprincipio rappresentava un semplice ripiego, ora stava diventando l’unico piacere possibile. Ma dopo il quinto orgasmo tornai a pensare a Gianna. Andai ancora una volta alla finestra a guardare la pioggia. Di lei ancora nessuna traccia. Forse non sarebbe mai arrivata, ma io avrei continuato imperterrita ad aspettarla, desiderando ardentemente il suo corpo, sedando di tanto in tanto il dolore dell’attesa con il piacere della mia mano, sperando che prima o poi Gianna entrasse da quella porta.

11
Eravamo amiche io e Rebecca

Sola e sconsolata sul mio vecchio divano, aspettavo che Rebecca telefonasse. Mi sentivo fortemente angosciata e il mio rendermi conto che l’ansia che provavo aveva sempre meno a che fare con l’amicizia aumentava ulteriormente l’angoscia. Aveva detto che avrebbe telefonato, ma il mio cellulare era ancora immobile e silenzioso sul tavolino vicino a me. Di tanto in tanto lo fissavo sperando che emettesse qualche suono, ma niente.

Improvvisamente sentii suonare il campanello e la mia ossessione per il cellulare mi indusse in un primo momento a credere che fosse questo a squillare. Il campanello suonò una seconda volta, così rendendomene conto mi diressi a malincuore verso la porta, pensando fosse la solita vicina di casa scocciatrice. Aperta la porta mi trovai di fronte Rebecca col viso bagnato di lacrime. Allibita ma felice di vederla, la invitai ad entrare e ad accomodarsi sul divano.

Non appena si sedette scoppiò in lacrime senza dire una parola. “Cosa succede”, chiesi timidamente dopo qualche minuto, appoggiandole una mano sulla spalla. Lei continuando a piangere fece cenno con la mano di non volerne parlare. La mia mano prese a carezzarle la spalla su cui poggiava, poi scese lungo il braccio coperto di calda lana. Rebecca singhiozzava, era come avesse qualcosa da dirmi ma non riuscisse in alcun modo a farlo. “Mi vuoi forse parlare di qualcosa?”, chiesi sottovoce.

“Si”, rispose a stento dopo alcuni secondi. Ero convinta si trattasse dell’ennesimo sfogo in merito al suo lavoro, anche se mi sembrava evidente che stavolta fosse successo qualcosa di più pesante del solito. Lei invece disse qualcos’altro, una cosa che mi fece sentire decisamente bene. “Non so come dirtelo, ma è inutile che continui a tenermi dentro questa cosa, o la va o la spacca”, esordì, mentre io la fissavo in silenzio. “Io… ti amo”, disse con un filo di voce.

Dopo un primo istante di stupore, durante il quale sentii una sorta di brivido lungo la schiena, non potei trattenere una risata di sfogo. La abbracciai continuando a ridere come una pazza mentre lei mi guardava come se effettivamente lo fossi. Infine asciugai le sue lacrime con una mano e le baciai delicatamente le labbra, sotto il suo sguardo instupidito e ormai rasserenato. Abbracciandola sentii il suo corpo abbandonarsi pesantemente sul divano, come se finalmente fosse giunto il momento di un meritato relax.

La invitai a stendersi e mi posai delicatamente sul suo corpo caldo. “Ti amo anch’io”, le sussurrai ad un orecchio. Rebecca chiuse gli occhi e mi strinse a sé sospirando. Fu allora che le baciai il collo e glielo leccai con avida voglia di lei, dei suoi sospiri spaventati, di quella pelle ispiratrice di lussuriosi sogni. La baciai nuovamente sapendo che si trattava solamente del primo di una infinita serie di altri baci, che si sarebbero moltiplicati nel tempo.

I suoi seni caldi e morbidi mi attendevano sotto il maglione di lana. Ne toccai uno facendo sobbalzare Rebecca dall’inaspettato piacere. Infilai la mano sotto la maglia mentre lei rimaneva immobile ad aspettare che io la trascinassi in un flusso di intenso piacere. E questo io feci, allora per la prima volta e in seguito infinite volte.

Racconto d’aprile

Parte I

Le lacrime scendevano copiose lungo le mie guance mentre Lucia mi teneva le mani, stringendole fra le sue.

D’un tratto ne portò una al mio viso bagnato e lo asciugò con un fazzoletto. Rimasi senza fiato quando con l’altra mi sfiorò il seno. La fissai con gli occhi carichi di stupore, quasi a volerle chiedere perché mai avesse aspettato quel momento per mettere le mani su di me, proprio gli ultimi minuti in cui eravamo insieme, prima che mi venissero a prelevare per farmi uscire. Ebbene si, mi trovavo in prigione da una decina d’anni.

Io e Lucia stringemmo amicizia solo qualche anno dopo il mio ingresso. Col tempo diventammo più che amiche, non ci perdevamo mai d’occhio. Finché un giorno iniziai a desiderarla. All’inizio pensai fosse la semplice conseguenza dell’astinenza sessuale, per cui essendo ormai rinchiusa lì da molto tempo mi venisse spontaneo rivolgere il mio interesse ad una persona con cui passavo tanto tempo. Poi mi accorsi che in realtà non si trattava solo di questo. L’interesse verso mio marito, che era fuori ad aspettarmi, diminuì fino a scomparire del tutto, insieme alla mia voglia di uscire da quella dannata prigione.

L’unica cosa che invece aumentava era il mio desiderio per di lei, che un bel giorno scoprii essere reciproco. Ci trovavamo nell’assolato prato della prigione in cui una volta al giorno avevamo un’ora e mezza di libertà. Trovai dei fiorellini azzurri che non avevo mai visto vicino ad un piccolo stagno e li mostrai a Lucia. Lei mi disse che conosceva quel fiore, ma non ne ricordava il nome. E aggiunse che un fiore così grazioso avrebbe potuto portare il mio nome.

Io le chiesi scherzosamente se mi amasse e lei del tutto seria rispose di si. I nostri visi abbandonarono l’espressione di giovialità, per assumere quella dell’istantanea consapevolezza. Da allora parlammo spesso di noi, crogiolandoci tra dolci parole sussurrate e piccole confessioni, ma non ci toccammo mai con un dito. Non so perché, forse il nostro amore era nato tra quelle sgretolate mura, ma aspettava di esprimersi altrove, in un qualche imprecisato luogo lontano. Ora che io stavo per andarmene, lei aveva improvvisamente deciso di toccarmi, sebbene in modo fugace e fortuito, ma quanto bastava per rendere più tormentosa la mia dipartita.

Eppure avevo anche la strana sensazione che mi nascondesse qualcosa. Già da un paio di settimane si comportava in modo diverso dal solito, aveva stretto amicizia con alcune detenute che mai prima di allora aveva considerato. Non le avevo chiesto spiegazioni perché mi sembrava volesse tenere per sé le cose di cui confabulava. In ogni caso, ormai era tardi per parlarne. Paola, la guardia bionda e dalla rosea carnagione, arrivò a prelevarmi. “Avanti cara”, disse sorridendo, “il tuo uomo ti aspetta all’uscita”.

“Chiusi gli occhi e abbassai il capo, mentre le mani bollenti di Lucia si allontanavano da me, lasciandomi in una solitudine peggiore della morte. Sorrisi con ironia, visto che Paola sapeva benissimo che non mi importava niente di mio marito. “Paola, come avrei fatto qui senza di te”, sospirai girandomi a guardarla. “Come avrei fatto io invece senza di te”, replicò con aria molto seria, che

per un attimo mi fece sospettare che anche lei mi amasse.

“Beh, ma ti lascio tutte queste donne”, continuai. “E meno male”, gridò Paola, sarcastica, rivolgendosi al corridoio lungo il quale erano incastonate le varie celle, ottenendo come risposta qualche sberleffo. Mi alzai e andai verso di lei, le baciai una guancia, dicendole: “ti auguro di trovare quella giusta”. Lei sorrise e mi invitò a uscire da quella gabbia, unica vera dimora che oramai conoscessi. Con un piede dentro e uno fuori mi voltai a guardare Lucia un’ultima volta.

“Nontiscordardime”, disse lei sottovoce, stesa sul suo grigio lettino. “Certo che no”, risposi con voce strozzata, “come potrei…”. “Nontiscordardime, è il nome di quei fiori azzurri che abbiamo trovato vicino allo stagno”, sussurrò. “Coraggio”, disse la carceriera, “dobbiamo essere puntuali con l’orario di uscita, non sia mai che la prigione ti abbia sulle spalle un minuto in più del previsto”. Risi, anche se i miei occhi continuavano a lacrimare. “Addio”, dissi voltandomi verso Lucia un’ultima volta.

Ma lei era sparita, probabilmente nel microbagno interno alla cella. Qualche minuto dopo il portone della prigione si spalancò. Il sole era così abbagliante che mi sembrò di aprire gli occhi per la prima volta. Solo in quel momento mi resi conto che era primavera. Vidi Lorenzo, mio marito, di spalle che fumava. Non lo vedevo da almeno due anni, ma quando si girò a guardarmi mi accorsi che non era cambiato affatto. “Ciao Alice”, disse gettando a terra il mozzicone di sigaretta per poi schiacciarlo sotto una scarpa.

Non risposi. “Non sei contenta di vedermi?”, chiese con un sorriso beffardo stampato sulla faccia, “beh, nemmeno io, abbiamo già le carte pronte, basta che firmiamo, se è consensuale non c’è alcun problema”. Ero entrata in prigione sposata e me ne uscivo separata, anche se dovevo ancora firmare. Ma in fondo questo era solo un dettaglio, ero comunque separata da molto più tempo, anzi posso dire che la mia separazione fosse iniziata appena pronunciato il fatidico “si”.

“Non ti preoccupare”, lo rassicurai, “firmerò appena arriveremo, poi andrò nella vecchia casa dei miei e non mi vedrai più”. Non più di un’ora dopo ero già in viaggio verso la casa di campagna in cui ero nata e cresciuta, che non vedevo da almeno quindici anni. Ormai là non c’era più nessuno, ma da quanto mi diceva mia sorella per lettera, doveva essere ancora tutto in buono stato. Il viaggio in treno fu piacevole, ma nello stesso tempo devastante.

Vedendo prati verdi e colline fiorite ripensai a Lucia e al contatto con le sue mani nella nostra gelida cella. Mi immaginai insieme a lei sui prati che mi scorrevano dinnanzi agli occhi, a rotolarci sull’erba come due adolescenti innamorate, a rincorrere farfalle, ridendo per ogni piccola stupidaggine. Chiusi gli occhi e la vidi, stesa sull’erba completamente nuda. Il suo corpo roseo e delicato sembrava il ritratto di una Venere pittorica. Anch’io ero nuda.

Mi avvicinai e stendendomi al suo fianco posai una mano sui seni che abbondavano sul petto bianco. Li sfiorai, come si trattasse di un oggetto prezioso e delicatissimo. Abbassando la testa li baciai, portando ora la mano sui suoi fianchi e infine sui rotondi glutei. Fui violentemente strappata a quella fantasia da uno scossone del treno, che si preparava a fermarsi alla mia stazione. Un’ora dopo mi avvicinavo a piedi alla vecchia casa di famiglia, che

percorrendo una lunga strada sterrata emergeva sulla collina tra i ciliegi in fiore.

Nel vederla lasciai cadere a terra la valigia e scoppiai in lacrime.

Parte II

Avrei voluto che Lucia fosse lì a sostenermi nel mio ritorno alla vita, una vita che, sebbene mi sembrasse quella di un’altra persona, stava lentamente ritornando mia. Arrivata di fronte alla casa ingrigita, mi affrettai ad entrare, visto che stava arrivando un temporale. Gettai la valigia a terra vicino alla porta d’ingresso e ne estrassi un lenzuolo pulito, che portava con sé l’odore della prigione.

Non me la sentii di tornare in quella che era la mia vecchia camera, così mi diressi nella stanza degli ospiti e mi gettai insieme al mio lenzuolo su un impolverato materasso. Dormii per ore e ore, mentre i tuoni scuotevano i muri del rudere che mi ospitava. Subito prima di svegliarmi feci un sogno. Ero nel giardino sul retro della casa e con me c’era Lucia. Sedute a terra ci raccontavamo a vicenda i più intimi pensieri del presente e del passato.

Io le dissi quanto mio marito non avesse più alcun significato per me e quanto invece fossi felice di passare la mia vita con lei. Poi mentre allungavo una mano per toccarla mi svegliai improvvisamente. Era mattina e i raggi del sole entravano violentemente dalla finestra, priva di tende. Spesso, dopo aver sognato qualcosa di intenso, mi succedeva che la sensazione del sogno mi accompagnasse durante la giornata. Fu così anche quel giorno. Sentivo addosso, quasi come una resina appiccicosa, la sensazione che Lucia mi stesse veramente aspettando in giardino.

La prima cosa che feci alzandomi dolorosamente dal letto fu andare a verificare se si trattasse davvero di un sogno, ma in fondo solo per mantenere intatta ancora per un po’ quell’amara illusione. Vidi dunque il giardino. Era incolto e caotico rispetto a una volta, ma in compenso aveva acquisito un fascino selvaggio. I roseti intricati erano ricchi di rose rosse e le farfalle svolazzavano le une attorno alle altre, piroettando in una specie di danza primaverile.

La vita che vedevo risvegliarsi in quel giardino era anche dentro di me, seppur ancora in forma embrionale. Mi distesi sull’erba alta, che mi accolse con i suoi lunghi denti verdi e mi ingoiò completamente. Chiusi gli occhi e cercai di immaginare cosa potesse fare Lucia in quella dannata prigione. Non ci riuscii, ma in compenso ricordai una cosa che mi turbò, esattamente come mi aveva turbato allora. Ero appena uscita dalla doccia insieme alle altre, perché purtroppo per noi ci lavavamo assieme.

La privacy non era certo il piatto forte della prigione, ma se così non fosse stato probabilmente non sarebbe mai accaduto questo fatto. Mentre uscivo dalla doccia, avvolta nel mio asciugamano giallo, incontrai Lucia che, completamente nuda, si apprestava invece ad entrare insieme ad un altro gruppo di detenute. Nel vedermi abbassò lo sguardo al pavimento gelido, come fosse stata sorpresa a rubare. Lucia non aveva certo un corpo come quelli che a volte vedevamo alla tv nella nostra cella.

No, certo che no, lei era molto più bella, più vera. Il suo seno era onestamente pendente, i fianchi molto larghi e le gambe pelose, ma non avrei potuto immaginarla diversamente. Quella era la sua

verità, il suo unico inevitabile essere e a me piaceva così. Ritornai bruscamente al presente. La mia prima giornata nella vecchia casa di famiglia fu lunga e crudele. Verso sera iniziai a chiedermi se sarebbe sempre stato così.

Arrivò il tramonto e dopo una cena noiosa e priva di gusto, pensai di fare ancora due passi, prima che il sole scomparisse del tutto all’orizzonte. Camminando arrivai ad un fossato, dal quale saltarono fuori due anatre che volarono via, facendomi spaventare a morte. Trassi un sospiro, abbassai lo sguardo e li vidi: ai miei piedi c’era una distesa di nontiscordardime. Mi inginocchiai e con le lacrime agli occhi ne strappai uno. Sentendo un fruscio nell’erba alle mie spalle, immaginai che lei fosse lì e mi dicesse “hai trovato i nostri fiori?”.

Invece dietro di me, e non per effetto dell’immaginazione, udii la sua voce dire “che ci fai inginocchiata per terra?”. Mi voltai di shitto e la vidi. Era lì sporca e infangata che mi guardava con un sorriso beffardo sulla faccia. Per qualche frazione di secondo non capii se si trattasse di un sogno o del mio cervello che dava i numeri, poi invece mi resi conto che era davvero lì. “Beh che accoglienza”, mi disse, visto che ero pietrificata e non riuscivo a dire una parola.

“Ma, che scherzo è?”, riuscii a biascicare. “Ma quale scherzo”, rise Lucia, “non ti sei proprio accorta di niente allora”. “Di cosa?”, chiesi, allibita. “Che ultimamente stavo organizzando la mia fuga per poter stare con te!”, esclamò, scoppiando a ridere. Mi alzai e iniziò a girarmi la testa, ma invece di svenire piroettai verso Lucia, lasciandomi infine cadere fra le sue braccia. Mi aiutò a stendermi sull’erba, tra le farfalle che svolazzavano. Si chinò su di me e mi baciò, sfiorandomi delicatamente.

Io ripresi alla svelta coscienza di me e di ciò che mi circondava. Allungai allora le braccia e posai le mani sui suoi seni, carezzandoli. Lucia si stese sull’erba al mio fianco e si rotolò con me fino al fossato dove c’erano i nontiscordardime. Mi fece spogliare di tutto, vestiti e inibizioni, poi se ne rimase immobile, seduta a gambe incrociate, ad ammirarmi, come per vendicarsi di quando io l’avevo vista nuda senza che lei potesse fare lo stesso con me.

Stesa di nuovo al mio fianco, mi baciò il collo con labbra umide e morbide. Rabbrividii di fronte alla sensazione di appagante piacere che provavo, da tanto tempo bramata e per la quale ero ormai rassegnata. In estasi com’ero ad occhi chiusi sotto i salici, non mi accorsi che anche Lucia si era spogliata. Sentii, improvviso e caldo, il suo corpo avvolgermi e tutte le sue molli rotondità premere contro la mia pelle inumidita dall’erba.

Le mie membra si abbandonarono completamente a quelle sensazioni. Restammo sul tappeto erboso d’aprile ad accarezzarci, mentre qualche rana appena risvegliata dal tepore primaverile gracidava con scarsa convinzione. “Non avrei più potuto stare senza di te”, sussurrò Lucia, cullandomi tra le sue braccia. Io chiusi gli occhi, sorrisi ma non dissi nulla. Non sapevo se saremmo rimaste lì o fuggite in qualche luogo sperduto per non farci trovare, Lucia evasa e io oramai sua complice.

Sapevo solo che dietro le sbarre della prigione avevamo trovato la nostra libertà e che ora non avrei permesso a niente e a nessuno di portarcela via.

12

La confessione di Amelia

“Ebbene si, l’ho fatto”, ammise Amelia con lo sguardo rivolto al pavimento. “Avevo appena finito di lavorare e mi stavo dirigendo a casa. Ovviamente a piedi come al solito. Ad un certo punto mi sono sentita afferrare una spalla e mi sono spaventata.

Era Rosa”. “Ah si? E quindi?”, chiese la donna che la interrogava. “E quindi niente, mi sono girata e le ho detto di lasciarmi perdere, che non avevo niente da dirle e volevo solamente tornarmene a casa perché ero stanca”, disse con la voce rotta dal pianto. “Continua”, la invitò l’altra. “Allora”, riprese Amelia, “appena le ho detto che non volevo più avere a che fare con lei mi ha dato uno schiaffo. Appena ho sentito la mia guancia surriscaldarsi per effetto del suo ceffone ho sentito anche un’altra cosa”.

“Sarebbe?”, chiese la donna indagatrice con un sorriso a metà tra il sadico e il dolce. “Ho sentito un pizzicorino allo stomaco… e a quel punto ero perduta. Cioè intendo dire che mi stavo eccitando”, continuò sentendosi un po’ in imbarazzo. “Bene”, fu tutto ciò che aggiunse l’indagatrice. “A quel punto”, riprese Amelia, “quando lei si è avvicinata per baciarmi non ho resistito. È stato un bacio violento, mi ha sconvolta… piacevolmente intendo. Subito dopo mi ha afferrata per un polso.

Sentendo la sua mano farmi male intorno al polso… ho iniziato ad ansimare. Ormai ero troppo eccitata, volevo a tutti i costi che mi portasse a casa sua, ma non osavo chiederglielo”. “E lei che ha fatto quindi?”, chiese incuriosita l’ascoltatrice. “Mi ha trascinata per il polso fino a casa sua, che era lì vicino. Non ha mai detto una parola. Una volta in casa mi ha sbattuta sul divano e mi ha dato un altro schiaffo.

A quel punto ero sua, la mia volontà era praticamente inesistente”. “Come al solito”, rispose l’interlocutrice con un velo di amarezza. “Mi spiace”, sussurrò Amelia, “comunque è andata così. Oramai mi era addosso e io speravo soltanto che mi strappasse i vestiti, cosa che ovviamente lei ha fatto di lì a poco. E senza vestiti ha iniziato a strapazzarmi su quel divano freddo e spoglio. Era violenta, ma a me non bastava, volevo facesse di più”.

“Amelia”, si intromise l’indagatrice, “com’è possibile tutto questo? Pensavo fosse cambiato qualcosa ormai”. “Certo, lo pensavo anch’io, purtroppo però ormai è andata così. Volevo che continuasse a schiaffeggiarmi, a un certo punto le ho persino chiesto di darmi un pugno”. “E lei che ha fatto?”, chiese l’altra. “Lei me l’ha dato, sembrava proprio disposta a soddisfarmi in tutto e per tutto, non ha avuto alcuna difficoltà a darmi un pugno. Comunque è andata così.

Io ero nuda sul divano e lei mi rigirava tra le sue mani. A un certo punto… mi ha messo le mani sui seni e li ha stretti, poi mi ha infilato due dita…”, si interruppe. “Non si preoccupi Amelia, non deve dirmi proprio tutto. “Forse sarebbe meglio”, dissentì Amelia, “mi ha infilato due dita nella vagina in modo molto violento. Ho provato dolore e volevo continuare a provarlo. So che non avrei dovuto, ma quel misto di piacere e dolore mi faceva impazzire… beh lo sa anche lei”.

“Si, lo so”, ammise l’interlocutrice. “In ogni caso”, continuò Amelia, “mi ha penetrata con le dita velocemente e crudelmente. E io godevo. Per un attimo ho anche pensato a lei”, disse con la voce che si spezzava una seconda volta. “Non capisco, a lei… intende Rosa?”. “No, intendevo lei”, rispose

indicando l’interlocutrice, “nel senso che pensavo ai nostri discorsi e ai suoi consigli”. “Giusto, quindi com’è andata a finire la cosa?”, volle sapere l’altra.

“Che mi sono sentita travolgere dal piacere, ormai non esisteva più il dolore, anzi… anche il dolore era piacere, il piacere nel vedere Rosa trattarmi in quel modo, così violento, autoritario. Mi vengono ancora i brividi a pensarci. Dottoressa, che devo fare, questa volta mi è andata bene, ma quella prima mi sono dovuta tenere i lividi per due mesi?”. “Eh, continueremo a lavorarci, non si preoccupi. È comunque importante che lei riesca ad essere così sincera come stavolta, vedrà che alla prossima occasione andrà già meglio”, spiegò la donna impassibile.

“Sa, a me piace farmi trattare così”, si lamentò Amelia. L’altra alzò lo sguardo su di lei e con un sorriso malizioso disse “beh, non pensi di essere l’unica”.

13
La rinuncia

Ciò che forse nella vita non riescono ad insegnarci è ad avere cura di se stessi, cosa che dovrebbe riuscirci spontanea, ma non è così. Ci penserà la vita con i suoi pugni in faccia a insegnarti che se non ti prendi cura di te stessa, nessuno lo farà per te.

Capitolo 1: Idillio (Si fa per dire)

Un tempo amavo perdutamente una donna che si chiamava Lara. Non so perché mi sia tornata in mente questa vecchia storia che all’epoca mi aveva procurato tanto dolore. Io ero una studentessa un po’ avanti negli anni, fuori corso da un pezzo e non riuscivo a venirne fuori. Vivevo con altre due studentesse, anche loro lesbiche, sebbene molto più giovani di me. All’epoca mi sentivo spesso frustrata e amareggiata perché l’università procedeva a tentoni, mi barcamenavo tra un lavoretto e l’altro per mantenermi e le poche storie sentimentali che intraprendevo finivano quasi sempre sul nascere.

Insomma, un bel quadretto allegro e promettente. Ero solita naturalmente frequentare le chat per sole donne per coltivare di tanto in tanto l’illusione che nella mia vita vi fosse anche un lato sentimentale. Era in chat che avevo il primo approccio con quelle che sarebbero diventate in un secondo momento le mie mancate storie e fu lì che incontrai anche Lara, l’unica che fece la differenza dentro di me e di conseguenza la sola che mi lasciò in uno stato di devastazione senza precedenti nel momento in cui la cosa finì.

Ci vedemmo la prima volta in un banalissimo bar della città in cui studiavo. Lei era vestita come una ragazzina, nonostante avesse più di quarant’anni, ed esibiva un sorriso candido e sicuro di sé. La mia cupezza rimase abbagliata da tanta solarità e si eclissò, lasciando il posto alla ragazza propositiva che era in me, di cui io non sospettavo quasi l’esistenza. Sedute al tavolo del bar ci raccontammo le solite storielle che ci si racconta in quelle circostanze, poi dopo cinque minuti lei mi disse che mi trovava carina.

Sprofondai nell’imbarazzo, ma contemporaneamente, percepii un certo piacere nel sentirmi fare quel complimento, insieme alla speranza che ne arrivassero altri. Parlammo per un’oretta del più e del meno, infine lei mi disse che doveva andare, così ci salutammo baciandoci sulle guance. Ci scrivemmo via sms per alcuni giorni, sms coi quali Lara si divertiva di tanto in tanto a provocarmi, inserendo tra le righe fugaci ma mirate allusioni sessuali. Poco dopo decidemmo di vederci di nuovo, stavolta di sera, e ci trovammo in un minuscolo bar gay, frequentato prevalentemente da donne.

Qui parlammo ancora e ancora, ma dal suo sguardo sembrava che Lara fosse interessata ad altro, cosa che trovava in me terreno fertile, da quanto ero in astinenza. Alle 11, nonostante mi fossi divertita, dissi che dovevo andare a casa perché il giorno dopo avevo l’ultima lezione di un corso che seguivo all’università. Lara si offrì di accompagnarmi e io accettai, nonostante mi tremassero le gambe per la paura che fra noi potesse già accadere qualcosa.

Ho sempre cercato di andare per gradi in queste cose, ma avevo sempre avuto difficoltà perché le ragazze che frequentavo il più delle volte volevano tutto e subito, il che mi spingeva ad assecondarle per paura di perdere un’occasione. Cosa non si fa per mancanza di sicurezza in se stesse! Naturalmente le mie frequentazioni scomparivano subito dopo aver ottenuto quel breve e poco intenso rapporto sessuale. In ogni caso, avevo l’impressione che Lara fosse invece molto interessata a me e lasciandomi trasportare da quell’impressione le chiesi se volesse salire.

Fu così che consumammo il nostro primo rapporto sessuale alla seconda uscita. Non fu nemmeno male devo dire, solo che il mattino seguente a lezione ebbi serie difficoltà a stare attenta. Frustrata e paranoica non riuscivo a liberarmi dell’idea che non ci saremmo più viste, esattamente come succedeva di solito. Ma intorno a mezzogiorno Lara ricomparve con uno dei suoi soliti messaggi, facendomi capire che nulla era cambiato rispetto a prima che facessimo l’amore.

Questo per me fu più che sufficiente per lasciarmi andare, avevo avuto la prova del suo interesse per me, ora tutto sarebbe andato bene automaticamente.
Ci sono delle volte in cui è come se la vita cercasse di insegnarti qualcosa, quasi volesse dirti “hey, svegliati, non vedi come stanno realmente le cose?”. “Nossignora, non lo vedo come stiano realmente le cose altrimenti limiterei le cazzate che faccio”, sarebbe la risposta adatta.

Capitolo 2: Sconfitta (Ma dipende dai punti di vista)

Racconti lesbo, La rinuncia, di LadyluDopo un paio di mesi di frequentazione accadde la cosa che mai mi sarei aspettata.

Stavamo andando a pranzo assieme, ero persino andata a prenderla all’uscita dell’ufficio ed ero al settimo cielo per questo. Ridevamo come due ragazzine sedute al tavolo del bar, non mi ero mai sentita così legata a qualcuno. D’improvviso un uomo sulla cinquantina si avvicinò al nostro tavolo e rivolto a Lara disse: “ciao, come mai da queste parti?”. Lei si voltò e si soffermò a guardarlo per qualche istante, mentre il sorriso sulla sua faccia non cambiava di una virgola.

“Ciao, non lo vedi? Sto pranzando con una collega”, rispose prontamente, mentre nella mia testa si mescolavano svariate sensazioni sgradevoli. “Bene, ci vediamo più tardi a casa, buon pranzo”, rispose lui, voltando le spalle e allontanandosi. Io rimasi agghiacciata, mi sembrò per un attimo che lì, seduto a quel tavolo, ci fosse solamente il mio corpo, ma non io nella mia interezza. Mordendo nuovamente il suo panino Lara mi disse che si trattava di suo marito e, quasi come fosse una cosa normale, aggiunse che non me ne aveva parlato perché era seriamente interessata a me e non voleva rovinare tutto.

Cosa non si fa quando si è presi a tal punto da qualcuno e l’autostima continua a scarseggiare! Ebbene si, io ci passai sopra, anzi arrivai a sentirmi vicina a lei, a comprendere le sue problematiche, obliando completamente le mie. E quali furono le conseguenze di tutto questo? Che la nostra frequentazione continuò per un anno e mezzo, tra una gastrite e uno svenimento da parte mia, con tanto di “Chissà che cosa mi succede? Eppure le analisi del sangue dicono che è tutto regolare!”.

“Non sai vivere, cara mia”, continuava a rispondermi la vita, mettendomi continuamente di fronte ad evidenze che i miei occhi rifiutavano di vedere. Un anno e mezzo di evidenze: lei che la sera, dopo aver visto me, tornava a casa da suo marito, lei che passava il giorno del suo compleanno con il marito e la famiglia per poi incontrare me a fine serata a bere qualcosa in uno squallido bar, lei che quando incontravamo qualcuno che conosceva per strada continuava a dire che eravamo colleghe, lei, sempre lei! La vita mi diede l’ennesima lezione quando un giorno io e Lara ci incontrammo in uno dei soliti bar.

Aveva il suo solito sorriso e io uno dei miei consueti mal di stomaco. Iniziò a dirmi che nella vita c’era una cosa che bramava più di ogni altra e che fino a quel momento non era ancora riuscita ad ottenere. Le chiesi di che si trattasse e lei rispose che era incinta. Lì vigliaccamente mi sentii leggermente sollevata, perché una cosa del genere faceva sì che non dovessi essere io a prendermi la briga di interrompere quella relazione, era come se la vita avesse deciso per me, ma si trattava di un’illusione.

Immediatamente infatti, la vita mi lanciò l’ultima sfida per vedere se stavolta l’avrei còlta. Lara disse che nulla sarebbe cambiato, che voleva ancora vedermi, amarmi, fare l’amore con me, pur rimanendo con suo marito a crescere il bambino. E fu lì che finalmente mi si aprirono gli occhi, realizzando che avevo di fronte a me una persona priva di qualunque forma di criterio e che io finora, esponendomi a quell’elevata quantità di mancata autostima, avevo dimostrato di essere priva della stessa cosa.

Quindi la vita era tornata a dirmi ancora una volta che dovevo essere io a decidere e io scelsi di concludere lì. La guardai per l’ultima volta negli occhi, chiedendomi amaramente se fosse minimamente cosciente di sé e di ciò che faceva, dopo di che mi alzai e la salutai per sempre, senza versare nemmeno una lacrima. I mesi successivi furono molto duri per me, Lara mi mancava, insieme ai suoi baci e alle sue parole dolci e purtroppo non riuscii a pensare a quanto invece stessi male mentre ci frequentavamo, in primo piano c’era solo il senso di vuoto.

Ma fortunatamente quel periodo passò, io riuscii a concentrarmi sull’università e iniziai a fare il conto alla rovescia verso la laurea. Presi ad autostimolarmi, somministrandomi piccole sfide, piccoli obiettivi. Dopo la laurea mi trasferii e non tornai più nella città in cui studiavo. Ripensando oggi a quel periodo non riesco a non provare una profonda tristezza, accompagnata però alla solidarietà verso me stessa per com’ero allora. Oggi la mia vita è completamente diversa e non somiglia più neanche lontanamente a quella, che stento quasi a riconoscere.

14
Proibita visione

Annoiata e sfinita dai rumori del traffico provenienti dalla finestra spalancata, mi alzai dal divano, decisa a trovare qualcosa da fare in quella soffocante giornata estiva. Gironzolai per alcuni secondi al centro della stanza, facendomi venire se possibile ancora più caldo, ma non mi venne in mente niente da fare. Essere a casa quel giorno avrebbe dovuto darmi uno slancio attivo verso le cose cui non riuscivo mai a dedicarmi a causa del lavoro, invece niente, il caldo sembrava bloccarmi in una trappola di noia e insofferenza.

D’un tratto un pensiero inaspettato e singolare mi attraversò la mente: chissà se la mia coinquilina era a casa! Difficile a dirsi, essendo Amanda la ragazza più silenziosa del mondo! Mi venne la strana idea di guardare dal buco della serratura della porta che divideva le nostre camere da letto. Cercando di inquadrare per bene ciò che vedevo, mi grattai vicino all’inguine a causa della lieve irritazione che il sudore iniziava a procurarmi. Vidi distintamente Amanda seduta sul letto con i gomiti appoggiati alle ginocchia, corrucciata in un’espressione che sembrava più annoiata della mia.

La mia bocca si allargò in un sorriso, insieme al pensiero di bussare immediatamente alla porta per chiedere alla coinquilina di fare qualcosa insieme. Ma proprio in quell’istante la porta alle spalle di Amanda si aprì. Entrò una ragazza bruna, molto ma molto bella, cui la mia coinquilina saltò praticamente addosso. Davanti al mio sguardo attonito, le due ragazze si gettarono sul letto l’una sull’altra, in un impeto di passione come raramente mi era capitato di vedere.

Senza che me ne rendessi conto, la mia mano raggiunse l’inguine e si strusciò più in basso, raggiungendo le labbra. La visione delle due ragazze, ora completamente nude, stava procurando in me un’eccitazione senza precedenti, scacciando decisamente via la noia. Strusciando le dita dolcemente tra le mie labbra umide, rimasi in ginocchio a guardare le due avvinghiate sulle lenzuola. I loro corpi in movimento sembravano una specie di miracolo della natura, i loro sospiri e il crescente ansimare suonava come il respiro della vita, che si manifesta nell’amore.

Non coglievo i particolari di quanto facevano, nascondendo la schiena di Amanda gran parte della scena, ma assistere a quel gioco tutto al femminile mi fece rinascere, mentre il mio corpo, sempre più sudato, godeva dell’intensa visione percepita dagli occhi. I gemiti e i sospiri di Amanda e la sua amica raggiunsero l’apice, mentre giungeva caldo e sudato il mio orgasmo, che con incredibile simultaneità si aggiunse a quello delle altre due. Accasciatami poi a terra mi resi conto che, nonostante fossi ora decisamente più sudata, mi sentivo anche rinfreshita e mi preparai per andare in doccia, custodendo gelosamente in me il segreto di quella visione proibita, che con un po’ di fortuna avrebbe potuto ripetersi nel corso di quell’estate.

15
Alina
Parte I
Alina lavorava in un bar poco fuori del centro, uno di quei locali di campagna che sembrano dimenticati da Dio, ma che in realtà, una volta che ci sei entrata, scopri essere grandemente frequentati. Una collina verdeggiava a qualche centinaio di metri dal bar, rendendo oscura l’atmosfera, quando la sera il sole scompariva precocemente dietro la gobba verdeggiante. Qualcosa di magico risiedeva tra le fronde degli alberi che si agitavano di fronte al bar di Alina, mentre il vento soffiava impetuoso e le nubi sembravano correre alla velocità della luce.

“Come sei bella”, pensai fra me e me incantata, la prima volta in cui vidi Alina e la sorpresi a ridere timidamente sotto gli sguardi maliziosi di certi clienti. Quei suoi occhi azzurri erano gelide perle preziose. La pelle lattea e i capelli biondi la facevano sembrare una specie di divinità lunare. “Sei così bella che per te potrei anche fare una follia”, avevo pensato. Ma le due volte successive in cui tornai a bermi una birra al bar, appositamente per vedere lei, non mi riuscì ancora di fare alcuna follia.

Nell’avvicinarmi al banco per sondare il terreno ero rimasta terrorizzata da quello sguardo glaciale e bollente al tempo stesso, che sembrava volermi stringere in una morsa di ghiaccio e fuoco. Così avevo desistito e confinato Alina nelle zone più ombrose e intime della mia immaginazione. Ma un venerdì sera, dopo una giornata lavorativa decisamente poco gradevole, durante la quale stavo per mettere le mani al collo al mio capo, mi recai al bar e mi sentii rinascere nel vedere Alina sorridere alla cameriera che per pochi spiccioli le dava di tanto in tanto una mano.

“Una birra?”, chiese Alina quando vide che mi trascinavo al banco. “No, ti ringrazio”, sorrisi, “stavolta ho bisogno di qualcosa di diverso, dammi una vodka”.
“Ah, ottima scelta, ho una vodka che mi ha inviato mia madre”, esclamò col suo accento russo.
“Bene, mi piace”, sorrisi, sentendomi già ebbra prima di iniziare a bere, “viene dalla Russia quindi?”.
“Eh, si”, sospirò lei in un modo che sembrava nascondere una grigia malinconia. Alina mi porse un bicchierino di vodka secca e tornò a maneggiare bicchieri e bottiglie, mentre il suo sorriso si spegneva lasciando il posto ad un’espressione di triste amarezza.

Nel vederla così incupita ebbi l’impulso di correre dietro il banco per stringerla a me. Quel pensiero, unito al primo sorso di vodka, mi fece sentire un calore interno che mi diede una specie di stimolo a reagire. “Ti manca il tuo paese?”, chiesi.
Lanciandomi uno sguardo fugace, Alina sorrise, ma non rispose, come volesse sorvolare. Fissandola mentre andava a servire ad un tavolo, mi accorsi che fingere non era l’attività che le riuscisse meglio. Aveva gli occhi lucidi e sembrava che i muscoli del suo viso si sforzassero faticosamente per non piegarsi in un’espressione disperata.

Abbassai lo sguardo al banco, ingobbendomi sul mio bicchierino e afferratolo trangugiai tutta d’un fiato quella vodka secca, che mi pugnalò lo stomaco. Dopo qualche secondo mi sentii più leggera, quasi svolazzante sul soffitto di legno del locale, anziché seduta sullo sgabello.
“Senti, me ne daresti un altro?”, chiesi ad Alina, non appena ricomparve sul retro del banco.
“Certo”, sorrise lei, con aria leggermente risollevata, “però non posso darti la stessa vodka di prima, quella era solo un assaggio per una cliente speciale, ti do un’altra vodka”.

Quelle parole mi lasciarono di stucco. Perché io ero una cliente speciale, forse perché sembravo solidale con lei? Forse perché le piacevo? La mia confusione si riversò anche all’esterno e mi fece dire una cosa che mai avrei pensato di poter dire.

Parte II

“Sei molto bella, mi piacerebbe farti un po’ di compagnia qualche volta”, dissi tutto d’un fiato.
Senza scomporsi minimamente, Alina prese un altro bicchierino, lo posò sul banco con forza e dopo aver versato altra vodka russa sia a sé che a me, lo sollevò in aria.

“Salute”, disse guardandomi negli occhi.
“Salute”, risposi io facendo lo stesso.
Bevemmo tutto d’un fiato il bruciante liquido e posammo il bicchiere sul banco. Durante la successiva mezzora, mentre cercavo di ritornare coi piedi per terra in modo da riuscire ad andarmene a casa, guardai Alina muoversi fra i tavoli di legno nerastro del bar. Il modo in cui riusciva a scivolare tra gli angusti spazi del locale muovendo i fianchi come una danzatrice del ventre, la faceva sembrare un’artista del ballo succube di uno scherzo di cattivo gusto.

Dopo un altro quarto d’ora di rintronamento, decisi di provare a trascinarmi verso casa, che fortunatamente non era lontano dalla zona. Mi sembrava che tutte le persone del bar fossero dentro la mia testa, insieme al loro confuso vociare. Mi voltai lentamente da tutte le parti per vedere Alina, in modo da poterla salutare, ma in quel momento sembrava scomparsa. Senza aspettare oltre, onde evitare di impazzire, agguantai la giacca e corsi verso l’uscita.

Un secondo dopo mi ritrovai lunga e distesa per terra, inciampata su una manica della mia stessa giacca che mi stava scivolando da sotto il braccio. Nell’ubriachezza del momento mi resi conto di aver battuto forte un ginocchio, ma l’alcool attutì il dolore. Sentii una mano che dolcemente si posava sulle mie spalle. “Tutto bene?”, chiese con un filo di preoccupazione la voce di Alina.
Ancora stesa a terra alzai lo sguardo al soffitto e vidi i suoi dolcissimi occhi impegnati in un’espressione vagamente contrita.

“Si si, ti ringrazio”, risposi alzandomi più velocemente che potevo.
“Aspetta…”, sentii ancora pronunciare dalla sua voce, mentre mi scaraventavo fuori. L’aria gelida di dicembre mi riportò immediatamente alla dura realtà delle cose.

Facevo un lavoro che mi faceva schifo, tanto quanto mi faceva schifo il mio capo, non avevo una storia da due anni e le poche donne con cui ero uscita negli ultimi tempi mi avevano fatto sperare che la serata finisse il prima possibile.

Lanciai uno sguardo a sud, dove la collina veniva rischiarata dalla gelida luce lunare. Alcune nubi arrivavano da est, proprio come Alina, probabilmente erano cariche di neve. Di lì a poco io sarei stata sola sotto le mie coperte ad aspettare che mi passasse la sbronza, indifferente a quel candore che da piccola mi faceva impazzire di gioia. Non so come, arrivai a casa.
La sera seguente ripensai alla pessima figura che avevo fatto al bar.

Non mi importava tanto dei clienti, quanto di Alina e del fatto di averla messa in imbarazzo. Dopo aver letto un ebook erotico per nutrire solo virtualmente le mie esigenze sessuali, decisi di aspettare l’orario di chiusura del bar per andare lì a scusarmi. Indossato il cappotto a chiodo marrone e le scarpe più calde che avevo, mi avviai a piedi lungo il marciapiede. Il freddo era più pungente e le nuvole ricoprivano il cielo come una cappa opprimente.

Circa dieci minuti dopo mi trovavo già a pochi passi dal locale. Vidi gli ultimi clienti barcollanti uscire, mentre Alina si affrettava a seguirli in direzione dell’ingresso in modo da chiudere non appena avessero messo piede fuori. Feci una corsa per riuscire a beccarla prima che chiudesse, ma quando mi trovai alla porta lei dietro il vetro mi dava già le spalle. Così bussai delicatamente, facendola sobbalzare. Nel rendersi conto che ero io, i suoi occhi azzurri si distesero in un sorriso.

“Ciao, che ci fai qui a quest’ora? Il bar è chiuso…”, disse aprendomi la porta. “Scusa, lo so”, risposi, “volevo parlarti un attimo?”.

Parte III

Con la sua solita gentilezza Alina mi invitò ad entrare dentro il locale spoglio. Il calore dell’ambiente, accompagnato da un lieve profumo di fritto, era decisamente invitante.
“Volevo… scusarmi con te per ieri sera…”, sussurrai mentre mi accompagnava al banco.
“Per cosa?”, chiese smarrita, “siediti pure”.

“Per la scenetta che ho fatto…”, spiegai, “sono caduta per terra e… non ero un bello spettacolo per il locale”.
Inaspettatamente Alina si mise a ridere di gusto a quelle mie parole. “Scusa”, esclamò col suo accento russo, “non rido per te. Ci sono tanti uomini che entrano ed escono dal bar e sono tanto più ubriachi di te e anche violenti certe volte. Per questo rido, è strano che tu ti scusi”.
Le sue gote erano diventate da bianche come la neve a rosa pesca.

Incantata dalla sua dolcezza, non potei fare a meno di avvicinarmi al suo viso per baciarla. Fu un bacio labbra su labbra, senza particolare ardore, privo della bramosia del sesso. Ma si trattò comunque di un bacio pieno di calore e, oserei dire, di amore. Un istante dopo Alina

ebbe un mezzo mancamento, piegò le ginocchia e appoggiò una mano al bancone. “Hey, tutto bene?”, chiesi tenendola per i fianchi.
“Si”, sospirò, “sono solo molto stanca”.

Il cuore mi saltò in gola per l’emozione quando subito dopo appoggiò una guancia sulla mia spalla. Allungai le braccia attorno al suo corpo caldo e la strinsi a me. Quell’abbraccio caldo e coccolante durò qualche minuto, ma avrei preferito che non finisse mai.
Senza proferire parola Alina si staccò delicatamente da me, mi prese per mano per poi condurmi alla scricchiolante scala di legno nascosta subito dietro il bar. Strada facendo spense le luci, facendoci piombare in un buio quasi totale.

Camminando piano, strette l’una all’altra, salimmo le scale. Giunte al piano di sopra Alina si staccò da me per accendere la luce. Ecco che un’abat-jour rosso fuoco illuminò l’ambiente, scaldando l’atmosfera di quella che a tutti gli effetti sembrava una mansarda. Ci trovavamo esattamente sotto il tetto. Tutto era in legno, le pareti come le doghe del letto e i braccioli di un minuscolo divano, accampato di fianco ad un tavolino con un cesto di frutta.

In quell’istante mi resi conto che quella era la casa di Alina.
“Ma… tu vivi qui?”, chiesi, un po’ intimorita all’idea di essere troppo indiscreta. “Si, ti piace?”, rise lei.
“Beh… si, è molto intima”, risposi ridendo a mia volta.
Alina si sedette sul letto e allungò un braccio verso di me perché la raggiungessi. Obbedii e mi accomodai al suo fianco. Non potei resistere al suo azzurro sguardo così la baciai subito di nuovo.

Lentamente ma inesorabilmente il nostro bacio divenne caldo ed eccitato. Ci stendemmo una di fianco all’altra e ci spogliammo, un pezzetto alla volta, scoprendoci ed apprezzandoci con calma. Il suo pallido corpo nudo con la pelle d’oca sembrava fatto apposta per essere idolatrato. La invitai ad infilarci sotto le coperte, dove saremmo potute stare più al caldo. Lì, avvinghiate l’una sull’altra, ci lasciammo trasportare dal desiderio e dal piacere che le nostre reciproche carezze ci portavano.

Dopo un paio d’ore di dolcezza e piaceri ci abbandonammo sfinite alla stanchezza. Alina lanciò uno sguardo alla finestra e vide che nevicava. “Hey, sta nevicando”, disse, “non ci siamo accorte, chissà da quanto nevica”. Mi misi a sedere e guardai la neve scendere copiosa e danzante, sopra i pini del bosco che nasceva poco oltre la finestra. In quel momento mi sentii di nuovo eccitata e felice al pensiero della neve, esattamente come quando ero piccola. “Io ho provato sai… con un uomo voglio dire”, sospirò Alina in quel momento.

“Mi stavo anche per sposare una volta”, continuò incupendosi, “ma… non c’era niente da fare, non mi piaceva, poi…”.
“Poi?”, chiesi io, pendendo dalle sue labbra. “Niente…”, concluse lei, “ti piace la neve?”.
“Prima di venire qui da te questa sera ti avrei detto che non me ne importava niente”, spiegai, “ora mi sembra la cosa più bella che abbia mai visto”.
Alina sorrise e non aggiunse altro. Ci stendemmo sotto le coperte insieme e ci addormentammo, chiedendoci forse cosa sarebbe stato il futuro.

Chissà, magari ora che ci eravamo incontrate alcune cose nelle nostre vite sarebbero cambiate.

16
La storia di Dafne

Dafne è un imprenditrice di successo di una grossa azienda romana che opera nell’ambito della logistica, un settore in cui la gran parte degli occupati sono uomini, quindi si trova ad essere avere come sottoposti tutti componenti del cosiddetto sesso forte.
Fisicamente è di altezza media, capelli castani, una terza di seno abbondante, un sederino che come si dice con frase fatta parla da solo.

Arriva sempre in ufficio vestita in un modo talmente appariscente da mettere in evidenza le forme del suo seno e del suo sederino e indossando scarpe di marca con i tacchi per mettere ulteriormente in soggezione gli uomini che sono sotto le sue dipendenze.
Profumo di Dafne a casa e con gli amici è inveceuna donna dolce e romantica anche se il rapporto con il marito è ormai deteriorato per via dell’incapacità di questi di soddisfarla sessualmente, infatti a letto ritorna la Profumo di Dafne che si manifesta in azienda è una dominante e questo intimidisce il marito che certo non è un cuor di leone e che spesso ha erezioni brevi e insoddisfacenti.

Dopo qualche anno di questo manage familiare insoddisfacente le capita per puro caso di visitare per caso un blog di una nota mistress che racconta di come è giunta a capire la sua natura dominante, di quali siano le attività che impone ai suoi schiavi, di come li punisce e umilia. Profumo di Dafne è allo stesso tempo spaventata ed eccitata perchè capisce che la sua natura è davvero molto simile a quella di questa mistress e le scrive facendole delle domande.

La mistress in questione capisce subito dal modo di esprimersi che la persona con cui sta parlando ha una natura dominante, ma ha paura ed esplicarla e la invita nel suo locale per il sabato sera dicendole che la cosa è senza impegno, che non pagherà nulla, ma la vuole conoscere perchè la sua personalità la affascina.
Il sabato accampando alla famiglia inesistenti impegni di lavoro Profumo di Dafne si presenta nel locale della mistress, la quale la saluta e le dice che dallo scambio epistolare ha capito che la sua natura è uguale a quella di Profumo di Dafne, ma non le vuole forzare la mano e le chiede di assistere, solo.

Le scene alle quali assiste la sconvolgono, ma allo stesso tempo la eccitano non aveva mai pensato che degli uomini avessero potuto farsi fare certe cose da una donna: frustare, torturare i capezzoli, farsi colare cera bollente. Le scene a cui assiste la sconvolgono profondamente, così come la eccitano molto. La mistress che si chiama Anna capisce che basta poco a Profumo di Dafne per fare il grande salto e le dice che la aspetta l’indomani per far provare Profumo di Dafne questa esperienza, ma lei risponde che non sa se verrà perchè la cosa l’ha eccitata, ma allo stesso tempo spaventata, ma Anna le risponde dicendole sono sicura che verrai.

Profumo di Dafne riflettè tutta la notte su quello che aveva visto e su come la aveva eccitata il vedere degli uomini umiliati, puniti, derisi da mistress Anna e la prospettiva di diventare anche lei una mistress la eccitava e gli piaceva un sacco, anche se si vergognava molto dei suoi pensieri e delle sue azioni, ma alla fine il poco godimento sessuale che ricavava dal matrimonio e l’eccitazione che in tutti questi anni aveva accumulato la indusse ad accettare la proposta di mistress Anna e quindi si sarebbe presentata l’indomani nel locale.

Profumo di Dafne in poco tempo diventò una perfetta mistress che si alternava tra il locale di mistress Anna dove con un psedudonimo e una mascherina dava degli spettacoli in cui dominava umiliava, puniva alcuni degli eccitati astanti, a un bilocale della periferia dove riceveva alcuni degli schiavi conosciuti nel locale.
Alcuni di questi diventarono nel corso del tempo degli schiavi a sua disposizione ventiquattro ore su ventiquattro sette giorni su sette, ormai era diventata una mistress di successo e c’era la corsa da parte degli uomini più influenti di Roma a diventare suoi schiavi.

Questi dovevano non solo accettare le cose più turpi durante la sessione, ma dato il carattere sofisticato di Profumo di Dafne cosa che si rifletteva anche nel suo modo di essere mistress dovevano accettare qualsiasi cosa nella vita privata.
Spesso questi uomini quando non erano in compagnia della loro dea o mistress erano sottoposti con una cb6000 una cintura di castità che consente la pipì, ma non consente l’erezione in quanto quando l’organo maschile si sta per eccitare sbatte tra le pareti di questo oggetto provocando dolore ed eliminando l’eccitazione.

Qualcuno dei suoi schiavi è stato tenuto in queste condizioni anche un mese tenendo le mogli e le fidanzate all’asciutto e dovendo stare attenti a non farsi scoprire con quel terribile strumento. Non era tuttavia detto che sempre all’interno della sessione a questi schiavi fosse dato piacere, infatti Profumo di Dafne amava leccare le palle e la cintura di castità per far impazzire ancora di più questi schiavi.
Ovviamente questa non era l’unica tortura a cui Profumo di Dafne sottoponeva i suoi schiavi, essi infatti subivano torture di tutti i tipi dagli aghi, alle mollette sui cappezzolia frustate di ogni tipo e intensità.

Profumo di Dafne stava attraversando uno dei periodi più belli della sua vita: il lavoro e l’azienda andavano a gonfie vele, la vita sessuale era un successo, l’unica cosa che non andava era il rapporto con suo marito, ma questo era sempre stato così fin da quando si erano sposati e se ne erano fatti una ragione.
Delle nubi però si stavano però scagliando all’orrizonte: una mattina arrivò una mail che mandò Profumo di Dafne nel panico: l’azienda che vendeva il gasolio per i camion della sua azienda chiedeva dei pagamenti più ravvicinati di quelli stabiliti fino a poco tempo fa pena penali e interessi molto elevati.

La cosa certamente non avrebbe fatto fallire la sua azienda che era finanziariamente molto solida, ma sicuramente la metteva in grosse difficoltà. Profumo di Dafne prese allora il toro per le corna chiedendo all’amministratore delegato di questo fornitore un incontro.
L’uomo nel corso dell’incontro ribadì le sue posizioni dicendo che le banche non davano più il credito di un tempo e che quindi non erano più in grado di fare le stesse condizioni di prima.

Dopo un certo tira e molla l’uomo disse che forse una soluzione ci sarebbe. Disse a profumo di Dafne che era venuto a conoscenza della sua vita privata e della sua sessualità alternativa perchè un suo amico era uno dei suoi schiavetti, ma che lui non era per nulla attratto da quella cosa, ma se avesse accettato di essere completamente la sua schiava per un anno, sette giorni su sette le avrebbe condonato tutti i debiti con la sua azienda.

Profumo di Dafne se né andò cacciando l’uomo dall’ufficio che le disse le do sette giorni per pensarci sulla mia offerta sono sicuro che ci ripenserà!!!! le rispose non ci penso neanche.
Profumo di Dafne fu sconvolta dall’incontro con l’amministratore dell’amministratore delegato della società che forniva il gasolio, infatti era vero che la sua azienda era finanziariamente solida, ma di certo sarebbe stato difficile riuscire a pagare il gasolio nei nuovi termini contrattuali e quindi presto sarebbero nati sicuramente problemi finanziari, mentre accettando la proposta dell’uomo le cose sarebbero sicuramente andate come dovevano andare.

Il prezzo però era altissimo avrebbe dovuto diventare schiava dell’uomo per un anno che se era stato attirato dall’idea di schiavizzare una mistress sicuramente era un sadico e gliene avrebbe fatto passare di tutti i colori e questo la terrorizzava.
Profumo di Dafne per giorni non riusciva a dormire e il pensiero di quale decisione avrebbe potuto essere la migliore la angustiava e si sentiva in trappola, entrambe le decisioni avrebbero avuto conseguenze devastanti per la sua vita proprio in un momento in cui aveva trovato la pace con sé stessa.

La scelta era chiara avere problemi finanziari contro subire le peggiori umiliazioni da un uomo sadico: si convince che in realtà non era una scelta e che non aveva alternative dare problemi finanziari all’azienda significava potenzialmente dare problemi economici alla sua famiglia e potenzialmente costringere lei e il marito a cambiare tenore di vita.
Dopo tre giorni quindi chiamò l’uomo e gli disse che avrebbe accettato la sua offerta lui sadicamente gli rispose che sarebbe bastato un solo no a un solo ordine durante l’anno perchè la sua offerta non avesse più valore e profumo di Dafne disse sconsolata di si.

L’uomo allora le disse che da ora in poi per lei si sarebbe chiamato Master Jack e avrebbe dovuto presentarsi a casa sua il venerdì sera per cominciare questo percorso di addestramento e schiavitù.
I due giorni che mancavano all’inizio del suo percorso di schiavitù furono tremendi i pensieri si accavallano sia di giorno che di notte in Profumo DI Dafne incubi compresi.
Alla fine il venerdì sera arriva e Profumo di Dafne si presenta nella villa di Master Jack che le fa firmare un contratto dove si ribadisce quanto detto al telefono vengono considerati estinti i debiti dell’azienda di Profumo di Dafne che in cambio sarà sua schiava per un anno e basterà solo una sua disobbedienza per mandare tutto a monte.

Quella prima sera fu tremenda e piena di vergogna per Profumo di Dafne, le fu ordinato di vestirsi con un microbikini che lasciava veramente poco all’immaginazione e di fare sfilata davanti a un pubblico di amici di Master Jack che la deridevano. Finito di sfilare Profumo di Dafne fu legata a un muro e poco dopo arrivò Master Jack vestito da legionario romano il quale disse al pubblico di amici che guardavano che quella fino ad adesso era stata una mistress e che da ora in poi sarebbe stata la sua schiava.

Per Profumo di Dafne l’umiliazione fu tremenda. , Master Jack prese una frusta e cominciò a frustare il sederino di Profumo di Dafne, il suo sedere per ogni frustata diventava sempre più rosso e dolorante finchè chiese pietà a Master Jack, il quale chiese al pubblico di amici se esserlo e questi rispondevano sempre implacabilmente di no, arrivato a cinquanta frustate Master Jack si fermò dicendo per oggi può bastare.
La schiavitù di Profumo di Dafne era cominciata e con una terribile prova e il pensiero che poteva andare avanti per un anno da così a peggio la terrorizzava, ma non aveva scelta.

L’umiliazione di quella sera fu solo la prima tappa di un lungo percorso di schiavitù a cui Profumo di Dafne dovette sottostare che colpiva il suo corpo, ma soprattutto la sua mente.. Master Jack le ordinò di non indossare più le mutandine e per provarlo avrebbe dovuto consegnargliele in modo che le metesse sotto chiave per tutto il periodo della schiavitù. Inoltre doveva presentarsi in ufficio con una minigonna sopra le ginocchia col rischio che un cliente o un fornitore pensasse di avere davanti una cagna o una troia..
Il pensiero di quella mattina mentre percorreva la strada da casa sua a quella di Master Jack con la borsetta piena delle sue mutandine mentre una fresca brezza le passava sotto la gonna le procura va ricordi che rimaranno indelebili nella mente di Profumo di Dafne, ricordi di eccitazione ed umiliazione insieme.

L’umiliazione di doversi vestire in quella maniera con gonna sempre corta in un ambiente maschile la metteva in forte imbarazzo anche se nessuno glielo faceva notare essendo la padrona. Master Jack le aveva imposto anche di mettere degli ovetti vibranti comandabili con un telecomando wifi che su ordine del suo padrone lei era obbligata a usare: si trattava di una tortura indicibile, incredibile.
Dopo circa una settimana si presentò Master Jack in ufficio in una delle ore in cui il lavoro era più intenso dicendole che la voleva scopare, Profumo di Dafne cercò di resistere facendogli presente il grave carico di lavoro che aveva in quel momento, ma Master Jack fu inamovibile ricondandole l’accordo.

Profumo di Dafne reagì chinando il capo dicendo si padrone. Master Jack la prese da senza lubrificazione ben sapendo che il sedere di Profumo di Dafne era quasi vergine e quindi conscio del dolore che le avrebbe provocato date le dimensioni del suo cazzo. Finito l’amplesso infatti a Profumo di Dafne bruciava in modo impressionante il culetto, sembrava quasi che fosse stata introdotta una dose massicia di peperoncino o di zenzero. Master Jack fu assolutamente un bruto e sborrò nel sedere di Profumo di Dafne, costringendola poi a pulirgli il cazzo.

Quando Profumo di Dafne lo prese in bocca stava per vomitare la combinazione dell’odore della sborra, con l’odore del sedere dove Master Jack aveva messo il cazzo era nauseabondo. Una volta soddisfatto Master Jack le disse che l’avrebbe aspettata la sera a casa sua per la mancanza di rispetto che aveva dimostrato nei confronti del suo padrone. Profumo di Dafne reagì facendo di si col capo, ma Master Jack non fu soddisfatto, allora lei disse si padrone e allora l’uomo affermò che cos’ andava bene.

Tutto il pomeriggio Profumo di Dafne non riuscì a lavorare con la mente sgombràa in quanto era angustiata dalla punizione che avrebbe dovuto subire la sera e diversi collaboratori capirono che c’era qualcosa di strano, ma nessuno osò dire niente.
La sera Profumo di Dafne si presentò a casa di Master Jack che la accolse con un cane uno strumento di punizione delle scuole inglesi fino a non molto tempo fa e le ordinò di alzare la gonna dicendole che per l’affronto di oggi l’avrebbe colpita con trenta colpi sulle terga.

Per ogni colpo per Profumo di Dafne era una tortura, dopo dieci colpi cominciarono ad apparire delle piaghe sul sederino e i colpi le sembravano una vera e propria tortura fino a quando giunse la fine che fu una vera e propria liberazione. La schiavitù a cui era sottoposta stava diventando una prova sempre più difficile da sostenere, una cosa che non aveva mai pensato nel momento in cui aveva accettato.
Master Jack la congedò dicendole che per oggi era sufficiente, ma per i prossimi quindici giorni avrebbe dovuto stare in castità forzata, non avrebbe potuto scopare con suo marito(vabbè questo era un problema relativo), nè toccarsi, mè masturbarsi in alcun modo e questa era un impresa molto difficile che non sapeva se era in grado di realizzare.

Dafne pensava che non avrebbe avuto problemi per la castità forzata praticamente era il regime sessuale coniugale a cui era sottoposta prima di trasformarsi prima in mistress e poi in schiava, ma non aveva fatto i conti con il suo corpo, con la mente e con le perfidie a cui aveva pensato Master Jack.
Il primo giorno scorse abbastanza tranquillo nonostante l’abbigliamento con cui era costretta a lavorare, ma ormai si era abituata e non ci faceva più caso e fino alla fine della giornata lavorativa tutto ad andò tranquillo, troppo tranquillo pensava Profumo di Dafne.

Uscita dal lavoro Profumo di Dafne trovò un nero tarchiato, con occhiali da sole che scendendo da una macchina le fece il gesto di seguirlo perchè era lì su ordine del suo padrone. Durante il tragitto Profumo di Dafne cercò di scoprire dove l’uomo l’avrebbe portata, ma questi fu irremovibile che Master Jack il suo datore di lavoro gli aveva ordinato di non dirglielo e non voleva perdere il posto di lavoro.
La macchina entrò in un enorme villa che si trovava fuori città all’interno di un immenso parco.

Una volta parcheggiato Profumo di dafne fu accompagnata all’interno dove prestò capì che si trattava di un centro massaggi. Venne fatta spogliare e le fu detto che Master Jack le aveva offerto una seduta di massaggi che sarebbe stata effettuata da uno dei loro massaggiatori più belli profumatamente pagato da Master Jack per prestare il servizio completamente nudo.
Si trattava di un ragazzo sui ventiquattro anni mulatto, alto con fisico scolpito e con un cazzo che sembrava una proscide di un elefante.

Profumo di Dafne capì subito che resistere a dieci giorni di castità non sarebbe stato facile dato che Master Jack se ne sarebbe inventate di tutti i colori.. Il ragazzo cominciò a massaggiare Profumo di Dafne senza toccare mai parti sensibili come i cappezzoli e la passerina, fece cioè un normalissimo massaggio, ma il suo essere completamente nudo e la vista di quel cazzo eccitò sensibilmente Profumo di Dafne che sapeva di non potersi toccare le parti intime per dare sfogo all’eccitazione, nè di poterlo chiedere al ragazzo, un vero inferno.

Finito il massaggio le fu consentito di tornare a casa e la prima cosa che profumo di Dafne fece fu farsi una doccia fredda, infatti la sua capacità di resistenza era stata messa a dura prova e senza raffreddare i suoi bollenti spiriti difficilmente avrebbe resistito alla castità per molto.
La notte mise però a dura prova Profumo di Dafne come si sa infatti di notte lavora il subconscio e questo lavorò contro Profumo di Dafne che sognò il massaggiatore prima mentre le leccava avidamente la passerina e poi mentre la penetrava analmente in maniera brutale.

Profumo di Dafne fu costrettoa farsi un altra doccia fredda nel cuore della notte se voleva resistere, infatti i sogni dall’alto carattere erotico che aveva fatto l’avevano talmente eccitata che gli umori avevano cominciato a sgocciolare dalla passerina fino a scendere lentamente lungo la gamba.
Profumo di Dafne non avrebbe neanche lontanamente immaginato che la prova della castità forzata sarebbe stata così difficile e resistere dieci giorni sarebbe stata un impresa, infatti chissà quali altre diavolerie si sarebbe inventato Master Jack.

Il giorno dopo Profumo di Dafne tornò in ufficio come nulla fosse, finchè a mezzogiorno fece la sua comparsa Master Jack che le ordinò di chiudere la porta che doveva controllare se aveva resistito. Master Jack alzò la gonna e mise un dito sulla passerina e vide che era tutta bagnata e affermò che era un segno che stava resistendo, ma avvertendola di non fare la furbetta perchè la stava facendo pedinare e che ogni giorno finito il lavoro sarebbe stata portata nel centro massaggi e che soprattutto il fine settimana sarebbe dovuta andare con lui al mare.

Nel centro massaggi ogni giorno veniva massaggiata da ragazzi diversi tutti belli, bravi massaggiatori e dotati e ogni giorno diventava sempre più difficile resistere, ma con enorme difficoltà Profumo di Dafne riuscì a resistere finchè arrivò il venerdì sera quando uscita dall’ufficio venne prelevata dall’autista per essere portata nella villa al mare di Master Jack. Dopo qualche ora di macchina l’autista arrivò a destinazione e giunse nella villa di Master Jack in una famosa località balneare del litorale romano.

La villa era stupenda la macchina percorse un enorme parco che impediva dall’esterno di vedere l’edificio della villa. Dopo aver parcheggiato l’autista accompagnò Profumo di Dafne da Master Jack che gli fece segno che poteva andare.
Master Jack venne incontro a Profumo di Dafne e la salutò dicendo ciao cagna. La donna in sovrappensiero lo salutò dicendo ciao padrone il che fece lo fece molto arrabbiare che gli fece dire che avrebbe dovuto punirla per questo affronto, infatti mai una schiava poteva rivolgersi a lui dandogli del tu.

Dopo questi primi convenevoli Master Jack alzò la gonna di Profumo di Dafne per controllare se continuava a rispettare la castità forzata e vide compiaciuto che Profumo di Dafne era diventata un lago segno che l’eccitazione era profonda e insostenibile, ma stava resistendo..
Master Jack ordinò poi alla sua inserviente Monica una delle cameriere di far spogliare Profumo di Dafne e di portarla nella palestra della villa legandola alla spagliera che avrebbe dovuto punirla per l’affronto appena subito.

Dopo circa un quarto d’ora Master Jack arrivò nella palestra della villa con una piuma d’oca e cominciò a fare il solletico a profumo di Dafne: la piuma scorse infatti sotto ogni ascella per più di cinque minuti. Poi la slegò, la distese per terra legandole le braccia alla spalliera e le gambe strette con una corda , prese del sale e lo cosparse sui piedi di Profumo di Dafne che si chiedeva che diavolerie avesse in mente Master Jack fino a quando arrivò Monica con una capra.

Profumo di Dafne guardò la capra terrorizzata, infatti capì che Master Jack voleva sottoporla a un antica tortura medioevale e che la lingua rasposa della capra avrebbe leccato il sale nei suoi piedi procurandole un sollettico terribile a cui era difficile resistere. E così infatti fu quando Master Jack fece allontanare la capra da Monica per profumo di Dafne fu una vera liberazione, anche considerando che il suo padrone disse che per quella sera poteva bastare e poteva andare a dormire e che domani sarebbe stata una giornata bellissima in sua compagnia e in compagnia del sole e del mare.

Alle otto e trenta del giorno successivo si presentò Monica nella camera di Profumo di Dafne mettendole collare e guinzaglio e dicendole che l’avrebbe portata da Master Jack che doveva andare in bagno.
Master Jack la stava infatti aspettando nel bagno adiacente alla sua camera da letto facendo segno a Monica che se ne poteva andare. Per prima cosa Master Jack disse che gli scappava la pipì e che avrebbe dovuto prendergli in mano il cazzo e indirizzarlo verso il water cosa che Profumo di Dafne fece immediatamente.

Master Jack disse poi che doveva pulire il cazzo che era sporco di piscio e Profumo di Dafne istintivamente girò il rubinetto del bidè per prendere l’acqua per pulire il cazzo del suo padrone. Master Jack si mise a ridere e disse che aveva capito male la pulizia doveva farla lei con la sua lingua e la sua bocca. Per Profumo di Dafne fu una vera umiliazione, una signora del suo livello costretta a pulire e leccare un uccello sporco di piscio, ma sapeva di non avere alternative e si mise in ginocchio e cominciò a prendere in bocca e pulire l’arnese di Master Jack.

La cosa la faceva quasi vomitare, ma sapeva che poteva permettersi tutto tranne una cosa del genere e con un enorme sforzo di volontà riuscì a leccare e pulire tutto il piscio presente nel cazzo di Master Jacks senza dare nessuna impressione di ribrezzo per l’attività che stava svolgendo.
Finita questa attività Master Jack con fare sornione le disse di mettersi il costume bianco a due pezzi che era sopra la sedia che sarebbero andati al mare.

Una volta arrivati in spiaggia anche le attività più banali creavano imbarazzo a Profumo di Dafne nel darsi la crema solare stava particolarmente attenta a non toccarsi in zone erogene come il seno e le vicinanze degli slip, infatti nella condizione in cui si trovava dopo praticamente una settimana di castità forzata le bastava un niente per eccitarsi e sei bagnava col costume bianco che aveva si vedeva tutto, così come tutti avrebbero visto i capezzoli diventare dritti.

Profumo di Dafne però non sapeva però che non sarebbe stato così facile resistere dato il livello di eccitazione che ormai aveva raggiunto, bastava infatti che qualche bel ragazzo la puntasse cosa non difficile essendo una bella donna che una macchia di umido emergeva dai suoi slip provocandole un forte imbarazzo e risate generali.
La capacità di resistenza di Profumo di Dafne era messa a dura prova tanto che spesso andava in acqua a bagnarsi per tentare di bloccare gli umori e l’eccitazione, ma la cosa diventava sempre più difficile e ostica da fare e l’umiliazione era accentuata dalla risate di master Jack e dei suoi amici che assistevano alla scena.

La cosa andò avanti così per tutto il giorno e una volta arrivata sera la capacità di resistenza di Profumo di Dafne fu messa a dura prova e non sapeva se quella notte sarebbe riuscita a resistere ancora alla castità forzata. Le cose infatti andarono così quella notte nonostante le continue docce fredde e sapendo che la punizione sarebbe stata terribile Profumo di Dafne decise di masturbarsi pensando che qualunque punizione le avrebbe provocato meno sofferenza di quella tortura.

Essendoci le telecamere nella camera dove Profumo di Dafne era alloggiata, Master Jack si accorse subito che Profumo di Dafne aveva violato la castità forzata, ma pensò che la cosa andava cucinata a fuoco lento e fece finta di niente.
La mattinata di domenica cominciò sempre nel bagno di Master Jack e nonostante l’esperienza di pulire un cazzo sporco di pipì non fu per Profumo di Dafne meno traumatizzante. Una volta arrivati al mare Profumo di Dafne sperava che l’effetto eccitazione si presentasse anche se si era masturbata, ma nonostante molti uomini la puntassero lo slip non si bagnava, né tantomeno i capezzoli diventavano dritti per l’eccitazione il che fece dire a Master Jack a pranzo mentre mangiavano in spiaggia che aveva disubbidito e che aveva violato la castità forzata.

Profumo di Dafne cercò di bofonchiare che non era vero, ma quando Jack le disse che la camera dove dormiva aveva una telecamera nascosta si arrese e ammise quello che era successo.
Master Jack portò allora la schiava nella villa e le disse che sarebbe stata punita molto severamente in quanto non poteva permettere un simile affronto. Diede a Profumo di Dafne una spugna di ferro di quelle che si usano per pulire e le pentole e le ordinò di masturbarsi con quella fino a che fosse venuta.

Quando la cosa successe il dolore per Profumo di Dafne fu tremendo le parti intime le bruciavano in modo tremendo. Master Jack fece segno all’austista di riportare Profumo di Dafne a casa, durante il tragitto fecero una sosta per andare in bagno il bruciore che Profumo di Dafne aveva nella passerina fece in modo che quando la pipì sgorgava era come un coltello che l’avesse tranciata in due dal dolore. Il dolore, l’irritazione e la sofferenza che Profumo di Dafne sentiva per essere stata costretta a masturbarsi in quella maniera non diminuiva e continuò imperterrito per tutta la notte nonostante l’acqua fredda e la crema che aveva cercato di darsi per lenire il dolore, in più Profumo di Dafne non si era neanche azzardata a bere un bicchiere d’acqua per tutta la notte per paura di dover tornare a fare pipì cosa che le faceva subire le pene dell’inferno dato lo stato di irritazione della sua passerina.

La mattina però per presentarsi al lavoro in uno stato presentabile fu costretta a fermarsi al bar a fare colazione cosa che la costrinse neanche dopo un ora ad andare a fare pipì. La pipì calda scorreva tra le pareti arrossate della passerina di Profumo di Dafne producendo dei dolori lancinanti. Questi dolori furono tremendi la pipì aveva infatti prodotto il risultato di acuirli ancorà di più e impedirono a Profumo di Dafne di concentrarsi come avrebbe voluto sul lavoro e ogni tanto si recava in bagno per cospargere di acqua fredda la passerina nel tentativo di farsi passare il dolore.

Finita la giornata lavorativa trovò il solito autista di Master Jack che la portava a fare i soliti massaggi molto particolari e la cosa la terrorizzava alquanto non sapendo se sarebbe riuscita a resistere al dolore che questi le avrebbero provocato data la condizione della sua passerina.
Entrata nel centro estetico Profumo di Dafne fu accomodata, fatta spogliare nel centro massaggi e informata che la massaggiatrice aveva il compito di usare delle creme lenitive sulla sua passerina martoriata, ma prima aveva l’incarico da Master Jack di controllare che non avesse utilizzato sostanze
per lenire il dolore.

Profumo di Dafne fu sollevata nell’apprendere che avrebbe subito un trattamento lenitivo che l’avrebbe fatta stare meglio, ma che si vedeva chiaramente che si era cosparsa la passerina di crema e di acqua fredda per lenire il dolore e la massagiatrice si accorse di questo e le disse che avrebbe dovuto informare Master Jack perchè quelli erano gli ordini che aveva ricevuto e Profumo di Dafne fece segno di si col capo con fare sconsolato.

La serata proseguì in modo tranquillo, il suo padrone Master Jack non si era fatto sentire, la passerina cominciava a stare meglio e la sera riuscì ad andare in bagno senza sentire troppo dolore e soprrattutto a dormire la notte. Il giorno il dolore c’era ancora, ma le stava passando e il lavoro era ricominciato normalmente con la solita routine fino a quando arrivò la telefonata di Master Jack che le disse che si era data dei trattamenti lenitivi sulla passerina senza avere il suo permesso e che avrebbe dovuto essere punita.

Le ordinò di radunare i suoi ex schiavi e di portarli nel fine settimana nella sua villa e loro sarebbero diventati i protagonisti della sua punizione. Il colpo psicologico per Profumo di Dafne fu tremendo e si rese conto dell’abisso in cui era sprofondata. Master Jack aveva fissato per sabato in una grande villa fuori città la punizione a Profumo di Dafne per aver osato lenire il dolore della passerina senza il suo permesso.

L’ordine che il master aveva dato a Profumo di Dafne non le faceva presagire nulla di buono: le era stato ordinato di radunare e invitare per l’occasione tutti quelli che erano stati i suoi schiavi quando faceva la mistress. L’umiliazione di invitare coloro che l’avevano servita, riverita che erano stati usati come zerbini, cessi e il cui unico scopo nella vita era farla godere era tremenda. In breve tempo arrivò sabato sera e in questa enorme villa affitata per l’occasione insieme a Profumo di Dafne fecero la loro comparsa quindici uomini che erano stati gli schiavi di Profumo di Dafne.

Emerse subito che Profumo di Dafne non aveva detto a questi il vero scopo della serata e della sua trasformazione, pensavano di essere stati invitati a quella che ritenevano una festa organizzata dalla loro mistress. La notizia gli sconvolse, ma Master Jack fece subito presente che essendo diventata Profumo di Dafne una sua schiava anche loro erano diventati suoi schiavi in quanto nel contratto di schiavitù Profumo di Dafne glieli aveva ceduti. Per prima cosa Master Jack disse che Profumo di Dafne dovrà essere punita per non avervi detto di questa sua nuova condizione: I piedi di Profumo di Dafne furono bloccati in una gogna dopo di che Master Jack ordinò a uno degli schiavi di cospargere del sale sui piedi di Profumo di Dafne, dopo di che Master Jack fece entrare una capra a****le goloso di sale che con la sua lingua rasposa cominciò a leccare le piante dei piedi di Profumo di Dafne procurandole un sollettico tremendo.

Dopo un quarto d’ora Master Jack ordinò a uno degli schiavi di riprendere la capra e di interrompere il suplizio con vivo sollievo di Profumo di Dafne che non aveva mai sofferto in questa maniera. Finita questa umiliazione Master Jack disse che Profumo di Dafne doveva essere punita per essersi lenita la passerina arrossata senza il permesso del suo padrone. Master Jack ordinò a ciascuno degli ex schiavi di mettere dei ganci di quelli che si usano per fissare le tende sui capezzoli di Profumo di Dafne e poi dopo secondi di toglierli e lasciare il turno ad un altro che avrebbe fatto la stessa cosa finchè lo avrebbero fatto tutti.

Il dolore per Profumo di Dafne fu tremendo gli anelli delle tende stringono molto di più di quelli che possono essere altri mezzi di tortura dei capezzoli, ma quello che era più devastante era il fatto che gli ex schiavi non avevano pratica di questa attività quindi mettendo gli anelli delle tende in modo improvvisato questi facevano ancora più male. Finita questa tortura Master Jack disse che la punizione non era stata sufficiente affinchè Profumo di Dafne nel proseguio fosse stata una buona schiava e diede loro una stecca di bambù a testa e avrebbero dovuto dare a Profumo di Dafne dieci steccate a testa.

Alla fine Profumo di Dafne ricevette centocinqua colpi con la stecca di bambù, il dolore era tremendo e visibili le piaghe sul suo culo.
Il giovedì successivo all’uscita dall’ufficio, Profumo di Dafne trovò una Porsche Cayenne ad aspettarla. Venne fatta sedere nella parte posteriore della macchina dove c’era una donna che non aveva mai visto né conosciuto prima che si era presentata come Mistress Jane. Nella parte anteriore della macchina invece c’era Master Jack con l’autista che le fece presente che durante il viaggio sarebbe stata testata.

Mistress Jane le spiegò che quello a cui erano diretti era uno degli eventi più importanti del jet set europeo amante del bdsm e che le schiave erano state accuratamente selezionate per il loro masochismo e capacità di sottomissione e soprattutto i padroni e le padrone erano tra i più sadici del continente. Le fece presente che lei e i suoi compagni di di sventura erano stati ingaggiati da annoiati ricchi europei per assistere a uno spettacolo e che quindi ogni errore, ogni comportamento non ritenuto soddisfacente sarebbe stato redarguito pesantamente con un pubblico che spesso incitava alla punizione e al sadismo, Master jack fece poi sommessamente notare che uno di questi era lui e che aveva scelto Profumo di Dafne come partecipante al party.

Mistress Jane diede a Profumo di Dafne dei vestiti da indossare immediatamente e con cui si sarebbe recata al party anche se sarebbe stato più esatto definirli non vestiti in quanto embrava praticamente nuda. Durante il viaggio Mistress Jane armeggiò con la passerina di Profumo di Dafne facendola spesso arrivare alle soglie dell’orgasmo e interrompendosi nel momento topico il che le procurava una frustrazione non indifferente.
Dopo qualche ora arrivarono in una villa che si trovava all’interno di un immenso parco dalla parti di Perugia.

Nel parcheggio Profumo di Dafne vide che le macchine dei partecipanti al party erano tutte da sogno da Bentley a Lamborghini ad Aston Martin.
Entrati nella villa c’era un enorme arena specie arena romana dove tra il pubblico si assiepavano i ricchi organizzatori del party, mentre nel palco si trovavano padroni, mistress e schiave.
L’evento si componeva di due parti all’inizio le schiave partecipavano a una specie di giochi senza frontiere con i dominanti presenti e solo le migliori schiave avrebbero poi avuto l’onore di subire una sessione vera e propria, le altre invece sarebbero state selvaggiamente punite per non essere state all’altezza.

La prima prova fu quella dei ganci delle tende: vennero messi dei ganci delle tende sui capezzoli delle schiave e in base al tempo che queste resistevano fu stilata una classifica. Queste sapendo le terribili punizioni che sarebbero spettate alle ultime classificate, in queste prove cercarono di resistere il più possibile e nelle loro facce traspariva tutta la sofferenza che i ganci procuravano sui cappezzoli, infatti questi strumenti hanno la caratteristica di stringere in modo brutale.

Il pubblico tra gli spalti sghignazzava sulle difficoltà e sulla sofferenza delle schiave che erano soggette a questa tremenda prova umilandole ancora di più.
Le altre prove non furono più facili: andarono dal solletico brutale con i piedi delle schiave chiusi in una gogna, a clistere, a ingurgitare litri e litri d’acqua senza poter fare pipì, a trasportare carri molto pesanti con persone.
L’ultima prova quella che avrebbe stilato la classfica definitiva della prima fase e avrebbe qualificato una parte delle schiave per le sessioni vere e proprie e un altra parte delle schiave alle punizioni brutali fu quella della cera bollente.

La prova iniziava con la schiava o per meglio dire la malcapitata che veniva distesa in un letto completamente nuda e a cui veniva fatta colare della cera bollente che però non era quella a punto basso di fusione, ma erano cere normali quindi il dolore era decisamente superiore. Avrebbero vinto le schiave che avrebbero chiesto più tardi possibile di interrompere il supplizio.
Profumo di Dafne riuscì a resistere molto a lungo a e comportarsi molto bene in tutte le prove anche se ciò era dovuto più che altro alla disperazione, infatti quello che aveva subito con il bambù sul sederino l’aveva indotta ad avere una forte determinazione per non ripetere l’evento.

Si concluse così la prima fase. La seconda fase iniziò con le punizioni per le schiave che non si erano qualificate. Queste punizioni furono tremende e la cosa provocò ancora più terrore in quelle che dovevano ancora subire il supplizio. La punizione consistette in cinquanta colpi nel sedere delle malcapitate con una frusta a nerbo di bue, cioè una di quelle fruste che si usavano per ammansire i buoi. Le schiave dovevano contare i colpi in modo che tutto il pubblico sentisse il conteggio e se ciò non avveniva il conteggio poteva riprendere da zero per due volte.

Poichè tenere un tono di voce normale con questa prova tremenda era praticamente impossibile questo capitò praticamente sempre. Alla fine di queste frustate le malcapitate non riuscivano nemmeno a reggersi in piedi tra gli sghignazzi del pubblico.
Incominciò quindi la fase finale in cui ognuna delle schiave che si erano qualificate per la seconda fase sarebbe stata sottoposta a una sessione con un master o una mistress. In questo caso il giudizio l’avrebbe dato l’applausometro del pubblico.

Profumo di Dafne fu sollevata dal fatto che aveva evitato la terribile punizione del nerbo di bue a cui sapeva di non essere in grado di resistere, ma ancora non sapeva cosa la aspettava.
Profumo di Dafne dovette per la sua prova interfacciarsi con una mistress. La cosa iniziò in modo soft: Profumo di Dafne dovette leccare gli stivali della mistress anche sotto i tacchi, era una cosa a cui era abituata e non ci fece caso.

Era però solo l’inizio a partire dalla seconda prova le cose diventarono più pesanti le vennero fatti ingurgitare tre litri d’acqua e poi le venne ordinato di correre intorno all’arena senza fare pipì cosa che non le riuscì e depositò tutta la pipì per terra. A questo punto la mistress interrogò il pubblico chiedendo cosa avrebbe dovuto ordinare e la risposta fu falla leccare il piscio, falle leccare il piscio. La mistress allora ordinò a Profumo di Dafne di leccare la pipì.

Profumo di Dafne leccò la sua pipì, ma con frequenti conati di vomito il che provocò grida di disapprovazione del pubblico che chiedeva di punirla e in quel momento Profumo di Dafne capì che non avrebbe sicuramente vinto in quanto alle altre schiave questo non era successo.
Profumo di Dafne infatti si classificò ultima tra quelle che si era qualificate per la seconda fase. Le sconfitte vennero però a conoscenza che anche loro sarebbero state sottoposte al nerbo di bue.

Alla fine di questo trattamento, Profumo di Dafne aveva tremende piaghe sul sedere, ma era rinfrancata dal fatto che questa odissea era finita e la schiavitù era finita.

17
Zio Antonio

Mi chiamo Clara, ho 30 anni, sposata ma senza figli. Abito con mio marito in una grande città, dove lavoriamo entrambi. Sono abbastanza alta, due seni della terza misura che stanno su anche senza l’aiuto del reggiseno ed un culo bello pieno e sodo, che tengo in forma andando spesso in palestra.

La scorsa primavera fummo invitati da mio zio Antonio a passare alcuni giorni nella fattoria che era stata dei miei nonni. Ora la gestisce lo zio, da quando è andato in pensione. Erano molti anni che non ci andavo ed ero curiosa di vedere com’era.
La ricordavo da quando c’erano i nonni come una grande casa con un mucchio di stanze, stalle, ed un fienile. Ma siccome i nonni erano vecchi, era alquanto malandata.

Il ponte del 25 aprile andammo io e mio marito, mia madre, sorella di zio Antonio e mio padre. Quando arrivammo grande fu la mia sorpresa nel vederla. Lo zio l’aveva ristrutturata per bene, la casa era grandissima come la ricordavo, ma stalle e fienile sembravano nuovi, l’aia era pulita, nei recinti si vedevano alcuni a****li, capre, mucche galline. Poi c’era un nuovo capannone con macchine agricole, insomma sembrava molto florida.

Ci accolsero lo zio e sua moglie.

Zio Antonio aveva 70 anni, era un uomo non molto alto, piuttosto robusto, braccia e gambe forti causa il lavoro nei campi, con pochi capelli bianchi, un sorriso franco e due scintillanti occhi neri. Sua moglie, la zia Carmela, era la classica matrona settantenne, gran petto, grossi fianchi.

Ci fecero accomodare, ci mostrarono le nostre stanze, ognuna con un bagno privato, ma da cui si accedeva anche dal corridoio, situate al primo piano.

Una volta che ci fummo accomodati, ci cambiammo, levandoci gli abiti da città e mettendoci abiti adeguati. Io misi una canotta con due sottili spalline ed un paio di calzoncini corti, senza reggiseno ne mutandine. La cucitura dei calzoncini mi segnava la passerina e mi stimolava il clitoride quando camminavo, cosa che mi piaceva un sacco.

Lo zio ci fece accomodare su delle poltroncine sotto una grande pergola e ci servì degli aperitivi, mentre la zia preparava il pranzo e la tavola poco più in là.

Vidi che lo zio non mi levava gli occhi di dosso e questo mi eccitava alquanto, dato che vado pazza per gli uomini di una certa età, tanto che i capezzoli mi stavano diventando turgidi e sentivo un certo calore nel basso ventre.

Sul più bello, quando stavo per andare in bagno per potermi fare un ditalino, la zia uscì dalla cucina e ci fece accomodare a tavola, sempre sotto la pergola.

Il pranzo fu ottimo, la zia aveva cucinato delle pietanze squisite, il vino, proveniente dalla cantina della fattoria, era ancora migliore e ce ne servimmo tutti abbondantemente. Alla fine del pranzo, mentre la zia e lo zio sparecchiavano, i miei genitori e mio marito si ritirarono a fare la siesta.

Io ero troppo eccitata da tutto l’insieme ed annunciai che invece sarei andata a fare un giro per la fattoria, per rivedere i luoghi che avevo conosciuto da bambina.

Mi allontanai ed inizia a girare fra i filari di vite, il fienile, i posti dove giocavo da piccola. Poi mi diressi verso i recinti degli a****li, c’erano delle mucche, più in là c’era un recinto con delle capre.

Ad un certo punto, notai del movimento e vidi il caprone che abbrancava una delle caprette e le infilava il suo membro nella vagina. La cosa mi eccitò da morire e rimasi lì, imbambolata, a guardare.

Iniziai a sentire un rimescolamento nel basso ventre, un calore tale che mi costrinse ad prendere qualche provvedimento. Quasi sconvolta, mi infilai la mano dentro i pantaloncini ed iniziai a sgrillettarmi furiosamente, appoggiata alla staccionata.

-”Vedi, è la primavera, la stagione dell’amore, gli a****li la sentono” sentii la voce di mio zio dietro di me.

Mi mise una mano sulla spalla. Mi vennero i brividi dall’eccitazione.

-”Guarda là”, disse, “vedi, anche l’asinello sente la voglia di sesso”, indicandomi alla mia sinistra, dove in un altro recinto stava un asinello che il suo pene rosso di fuori.

Mi prese la mano non impegnata nella mia passerina e se la portò all’inguine, appoggiandola sopra i pantaloni. Sentii un bozzo di dimensioni incredibili. Mentre lo massaggiavo lentamente, dietro di me, lui si aprì la lampo dei pantaloni, si abbassò i boxer e me lo mise in mano. La circonferenza era tale che non riuscivo a chiudere la mano completamente.

La mano che stava sulla mia spalla iniziò a scendere lungo la mia schiena e, mentre con una mano lo segavo lentamente, con l’altra mi sgrillettavo furiosamente, come ipnotizzata.

Poi, la sua mano giunse all’altezza del mio culetto e, con mossa leggera, mi sfilò i calzoncini e li lasciò cadere a terra. Poi, con un dito, da dietro, mi entrò nella patatina allagata.

Si mise dietro a me, mi fece piegare leggermente in avanti e mi aggrappai con le mani alla staccionata mentre lui appoggiava il glande all’ingresso delle mia fighetta. Poi mi afferrò con entrambe le mani sui fianchi e, con un colpo deciso, entrò tutto in me, fino alle palle.

La sua nerchia era enorme, ne ho prese tante in vita mia, anche dopo sposata, ma come quella nessuna. Mi fece un po’ di male all’inizio, ma scivolò dentro senza troppa fatica tanto ero bagnata.
Mi sentivo piena come mai prima di allora.

Iniziò a pompare lentamente, con degli affondi lunghi, prima quasi fuori, poi fino a schiacciarmi l’utero. Mi sembrava mi arrivasse in gola, da tanto era lungo.

Ebbi un primo orgasmo quasi subito.

Stavo per urlare dal godimento, quando lui fece :

-”Fai silenzio, altrimenti richiamerai tutti”.

-”Oh, zio, mamma mia, quanto sto godendo, ti prego non fermarti, ancora, sììììììììììì”.

-”Che porcellina che sei. Ti piace il cazzone dello zio, vero ?”

-”Sììììììììììììììììì, zione, sìììììììììììììììì, mi piace da morire”

-”Sei una troietta, ti piace scopare, vero ?”

-”Sìììììììììììììììììììììì, zio, sono la tua troietta, ho sempre sognato un cazzone bello grande come il tuo”.

-”Ora ti sfondo per bene”

-”Sì, zio sfondami, ancora ti prego”

A tutto questo, lo zio Antonio continuava a pompare come un dannato ed io avevo oramai degli orgasmi a ripetizione. Ma lui non era stanco, anzi, sembrava avere un’energia inesauribile.

Si sfilò da me, lasciandomi una sensazione di vuoto, mi fece girare e mi appoggiò alla parete del fienile, che ci nascondeva dalla casa, mi alzò una gamba portandosela fin sulla spalla e mi inzilò nuovamente il suo uccellone nella mia patatina bollente.

Mi sbatteva letteralmente contro la parete ed io continuavo a venire in continuazione.

Infine mi fece mettere le braccia attorno al suo collo, mi fece serrare le gambe attorno ai suoi fianchi e, sostenendomi con le mani sotto il culo, mi portò dentro al fienile, dove si sdraiò con me sopra. Mi strappo il top e, mentre io lo cavalcavo selvaggiamente, mi massaggiava le tette, mi pizzicava i capezzoli, fino a che venne mentre io avevo l’ennesimo orgasmo.

Mi lasciai cadere sul suo petto, esausta. Lui pure era stanco, sudato da morire, c’era odore di sesso e di sudore che pervadeva l’ambiente.

Pian piano il suo enorme pisellone si sgonfiò al che me lo sfilai e mi sdraiai al suo fianco.

-”Ah, che bella scopata, erano mesi che non facevo una scopata così” disse, finalmente.

-”Zio, mi hai distrutta” dissi a mia volta, mentre gli accarezzavo l’uccello, che a riposo aveva dlle dimensioni considerevoli.

-”Non mi sembra ti sia spiaciuto, vero?”.

-”Oh, no, è stato grande. Non avevo mai goduto tanto. Non avevo mai preso un cazzone grosso come il tuo, zio”.

-”Bé, quando vuoi, si può ripetere” disse, sogghignando.

-”Ora sarà difficile, ho la figa in fiamme”. Guardai l’orologio. “Oddio, sono passate quasi due ore, staranno per alzarsi tutti”.

Mi alzai e corsi dentro a casa, nuda com’ero, infilandomi da una porta secondaria senza far rumore, salii silenziosamente le scale ed entrai nel bagno senza far rumore e mi misi sotto la doccia.

In quello entrò mio marito, che si era appena svegliato dalla siesta.

-”Che ci fai qui ?” chiese.

-”Be, sai, fuori faceva caldo, ho sudato tanto ed allora ho pensato di farmi una doccia”, risposi.

Lui si abbassò i boxer e tirò fuori il suo pisello per fare la pipì. Mi venne da confrontarlo con quello dello zio. Il membro di mio marito non è piccolo, ma in confronto con quello di zio Antonio sembrava uno stuzzicadenti.

Quando se ne andò, finii di lavarmi, mi asciugai ed andai in camera per vestirmi. Mio marito, a quel punto, era già sceso. Mentre stavo pensando a cosa mettere, la porta si aprì ed entrò mio zio con i miei calzoncini ed il top che indossavo prima.

-”Pensavo sarebbe stato imprudente per te lasciarli in giro, non trovi ?” disse, dopo aver chiuso la porta dietro di sé, “certo che ti sei fatta proprio una bella gnocca”.

-”Zio, mi hai distrutto, la figa mi brucia da morire” replicai, ancora nuda dopo la doccia, “non so quando potremo rifarlo, ma stai sicuro che lo rifaremo. Ora vai, prima che qualcuno ci becchi così”.

Lui se ne andò, mi rivestii, mettendo un altra maglietta ed una minigonna. Rimasi senza reggiseno, ma misi un perizoma, vista tutta la gente che c’era per casa.

La sera mio marito volle fare l’amore ma dovetti rifiutare con una scusa, avevo mal di testa perchè avevo bevuto troppo, dissi.

Nei giorni seguenti, mi riposai. In fin dei conti, la campagna era proprio riposante, se non si hanno lavori urgenti da fare.

Il giorno prima di ritornare in città, lo zio disse che doveva andare a fare delle commissioni al paese vicino. Io mi offrii di accompagnarlo. Mi misi un corto vestitino, di quelli senza spalline, con la zona del seno elastica, che mi copriva appena il sedere, con dei sandali bassi.

Sotto avevo messo un perizomino di pizzo bianco.

Non appena partimmo da casa, me lo levai, rimanendo con la fighetta nuda. Lo zio mi mise subito la mano sull’inguine ed iniziò a massaggiarmi il clitoride. Io, a mia volta, iniziai a massaggiargli quell’enorme membro. Io mi bagnai immediatamente, mentre a lui venne subito duro, tanto che dovetti aprirgli i pantaloni, mentre lui mi infilava il suo dito fino in fondo nella patatina.

Quando fummo abbastanza lontani da casa, lo zio s’infilò in una stradina laterale, scese prendendo una coperta e mi fece andare con lui, dietro un cespuglio che ci nascondeva dalla strada.

Mi levò il vestito, si calò i pantaloni, mi fece stendere e si posizionò sopra di me, puntellato sulle braccia. Io gli presi l’uccellone, lo puntai sull’entrata della mia patatina e lui, con un colpo deciso, affondò tutto in me, riempiendomi tutta.

Mi scopò in tutte le posizioni e, alla fine, mi riempì la passerina di sborra calda. Io godetti da morire, ebbi almeno una decina di orgasmi. Lo zio era insaziabile, una durata incredibile. Alla fine ero distrutta.

Mi rimisi il vestito, tendomi le mutandine per evitare che la sborra dello zio allagasse la macchina, gli ripulii ben bene l’uccello con la bocca e ripartimmo per le commissioni. Io ero talmente stanca che lo aspettai in macchina.

Quando ritornammo, mi rifugiai in camera con una scusa e scesi solo per cena. Al mattino seguente ripartimmo, con quella che ci saremmo rivisti tutti.

Penso proprio che ritornerò spesso a far visita a zio Antonio.

18
L’odore del sesso

Cos’è successo?
Dove sei andata? Dove è finita la ragazzina a cui infilavo le margherite
tra i capelli, quelli fluenti, lunghi e lisci come seta, non quella
acconciatura da matrona romana che hai ora, che giocava e si rotolava nei
prati con me e rideva e si scherniva e poi mi baciava d’impluso con tutta
la foga spensierata dei vent’anni?

Ti guardo ora.

Non sei più la stessa. L’espressione indurita tra gli occhi
e lo sguardo cupo che non si accende più per me. Niente più corse nella
spiaggia deserta all’imbrunire, niente più falò e stelle cadenti e baci e
carezze e ansimi e sussurri e il tuo corpo morbido e il mio teso e proteso
verso di te.

Una fila interminabile di ombrelloni. Tutti dello stesso color ruggine,
perfettamente allineati. In questo nostro nuovo mondo non c’è più spazio
per il disordine.

Una casa di proprietà, due figli, un rassicurante conto in banca e un suv
nuovo fiammante come si conviene ad una famiglia come la nostra. Tutte le
cose giuste e al loro posto.

Lo vedo. Lo vedo come lo guardi, non è una novità per me quel tuo sguardo
sornione e malizioso.
Mediamente alto, mediamente sovappeso e mediamento sposato. Pizzetto e
tempia rasata. Occhi azzurri.
Io gli occhi ce li ho marroni, il colore più anonimo dell’universo.

Come me.
Sguardi ricambiati e insistenti tra le sdraio e i lettini unti di crema
solare e corpi bagnati.
Sguardi azzurri e neri che si intrecciano, sopra i nostri bambini che
giocano assieme, sopra la noia del matrimonio, sopra la noia di tutta
questa vita.

`Allora vado’
`Sì, resto io con i bambini’
Si è truccata. Solo un velo leggero, ma c’è. Non ci sarebbe nessun bisogno
di restare. Giulia e Federico dormono come sassi e in ogni caso sono
abbastanza grandi per poter stare qualche ora da soli.

Ma non ne ho voglia. Non ho più voglia di attrezzatissimi villaggi con le
palme, di vialetti lindi e ordinati, di animatori forsennati e insistenti
e dei loro giochini demenziali. Ho voglia di disordine.
Chiudo gli occhi. In questo momento vorrei essere su una spiaggia deserta,
con il vento dell’oceano che ti soffia forte sul viso e una ragazza che si
lasci infilare fiori tra i capelli.

E invece esco.

D’impulso. Aria. Ho bisogno di aria. Il tirreno non è
l’atlantico ma se chiudo gli occhi potrei farlo diventare, non sono poi
così vecchio da non saper più sognare.
Passo accanto all’anfiteatro, tronfio di musica e baldoria.
Dall’altoparlante la voce del capo animazione che arringa la folla in
delirio da vacanza. Stanno facendo un gioco, mi sembra ci capire,
reclutano coppie tra gli uomini-bambini e li fanno giocare insieme proprio
come grossi bambinoni ritardati.

Sto per passare oltre quando qualcosa mi
induce a fermarmi. Una risata che ben conosco, in quel bosco di rumori e
schiamazzi. Una risata argentina, fresca e allegra come non la sentivo più
da vent’anni.
Infatti è lei sul palco. Accanto, tra lei e l’animatore c’è il tipo della
spiaggia.
Ondeggia, si muove e ride in quel gioco per bambini deficenti.
Il tipo col pizzetto è istrionico, si vede lontano un miglio che cerca di
far colpo su di lei, che d’altro canto non si rifiuta affatto.

Se volete
far colpo su mia moglie fatevi venire gli occhi blu. Sono una garanzia.
Ecco, dovrei sentire dolore adesso, gelosia la chiamano, e invece nulla.
Il vuoto.
Il gioco prevede che i due si struscino e si intrecciano in posizioni
complicatissime, chiaramente erotiche. I suoi seni si posano sulla schiena
dell’uomo, che si volta sopreso. Ha chiaramente gradito e lo sguardo che
le getta nella scollatura è carico di cupidigia.

Sorride soddisfatta. Ha notato l’abbraccio azzuro sui propri seni e lo
sguardo che gli rivolge è più di una promessa.

Non so perché lo faccio.
Perché me ne sto acquattato dietro un salice, nell’ombra deserta dei campi
sportivi a spiare come un guardone mia moglie che si concede ad uno
sconosciuto.
Neanche una traccia di quel dolore che dovrebbe arrivare e non arriva.
Rimango a guardarlo mentre le palpa il seno, lo stringe con forza, le mani
a coppa sopra la stoffa leggera del vestito estivo.

Non le aveva così grandi una volta le tette. Credo le siano cresciute con
le gravidanze e dopo sono rimaste lì voluminose e ingombranti, pronte a
far la gioia di qualche infedele con gli occhi azzurri e il pizzetto.
La bacia sul collo e subito vedo mia moglie arrendersi languidamente con
la libido sul viso.
Se volete scoparvi mia moglie baciatela sul collo. Non resiste, garantito.
Affonda una mano nella scollatura, impasta a lungo, a semicerchio poi le
sbottona il vestito.

Una mammella, grossa e pesante sguscia fuori dal reggiseno, mezzo
abbassato.
E’ bianca come il latte e la sua apparizione imprevista e prepotente
squarcia il buio della notte e mi suscita un brivido del tutto inspettato.
Non lo conosco più il tuo corpo. Non conosco queste tue nuove forme
procaci da signora. Troppo tempo è passato dall’ultima volta che ti ho
sfilato la camicia da notte e ammirato il tuo corpo nudo nella luce
tiepida e discreta della nostra camera.

Ti bacia le tette. Una alla volta. Succhia, e quei larghi alveoli viola
che così tante volte ho leccato, spariscono ingoiati nel lordo pizzetto di
una bocca estranea e sconosciuta.
Ti solleva la gonna, mentre tutto intorno i grilli iniziano a frignare
salmi ossequiosi.
Le mutandine bianche, nel fondo delle cosce abbronzate. La sua mano che vi
penetra, tu che reclini il capo e sospiri.
E’ fatta, chiaramente si è arresa, niente più impedirà a quest’uomo di
scoparsi mia moglie nel silenzio complice di quest’angolo appartato.

Non certo io che me ne sto impietrito dietro questo albero piangente a
ruminare sentimenti che dovrei provare e non provo e altri nuovi che non
dovrei avere e ho.
Si inginocchia davanti a te e la sua nuca rasata sparisce sotto la gonna
nera, le mutandine cadono alle caviglie e tu strabuzzi gli occhi, sospiri
e lasci che quest’uomo, di cui non conosci neanche il nome, ti lecchi
voluttuosamente la fregna.

Te l’ho insegnato io questo gioco. All’inizio non volevi saperne di
rapporti orali. Cose da a****li dicevi. Solo poco alla volta ti sei
lasciata andare ai miei baci e alle mie esplorazioni bagnate.
`porca miseria, sto venendo!’ mi hai urlato con voce ridicolmente ingenua
quella prima volta. Mi sembra di sentire ancora il bruciore delle tue
cosce sulle guance, il tuo sapore sozzo sulle lingua.
E’ la vampata di un attimo poi torno al presente.

Il presente ora è
davanti a me, sotto la luce diafana dei lampioni del campo di
pallacanestro. E’ mia moglie, quella che ho sposato più di dieci anni fa,
è la madre dei miei figli che poggiata contro un albero, le mutande calate
e le gambe divaricate, si fa leccare la fica da quest’uomo.
In fondo sapevo che sarebbe arrivato questo momento. Lo sapevo dal giorno
in cui ho iniziato a non guardarla più mentre si spogliava, la sera.

Ad
ignorarla per giornate intere a respingere digustato l’idea di dover fare
qualcosa con quell’arpia velenosa con cui avevo appena finito di
azzuffarmi per una luce lasciata accesa o per il volume troppo alto.
Qualche estemporanea e sbrigativa avventura extraconiugale, mi aveva
definitivamente spento ogni residuo trasporto.
Eppure mi sembra di scoprirti in una luce nuova mentre quest’uomo ti
spoglia e si spoglia a sua volta davanti a te.
Forse sarà per quel seno bianco che ciondola mollemente fuori dalla
spallina, o forse sarà anche per la mano che ora gli insinui nei
pantaloni, ma qualcosa mi si muove dentro.

Un desiderio nuovo che credevo
ormai scomparso mi assale nel vedere quella mano muoversi nei pantaloni
dello sconosciuto.
Gli stai toccando il cazzo. Stai stringendo un cazzo che non è il mio. E
muovi quella mano stancamente mentre lui ti abbassa vestito e reggiseno in
unica soluzione e le mammelle ti balzano fuori tremolando come due
sacchetti di gelatina.
Lavori per liberarlo, cinghia bottoni, lampo e infine arrivi.
Un brivido e una fitta violenta al costato quando finalmente ti vedo
stringergli il cazzo eretto.

Lo masturbi mollemente, con quel ritmo stanco
che ben conosco. Non dura molto. Lui ti pone le mani sulle spalle
costringendoti ad abbassarti. Lo sappiamo tutti e tre cosa devi fare, ora.
O almeno quello che lui pretende da te.
Ecco. Ora voglio proprio vedere cosa succederà. Se davvero mia moglie se
lo farà mettere in bocca quel cazzo schifoso. Perché lei la odia sul serio
questa cosa qui.
Dopo anni di insistenze e tentativi io ci avevo perso ogni speranza a
farmi fare una pompa da mia moglie finchè nella più inaspettata delle
sere, per la prima ed unica volta, successe davvero.

Era morta sua madre quella stessa mattina e non so se per la depressione
seguita o cosa ma finimmo a letto praticamente subito e lì tra un
singhiozzo e una lacrima mia moglie finalmente acconsentì a farselo
mettere in bocca.
Mi sembrò di toccare il cielo con un dito, anche se tecnicamente non fu
una gran cosa. Era la prima volta in vita sua che lo faceva e non sapeva
bene come muoversi.

Se lo strofinò un po’ tra le labbra aperte e quando
finalmente si decise ad infilarselo in bocca non gli riuscì di andare
oltre il glande.
Io comunque eiaculai quasi subito.

Non me ne accorgo al momento, ma anche i grilli hanno smesso di lagnarsi e
ora siamo tutti lì ad aspettare e vedere cosa farà mia moglie.
E finalmente Marianna si muove. Lo tiene tretto nel pugno, apre la bocca,
si china e –proprio in quel momento con un gran fracasso partono gli
irrigatori automatici.

Per una attimo la scena è comica, tu balzi in piedi
nuda e lui, che ti viene dietro, con quel cazzo penzoloni sembra quasi un
satiro che rincorre la preda.
Si rincorrono e cercando di allontanarsi dal getto d’acqua finiscono per
cadervi proprio sotto e avvinghiati uno all’altra tentano di liberarsi
degli ultimi indumenti che hanno indosso.
E ora guardate me. Sono quello di spalle, stempiato e un po’ ingobbito.
Guardatemi mentre mi masturbo guardando mia moglie fare sesso con un altro
uomo.

Guardatemi mentre le ammiro il corpo nudo e abbronzato e la riscopro
come fosse la prima volta.
Tra le pieghe della gonna sollevata in vita, le si intravede la fica.
Smetto anche di masturbarmi per osservare meglio questo buco che una volta
mi apparteneva e dove presto un altro uomo penetrerà al posto mio, se non
faccio niente.
E’ da così tanto tempo che non gliela vedo che mi sorprendo a scoprirla
perfettamente liscia e glabra.

Non sapevo si depilasse là. Ai nostri tempi
o alla nostra età, non c’era e non c’è questa moda di radersi il pube. Il
fatto che l’abbia fatto me la fa riscoprire più giovane e disponibile.
Forse non è ancora gelosia ma inizio a provare quantomeno invidia per
questo stronzo con gli occhi azzurri che è riuscito a portarsi a letto,
cioè sul prato, mia moglie con le sue nuove tette e la figa depilata.

Succede senza che me ne accorga. Lei è distesa prona e lui le è sopra
mordicchiandogli l’orecchio. Adesso dovrei intervenire e strappargliela
via. Mi accorgo che sta succedendo qualcosa solo quando vedo il culo nudo
di lui muoversi ritmicamente su e giù.
Una fitta mi trapassa il cuore. Dovrei scappar via ora oppure saltargli
sopra e strapparglielo di dosso, qualunque cosa. E invece rimango qui a
soffrire guardando mia moglie che si fa scopare come una cagna da un altro.

Vi vedo bene ora che ti ha fatto mettere carponi. Non si è preso neanche
il disturbo di toglierti il vestito. Hai la gonna arrotolata sulla schiena
e dalle spalline abbassate le pesanti mammelle, fuori dal reggiseno
oscillano violentemente, dal viso allo stomaco, infrangendosi con un tonfo
sordo ora su uno e poi sull’altro.
Neanche le più trucide mignotte si fanno sbattere così in mezzo al campo
di uno squallido giardino periferico.

Puttana!
Puttana!
Puttana! Grido.
Poi vengo sborrando copiosamente sulle margherite.

Rientri che è quasi l’alba. Sgaiattoli in bagno cercando di non far
rumore. Mi assicuro che i bambini dormano e ti raggiungo. In mano tengo
stretta una sbarra di ferro.
Sei davanti allo specchio e ti bagni il viso. Hai gli occhi cerchiati di
rosso. Devi aver pianto. Sollevi lo sguardo e guardi senza capire la mia
faccia truce riflessa nel chiarore del neon.

Hai dei lividi sul collo e sulle braccia. Una spallina del vestito è
strappata e sotto si vede la mammella gonfiare il reggiseno. Puzzi di
sesso ed erba bagnata.
Sento un brivido alla schiena mentre sollevo la pesante sbarra. Mi fai
schifo, ti odio come non mai e ho una voglia matta di scoparti.
Senza una parola ti vengo dietro con la sbarra spianata. Ti strappo di
nuovo il vestito, denudantoti il petto e affondo il viso nell’incavo del
collo.

Ti irrigidisci, poi chiudi gli occhi e ti lasci andare e mi
carezzi, cercando con la tua bocca la mia. Sobbalzi quando senti la mia
sbarra infilarsi tra le tue chiappe.
Ti faccio chinare sul lavandino, scopro la tua fica, la tua nuova fica,
depilata e sozza e guardo la tua faccia attonita rattrappirsi in una
smorfia di piacere mentre la mia sbarra penetra lentamente dentro di te.

Dolce e perversa

” Vita MIA,quante cose vorrei dirti, quante cose vorrei farti, tutte quelle cose che non ti ho mai detto e fatto, ahimè!
Quante cose mi sono perso di te.

Da parecchio tempo ti penso oramai, più ti penso e più ti sento nel segreto del mio cuore.
Affiora la gelosia, la paura di perderti, non lo nascondo, è finita l’era dell’uomo che non deve chiedere mai, non c’è più l’uomo sciocco, il tempo trasforma, e migliora, avvicina ecco … non mi vergogno di cercarti, a chiederti un abbraccio, a volere il tuo calore delle tue intimità accoglienti, la tua intelligenza, la tua grazia.

Quante volte non mi sono comportato a dovere, quante volte ho mancato?
SANNGU MIU,quando mi scrivi, quando sento la tua voce, sapessi come ti sento, si sveglia tutto il desiderio di darmi tutto, di stringerti, di ….

Duci NICA MIA, ti adoro da morire …
tuo Già “

La lettera era datata cinque giorni prima, l’aveva imbucata a Roma durante il soggiorno per partecipare a una conferenza sulla gestione delle emergenze e proprio durante quei giorni lontano di casa, dalle responsabilità, dai figli, da tutto, aveva sentito fortemente la sua mancanza.

L’estate passata a fare l’amore nella penombra del suo appartamento a Milano era appena trascorsa.
Tutti quei pomeriggi e quelle notti a soffocare gli orgasmi in baci voraci, lascivi, rabbiosi, avevano cambiato per sempre la sua vita.
Non aveva mai tradito prima la moglie ma a lei, alla sua bocca, non aveva saputo dire di no.
Ora nel mentre di quella breve pausa in una città che non era la sua, alcuni ambienti, perfino alcune ore del giorno lo rimandavano a quei momenti di puro piacere ed autentica intimità, tutto ciò che desiderava, era quel contatto caldo e rassicurante, quelle labbra premute contro le sue in un bacio tenero e lunghissimo che poi finiva sempre per avvolgere tutto il suo essere maschio in un budello di sensazioni armoniche e vischiose che gli regalavano brividi violenti e deliziosi.

Quella bocca, la custode di tutto il suo piacere e dei loro segreti era separata dal corpo, viveva di vita propria.
I denti che ogni tanto si facevano sentire per alimentare un leggero e piacevole dolore che scardinava di netto la colonna vertebrale subito prima che la lingua, quella lingua velenosa, lo schiantasse immobilizzando ogni pensiero, ogni muscolo, annullando completamente la sua volontà ed assecondando solo quella di lei.
Partiva sempre spogliandolo lentamente e facendolo distendere al centro del letto, comodamente, la testa affondata in un mare di cuscini e quegli occhi verdi fissi nei suoi a cercare di carpire ogni emozione per amplificarla, sfilacciarla, dilatarla e poi annullarla.

Due smeraldi colombiani in un viso di porcellana.
Una creatura divina.
Dolce, perversa e guastata.
Un’anima strappata alla costante ricerca di colmare un vuoto.
Un legno cavo, cicatrizzato, la parte sinistra del suo essere cosciente.
Impossibile arrivare fino a lei.
Chiusa dietro una porta senza serratura, senza maniglia, eppure a tratti a portata di mano.
Tre anime in un corpo.
Una bambina.
Una femmina lasciva.

Un essere informe senza coscienza, braccato.
Tre identità riconoscibili, per chi sa vedere i segni del loro avvicendarsi.
Dietro la maschera, un mondo in tempesta.
Per chiunque altro una donna comune.
Per Giacomo la sua femmina, la sua Nica ( piccola ).
Partiva dal ginocchio, carezzandolo, strusciandosi contro come una gatta, poi baci a salire nell’interno coscia, prima la destra, poi la sinistra, per affondare il viso, in fine, fra i testicoli.

Alzare le gambe di lui, esporlo come sarebbe esposta una donna nell’atto di donarsi completamente, per affondare nell’intimità dell’uomo con la lingua, prendere in bocca un testicolo e lavorarlo, leccarlo, succhiarlo, massaggiarlo, farlo fuoriuscire leggermente poi riprenderlo, in una danza lenta, umida poi liquida.
Alzare leggermente la testa e farlo fuoriuscire dalla bocca, inchiodando lui con uno sguardo che non abbandonerà mai più la sua memoria, poi passare all’altro testicolo e riservargli lo stesso trattamento.

Il cazzo esige una mente senza pensieri per poter godere.
Così la sua bocca.
Usata per conoscere il maschio, per appagare l’uomo.
Dopo il lento peregrinare, finalmente, sul cazzo.
Le labbra carnose premute con decisione sulla cappella nel bacio più intimo e carnale mai conosciuto dall’uomo, la lingua avvinta alla carne pulsante.
Un attimo di distacco, un sussurro di lei: ” magnifico! “
Come i bambini di pochi mesi usano la bocca per conoscere il mondo che li circonda portando qualunque cosa gli arrivi fra le mani al suo interno, così lei conosce gli uomini attraverso il rapporto orale.

E molte cose si capiscono di un uomo in questo modo.
L’umore, il carattere, la libido e il sapore, sempre diverso, sempre vischioso, comunemente salato.
Il suo succhiotto personale.
Il suo giocattolo preferito.
E come tale lo tratta, lo guarda, ci gioca, lo tocca, lo stuzzica, un maschio una volta ha tentato di interrompere questo momento per cambiare posizione o prendere iniziativa ma lei non lo ha permesso.
Quando comincia vuole portarlo fino alla fine nella spirale delle sue fantasie.

Non ha tutti è concesso il rapporto orale.
Lei è molto selettiva sul maschio e sul cazzo.
Ma chi gode di questo privilegio, non ne vorrebbe mai più fare a meno.
E’ meglio di qualunque cosa.
Meglio di una scopata.
Meglio del culo.
Chi non lo prova non può capire.
Mai potrà.
La maestria necessaria non è solo tecnica, è prima di tutto un vero, sincero atto d’amore.

Non per l’uomo, per il cazzo, ovviamente.
L’uomo in quel momento non esiste.
Potrebbe essere chiunque.
Non ha importanza.
Lei lo succhia, lo prende in bocca fino a quando lo stomaco di lui fermano la sua discesa.
La lingua lo massaggia incessantemente.
Lei sente ogni nervo, ogni vena, ogni pulsazione e la asseconda in un modo talmente dolce e arrendevole da togliere il fiato.
Una sensazione che blocca il respiro, la voce sale in gola strozzata.

La sua bocca non lascia scampo.
La sua bocca ti suona come uno stradivari.
E mugola di piacere, ansima, geme, come lo stessero facendo a lei.
L’uomo tenta di tenere gli occhi aperti ma è veramente impossibile.
Si viene richiamati a forza trascinati nell’oscurità complice di mille pensieri o nessuno.
Lei ti prende e ti plasma come creta.
Scintille partono per tutto il corpo.
Un tremore sconosciuto s’impossessa delle tue cosce, poi sale allo stomaco, alle spalle, al cervello.

Lei: ” voglio berti “
Due semplici parole.
Un effetto devastante.
La carica riparte più decisa, cadenzata.
Ti prende le mani, le appoggia sulla sua testa, vuole sentire che le dai il ritmo, vuole sentire che la scopi in bocca, vuole sentire il suo maschio che la fotte, ti vuole sentire.
Ti vuole sentire.
Lo pretende.
E tu lo fai.
Prima piano, poi cominci a non ritrovare più il filo di te stesso e parti a carica come un toro.

La scopi.
Tremi.
Gemi.
La fotti.
Sei ancora nella sua bocca.
Vorresti restare nella sua bocca per sempre.
Arriva il primo getto di sborra e ti squassa l’anima con la stessa forza di una cinghiata sulla schiena.
Poi un altro getto, un altro, un altro, un altro.
La riempi.
La bagni.
Ti svuoti i coglioni, la mente, l’anima.
Ti svuoti dentro di lei che ti accoglie, ti tiene, non si muove.

Senti qualcuno gridare, ringhiare.
Sei tu ma non te ne accorgi, sei altrove.
Il pene rimpicciolisce, raggrinzisce.
Lei appoggia la testa sulla tua coscia.
Ti tiene ancora in bocca.
Ti tiene fino a quando non capisce che hai davvero finito.
Ti tiene al caldo.
Ti conforta.
Ti coccola.
Le sue labbra sono tutto ciò di cui hai bisogno, tutto ciò che desideri.
Finalmente ti lascia e torna a guardarti in viso.

Sorride.
Si sposta.
Ti lascia rilassare.
Si asciuga il mento.
Nello sguardo la consapevolezza di averti regalato un attimo di appagamento totale, assoluto, indimenticabile.

21
Condivisa da padre e figlio

Mi chiamo Liliana, ho quasi trentanove anni, da diciotto, sono sposata con Carlo, che ne ha due più di me. Abbiamo un figlio di nome Luca che avrà diciotto anni fra un mese. Sono appena uscita dalla doccia, sono nuda, ammiro il mio corpo.

Alta uno e settantacinque, seno terza, anzi più quarta, capelli castano chiari, occhi scuri, viso aperto, sorriso solare bocca ampia e labbra carnose.
Gambe abbastanza lunghe, ben tornite e sedere che molti definiscono, “ un bel culo!”, mani ben curate nonostante la mia sola occupazione di casalinga. Mentalmente faccio un resoconto della mia esistenza fino a questo momento della mia vita, e non mi lamento. Sono giunta al matrimonio “quasi vergine. ” dico, quasi perche a sedici anni avevo un debole per un mio cugino più grande.

All’epoca abitavamo insieme, e fra noi vi era molta confidenza.
Fra un gioco e l’altro mi ritrovai il suo cazzo in bocca. All’inizio fu una vera sorpresa, poi lentamente imparai a succhiarlo veramente bene, e quando mi scaricò in bocca, la sua semenza ne fui veramente estasiata. Mi piaceva molto ingoiare il suo sperma, ne ero diventata golosa e non perdevo occasione per gustarlo. Ovviamente anche da parte sua la cosa lo riempiva di vero orgoglio, mi chiamava “ la sua piccola bocchinara ” io ne ero veramente fiera.

Poi i suoi genitori decisero di emigrare, un mese prima della partenza ci ritrovammo io e lui da soli in casa mia.
Ero dispiaciuta e nello stesso tempo desideravo donargli un ricordo indelebile, volevo essere sua!. Dopo averlo succhiato molto e a lungo, ero eccitatissima, lui mi leccava la lumachina facendomi schiumare da matti, ero pronta, glie lo dissi, ma lui dopo un momento mi disse che era una cosa che dovevo donare al mio futuro marito, mentre lui si sarebbe accontentato di un altro regalo.

Mentre parlava, un suo dito mi stuzzicava il fiorellino anale, compresi e approvai all’istante la sua idea.
Mi fece una vera preparazione, leccandomi molto e infilando lentamente le dita dentro l’ano per farlo abituare. Mi lubrificò con dell’olio profumato, ero pronta, lo volevo, mi misi distesa di lato, e lui si distese dietro di me. Mi pose la mia gamba sopra la sua e mentre sentivo la dura cappella appoggiarsi dietro di lui, con la mano mi torturava davanti il bottoncino provocandomi delle sensazioni di immenso piacere.

Spinse per metà il cazzo dentro, con un colpo deciso ma delicato, sentii un dolore che subito fu sostituito dal piacere che mi dava davanti. Dopo un momento mi spinse tutto il randello dentro.
aaaaaahhhhhhhh..uuummmhhhmm. sssssssssiiiiiiiiiiiiiii
Un lungo gemito di misto piacere /dolore uscì dalla mia bocca. Rimase immobile per un po’, sempre toccandomi davanti, poi quando si rese conto che mi ero rilassata, prese a muoversi dentro e fuori. Prima lentamente, poi sempre più velocemente con il risultato che io incominciai a godere e lo incitavo a fare più forte.

. sssssssssiiiiiiiiiiiiiii. ddddaaaaaaiiiiii..sfondamiiiiiiiii!!!!!! vengooooooooo!!.
Dopo che avevo ripetutamente goduto, lui esplose dentro di me con un grido bellissimo. Sentire l’ano riempito da un calore intenso, mi provocò l’ennesimo orgasmo. Non ci furono altre occasioni, e da allora non l’ho più fatto, nemmeno mio marito me l’ha mai chiesto ed io per serbare ancora quel ricordo non e l’ho mai cercato. Dopo un po anche i miei genitori si sono trasferiti in città, ed io avevo già conosciuto Carlo, uno studente dell’ultimo anno, mi piaceva, sentivo la mancanza di mio cugino, e ci fidanzammo.

Per giustificare la mia particolare bravura nel succhiarlo dissi che me lo aveva insegnato un precedente fidanzato. Una sera, quando avevamo festeggiato il mio diciottesimo compleanno, fui sua. Fu subito piacere anche con lui. Fu bravo, mi portò a un tale livello di eccitazione che quando mi sverginò ho sentito solo un lieve fastidio, poi tanto piacere. Inesperti e incoscienti nessuno dei due si prese la briga di prendere delle precauzioni, così mi ritrovai incinta.

Dopo un comprensibile casino, le nostre famiglie si accordarono per farci sposare.
Carlo aveva terminato gli studi di ragioneria e grazie a una conoscenza di mio suocero iniziò a lavorare in banca. Poi che possedevano una casa grande ci ricavarono una camera matrimoniale e andammo a vivere con loro. Lavorando tutti, io restavo a casa ad accudire mio figlio e a prendermi cura della casa. All’inizio mi sembrò un po dura, poi lentamente la cosa incominciò a piacermi.

Passarono gli anni, morirono sia i miei genitori che mia suocera, lei dopo una lunga malattia sempre accudita da me. Con mio marito non ho mai avuto problemi, il classico uomo tutto casa lavoro. Pochi svaghi e molta famiglia.
A letto è molto attivo, anche ben messo fra le gambe. Mi scopa sempre con molto impeto, non mi lascia mai insoddisfatta, anche se non ha molta fantasia, io ne sono soddisfatta. Dopo tutti questi anni mi ritrovo ad ammirare il mio corpo, ne sono fiera, l’ho sempre curato molto, mi riguardo nello specchio che abbiamo nella piccola palestra che abbiamo ricavato nella nostra nuova casa che abbiamo acquistato dopo che abbiamo venduto le altre proprietà.

Nuda mi trasferisco di sopra, vado in camera per vestirmi esento il rumore del portone chiudersi, e Franco mio suocero che ritorna dalla sua passeggiata quotidiana. Da due mesi è in pensione, e mi stò abituando alla sua presenza. Prima ero sempre sola, ora invece pranziamo insieme ci facciamo compagnia, mentre Carlo torna tardi dal lavoro e Luca ha sempre il pomeriggio impegnato fra studio, sport e ragazze.
Franco, è un bell’uomo.

Alto, spalle larghe, fisico asciutto, ha sessantadue anni, ma non li dimostra. Di recente ho sentito una signora dire a un altra che si sarebbe fatta un giretto volentieri con lui. Mi reco in cucina mentre lui generalmente legge il giornale, ma quando lo vedo, ho come l’impressione che mi guardi in modo diverso, più intenso e poi ignoro la vistosa erezione che gli gonfia il pacco. Mentre pranziamo, lui mi osserva decisamente, con occhi diversi, mentre i nostri discorsi finiscono sulle imminenti feste di Natale.

“ mi piacerebbe farvi un regalo, che ne dici se si va una settimana in montagna?” – mi chiede sempre con lo sguardo fisso su di me.
Mi sento un poco a disagio per l’insistenza del suo sguardo, ma gli rispondo che non vi sono problemi, sia a Carlo che Luca piace tantissimo sciare. Così al pomeriggio del giorno di Natale partiamo per la montagna. Arrivati, ci sistemiamo in una piccola baita affittata per noi.

Carlo ed io, in camera insieme mentre lui e Luca dormono nella cameretta con i letti singoli. I due giorni a seguire furono tutto un girare di funivie e piste di sci.
Poi Luca trovò degli amici che lo invitarono assieme al padre a fare il giro delle piste nere. Poi che era molto bello decisero di accettare, anche se questo comportava di dormire una sera in un rifugio in alta quota. L’indomani partirono di buon mattino, mentre, Franco ed io, ci dedicammo al puro relax.

Nel pomeriggio eravamo in paese con la moto slitta, compresa nell’affitto della baita, vedemmo delle foto di alcune cashite completamente gelate, quindi prese delle informazioni e trovato il sentiero che vi conduceva siamo partiti. Dopo circa una mezza ora di viaggio abbiamo trovato il posto, era meraviglioso. shittate tante foto, ci siamo rimessi in viaggio per il ritorno, anche perche si stava facendo velocemente notte, quando improvvisamente a iniziato una vera tormenta di neve.

Ci troviamo subito in seria difficoltà.
Nevica fortissimo e nel buio il piccolo faro del mezzo non fa vedere bene il sentiero, con il rischio di finire in un dirupo. Improvvisamente Franco nota delle cataste di tronchi a poca distanza dal sentiero, e si dirige verso di loro. Ci sono tronchi grandi e altri piccoli, fra le cataste è stato ricavato un piccolo rifugio, coperto, chiuso dietro e con dentro un grosso telo, lui mette la motoslitta davanti e copre con la neve l’ingresso, stende il telo e ne ricava un posto asciutto e riparato.

Sono congelata.
Batto i denti in maniera incontrollata, stò quasi al limite dell’ipotermia.
“ spogliati!, togliti i vestiti bagnati” – mi ordina perentorio. Lo guardo stupita, mi ordina di spogliarmi ed io muoio di freddo! Deve essere matto!
Non aspetta la mia reazione, si toglie la giacca a vento, poi la mia e la mette sotto di noi, poi mi denuda parzialmente e velocemente lui fa lo stesso. Mi avvolge con il telo e si distende su di me e mi stringe fra le braccia donandomi il suo calore.

Per un momento credo di morire, poi lentamente il piccolo rifugio si rivela provvidenziale, mi sto riscaldando, e sento che sul mio ventre qualche cosa di duro preme.
Fuori infuria la tormenta mentre dentro di me un turbine d’idee stà lasciando il posto alla ragione. I nostri occhi abituati al buio s’incontrano, poi senza che nessuno dica nulla le nostre bocche si uniscono in un bacio furioso, fatto di labbra che si mordono, lingue che s’intrecciano e succhiano impazzite.

Le sue mani mi tolgono quel poco che è rimasto dei miei indumenti e mentre mi bagno in maniera assolutamente inusuale, lo sento premere con la dura cappella delle labbra della mia vagina che lo lascia entrare senza opporre nessuna resistenza.
Scivola dentro di me fino in fondo. Sento il suo corpo aderire al mio, sento le palle battere sui glutei, mentre il mio clito è schiacciato meravigliosamente dal suo peso. Godo all’istante! Tremo, e non per il freddo ma per il piacere che mi da sentirlo dentro.

Mi sembra molto più grande di quello di Carlo, e lo lascio sbattermi senza nessun ritegno. Lo incito, lo invito a farmi godere, cosa che fa meravigliosamente.
. sssssiiiiii..dddddaiiii spacccaaamiiiiii..ssiiiiiiiii goddddoooooo..oraaaaa!!.
Mi pompa con esperta maestria. Lo sento affondate e poi uscire e ricominciare fin quando non gli urlo il mio piacere, poi mi pompa ancora più forte e mi fa urlare di nuovo. Infine lo avvolgo con le mie gambe, le serro dietro di lui e lo imploro di venire.

Mi sbatte con furia selvaggia. In fine gode con un grido che lo scuote tutto.
aaaaaaaahhhhhhhhhhh..SSSIIIIII…SBORROOOO!!..
Mi scarica dentro un fiume di caldo seme che non riesco a trattenere. Lo sento colare dalle labbra della mia dilatata fichetta. Immobili e in silenzio ci addormentiamo mentre fuori la tormenta infuria. All’alba ci guardiamo in faccia, mentre cerchiamo di recuperare la nostra roba per tornare alla baita. Lui mi sorride. Poi andiamo a casa. Dentro ci infiliamo sotto la doccia.

Lui mi lava mentre l’acqua calda tonifica i nostri corpi. Siamo eccitati e lui mi prende da dietro. Lo sento entrare con impeto, mi apre, scopa divinamente, godo lo assecondo spingendo indietro il mio corpo andando incontro al suo meraviglioso palo che mi sfonda meravigliosamente.
sssiiiii..spingiiii..piùù..forteeee..sssiiiii…ddaiiiii..godoooooo..
Mi serra per i fianchi, mi sbatte…Ti piace è?. lo sapevo che eri una troia nascosta..ti ho visto qualche giorno fa mentre ti ammiravi davanti allo specchio, mi sono dovuto segare per quanto ero eccitato….. senti come ti sfondoooo….

Intuisco ora la sua insistenza a tavola, mi eccita ancora di più sapere che mi ha spiata.
ssscopammiiiii…ssssiiiii. sono una troiaaaa..ma fammiii godereeeee…
Mi pompa a lungo, resto stupita dalla sua resistenza, poi si sfila da me. Sento come un senso di vuoto, lasciato da quel cuneo di carne. Lo sento lubrificarmi il fiorellino anale, mi giro lo guardo, lo voglio anche lì.
“ fai piano, sono quasi vergine. ” – gli dico e mi giro di nuovo, appoggio le mani al muro e inarco indietro il culo per riceverlo meglio.

“ Quasi vergine? Mi vuoi far credere che mio figlio non si gode tutto questo splendore?”
Lo guardo e annuisco. Mi lubrifica con della schiuma, poi lentamente mi penetra fino in fondo, molto lentamente, facendomi assaporare centimetro dopo centimetro per tutta la sua lunghezza. Godo. Mi fa impazzire e sento che dentro di me qualche cosa sta cambiando. Mi sento troia e ne vado fiera. Mi sbatte il culo come un dannato. Mi serra i fianchi, poi esplode dentro facendomi provare la stessa sensazione di allora e ne godo in maniera sconvolgente.

Dopo esserci rivestiti, sentiamo mio marito al cellulare. M’informa che essendo rimasti bloccati anche loro per la tormenta e che ora che splende il sole, vorrebbero approfittare per un po di fuori pista, quindi tornano l’indomani.
Franco ascolta, poi finita la conversazione, mi dice che la sera mi porta cena fuori. Passiamo tutto il resto della giornata distesi davanti al caminetto a scambiarci coccole ed io glie lo succhio ripetutamente senza farlo venire.

Mi eccita tantissimo sentire quel palo in gola, lui ne gode tantissimo e mi apostrofa i più sconvolgenti epitaffi.
. dai succhialo troia…ssssiiiii cosiiiii a che bocchinara seiiii…vacca ..puttana.. troia da bordello…ti faccio impazzire di piacere…ti sfondo anche la gola..zoccola!!!
Godo nel sentirlo parlare, gode del piacere delle mie labbra e questo mi fa impazzire. La sera usciamo a cena, mi metto così in tiro che a lui viene subito di nuovo duro.

Dopo cena torniamo e la notte ci vede uniti in un instancabile amplesso che mi sfinisce. Alla fine sono costretta ad arrendermi, lui è sempre in tiro. Gli chiedo come fa e lui mi risponde che non scopava così dalla morte di mia suocera e che sono io che lo eccito, anche se poi ho scoperto certe pasticchine blu ben nascoste. Nel pomeriggio tornano gli altri. Sono sfiniti, Carlo decide di andare alla sauna per rilassarsi mentre Luca va a dormire, la sera esce con gli amici e vuole essere in forma.

Alla sauna, data l’ora del pomeriggio, non c’è nessuno, io sono tentata di farmi scopare da mio marito. Dopo qualche moina lui è già in tiro, mentre io ho bisogno di scaldarmi di più. Mi distendo sulla lastra di marmo calda, e lui si mette in ginocchio, mi lecca divinamente, ora mi sto veramente eccitando. Siamo così intenti a divertirci che non ci accorgiamo di Luca, che non riuscendo a dormire ha deciso di raggiungerci.

Ci osserva attraverso il vetro che c’è sulla porta, mi vede succhiare il cazzo di suo padre, poi che apro le cosce e mi lascio penetrare fino in fondo. Godo, non posso urlare ma la situazione intrigante mi eccita da morire. Carlo mi scopa di buona lena, mi fa raggiungere alcuni orgasmi, mi sento veramente troia, la notte con il suocero e il pomeriggio con mio marito, godo e impazzisco quando voltato lo sguardo, incrocio quello estasiato di mio figlio che ci osserva.

Ho un tremendo orgasmo e sento anche Carlo che sta per venire, lo esorto a uscire e me lo infilo in gola, facendo in maniera che Luca si goda bene la scena.
Quando rialzo il capo lui se ne andato, io dentro di me sento che ora voglio anche lui. Non ho nessuna remora, voglio godermi anche mio figlio! Il giorno dopo è un continuo scambio di dolci occhiate fra me e lui, piccole provocazioni e casuali contatti.

Ci stiamo eccitando, ma nessuno dei due vuole fare il primo passo. A cena siamo in compagnia dei loro amici con cui sciano, io indosso una gonna e degli stivali. A tavola lo sento vicino a me, che spesso tocca con la mano la mia coscia. Dopo cena decidono di recarsi a giocare a curling, uno strano gioco con bocce di pietra da far scivolare sul ghiaccio.
Luca ed io, ci sediamo sugli spalti a guardare, ma poi che il mio abbigliamento non è appropriato, sento freddo, decido di tornare e mi faccio accompagnare da mio figlio, che saluta tutti e scambia un cenno di saluto con il padre.

A casa, appena dentro mi abbasso per ravvivare il fuoco nel caminetto, lui è in piedi davanti a me, vedo il gonfiore del pacco sui suoi pantaloni.
“ ti sei divertito a spiarci nella sauna?, ti è piaciuto? E chissà cosa pensi ora di tua madre? – gli chiedo sempre restando accovacciata davanti al focolare.
“scusa, ma eri così erotica che non ho potuto resistere, e devo dire che sei molto bella e brava, in quanto a cosa penso è presto detto, sei meravigliosa, e papà è molto fortunato ad avere una bella donna come te al fianco.

” – mi risponde abbassando lo sguardo mentre arrossisce in viso.
“ Grazie, ma anche tu sei fortunato ad avermi come madre, anche se non mi reputo tanto bella, confrontata poi con le giovani ragazze che frequenti io sono da buttare. ” – gli rispondo guardandolo negli occhi.
“ da buttare???.. ma scherzi, io se non fossi mia madre non so cosa ti farei!!” – mi risponde con impeto.
Era quello che volevo sentire.

Mi avvicino gli apro i pantaloni e infilo la mano nei suoi boxer. Sento subito un bel cazzo duro che vibra fra le mie dita, lo estraggo e senza dire nulla lo infilo in bocca.
ooooooohhhhhhh mammaaaaaa!!!.. seiii meravigliosaaa..sborroooooooo..
Non regge il gioco, m’inonda di calda semenza la bocca. L’ingoio è tanta e devo deglutire velocemente, ma riesco a mandarla tutta giù. Mi spoglio e anche lui lo fa velocemente, poi ci trasferiamo sul letto, lui mi lecca avidamente è stupenda la sua esuberante inesperienza che mi fa impazzire.

Lo faccio calmare un poco poi lo voglio dentro di me. Segue attentamente i miei consigli, si muove bene e mi pompa a lungo. Godo, e ho due orgasmi bellissimi, poi anche lui è al limite, mi pompa con vigore, io urlo l’ennesimo orgasmo e anche lui si svuota dentro il mio ventre.
Restiamo un momento abbracciati, poi, lo invito ad andare in camera sua, non voglio che suo padre lo trovi con me, lui esce e quando è sulla porta, si gira e mi guarda con un sorriso allusivo che non comprendo al momento Poco dopo tornano mio marito e mio suocero, si salutano e Carlo entra subito nel letto, è eccitato, mi penetra rapidamente con impeto.

Resto un poco sorpresa, ho ancora dentro di me il seme di Luca, non ho avuto modo di lavarmi, e ho, paura che lui, se ne renda conto, invece lui mi scopa con tale vigore che mi fa godere subito e poi anche lui esplode dentro di me riempiendo ulteriormente la mia fica di seme che si mischia all’altro.
Finito, vado a lavarmi in bagno, quando torno, ho una grande sorpresa. Distesi sul letto trovo tutte tre che mi guardano nudi con i loro cazzi gia in tiro.

“ amore vieni a letto che ora ti facciamo impazzire. ” – mi dice Carlo invitandomi a braccia aperte.
Li guardo stupita. Loro mi sorridono, poi Carlo mi trascina fra loro, mi sussurra che poi mi spiega tutto, ma ora vuole che io goda fra loro. Una notte indimenticabile, mi hanno scopato ripetutamente in tutti i buchi e ricoperto ogni millimetro del mio corpo di caldissima sborra. All’alba sfiniti ci siamo addormentati, poi nel pomeriggio, fatti i bagagli siamo ripartiti e lungo il viaggio di ritorno mi hanno dato tutte le spiegazioni che volevo, ma c’era poco da spiegare, i tre si erano messi d’accordo per condividermi fra loro e io ora mi godo le loro mazze, ma con la chiara promessa che Luca deve trovarsi una giovane donna per lui, magari un po troia da condividere con noi.

22
Una studentessa e la sua perdizione
Pamela era una bella ragazza. Non era magra come tutte le veline che si vedono in tv, ma era molto bella: alta, con un bel paio di tette (una quinta abbondante), un culo alto e sodo, abbondante, fianchi morbidi, gambe tornite. Un gran bel pezzo di gnocca, insomma.
E lei lo sapeva, si vestiva sempre in modo provocante, con minigonne attillate, top e reggiseni a balconcino, per mettersi in mostra.

Nonostante questo, però, non si era mai spinta più in là di qualche pompino, le piaceva tantissimo la sborra, ma i ragazzi della sua età non la soddisfacevano.
Pamela voleva essere dominata, trattata come la puttana che era, le sarebbe piaciuto molto un uomo più vecchio di lei.
Spesso, anzi, almeno tre, quattro volte al giorno, si masturbava furiosamente, immaginando di essere usata come una puttana, dominata e scopata a sangue.

Quella mattina, quella in cui tutto ebbe inizio, era vestita come sempre, da zoccola.
Una minigonna di jeans, che le arrivava appena sotto il culo, coprendo a stento la figa, come sempre leggermente umida, solo a guardarsi allo specchio si eccitava come una cagna.
Una maglia che le copriva a stento le tette, lasciando scoperto il solco; i lunghi capelli neri erano sciolti lungo la schiena, fino al culo, e i grandi occhi verdi, da bambina e da puttana, erano circondati da uno spesso strato di eye-liner.

Quel giorno andava in una nuova scuola, doveva attirare l’attenzione.
Pamela era stata sbattuta fuori dalla scuola che frequentava prima perché troppo sfacciata e maleducata e suo padre, un importante uomo d’affari, l’aveva spedita nel suo nuovo istituto, rinomato per la sua severità. Adesso vi doveva affrontare la quinta superiore, e sapeva che sarebbe stata bocciata, Pamela non studiava mai, passava i pomeriggi a masturbarsi.
Lei non aveva potuto obiettare, sua madre era scappata, la vacca, anni prima, e suo fratello maggiore non la difendeva mai, lo stronzo.

Alla fine si era rassegnata ed era andata a scuola. Era arrivata abbastanza soddisfatta, sul pullman un uomo di circa una quarantina d’anni le aveva palpato il culo e le aveva infilato il cazzo tra le natiche, strusciandosi contro di lei. Ovviamente, Pamela si era eccitata come una troia, e aveva la fica grondante.

Appena entrata in classe, salutati senza entusiasmo i suoi compagni di classe, era andata in bagno fingendo un’urgenza impellente.

In effetti un’urgenza l’aveva, ficcarsi qualcosa su per la fica. Si guardò intorno nel corridoio, nessuno. E una porta socchiusa prima dell’angolo. Si chiuse dentro ed accese la luce, uno sgabuzzino…
Estrasse dalla borsetta, che portava sempre dietro, un piccolo vibratore, delle dimensioni di un rossetto. Sorrise tra sé e lo leccò, abbassandosi il perizoma.
Si sedette su uno shitolone, divaricando al massimo le gambe, e se lo infilò dentro, accendendolo alla massima velocità.

Cominciò presto ad ansimare, cercando di soffocare i gemiti, mentre si tormentata le tette e si artigliava i capezzoli.

– Ahh, fottimi, scopami dai, sfondami… – sussurrava tra sé, ficcandosi un dito su per il culo.

Venne velocemente, eccitata dalla situazione, e si riassettò i vestiti, pulendo accuratamente il vibratore e rimettendolo al suo posto.

Uscì e si guardò attorno con noncuranza, andando verso alla sua classe. Erano passate ben cinque ore e Pamela non ce la faceva più.

Aveva solo professoresse vecchie e bigotte, che l’avevano guardata malissimo.

“Che due coglioni” pensò, rifacendosi il trucco nello specchietto. I suoi compagni la guardavano con la bava alla bocca, pensando a come farsela (avrebbe giurato di aver visto due con delle erezioni davvero notevoli) e le ragazze sembravano sul punto di accoltellarla.
Sospirò, chiudendo lo specchio all’entrata dell’ultimo insegnante della giornata, il prof. di latino, italiano e storia, il signor Rainelli Matteo.

Gioia selvaggia, l’avrebbe visto ben 12 ore la settimana. Alzò lo sguardo e incontrò quello dell’uomo. Era esattamente il suo tipo d’uomo.
Alto, leggermente stempiato, coi capelli brizzolati, il viso leggermente squadrato, occhiali rettangolari e sguardo duro. Nonostante dimostrasse più di quarant’anni, quasi cinquanta, aveva un bel fisico…

“Dio, quanto mi piacerebbe che mi scopasse” pensò, sentendo la figa che si infradiciava.

Restò tutto il tempo a fissarlo, tremando dal desiderio di masturbarsi davanti a tutti.

A fine ora quasi sospirò di sollievo, mentre si alzava.

– “Un attimo, signorina Ambrosi. Devo parlarle. “

Fremendo d’eccitazione e di aspettativa, la puttanella si avvicinò alla cattedra.

Come le sarebbe piaciuto che lui la sbattesse sulla cattedra e le sbattesse nella figa colante il suo grande, caldo, pulsante cazzo.

Quasi gemette quando la porta si chiuse e l’uomo le fece cenno di andare vicino a lui.

– “Professore, io dovrei andare…”

– “Zitta. Tu parli quando lo dico io, puttana. “

Lei spalancò gli occhi, ma prima che potesse capire cosa stava succedendo, aveva già risposto.

– “Sì signore…” – il suo corpo aveva agito bene, era esattamente quello che voleva.

L’uomo estrasse il cellulare di tasca e lo aprì, schiacciando qualche tasto.

– “Guarda. ” – glielo mise davanti, e lei si ritrovò a guardarsi mentre si masturbava.

– “Ma cosa…lei…”

– “Ti ho filmato oggi, puttanella. ” – lei ancora fremette, eccitata da quella parola.

Anche se la sua mente era confusa, il suo corpo urlava di desiderio.

– “Da oggi sarai la mia puttana, altrimenti questo video finirà nelle mani di tutti, anche di tuo padre. “

Lei sgranò gli occhi.

– “Sì, lo conosco da anni, siamo amici dal liceo, e se vedrà questo filmato la tua vita finirà.

Cosa vuoi fare?”

Che domanda stupida, era ovvio quello che avrebbe fatto, non avrebbe mai rinunciato alla possibilità di farsi sfondare da quello stallone.

Sorrise.

– “Tutto quello che vuole lei, signore”

– “Dammi del voi puttana! E chiamami padrone!” – esclamò l’uomo, tirandole un ceffone.

– “Sì padrone. ” – mormorò lei.

– “Vieni qui e alza la gonna. “

Pamela si avvicinò si più a lui e si sollevò la gonna, mostrando la sua fica depilata e grondante, coperta appena dal perizoma.

– “Sei proprio una cagna, guarda, stai sbrodolando. ” – mormorò lui. Poi, prima che lei potesse fare qualunque cosa, le afferrò i laccetti laterali del perizoma e tirò con forza verso l’alto.

Lei quasi urlò, aggrappandosi alla cattedra: il filo centrale del perizoma si era conficcato della sua figa, premendo direttamente sul clitoride.

Matteo cominciò a muovere le mutandine, sfregandole avanti e indietro, tirandole sempre più un su, strappando a Pamela dei guaiti.

– “Guarda, una cagnetta in calore” – mormorò.

Prese un evidenziatore dalla cattedra e glielo sbattè su per la figa, strappandole un urletto.

Lo tolse subito e, con un sorriso sadico, glielo infilò su per il culo.

Lei gemette, piegandosi in avanti.

– “In ginocchio, zoccoletta!”

– “Sì, padrone” – si inginocchiò davanti a lui, slacciandogli i pantaloni con desiderio.

Si ritrovò davanti ad una nerchia enorme, solcata di vene pulsanti, dalla cappella rossa e congestionata.

Nessuno dei coetanei aveva una verga del genere.

– “Apri la bocca, puttana. ” – lei schiuse le labbra e Matteo, senza aspettare un minuto, le ficcò l’asta in bocca, fino ad urtarle il fondo della gola ed ancora ne avanzava fuori.

Cominciò a scoparle la bocca, facendole fare avanti e indietro lungo il suo cazzo, tenendola per i capelli.

Lei gemeva, gli occhi socchiusi e lucidi, eccitata come una puttanella.

– “Che bocca che hai, forse perfino meglio della fica. Quanti cazzi hai succhiato, cagna? Sei un cesso, apposta per scaricarci la sborra e così ti userò, puttana schifosa. “

Un attimo prima di venire si staccò da lei, sbattendola per terra, e si masturbò furiosamente, scaricandole una quantità enorme di sborra in bocca, sulla faccia, nei capelli…

Pamela beveva tutto con ingordigia, leccandogli il cazzo e gemendo, tre dita su per la fica che grondava di umori, tanto che aveva fatto una pozza per terra.

Matteo si riallacciò i pantaloni e si alzò, tirandole un calcio.

– “Rivestiti puttana. Domani ci rivediamo e anche domani pomeriggio. Tuo padre mi ha chiesto di darti ripetizioni, ci vedremo ogni giorno…”

Pamela a quelle parole quasi svenne dalla gioia.

23
Segregata e abusata

Come posso raccontare l’indicibile? Tutt’ora faccio troppa fatica a parlarne, perché la storia di cui sono stata protagonista in prima persona non ha nulla di umano.

Provo persino vergogna a raccontarla. E’ così esagerata e crudele che potrebbe persino sembrare incredibile. Troppo l’orrore, troppa la violenza, troppa la sofferenza che ho patito per colpa degli uomini.
Per un anno intero sono stata segregata nella cantina di un casolare di campagna, trattata peggio di una schiava da un gruppo di rumeni che hanno fatto di me ciò che volevano. Ogni mattina mi svegliavo e avevo la certezza che sarei tornata a vivere un’altra giornata d’inferno.

Ho urlato, pianto, supplicato, ho cercato aiuto, ma le mie grida sono rimaste inascoltate, perse nel vuoto di quattro umide mura.
Per dodici mesi sono stata costretta alle più umilianti delle violenze, brutalizzata e sodomizzata da uomini che non avevano niente di umano, mentre le loro donne, complici in un reiterato silenzio, pur non partecipando alle violenze di cui sono stata fatta oggetto, vedevano e tacevano senza mai ribellarsi.
All’inizio ho sperato nel loro aiuto, sbagliando, perché tutto quello che ho ricevuto dalle loro mani è stato soltanto un po’ di cibo e dell’acqua, alimenti che mi hanno permesso di sopravvivere durante tutto il tempo in cui sono rimasta prigioniera.

La mia storia potrebbe concludersi qua, ma a distanza di tre anni dal compimento di questa triste vicenda, di cui sono stata vittima, ho finalmente trovato la forza di raccontarla per intero, a cominciare dalla sera in cui ha avuto inizio.
Sento il bisogno di ripulirmi per tornare a essere quella che ero prima di essere violentata, ma per raggiungere questo obiettivo devo raccontarmi perché solo in questo modo potrò uscire dallo stato comatoso in cui sono precipitata.

L’orrore che mi porto dentro di quei giorni di prigionia, in un incredibile labirinto di folli perversioni, occupa stabilmente la mia mente. Provo un senso di vergogna, sono angosciata, e seguito a rimproverare me stessa per quanto è accaduto, invece non dovrei farlo, lo so bene, ma non ci riesco.
Lo psicologo che mi ha in cura, cui sono stata affidata dai servizi sociali della ASL, sostiene che il senso di colpa di cui soffro rientra nella normalità di una donna che come me ha subito un’ aggressione sessuale.

Mi esorta continuamente a parlare dell’accaduto, vuole che ricordi anche i minimi particolari, persino quelli che a me appaiono meno importanti, perché a suo dire parlare mi restituirà la salute, mentre se tengo tutto dentro non potrò che peggiorare il mio stato.

Sono trascorsi quattro anni dalla notte in cui la banda di rumeni mi ha fatto prigioniera. Quel sabato sera stavo facendo ritorno a casa, dopo avere trascorso la serata in discoteca, quando il motore della Mini Cooper di cui ero alla guida si spense d’improvviso mentre percorrevo la Via Emilia.

Ormai ero prossima a Parma, mancavano solo una decina di chilometri al cartello che indicava la città. Feci appena in tempo ad accostare la vettura al ciglio della strada prima che la Mini Cooper sospendesse definitivamente la corsa.
Dopo alcuni inutili tentativi di fare ripartire il motorino d’avviamento mi arresi. Alla sfiga d’essere rimasta in panne si aggiunse anche quella di non essere in grado di effettuare una qualsiasi telefonata.

Il cellulare che custodivo nella borsetta, malauguratamente, aveva le pile scariche.
Bloccata e impossibilitata a fare ripartire l’automezzo decisi di percorrere a piedi la distanza che mi separava dalla città. Neanche per un istante presi in considerazione l’eventualità di effettuare l’autostop. Troppo pericoloso, pensai.

Quella sera indossavo un vestito abbastanza scollacciato, lungo a mezza coscia, che durante il cammino verso la città non mancò di attirare su di me l’attenzione di un gran numero di automobilisti che percorrevano la Via Emilia.

Impedita a muovermi agevolmente per colpa dei tacchi da 12 centimetri che calzavo ai piedi, mi liberai delle scarpe e proseguii a piedi scalzi camminando sulla striscia d’erba, a lato della strada, dove trovavano posto i paracarri.
Fatta segno di frasi ingiuriose, pronunciate dagli automobilisti di passaggio, scambiata per una prostituta intenta ad adescare clienti, stanca e impaurita, accettai un passaggio da un ragazzo dal viso angelico che si fermò con la sua Citroen station-wagon chiedendomi, unico fra tutti, se avevo bisogno d’aiuto.

Mica potevo immaginare che quello sarebbe stato uno dei miei carnefici. Tuttora, ripensando a quei giorni di prigionia, faccio fatica a pensare a lui come a uno dei mostri che mi hanno violentata ripetutamente.
Per un anno intero, la banda di rumeni, mi ha tenuta prigioniera in una cantina, priva di luce elettrica, carente di servizi igienici, impossibilita persino a lavarmi, subendo una infinita serie di abusi.
I giorni di prigionia, trascorsi in quella cantina, sono stati un continuo incubo.

Nella solitudine di quelle quattro mura mi sono interrogata più volte sul senso della vita. Non sapevo quali fossero le loro reali intenzioni, oltre a quelle di violentarmi e godere del mio corpo. La mia paura era che prima o poi mi avrebbero uccisa e seppellita in una fossa scavata in aperta campagna. Probabilmente erano queste le loro intenzioni se non fossero intervenuti i carabinieri a liberarmi. Liberazione avvenuta in modo del tutto casuale perché le forze dell’ordine raggiunsero il casolare per caso, seguendo una pista del traffico di droga.

Oltre a essere obbligata a subire i loro appetiti sessuali fui costretta a portare a termine, in più di una occasione, per loro divertimento, a dei rapporti sessuali con uno dei loro cani; un dobermann, che probabilmente si era congiunto con altre donne prima di me, perché quando si trattò di infilare il suo coso nella mia vagina trovò subito la strada fra le cosce, nonostante mi divincolassi, tenuta ferma dai miei aguzzini.

I rumeni parevano divertirsi nel vedermi cavalcata da quell’a****le, lo stesso che durante il giorno faceva da cane da guardia nell’aia mentre loro erano assenti.

Quando il ragazzo si premurò di farmi salire sulla station- wagon, dopo che gli ebbi rivelato quanto era accaduto alla mia autovettura, mi propose garbatamente di aiutarmi, carpendo la mia fiducia.
– Ti accompagno a casa mia, dista solo un paio di chilometri.

Lì potrai telefonare a un elettrauto. Oppure se vuoi ti accompagno a casa tua. – disse il ragazzo
Dopo la serata trascorsa in discoteca, dove avevo ecceduto nel bere e assunto un po’ di roba, non mi ero accorta che il ragazzo alla guida della station-wagon non era italiano, altrimenti non avrei mai accettato il passaggio in auto.
Abbandonata la Via Emilia, raggiungemmo una cascina. Solo allora, nella oscurità di quel luogo, lontano dalla strada statale, presi coscienza dell’errore che avevo fatto e cominciai a essere preoccupata.

Bloccata l’auto nel cortile della cascina il ragazzo fu lesto ad abbandonare il posto di guida. Scese dalla macchina e venne nella mia direzione. Una volta aperta la portiera mi trascinò fuori dalla vettura e mi spinse verso la cascina. Tutt’a un tratto da una porta della casa colonica uscirono fuori un paio di uomini che ci vennero incontro. Spaventata cercai di fuggire rincorsa dappresso dal ragazzo che stava alle mie spalle. Sollevata di peso dai tre uomini fui trasportata nel casolare.

Quella notte, fino al sorgere del nuovo giorno, dovetti subire le ripetute violenze di quel gruppo di rumeni che abusarono a turno di me in tutti i modi, lacerandomi le pareti del culo fino a farlo sanguinare con i loro atti violenti. Dopo lo shock provocatomi dalle botte ricevute perché mi ero ribellata all’aggressione sessuale, cercando d’oppormi in tutti i modi alle violenze, mi ritrovai preda di un profondo stato di confusione.

Intorpidita in tutto il corpo a causa delle ecchimosi e delle scorticature, residui delle botte ricevute e dalle tracce di sangue rappreso attorno alle mie cavità, ero disperata.
I primi giorni trascorsi in quella casa furono i più terribili da sopportare. Non sapevo rassegnarmi a essere ripetutamente violentata dai miei aguzzini. Rifiutavo il ruolo di schiava, mentre l’unica cosa a cui pensavo era di fuggire da lì, anche se non sapevo come sarei riuscita a farlo.

Col passare delle settimane diventai insensibile a tutto ciò che mi accadeva. Sopportai passivamente ogni tipo di violenza, perché quello che desideravo non era più di fuggire, ma soltanto morire.
Il ricordo di quei lunghi mesi trascorsi da schiava, privata della libertà, sottoposta ad abusi infami e vergognosi, mi si ripresentano quotidianamente nella mente, ma soprattutto mi tengono compagnia di notte quando mi sveglio nel letto della mia casa impaurita e tutta sudata.

Oramai sono trascorsi tre anni da quando ho riacquistato la libertà. Non sono ancora tornata alla normalità, mi sento intorpidita, distaccata, come se la realtà in cui sono costretta quotidianamente a vivere sia soltanto un sogno.
Percepisco il mondo che mi circonda in modo del tutto irreale, come se il mio inconscio riconoscesse come unica realtà il periodo vissuto dentro quella cascina. Rivivo continuamente i momenti di quelle aggressioni. Sono pensieri ossessivi, ricordi, incubi, visoni mostruose.

Vorrei mettere fine a quelle brutture, rimuovendo i particolari di quei giorni e delle aggressioni subite, invece ho difficoltà a concentrarmi sulle cose di tutti i giorni.
Soffro di crisi di ansia e la sera fatico a prendere sonno. Sempre più spesso penso che dovrei farla finita con questa vita. Ho tanta rabbia in corpo e non so come fare a sfogarla. Da quando sono stata liberata ho evitato il contatto con l’altro sesso.

Ho paura di innamorarmi di un uomo e d’avere con lui un qualsiasi rapporto sessuale. Ho messo in atto delle strategie per difendermi dal dolore, anche se mi stanno provocando troppo disagio, ma che potrei fare di diverso?
Ho provato a contenere l’ansia che mi porto addosso assumendo degli psicofarmaci, poi ho assunto dell’alcool, ma non è servito a niente, anzi, assumere queste sostanze ha contribuito soltanto a fare diminuire quelle energie positive che dovrebbero servirmi a contenere le mie paure.

Parlare di quanto mi è accaduto spero che possa servire a guarire dagli attacchi di panico che a distanza di tre anni da quell’accadimento seguitano a colpirmi. Mi manca solo una cosa, il tempo per guarire.

24

Veline e vallette
disposte a tutto

Ho conosciuto Simone un paio d’anni fa, abbiamo fatto sesso nel suo studio di geometra. Mi ha contattata altre volte ma, con scuse varie, vere o inventate, ho sempre declinato ogni suo invito.

E’ ben dotato ma la scopata con lui è stata abbastanza dozzinale, nessuna emozione.
Mi contatta per l’ennesima volta, per il tramite di una chat di un sito di incontri.
“C’è una coppia che vuole conoscermi ed è anche interessata ad una trav, ho fatto il tuo nome. ”
“E chi sarebbero? Sei sicuro che non è il solito singolo che si spaccia per coppia?” Sono diffidente, penso che la sua sia una scusa.

Mi comunica il “nick” della coppia. Li contatto io direttamente. Confermano che il loro interesse è reale, soprattutto dopo aver visto le foto nel mio profilo. Gli chiedo il loro numero di telefono. Li chiamo, parlo direttamente con la lei della coppia. Ho la conferma che si trattano di una coppia reale. Ci diamo appuntamento per il giorno seguente, alla sera, a casa mia.
Arrivano tutti e tre insieme, si presentano, Mario e Beatrice.

Lei è una bella donna, trentacinque anni, mora, alta e longilinea, quindici anni, almeno, più giovane di suo marito. Lui è un uomo abbastanza interessante. I soliti convenevoli, seduti sul divano. Lei ed io siamo in mezzo ai due uomini. Un rum, giusto per iniziare a scaldare l’ambiente.
“Perché non ci fate vedere come siete porcelline?” Mario è già eccitato.
Non ho un grande interesse verso le donne, preferisco di gran lunga gli uomini, ma quando si tratta di giocare non mi tiro indietro.

Beatrice mi prende per mano e, insieme, ci alziamo in piedi. Ci abbracciamo e ci baciamo in bocca, le nostre mani sfiorano, accarezzano, il corpo dell’altra. Le faccio calare la gonna lungo le sue gambe. Resta in reggicalze. Lei fa lo stesso con me, resto anche io in reggicalze.
Continuiamo a strofinare i corpi, una con l’altra, a ritmo della musica soft che avevo preparato nel lettore CD.
I due uomini si sono spogliati, nudi entrambi, si stanno masturbando mentre guardano le nostre effusioni.

Abbandono il corpo di Beatrice e mi avvicino a suo marito. Mi inginocchio fra le sue gambe e gli prendo il cazzo in bocca. E’ abbastanza dotato anche lui, come Simone. Beatrice infila la sua testa fra le gambe del mio amico. Stiamo succhiando il membro guardandoci negli occhi, sorridendo. Ci baciamo sulla bocca e ritorniamo a far gustare ai nostri due partner le meraviglie delle nostre labbra e lingue. Ci vogliono penetrare.
Beatrice ed io ci sistemiamo, una accanto all’altra, appoggiate al divano, con i nostri sederi offerti ai due maschi
“Simone mettiglielo nel culo, a mia moglie piace da morire” Mario invita l’amico
Ci entrano dentro.

Beatrice ed io ci baciamo in bocca, ci scambiamo la saliva con la lingua, mentre veniamo inculate a fondo. Simone sta venendo, esce dal culo dell’amica. Si sfila il preservativo.
“In bocca, sborra in bocca alla troia di mia moglie” Mario è eccitato mentre mi penetra in culo. Eccitato anche alla vista della moglie posseduta da un altro sotto i suoi occhi.
“Si, si, Julia prendila in bocca con me” Beatrice dimostra di voler condividere il suo godimento con me.

Simone si siede sul divano, si mena l’uccello. Il suo membro è fra le nostre due bocche mentre Mario continua ad affondare i suoi colpi dentro di me. L’amico viene, lo sperma esce violento dal suo glande. Colpisce le labbra di entrambe. Apriamo le bocche, insieme, permettendo al liquido bianco di versarsi sulle nostre lingue, unite. Aspettiamo ferme l’ultima goccia di sperma. Ci baciamo scambiandoci una nella bocca dell’altra la sborra di Simone.

Anche Mario sta per venire.
“Inginocchiatevi, vi sborro in bocca a tutte e due, vacche!” Abbiamo ancora in bocca lo sperma dell’amico. Ci inginocchiamo. Una di fronte all’altra. Abbracciate. Lingua contro lingua. Mario viene, anche lui copiosamente, dentro le nostre bocche. Ci baciamo di nuovo con il sapore di sperma dei due maschi nelle nostre bocche. Ci baciamo a lungo. Alla fine ingoiamo tutto ciò che è sulle nostre lingue, sperma e saliva.

Ci guardiamo negli occhi e sorridiamo, contente di esserci conosciute di aver instaurato un buon feeling, di sesso.
Giusto il tempo di riposare un attimo, di riprendere tutti e quattro le nostre forze, bevendo insieme qualche cosa di alcolico.
I due uomini si fiondano su di me, mi vogliono prendere insieme. Beatrice prende la macchina fotografica ed inizia a shittare una foto dietro l’altra, mentre il marito e Simone mi prendono, uno in bocca e l’altro nel culo, alternandosi.

Lascio il mo posto alla nuova amica, ora è lei che si prende a turno i due uomini, in bocca e in figa, contemporaneamente. Io li fotografo.
Stanno per venire, tutti e due, Beatrice ed io ci inginocchiamo, nuovamente abbracciate una all’altra, davanti a loro ed attendiamo impazienti il loro sperma. Ci riempiono, di nuovo, le nostre bocche. Assaporiamo insieme il sapore di entrambi.
Ho passato una bella serata, altamente erotica e ricca di sesso.

Con Simone non mi sono più rivista ma, invece, con Mario e Beatrice mi sono rivista altre volte. Divertendomi il più possibile con entrambi. Non ho mai penetrato la mia amica, ma ogni volta ho condiviso con lei il gustoso succo del marito.

25

I collant a rete

Una delle email più curiose che ho ricevuto per i miei annunci è stata senz’altro quella di Gualtiero, si definiva un uomo sulla cinquantina, assolutamente non bello, alto un metro ottanta, di cento chili di peso, senza capelli, camionista spesso di passaggio dalle mie parti, desideroso di conoscermi ed invitarmi a cena una sera, di non essere assolutamente interessato ad un rapporto sessuale, ma solo di passare una serata in piacevole compagnia, è un feticista dei collant a rete, reputandomi, per quello che io avevo scritto sui miei annunci, una persona che merita, di essere sicuro di non ricevere alcuna risposta da parte mia in quanto si riteneva non alla mia altezza.

Leggo attentamente la sua mail, sono curiosa, gli rispondo chiedendogli di farmi sapere dove e quando.
Mi risponde, incredulo, mi fissa un appuntamento presso il parcheggio di un ristorante che conosco, raccomandandosi di indossare dei collant a rete perché vuole ammirare le mie gambe.
Arriva il giorno, mi preparo, un trucco leggero, indosso un vestito corto ed elegante, di color verde, con le spalline il perle bianche, intimo color nero sotto, un paio di collant a rete a maglia media verdi, sandali verdi, mi guardo allo specchio, alzandomi il vestito, mi sembra strano vedermi le gambe ed il sedere fasciati in quel collant, io che sono abituata alle calze o alle autoreggenti, comunque sto bene, mi davano realmente un’aria sexy, prendo la Smart e mi avvio all’appuntamento.

Arrivo con circa un quarto d’ora di ritardo, nel parcheggio c’è una motrice di un camion. Parcheggio e mi avvio verso il camion, scende un uomo, senza capelli, alto, molto robusto, anche se non eccessivamente grasso, non bello, indossa un paio di jeans ed una camicia nera aperta all’ultimo bottone, che cadeva fuori dai pantaloni, mi viene incontro
“Julia?”
“Si sono io”
“Piacere Gualtiero” mi guarda come sono vestita “Complimenti anche per il vestito e per la scelta del colore, non il solito nero”
Entriamo nel ristorante, chiede alla cameriera un posto nella saletta al piano superiore, ci accompagna sulle scale, ci fa accomodare al tavolo.

Prende l’ordinazione. Carne alla brace e vino rosso. Consumiamo la nostra cena, Gualtiero mi guarda spesso le gambe, il vestito si è alzato mostrando completamente le cosce. Mi parla dei suoi viaggi, spesso nel Nord Europa. Dei locali in cui va, frequentati da trav e trans, dice di essere timido e di non aver mai avuto il coraggio di avvicinarne una, neanche per parlare. Sono l’unica che ha risposto al suo messaggio, ne ha inviati parecchi, dice.

Fa anche domande sulla mia vita “en femme”. Mi guarda le gambe, ma non mi sfiora mai. Resta sempre al suo posto, educatamente.
Ordiniamo il caffè.
Sto passato una piacevolissima serata parlando con un uomo che, pur non essendo assolutamente nei canoni dei miei gusti in fatto di genere maschile, si dimostra una persona molto corretta, simpatica, socievole, scendiamo le scale, Gualtiero va a saldare il conto, usciamo dal ristorante e mi accompagna verso la mia macchina
“Grazie Julia per la piacevolissima serata, spero di poterti invitare ancora a cena”
“Più che volentieri, cosa fai adesso?”
“Ho il rimorchio posteggiato ad un paio di chilometri da qui, vado là e mi riposo, domattina mi sveglio abbastanza presto proseguendo fino a Napoli”
“Non è tardissimo – guardo sul mio cellulare l’orario – “Non sono neanche le 11,00, se ti va possiamo continuare a chiacchierare un po’”
“A me andrebbe benissimo, dobbiamo però andare all’altro parcheggio”
“Nessun problema, ti seguo con la mia auto”
Gualtiero prende la sua motrice, sia avvia, lo seguo, decisa che mi sarei fatta scopare.

Neanche cinque minuti di strada, arriviamo nei pressi del suo rimorchio, avvicina la motrice, scende dal camion ed aggancia il rimorchio. Sono in piedi fuori dalla mia auto, lo guardo mentre fa le manovre. Ha finito, mi fa un segno di salire in cabina. Apre un frigobar all’interno dell’abitacolo e mi chiese cosa voglio da bere, ha acqua, lattine di bibite e birra, opto per la birra. Riprendiamo la conversazione interrotta al ristorante, parlando ancora di qualche suo viaggio e di me.

Stiamo parlando da mezz’ora, lui continua a guardare le mie gambe, accavallate sul sedile. Visto che lui non fa una mossa, prendo io l’iniziativa
“Ti piacciono veramente tanto le mie gambe?” alzo il vestito sopra i miei fianchi, in modo che lui possa vedere completamente le mie gambe, lasciando intravedere anche il nero della stoffa del mio perizoma sotto le maglie larghe e verdi del collant
“Si molto” vince la sua timidezza ed allunga, finalmente, una sua mano verso la mia coscia “Sono fatte benissimo, morbide” le sta toccando
“Ma ti piacciono solo le mie gambe? Ed il resto?” lo stavo provocando
“Si Julia mi piaci molto, anche come persona” è emozionato
Mi avvicino spostandomi sul sedile, mi giro di tre quarti verso di lui, la sua mano scorre sulle mie gambe, E’ caldissima, di dimensioni tali che con le dita riesce a prendermi gran parte della coscia.

Non parla più, io resto zitta concentrandomi al tocco della sua mano. Con respiri profondi continua a toccarmi le gambe, anche con l’altra mano. Do un ultimo sorso alla lattina di birra, la appoggio, vuota, al cruscotto. Allungo la mia mano e la porto fra le sue gambe, accarezzandoglielo attraverso la stoffa dei jeans
“Julia?”
“Shhhh lasciami fare”
Continuo ad accarezzarglielo. La sua testa è rivolta all’indietro, la sua mano destra sempre sulle mie gambe.

Sta godendo di quel mio strofinamento fuori dai suoi pantaloni, lo sento crescere attraverso la tela dei jeans, indurirsi, sono piacevolmente sorpresa dalla sua grossezza. E’ molto dotato. Lo accarezzo per tutta la sua lunghezza, dall’attaccatura dei testicoli fino all’apice che preme contro la cinta dei jeans. Sono appoggiata con la mia fronte alla sua spalla, sono eccitata, con le dita cerco la cintura dei pantaloni, la trovo, slaccio il bottone e gli tiro giù la cerniera.

“Si continua, ti prego” sta ansimando
Prendo il suo cazzo nella mia mano, non riesco a chiudere il pugno da quanto è grosso, iniziai a masturbarlo.
“Aspetta Julia” si solleva dal sedile, oscura interamente i vetri laterali ed il parabrezza. “Così nessuno ci vede, andiamo qui dietro, stiamo più comodi” mi mostra un letto dietro una tendina posta al di là del sedile.
“Si penso sia meglio” sorrido “Spogliati”
Mi aiuta a salire sul lettino.

Posso stare tranquillamente comoda seduta sulle mie ginocchia. Gualtiero si spoglia completamente da seduto, sale anche lui sul letto. Si sdraia sulla schiena, sono in ginocchio fra le sue gambe, gli faccio una sega per fargli riprendere la durezza che ha leggermente perso. E’ tornato duro, come prima, grosso
“Che bel cazzo che hai” abbasso la testa e lo prendo in bocca, la sento piena per quanto è gonfia la sua cappella, lo succhio, lo lecco.

E’ lungo, in bocca me ne sta solo la metà. Mentre gli sto facendo il pompino, cerco con la mano la mia borsa, la trovo, prendo un preservativo. Gualtiero mi guarda, ansimando
“Lo voglio in culo” gli infilo il profilattico
Mi fa sdraiare sulla schiena, prende le mie gambe e le spinge verso il mio viso, le ginocchia mi arrivarono al petto, con la mano sinistra mi tiene entrambi i piedi, ho ancora le scarpe.

Mi spinge ancora i piedi, raccolgo con le mie braccia le mie gambe serrandomele al petto. Sono arcuata sulla schiena con il sedere staccato dal letto, il vestito è risalito sino alla vita. Con l’altra mano, Gualtiero, cerca l’estremità del mio collant dietro la mia schiena, me lo fa risalire all’altezza dei miei testicoli. Appoggia le sue mani alle mie cosce, facendomi mantenere la posizione presa. Si abbassa per leccarmi il buchetto posteriore, protetto unicamente dal solo filo del mio perizoma, me lo ammorbidisce con la sua saliva.

Si rialza, prese il suo enorme uccello nella mano ed appoggia la cappella al mio buchetto, spinge con la forza delle sue reni e del suo peso, lancio un urlo, non solo di dolore ma anche di godimento appena lo sento entrare
“Ti ho fatto male” mi chiede preoccupato, fermandosi per un istante
-“No continua, mettimelo dentro tutto”
Si fa forza sulle sue ginocchia, me lo spinge fino in fondo con tutto il peso del suo corpo.

E’ enorme dentro il mio intestino, continua a spingere
“Si così, che bel cazzo grosso,continua, scopami dimmi che sono una troia, dimmelo”
“Si sei una troia, ti sto scopando il culo, troia” finalmente anche lui accompagna a parole la scopata, come piace a me
Le sue palle sbattono sulle mie natiche, me lo spinge in culo fino alla radice, esce quasi fino alla cappella per rientrare dentro totalmente, in rapida successione,
“Sto venendo, Julia, sto venendo”
“Sì, porco, sborra”
“Ecco, ecco, troia ti sto sborrando in culo” è totalmente dentro di me, resta così, con colpi energici del bacino fino a quando non scarica anche l’ultima goccia di sperma nel preservativo.

Mi lascia cadere le gambe, si riversa all’indietro, appoggiandosi alla parete del camion. Resto immobile, sdraiata, con le gambe larghe, i collant calati a mezza coscia, i piedi appoggiati sulla coperta del letto. Con le dita cerco il mio forellino posteriore, è ancora aperto, grazie alle dimensioni del suo cazzo, per la scopata che si è fatto nel mio culo per più di mezz’ora.
“Julia che scopata”
“Gualtiero, hai un uccello magnifico, mi hai sfondata”
“Posso chiederti una cosa prima che te ne vai?”
“Si certo”
“Tu baci in bocca gli uomini?”
“A volte si”
“Mi piacerebbe farlo”
Gli sorrido, si sdraia ancora nudo al mio fianco, mi abbraccia, si avvicina con le labbra semichiuse verso di me, dischiudo le mie, mi mette la lingua in mia bocca, mi bacia con passione.

Mentre mi bacia gli tocco ancora l’uccello, è moscio, ma sempre grande, grosso
“Contattami quando torni ancora da queste parti, voglio ancora il tuo cazzo in culo”
“Senz’altro tesoro, e tu indossa sempre i collant a rete” mi sorride
Mi ricompongo,si riveste anche lui.
Scende dal camion con me per accompagnarmi alla mia auto. Mi bacia in bocca nuovamente. Salgo sulla mia auto e parto. Nel tragitto per casa ripenso ancora al suo uccello, penso a tutti i dotati che mi hanno scopata.

Non so se lui è il più grosso, ma senz’altro è fra i primi cinque.
Sono passati u paio di mesi, ricevo una sua nuova mail, mi ringrazia per la serata, per la scopata, ma mi ringrazia soprattutto per averlo aiutato a vincere la sua timidezza. E’ tornato in qualche locale del Nord Europa ed è riuscito a conoscere qualche altra travestita, un paio se le è anche scopate. La prossima settimana torna dalle mie parti.

Mi farò inculare ancora sul suo camion.

26

Una notte scostumata in autostrada

Nel mese di agosto avevo fissato con un mio amico in un luogo di incontri quando sono arrivata l’ho trovato che stava facendosi fare un pompino da un ragazzo efebico … al mio arrivo il ragazzo è scappato via … lui mi ha detto che non era male, ma che andava meglio così perchè preferiva la mia femminilità (il mio amico è bisex più tendente all’etero).

Siamo rimasti qualche decina di minuti in attesa di capire se il ragazzo sarebbe tornato, oppure se qualcun’altro sarebbe arrivato, ma purtroppo nessuno si è fatto vivo.

Allora lui mi ha proposto di fare un giro in autstrada, ad agosto non è il massimo, però mi pareva una cosa carina, si sarebbe stati insieme e magari qualcun’altro poteva approfittarne 😉

Alla prima area di sosta non c’erano auto, scendiamo per aspettare, il buio di una notte senza luna e le stelle cadenti ci elettrizzano, lo tocco un pochetto e gli diventa subito duro, allora lo lecco ma … un faro! ci ristemiamo e guardiamo meglio, un camion …

Ci mettiamo ai bordi di un boschetto, visibili ma un po nascosti, glielo ritiro fuori e lo prendo tutto in bocca … lo sento diventare durissimo mentre lui controlla cosa fa il camionista … scende dalla cabina e viene verso di noi … si sbottona i pantaloni e lo tira fuori, ancora molle ma già grande, appena glielo tocco diventa turgido e … in bocca diventa durissimo.

Spompino entrambi finchè il mio compagno non mi gira mettendo il mio sedere vicino al cazzo durissimo del camionista che non aspettava altro e in solo qualche secondo mi penetra violentemente facendomi urlare dal piacere e dal dolore mentre il mio compegno continua a mettermelo in bocca e, tenendomi i fianchi, mi spinge verso il cazzo del camionista per farlo entrare fino in fondo, e io sentendomi smembrare, urlo di piacere col suo pene in bocca …
Il camionista allunga una mano sul mio davanti e toccandomi aumenta il ritmo fino ad un suo urlo di godere che è coinciso con il mio orgasmo e quello del mio compagno … che goduta fenomenale …

Scambiamo i contatti con il nostro nuovo amico, così quando sarebbe ripassato dalle nostre parti ci avrebbe potuto contattare … mmmm …

In questo fremito di godimenti non ci eravamo accorti di un camion che aveva posteggiato dietro al nostro nuovo amico camionista, che dopo che se ne è andato ci ha permesso di vedere un bellissimo ragazzo dai capelli lunghi nella cabina illuminata.

Il mio amico mi dice di fare un giro intorno a quel camion. Ma appena sotto il suo finestrino lui mi chiede se voglio salire, gli dico che sono con il mio compagno e lui mi chiede di chiedergli se posso andare da sola. Il mio compagno ovviamente è contento e salgo in cabina.
Lui si spoglia e iniziamo a pomiciare, mi tocca dietro, mi sculaccia dolcemente facendomi mugolare di piacere, poi mi mette anche due diti nel sedere … e allora non ci ho più visto, godevo come una porca … l’ho preso in bocca e lui continuava da dietro a toccarmi … finchè non ce la facevo più e mi sono tirata su, ma lui a quel punto mi ha toccata anche davanti e ha iniziato a strofinare il suo pene sulle mie calze e … mentre con le mani mi teneva le natiche ben larghe, con uno strattone mi ha girata e penetrata col suo cazzone durissimo.

Mi ha letteralemnte sbattuta sul lettino e ha iniziato a pompare dentro il mio sedere come un forsennato. E’ durato pochissimo, mi ha levato il pene dal sedere e mi ha schizzato tutta la sua sborra tra i capelli e sulla schiena …. mmmmmmmmm …

Siamo scesi dalla cabina e il camionista ha detto al mio compagno che ha una bella zoccola tra le mani di non lasciarsela sfuggire, che anche lui avrebbe fatto salti mortali per averne una simile 🙂
A quel punto mi ha dato un bacio in bocca con la lingua così improvviso che non sono riuscita a evitare, ma era così eccitante che anche il mio compagno se ne è accorto e mi ha alzato la gonna e toccata dietro eccitatissimo.

Dopo un po che non passavano altri camion o auto, abbiamo deciso di andare al parcheggio successivo (Crocina in direzione Arezzo), c’erano tre-quattro camion fermi di cui due con le luci di cabina accese, facciamo un giro e uno di questi inizia a venirci dietro, allora ci fermiamo, il camionista scende immediatamente e ci propone una cosa a tre nella sua cabina, saliamo e … non aveva capito che io ero una trav 🙁
Ma continua a guardarmi e il mio compagno capisce una curiosità nel camionista e mi alza la gonna e mi carezza dietro mostrando il sedere a lui che si tira giù la cerniera dei pantaloni e lo tira fuori.

Non ancora completamente duro mi prende per i capelli e mi spinge la bocca al suo pene che sento crescere nella sua bocca fino a diventare durissimo e grossissimo … mi tira su per i capelli e mi tocca il sedere dicendo “però che bel culo per essere una trav, quasi meglio di una donna!”, mi gira e vuole che lo prenda in bocca al mio compagno, mentre lui continua a contemplare il sedere, me lo unge ben benino e poi, io sempre a pecora con la bocca sul cazzo del mio compagno, mi inzia a strofinare il suo pene sul buchetto … e lo affonda facendomi impazzire di gioia … mentre il mio compagno eccitatissimo mi spinge la testa su e giù e il camionista mi afferra i fianchi e mi muove a suo piacimento … quando lo sento un po più fermo mi alzo e mi muovo facendolo godere come un porco sia andando su e giù che muovendo le natiche lateralmente, ma è talmente un movimento eccitante che sento il suo pene pulsare dentro di me in una sborrata fortissima mentre il mio compagno sfila il pene dalla mia bocca e mi schizza in faccia, sono esausta ma felicissima.

Scendiamo dalla cabina e il nostro nuovo amico camionista si congratula per la mia femminilità che mi eccita di nuovo, il mio compagno lo capisce e mi propone di andare a Arezzo per tornare indietro e fermarsi all’area di sosta nell’altra direzione, visto che qui i camion e le auto hanno tutte spento fari e luci.

Nell’are di sosta Crocina Est troviamo coppie in azione, singoli e un camion buio.

Usciamo e facciamo due passi nei giardinetti, solo dopo oltre 5 minuti l’unico ad avvicinarsi è il camionista, degli altri presenti nessuno/a è sceso dall’auto.
Il mio compagno mi dice di andargli un po più vicino, come mi stacco da lui il camionista viene verso di me e mi invita in cabila, gli dico che sono col mio compagno, ma mi chiede se posso venire da sola, dopo che anche il mio compagno è daccordo salgo in cabina e mi trovo un uomo con il pene fuori dai pantaloni durissimo e con una cappella enorme, non faccio in tempo a levarmi la gonna che lui lo ha talmente tanto avvicinato al mio viso che non posso fare altro che leccarglielo e poi prenderglielo in bocca tutto … mi tocca ovunque, davanti, dietro, i capelli e spinge la mia testa così a fondo che quasi soffoco.

Mentre riprendo fiato e mi appogio alla branda lui si appoggia su di me, non c’è bisogno di fargli trovare il buco, è entrato da solo e io inizio a godere. Lui spinge e lo sento parlare “che troia” … “che fica” … “godi maiala” … questo turpiloquio mi manda in estasi e comincio a ansiamre con la bocca e sento che mi sta facendo godere proprio dietro … “sto venendo!” urlo … e mentre ho le contrazioni del mio orgasmo anale, sento le sue contrazioni dell’ogasmo, e poi la sua schizzata nel mio didietro … crollo sulla sua branda e lui continua a muoversi su e giu dicendomi le cose più porche … ce l’ha ancora duro e la sua cappellona la sento ancora dentro di me … solo allora capisco che gli piace mentre sono così inerme … continua e lo sento sempre più eccitato, dalle parole che mi dice “cagna”, “sei mia”, ecc.

… mi lascio andare, sono eccitatissima e così mi piace da morire, mi prende per i fianchi con forza e mi sculaccia fino allo spasmo … non resisto, sto per godere ovunque, iniziano le mie contrazioni del secondo orgasmo … sento anche le sue … godo davanti e dietro insieme e lui si accascia su di me mentre il suo pene pulsa nel mio sedere pulsante con un’altra schizzata memorabile.
Sono distrutta resto accasciato sulla branda mentre lui si rialza e mi dice parole gentili, “sei favolosa”, “mai fatta una scopata così”, “che fica divina” … e molto altro … scendiamo e il mio compagno vede il mio stato con stupore, ma il camionista ci chiede se ci si può rivedere … scambiamo i contatti, poi salgo in auto del mio compagno che mi chiede e io racconto … tornando verso casa … mentre racconto non mi ero accorta che le mie parole lo hanno eccitato talmente tanto che … si ferma nell’area di sosta successiva, mi prende la mano e l’appoggia sul suo pacco durissimo … lo carezzo e mi metto a pecorina sul seggiolino per prenderlo in bocca … mentre gli faccio una pompa prendendolo in bocca fino in fondo … lui mi laza la gonna e mi dice nell’orecchio “ci stanno guardando” alzo lo sguardo e vedo un’altra auto e un ragazzo carinissimo che si tocca davanti i pantaloni … mmmm … il mio compagno apre il finestrino e gli fa qualche cenno che non vedo, io continuo a succhiarglielo … poi rialzato lo sguardo vedo l’altro ragazzo col cazzo in mano davanti al nostro finestrino, si avvicina e glielo lecco un po, poi torno a leccare il mio compagno, sento che il inestrino dall’altro lato si apre (il mio compagno l’ha aperto) e una mano che mi carezza le natiche … poi rialzo lo sguardo e lui è di nuovo li davanti al mio finestrino … glielo prendo in bocca mentre il mio compagno mi tocca davanti e dietro ….

vado da un cazzo in bocca all’altro … poi rialzo la testa dal pene del mio compagno e lui non lo ritrovo, ma sento che qualcosa mi strofina il sedere, è lui dall’altro finestrino aperto … continuo col mio compagno e sento sempre più che lui strofina vicino al buchetto … finchè non entra … mmmmm …. godo … lui stantuffa dentro di me dal finestrino, il mio compagno è eccitatissimo … mi prende la testa e me la muove su e giù fino alla base del suo pene lasciandomi senza fiato, mentre l’altro mi prende i fianchi e mi tira e se e mi respinge in un urbine di violenza delicata … ma sento il mio compagno iniziare a pulsare e anche io provo forti spasmi di eccitazione … i miei spasmi sono avvertiti dal ragazzo fuori dall’auto che mi afferra più deciso e spinge in fondo e allora sento il suo pene gonfiare e pulsare mentre il mio compagno mi riempie la bocca col suo caldo liquido e io vengo davanti e dientro …

Abbiamo fatto un po’ tardi e il mio compagno mi riaccompagna a casa e abbracciandomi e baciandomi mi dice che una come me la vorrebbe tutti i giorni ….

vediamo una stella cadente, gli sorrido e ci abbracciamo.

27

Festa di compleanno

Il taxi veloce e discreto che l’aveva prelevata a Malpensa la lasciò esattamente di fronte al cancello in acciaio, perfettamente lucido e ben tenuto. All’interno si poteva vagamente intuire uno splendido giardino.
“Tutto questo non ha senso”
si disse Raf, appena ebbe pagato il tassista frettoloso. Solo un paio di ore prima era a casa sua, nella sua comoda e tranquilla vita di sempre.

Però spinse il campanello con decisione, lisciandosi la sottile camicetta di seta beige che si era sicuramente sgualcita in aereo.
Il cancello che si apriva la fece sobbalzare.
L’interno era decisamente meglio di come se lo fosse immaginato.
Sapeva che era un ricco uomo di affari, ma della sua vita reale non sapeva praticamente nulla.
Di come vivesse, di dove abitasse, di cosa gli piacesse fare nel tempo libero, a parte andare a caccia di donne e scopare.

Entrò nell’enorme villa da un portoncino in legno e vetro satinato. Dava su di un salone grande come tutto il suo appartamento, arredato con mobili di design difficilmente confondibili, per lei.
I divani erano Le Corbusier, diverse sedie Macintosh attorno ad un tavolo Cassina in vetro e acciaio. Una chaise loungue, sempre Le Corbusier, ovunque erano sparsi mobili di Writgh e di altri architetti che avevano fatto la storia dell’arte mondiale, tutti riuniti in quel salone spettacolare.

Il tutto era condito da una serie di accessori di squisita fattura, oggetti etnici, ricordi di numerosi viaggi fatti attorno al mondo.
Non si notava l’assenza femminile in quell’arredamento, nonostante fosse una casa prettamente e tipicamente maschile.
Max spuntò fuori all’improvviso, come se si fosse materializzato dal nulla.
Sorrise felice alla sua ospite gradita.
Si rese conto che dal vivo era davvero come l’aveva sognata tante e tante volte.

Le andò incontro con le braccia tese, e le baciò le guance leggero come un soffio. Il contrasto strideva molto, era un uomo alto e possente, dallo sguardo un po’ rude, ma aveva dei modi estremamente garbati, esattamente come su msn.
Si guardarono a lungo negli occhi, era incredibile che dopo tutto quel chattare fossero davvero arrivati al punto di stare di fronte.
“Fatto buon viaggio?”
Oddio, anche la voce era imperiosa.

Averlo di fronte un po la intimoriva.
Max se ne accorse al volo. Era uno che le donne le conosceva molto bene.
“Si, grazie”.
Raf continuava a starsene in piedi,impacciata. Max la invitò a sedersi in poltrona. Più la guardava e più sentiva che doveva trovare il tasto giusto per accenderla. Non doveva avere fretta. Lui non l’aveva mai, fretta.
Si sedettero uno accanto all’altra, sul costoso divano Cassina in pelle nero.

La sensazione di fresco della pelle dette un brivido a Raf, ed i capezzoli si inturgidirono. Era facile vederli spuntare dalla camicetta di seta, nonostante il reggiseno.
Max le passò un polpastrello sopra uno di essi, e Raf lo guardò senza smarrimento. Aveva una luce strana negli occhi. Come se non avesse aspettato altro.
“Sto correndo?”
Max non era solito fare quel tipo di domande. Non uno come lui. Ma Raf era qualcosa che andava ben oltre le donne con le quali era stato finora.

“Non dire cazzate – disse Raf rilassandosi – non sono venuta a Milano per fare conversazione”.
Gli occhi di lei si erano puntati nei suoi. Max era quasi a disagio, quello sguardo era talmente eloquente che sentì il cazzo esplodergli nei pantaloni. Fu li che capì come si sarebbe comportato, cosa avrebbe fatto, come si sarebbe mosso.
Le si mise a cavalcioni, e con le mani abili iniziò a sbottonarle la camicetta.

Il reggiseno nero, di elegante fattura, conteneva a fatica lo splendido e generoso seno della ragazza.
Le passò le braccia dietro alla schiena per sganciarlo. Nel farlo il suo viso si avvicinò a quello di lei, e decise di baciarla. Lui non amava baciare le donne, era un passatempo troppo da ragazzini, ma Raf se li meritava i suoi baci, lo sapeva bene.
Mentre con le mani sganciava il reggiseno, posò le labbra su quelle di lei.

Raf rimase colpita da quel bacio, mai se lo sarebbe aspettato. Rispose con foga, aprendo la bocca eccitata e cercando con la lingua le profondità della bocca di lui. Max sospirò e le fece scivolare il reggiseno lungo le braccia. Si staccò dal bacio solo per guardarle i seni.
“Avevo visto giusto – disse con la voce già rotta dall’eccitazione – li immaginavo meravigliosi e avevo proprio ragione”.
Max si abbassò per succhiare un capezzolo, e con la lingua compose piccoli cerchi e tocchi, e lo morse e lo succhiò avido.

Raf mugolava piano, la sentiva già sciogliersi tra le sue braccia.
Passò all’altro capezzolo, succhiandolo con forza, e non dimenticandosi dell’altro che continuò a torturare con le dita.
Durò poco l’abbandono di Raf al piacere. Max sentì le sue dita gentili sfilargli con forza la maglia per lasciarlo a torso nudo.
Aveva un bel fisico, possente e molto ben tenuto.
Profumava di uomo sano e pulito. Eccitato.
Raf gli addentò una spalla, e gli succhiò la carne soda delle braccia.

Era già molto eccitata.
Max scese velocemente lungo la pancia, e le sganciò i pantaloni, facendoglieli scorrere lungo le gambe.
Aveva un paio di slip di tulle color carne, e quando le aprì le gambe con le mani si accorse che il tulle era trasparente e bagnato.
Max aveva paura di parlare. Aveva detto solo poche frasi ed erano già a quel punto.
Lui adesso era inginocchiato di fronte al divano, e Raf, ormai nuda se non per il trasparente slip, era seduta con il sedere in avanti, e le cosce aperte

Max infilò un dito sotto gli slip, facendosi appena largo tra le pieghe umide.

Raf lo guardò vogliosa.
“Sai come farmi cedere, vero Max?”
Lui rise. Sfilò il dito e lo succhiò con piacere.
“Saprò farti fare cose che neppure immagini, tesoro”
detto questo le sfilò gli slip. Era rimasta vestita anche troppo.
Le allargò con le mani le cosce, e abbassò la testa sulla fica.
Il profumo che emanava era molto promettente.
Con le dita si fece spazio tra le grandi labbra, e le leccò il clitoride tenendo la lingua rigida e a punta.

Ci vollero pochissimi istanti perché Raf gridasse di un piacere forte e desiderato.
“Siiii, cosi, non fermarti”.
Continuando a leccarla con un ritmo blando, le infilò un dito dentro, trovandole subito il bottoncino. I gemiti si fecero ancora più forti.
Le dita diventarono prima due, poi tre. Tentò di infilare anche il quarto ma si rese conto che non era così allenata.
Mosse le dita con forza, mentre continuava a leccarle il clitoride.

Si rese conto che era già molto vicina all’orgasmo.
Sfilò le dita e ritirò la lingua, lasciandola ad un passo dal piacere, e solo con l’aiuto del suo lubrificante naturale le infilò due dita nell’altro buco.
Era già abbastanza allenato, lo sapeva.
Raf tirò su il bacino per aiutarlo nell’operazione, così mentre Max le muoveva con forza le dita nel culo ricominciò a leccarle il clitoride.
Le urla di piacere si fecero di nuovo forti.

Raf gemeva, riversa sul divano di pelle nera, mentre Max sentiva il cazzo scoppiargli nei pantaloni.
Solo un orgasmo, si disse, mia bella e dolce troietta, e poi mi servirai a dovere.
Decise di accelerare i tempi.
Insieme alle dita nel culo aggiunse tre dita nella fica, e con due colpi di lingua sul clitoride la sentì arrivare di un orgasmo fortissimo. Continuò a leccarla e a muovere le dita finché non la sentì arrendersi.

Si allontanò da lei per guardarla. Aveva perso l’aria innocente. Adesso, così abbandonata e nuda, umida dei suoi stessi umori e del suo stesso orgasmo, era esattamente come l’aveva sempre sognata.
“Sei un lurido bastardo – disse sorridendo sensuale – mi hai fatta davvero morire. Mi sa che dovrò darmi da fare per compensarti”.
Detto questo si alzò in piedi e lo invitò a prendere il suo posto.
Gli si inginocchiò ai piedi, e gli sganciò i pantaloni gonfi.

Quando gli ebbe abbassato anche le mutande Raf si ritrovò faccia a faccia con un cazzo di dimensioni così notevoli che non ne aveva mai visto uno.
Max sapeva che le donne facevano facce strane quando gli vedevano il cazzo per la prima volta, ma Raf ebbe un guizzo di gioia quasi comico.
Lo prese tra le mani e lo accolse in bocca gustandolo come un dolce tanto atteso. Max capì fin da subito che Raf lo avrebbe fatto divertire
La sua novellina71 non era affatto novellina.

Gli succhiò con tale foga la cappella da fargli quasi male, ma il piacere fu incredibilmente forte. La vide staccarsi, e tirare fuori la lingua. Gli leccò tutta la lunghezza dell’asta, e rimase a lungo a giocare con la punta della lingua sulla cappella.
Max la guardava estasiato.
Non era mai stato un problema, per lui, trovare qualche troia di passaggio che gli facesse un bel pompino, ma poche volte aveva visto quella devozione, quel piacere innato nel farlo.

Gli era venuta voglia di leccargliela ancora, ma decise che voleva godersi un po lo spettacolo.
Raf lo prese di nuovo in bocca; le dimensioni erano così notevoli che prenderlo tutto era impossibile, ma si impegnò ed usare anche le mani per coprirglielo tutto. Succhiava in modo preciso e costante, aiutandosi con le mani. Max le appoggiò la mano sulla testa, e sentirla muovere lo fece godere ancora di più.
Quando si rese conto di essere quasi al limite le allontanò la testa.

“Finiscimi con una sega, tesoro – le disse roco col sorriso sulle labbra – voglio vederti ubbidiente”.
Raf continuò con le sole mani, e ben presto un caldo fiotto di sborra finì sulla pancia e sul petto di Max.
“Adesso sai che fare”
E Raf si chinò per leccarlo senza neppure replicare.
Assaporò con gusto il seme di Max, era salato e aspro, ma gradevole.
Quando ebbe finito di leccargli pancia e petto, Raf era di nuovo estremamente eccitata.

Max si alzò subito, come se l’orgasmo non avesse lasciato segni su di lui, e le tese le mani.
“Voglio andare in camera, tesoro – le disse – i miei giocattolini li tengo di la”.
In camera, dove troneggiava un bellissimo letto Flou in legno wengè, c’erano molte candele accese, alcune profumate, e l’atmosfera era incredibilmente eccitante.
Max si diresse sul comodino a lato, ed aprì un cassetto pieno di aggetti sessuali di tutti i tipi.

“Adesso ti esibirai per me per farmelo tornare in tiro, ok? Scegli cosa ti piace di più di tutta questa roba”.
Trovò uno stimolatore uguale a quello che aveva anche lei a casa.
Max si inginocchiò sul bordo del letto, lei gli si stese davanti spalancando le gambe e guardandolo eccitata.
Prese il giocattolino e lo penetrò a fondo nella fica bagnatissima.
Max deglutì. Aveva già voglia di entrare in lei.

Il suo cazzo cominciava già a dare segni di vita, ed erano passati pochi minuti.
Lei accese con il tasto la vibrazione ed appoggiò la parte zigrinata al clitoride. Il piacere arrivò forte, soprattutto per lo sguardo eccitato di Max che la guardava masturbarsi.
Gemette un po’ più forte del necessario, e lo guardò vogliosa mentre si masturbava con quell’aggeggio infernale.
Arrivò in pochissimi istanti, aveva messo la vibrazione al massimo e lo sguardo eccitato di Max che la guardava l’aveva eccitata furiosamente.

Decise di aspettare qualche istante prima di ricominciare, e le si stese accanto. Raf gli si accoccolò contro, e lui le cinse la vita con le braccia.
Averla li a disposizione era veramente bello.
Sapeva che lei si aspettava molto da quell’incontro, perché aveva dovuto affrontare tante cose per quei due giorni di sesso.
Le baciò con dolcezza le labbra che avevano ancora il sapore del suo sperma. Le era grato per quella dimostrazione di ubbidienza che aveva fatto prima.

Sapeva quanto lei odiasse leccare lo sperma.
“Quanto resti, tesoro?”
“Domani pomeriggio alle tre ho l’aereo per Pisa”.
“Ho tutto il tempo per farti davvero vedere chi sono”
“Vale anche per me. Io resterò la tua novellina, ma quando sarò uscita da qui voglio poter dire che ho fatto tutto quello che fanno le mie protagoniste”.
Max rise di gusto.
Le sue protagoniste.
Ne aveva lette tante di storie di Raf, alcune erano così hot che le aveva lette in compagnia di qualche calda compagnia per recitarle dal vivo.

Scriveva in maniera semplice e diretta.
Una volta gli aveva dedicato una storia per il suo compleanno, e al termine si era dovuto fare una sega dalla disperata eccitazione.
“Cosa ti aspetti davvero da me?”
“Voglio che tu mi faccia tutto quello che scrivo”.
Max fu felice di aver fatto quella chiacchierata in ufficio, quel mattino. Sapeva che Raf gli sarebbe stata grata.
Fu Raf a riprendere i giochi.

Cominciò a leccargli con dolcezza il collo e le spalle, a succhiargli i capezzoli, e quando arrivò al sesso lo prese di nuovo in bocca.
Lo succhiò per qualche minuto, avvicinandolo e allontanandolo a piacere dall’orgasmo, poi glielo imprigionò tra le tette, e cominciò a fargli scorrere il cazzo nel mezzo.
Lo spettacolo che gli offrì fece eccitare Max al punto di non ritorno.
Fu semplice e chiaro per entrambi che adesso era ora di smettere di giocare.

Max andò al cassetto e tirò fuori un doppio fallo.
Raf lo guardò sorridendo, tremando dall’eccitazione.
Mise un po’ di lubrificante sul fallo più piccolo, e la invitò a mettersi a quattro zampe. Lei si mise in posizione, tirando bene su il culo ed aprendo bene le cosce.
Max si concedette qualche secondo di panorama.
Aveva un culo fantastico.
La fica rasata di fresco era semplicemente uno spettacolo.

Offertagli così non poté fare a meno di leccarle prima la fica, e le infilò a lungo la lingua dentro, poi le leccò il secondo buco, usando saliva e lubrificante naturale finche non riuscì a penetrarla con la lingua stessa. Sentì la ragazza gemere ed implorare il suo nome, e la vide strusciarglisi contro il viso. La leccò ancora a lungo, aprendole con forza le natiche e penetrandola a fondo con la lingua nel buco secondario.

Non voleva farla arrivare così, ma si rese conto che ormai era vicina.
Così si staccò da lei e le dette una forte pacca sul sedere.
Raf sussultò al dolore della natica.
“Non volevo farti male a caso, tesoro – le disse con voce pacata – eri troppo vicina all’orgasmo”.
Detto questo prese di nuovo in mano il doppio fallo e la penetrò contemporaneamente nella fica e nel culo.

Raf non resistette a lungo al piacere. Si dimenò con forza, gridò e gemette a pieni polmoni. Per completare l’opera, Max si stese ed infilò la testa sotto il bacino, in modo da avere la possibilità di leccarle il clitoride.
Il piacere scoppiò violento, e mentre arrivava contemporaneamente dal clitoride e dal culo, sognò di essere con tre uomini diversi, e che tutti e tre la stavano scopando.
Le ci volle qualche minuto per tornare in se.

Max si era steso accanto a lei, e la osservava respirare affannata, stesa sul ventre, con le gambe ancora aperte.
Raf sentì una mano accarezzarle dolcemente il viso.
L’orologio sul comodino le fece notare che stavano facendo sesso da due ore. Si girò e si stese di schiena. Il seno le si abbassava ed alzava ritmicamente.
“Sei stato magnifico, Max. Mi hai fatta letteralmente andare fuori di testa”
“Tu ti stai concedendo a me completamente.

Sei tu la magnifica”.
Detto questo le si stese sopra.
Aveva l’impellente bisogno di scoparsela. Non aveva ancora deciso se l’avrebbe scopata dal culo o no, ma quando l’aveva leccata aveva sentito un culetto ancora poco sfruttato. Sinonimo di piacere forte e sicuro.
“Che ne dici se adesso mi godo un po’ il tuo culo?”
Raf sorrise. Averlo addosso era veramente eccitante e bellissimo.
Max era un uomo estremamente dolce e gentile, ma aveva un’esperienza in campo sessuale da far impallidire chiunque.

Sembrava impossibile, ma lui sapeva sempre cosa fare, quando fare, dove e come premere, come e quanto leccare. Ma soprattutto conosceva sempre la donna che aveva davanti.
E Raf era una di quelle che preferiva.
Era la classica donna alla quale piace il sesso, in tutte le sue forme.
Suo marito non l’aveva saputa sfruttare, la sua possibilità.
Adesso toccava a lui premere i tasti giusti ed ottenere tutto.
Perché, sapeva bene, che gli avrebbe concesso tutto.

Prese il lubrificante e lo mise sul culo di lei, poi le prese le gambe sotto le ginocchia e se la avvicinò.
Senza quasi aiuto delle mani la penetrò, infilando fino in fondo il suo cazzo nel buco più stretto.
Cominciò subito a sbatterla con forza, riuscendo a malapena a contenersi. Aveva il culo ancora stretto, che lo riempiva di piacere.
D’altra parte per Raf avere a che fare con un cazzo così grosso era magnifico.

Si sentì completamente riempita per un buon po’, finché non si rese conto che avrebbe dato qualsiasi cosa per averne uno anche davanti. Senza minimamente vergognarsi sussurrò
“Ti avanzerebbe mica qualche vibratore per scoparmi anche la fica mentre ti dai da fare col mio lato B?”
Max sorrise deliziato dalla richiesta.
“Vuoi finalmente una doppia come dici tu? Cazzo vero in culo e vibro in passera? Lo sai che non chiedo altro che accontentare tutte le tue richieste, tesoro”.

Senza prendersi la briga di uscirle dal culo, si avvicinò al cassetto e ne tirò fuori un vibratore di dimensioni ragguardevoli. Si fermò solo un istante, il tempo per penetrarla col vibratore, poi ricominciò a sbatterla con violenza, ed ogni colpo di bacino erano due colpi per Raf, due piaceri forti che si mischiavano.
Il volto di lei era sfigurato dal piacere, poteva quasi toccarli i sogni che stava facendo.
“Lo so che sogni un altro uomo, con noi – disse lui gemendo – sogna pure, godi delle tue fantasie e dei cazzi che ti stanno scopando.

Stasera ci sei tu al centro dell’attenzione. Goditela, tesoro, goditela”.
Le parole di Max la fecero arrivare all’orgasmo senza riuscire a trattenersi oltre. Dopo pochi minuti Max le scaricò completamente dentro il culo tutto il seme accumulato.
Di solito non premeva mai per fare una terza ravvicinata, ma quando tornò dal bagno con il sesso completamente pulito, si rese conto che, invece, quella volta avrebbe insistito.
Raf era ancora stesa sul dorso, le gambe spalancate e le mani adagiate sulla pancia.

Aveva entrambi i buchi ancora dilatati, dal “lato B” come diceva lei, stava uscendo un filo di sperma. Max si chinò su di lei e glielo leccò via. A giudicare dal gemito non doveva essere passata nemmeno a lei la voglia.
“Che dici, ci facciamo una cenetta frugale?”
Raf annuì con gusto. Aveva giusto una discreta fame.
“Cucino per te?”
“Oh, no! Sei mia ospite, dolcezza. Tutto quello che devi fare per me è rendermi felice”.

La cena era già pronta, era tutta nelle pentole appoggiate sui fornelli.
Non si erano vestiti, e cenarono completamente nudi, seduti su degli asciugamani che aveva portato Max dal guardaroba.
La cena fu squisita.
“Non cucino io – disse Max – ho una domestica tuttofare, che oggi ha avuto una giornata di festa in più che non si aspettava… mi sono fatto fare cena per due”.
Dal frigo tirò fuori anche un ottimo dolce, che mangiarono con gusto.

Poi a Max, finito il dolce, venne voglia di panna.
Ne aveva una ciotola in frigo, perfettamente montata e zuccherata.
Tirò fuori la ciotola dal frigo e sparecchiò la tavola. Poi chiamò a se Raf e la invitò a sedersi sul tavolo di fronte a lui.
Raf si sedette sul bordo del tavolo, con le gambe ben aperte e le mani appoggiate dietro al culo, in modo da offrirglisi completamente.

Aveva appoggiato i piedi a due sedie appositamente messe a quello scopo.
Max la guardò in quella posizione, e sentì il cazzo fargli una impennata.
Avrebbe giocato ancora un po, con lei. Aveva ancora tanta voglia di insegnarle.
Prese un cucchiaio di panna e glielo stese su una spalla, poi gliela leccò voluttuosamente. Raf gemette.
Ne prese ancora un po, gliela posò su un capezzolo, e gliela leccò con la lingua, facendola roteare a lungo attorno alla punta turgida.

Raf sospirò ancora e gemette. Max capì che le piaceva.
Prese la panna con la mano, e gliela stese sui seni e sul ventre, per poi cominciare a leccargliela con devozione. Ogni centimetro di panna era un sospiro roco e profondo di Raf.
Max la fece stendere sulla schiena, col culo ancora sul bordo e le gambe ben aperte, e le spalmò la panna su tutto il sesso. Quando prese a leccargliela Raf gridò di piacere, un piacere forte ed intenso.

Gliela leccò a lungo, indugiando sul clitoride ormai gonfio e rosso, e sulla fica bagnata e profumata. Max infilò tre dita dentro e le mosse con forza.
“Adesso di cosa avresti voglia?”
Raf cercava di trovare il modo di parlare tra un gemito ed un altro, ma non era semplice con tre dita che la scopavano ed un altro dito di un’altra mano che le stuzzicava il clitoride.
“Adesso scopami – disse perentoria – voglio sentire quanto davvero è grosso il tuo cazzo dentro la mia fichetta poco allenata”.

Max la prese per le gambe e con un unico colpo forte e secco la penetrò fino in fondo. Restò qualche istante fermo, sentendo il sesso di lei avvolgerlo come un guanto. Era eccitatissima eppure la sua fica era davvero stretta. Quella era una piacevole scoperta.
La tenne per le gambe, e cominciò a sbatterla con decisione, scopandola con forza e determinazione.
“Si, così mi piace, tesoro – disse Raf gemendo – voglio sentire un cazzo vero che mi scopa forte, che mi vuole davvero sbattere, siiiiii”.

Max godeva nel sentirla parlare, nel sentirla godere e lasciarsi completamente andare.
“A me piace sbatterti, come si sbattono le vere donne, quelle donne che vogliono godere e che vogliono scopare”.
“Si tesoro, scopami, scopami, scopami con il tuo fantastico cazzone, ti prego non fermarti mai”.
Max doveva davvero far forza per non avvicinarsi troppo, tra la posizione fantastica per cui vedeva il suo cazzo affondare dentro di lei, la fica stretta che lo massaggiava meravigliosamente, le parole infuocate di Raf… tutto complottava per non farlo resistere a lungo.

“Vorrei poterti sbattere per sempre, tesoro, vorrei non uscire mai da questa fica, vorrei poterti far godere ogni minuto della tua vita”
“Fammi godere adesso, tesoro, fammi sentire che uomo sei, come scopi e come sbatti le tue donne, perché anche io adesso sono la tua donna”.
Max aumentò ulteriormente forza e velocità delle spinte. Il tavolo era fortunatamente un massiccio e pesante tavolo in legno.
Raf si sentiva piena di lui, delle sue attenzioni, delle sue parole, del suo cazzo grande e del modo unico in cui lo usava.

Senza rendersene conto arrivò all’orgasmo. Lo guardò stupita, non le era mai accaduto, per arrivare era sempre dovuta ricorrere al clitoride. Era la prima volta che arrivava all’orgasmo con una scopata.
Max si accorse del breve smarrimento della sua compagna.
“Basta avere pazienza, piccola, e tutto si risolve, come vedi”.
La sbatté sul tavolo di cucina ancora a lungo, facendola arrivare altre due volte, poi alla fine decise di arrivare anche lui, e decise di arrivarle dentro.

Non era una cosa che faceva spesso, a lui piaceva eiaculare sulle tette delle sue donne, ma Raf meritava un trattamento migliore.
Lasciò che ogni goccia del suo sperma si depositasse nella sua fica, poi la abbracciò stretta.
“Sei meravigliosa, Novellina. Mi fai perdere la testa”.
Tornarono in camera, e dopo essersi entrambi lavati si coricarono.
Max si sentì abbracciare nel buio.
“Mi mancherai moltissimo”
“Lo sai che ci sono dei limiti che non possiamo superare”
“Lo sappiamo entrambi, ma in questi due giorni i limiti non ci sono.

Ci saranno dopo”.
“Sei tu quella che ha problemi, io sono libero”.
“Io non ho problemi. Io ho famiglia, e lo sai. Sai che amo mio marito e mia figlia, che amo la mia famiglia e tutta la mia vita”.
Max annuì nel buio.
L’ennesima donna sessualmente insoddisfatta.
Uomini disattenti, poco inclini a perdere tempo a guardare un film porno col la propria moglie, o a comprare qualche gioco erotico od un capo di biancheria speciale.

Forse con una donna accanto a vita si sarebbe comportato anche lui così, ma lui per scelta non voleva una sola donna. Lui voleva essere libero di potersi scopare chiunque avesse voluto.
Con Novellina le cose erano sempre state un po speciali.
“Sai che nemmeno io potrei amarti…”
“E’ per questo che ho deciso di venire. Volevo che fossi tu, e nessun altro”
“Lo avevi sempre detto che se tu avessi voluto fare una scappatella avresti scelto me.

Ma mi spieghi cos’è accaduto?”
Raf rimase un attimo in silenzio.
“Non ti deve interessare. Adesso sono qui. A tua disposizione fino alle tre di domani. Questo è tutto quello che saprai”.
“In ogni caso grazie della fiducia che mi hai dimostrato venendo qui. Potevo essere un qualsiasi cialtrone che ti ha raccontato un sacco di bugie, e ne hai incontrati tanti di questo tipo, in chat”
“Io sapevo che tu non eri così.

Io ti voglio bene, Max, te ne voglio davvero. Te lo dissi che io non riesco a scindere sesso e sentimenti, e che io fondamentalmente scopo con la testa e col cuore… se non provassi affetto per te non mi sarebbe mai riuscito neppure bagnarmi”
Max si girò e la abbracciò. Se la stese sotto il suo corpo, e le accarezzò con dolcezza la curva dei seni e l’incavo del collo.
Era di nuovo in erezione.

Aveva di nuovo voglia di scoparla, quella volta però non era solo sesso. Quella volta anche lui avrebbe scopato col cuore. Le allargò le gambe con le ginocchia, e la penetrò con dolcezza.
Raf lo accolse abbracciandolo e baciandolo a lungo sulle labbra.
Fecero qualcosa che non fu sesso, ma non fu nemmeno amore.
Fu un atto di tenerezza estrema, dove il piacere fisico si sciolse con il piacere morale, col la vicinanza, con la complicità e l’affetto.

“Sono felice che tu domani vada via” disse Max ancora dentro di lei, anche se ormai era arrivato da qualche minuto.
Il cazzo gli era ormai tornato piccolo e probabilmente, per quella sera, dopo la quarta volta, avrebbe preteso riposo assoluto.
Raf continuava a passargli le dita sui muscoli della schiena.
A quelle parole si irrigidì.
“Cosa significa?”
“Significa che potresti essere una donna per la quale potrei perdere la testa.

Che se tu rimanessi a lungo a Milano probabilmente mi potrei innamorare di te”.
“L’amore tra di noi non era compreso”
Max rise di gusto
“L’amore non è mai compreso e mai gradito, almeno per me. Per questo ti dico menomale vai via”.
Rimasero uniti e si addormentarono poco dopo, scivolando ognuno nei propri sogni.

Il mattino dopo Raf si svegliò da sola nel grande letto dalle lenzuola rosse di seta.

Si godette il fresco contatto della stoffa sulla pelle nuda, e si scoprì già eccitata al solo pensiero che Max era in quella stessa casa.
Si stiracchiò dolcemente, poi scese dal letto. In terra trovò un paio di deliziose pantofole di seta nera con ricami giapponesi, mentre in fondo al letto era stata deposta con cura una vestaglia in seta nera, con gli stessi ricami delle pantofole. La infilò direttamente sul corpo nudo, infilò le pantofole e si diresse in bagno, dove fece una lunga doccia.

Max non aveva mancato di farle trovare un accappatoio nuovo, ed un bagnoschiuma speziato al profumo di sandalo ed ylang ylang.
Ne uscì profumata e rinvigorita. L’orologio del bagno segnava le 8. 30, il pensiero di avere ancora tanto tempo a disposizione non fece che eccitarla ancora di più. Mentre si lavava non aveva potuto fare a meno di concedersi un piccolo massaggio supplementare alla fica, senza arrivare.
Adesso, con la vestaglia di seta e le pantofole ai piedi, si incamminò nel corridoio che conduceva alla cucina.

Ad ogni passo poteva avvertire l’aria che le passava sulla fica bagnatissima. Era sicura di aver fatto un favore a Max, quando avrebbe scoperto che era già pronta per lui.
Si affacciò alla cucina illuminata dal sole con sensualità ma si accorse che Max non era solo. Seduto ad un lato del tavolino, con una tazza di caffè di fronte, c’era un ragazzo.
Raf trasalì alla scoperta. Max le andò incontro, intuendo il suo stupore.

La abbracciò discreto e la baciò sulle guance.
“Questo è il mio braccio destro Federico. Lavora con me da cinque anni, ed è un ragazzo estremamente in gamba. Probabilmente sarà quello che mi darà una pedata nel culo quando sarò vecchio!”
Federico rise e si alzò per salutare Raf.
Era alto almeno quanto Max, con un fisico asciutto e muscoloso, messo in risalto da una maglietta bianca e nera aderente di D&G, ed indossava un paio di pantaloni a vita bassa che sottolineavano il culo perfetto.

Raf gli tese la mano, un po in imbarazzo dal pensiero di essere praticamente nuda di fronte ad uno sconosciuto.
Fede la guardò a lungo. Max lo aveva avvisato che non era una delle solite troie da monta, e che non era nemmeno una di quelle strafighe.
Era una bella donna, in carne, la vestaglia di seta conteneva a stento i suoi seni generosi ed i suoi fianchi. Una donna così Fede non l’aveva mai neppure sfiorata.

Aveva avuto paura di non eccitarsi nemmeno, quando l’avrebbe vista. La descrizione che ne aveva fatto il suo capo era decisamente inferiore alla realtà.
Più che altro aveva un odore da far girare la testa. Quando le si era avvicinato aveva sentito subito che sarebbe stato estremamente facile e piacevole eccitarsi.
Raf si sedette, e Max le servì una colazione perfetta, cappuccino non bollente ed una sfoglia alla crema ancora calda.
Mangiò con appetito, accompagnata dalle chiacchiere frivole di Max e Fede, alle quali non partecipò più che altro per imbarazzo.

Fede era decisamente quello che si dice un bellissimo ragazzo.
Mai Raf aveva avuto a che fare con tipi così belli, se non per amicizia. Era una categoria che non si era mai potuta e voluta permettere.
Fede ogni tanto la guardava e le sorrideva con un certo calore, lei rispondeva abbassando lo sguardo e sorridendo.
Se non fosse stato per la presenza di Max, avrebbe pensato che Fede stava spudoratamente flirtando con lei.

Ma come poteva permettersi di fare una cosa simile con il padrone di casa presente?
Quando la colazione fu terminata, Raf si alzò e tornò in bagno, dove si lavò i denti e raccolse i lunghi capelli rossi in una semplice coda di cavallo.
Uscì dal bagno e fuori dalla porta trovò Federico che la stava aspettando, appoggiato alla parete. Le andò incontro e la prese per le spalle, per poi appoggiarla al muro e guardarla con attenzione.

Raf non ebbe il tempo di dire nulla che le aveva già sciolto il nodo della vestaglia, e la sua prorompente nudità venne allo scoperto.
Raf stava ansimando, per la sorpresa e l’imbarazzo.
“Federico, come ti salta in mente?”
Fu la voce di Max a risponderle.
Era improvvisamente spuntato dietro a Federico.
Raf per un attimo non riuscì a capire.
Poi fu chiaro.
“Gliel’ho dato io il permesso.

Avevo voglia di vederti scopare con un altro uomo in mia presenza. Ti va? Se non vuoi hai solo da dirlo, tesoro”.
Raf guardò Fede, che le stava di fronte con uno sguardo chiaramente eccitato. Il tocco delle mani sulle spalle era forte e deciso. Probabilmente scopava bene almeno quanto Max.
“Si, mi va” disse in un soffio.
“Ho anche un’altra cosa da chiederti. Hai voglia di farti shittare delle foto? Voglio godermi lo spettacolo e potermelo rigodere”
Raf annuì, con la testa che le girava dall’eccitazione.

Aveva due uomini.
Insieme.
Fede le fece scorrere le mani lungo il seno ed i fianchi. La vestaglia scivolò lungo le braccia e si ritrovò nuda di fronte ad un perfetto estraneo. Era eccitata come poche volte era stata in vita sua.
Fede chinò la testa per succhiarle un capezzolo, mentre con una mano le afferrò con forza una natica.
Il fresco del muro a contatto con la schiena era l’unica cosa che teneva Raf nel mondo reale.

Levò la maglia di Federico con un gesto perentorio, e con altrettanta passione gli sbottonò i pantaloni.
Glieli calò assieme ai boxer aderentissimi, liberando un cazzo di dimensioni pari a quelle di Max. Gli si inginocchiò di fronte ed accolse in bocca quel sesso sconosciuto, di quel ragazzo sconosciuto, mentre Max era tornato con la macchina fotografica ed aveva cominciato a shittare foto.
Fede grugnì di piacere al contatto della lingua. Era probabilmente una ottima pompinara, sapeva perfettamente come farlo godere, un uomo.

Lo fece arrivare velocemente, in pochissimi istanti, e si fece arrivare in bocca senza darsi troppi problemi.
Quando si staccò Fede la vide sorridergli.
Era indubbiamente una bella donna, eccitante e disinibita.
La condusse in camera deve la invitò a stendersi.
Max si sedette sulla poltroncina in fondo alla stanza, con la sua macchina fotografica al collo. Vedere Raf con un altro uomo gli piaceva moltissimo.
E Raf era evidentemente felice di farsi anche il suo braccio destro.

Fede le spalancò le cosce con le mani, ed ammirò la fica perfettamente rasata, già umida e rossa.
“Ti è piaciuto farmi quel pompino?”
Fede era incredibilmente diretto. Quasi più di Max.
“Si, mi è piaciuto molto”
“E ti è piaciuto farti arrivare in bocca?”
“Certo, l’ho voluto io”.
Raf fece scorrere lo sguardo sul corpo di Fede e vide che aveva di nuovo il cazzo in tiro. Gli era bastato veramente un nulla per eccitarsi ancora.

I suoi tempi di ripresa erano incredibilmente brevi, al pari di quelli di Max.
Fede si girò verso Max, che non aveva ancora shittato nessuna foto in camera, e gli fece un sorriso eloquente.
Probabilmente non era la prima volta che scopavano la stessa donna insieme. Quel pensiero non fece altro che eccitare ancor di più Raf.
“Se vuoi shittare qualche bella foto avvicinati, adesso la faccio divertire”.
Detto questo Fede si chinò verso il sesso di Raf, e la annusò profondamente.

Aveva un odore da far girare la testa.
Tirò fuori quanta più lingua poteva e cominciò a leccarla freneticamente. Max shittò diverse foto a ripetizione, e si rese conto che il suo cazzo gli stava esplodendo nei pantaloni.
Sentire Raf che gemeva e gridava di piacere con un altro uomo, di fronte a lui, lo eccitava da morire.
Fede si stava dando da fare come poche volte lo aveva visto fare.

Era molto selettivo, e non amava molto i preliminari.
Riuscire ad immortalarlo mentre si dedicava con tanta passione a leccare una fica era una vittoria anche per Max.
Raf gridò di piacere, ogni stoccata di lingua era ben dosata, della forza giusta. Fede si accompagnò con due dita nella fica, e cominciò a muoverle con forza dentro di lei.
I gemiti divennero grida. Fede sapeva esattamente cosa fare. La condusse all’orgasmo in pochi istanti, e continuò a leccarla finche non la sentì arrendersi al piacere.

Fede ormai era così eccitato da non riuscire neppure a pensare.
Aveva solo una cosa in testa, scoparla.
Attese pochissimi istanti, poi le si mise sopra e la penetrò con forza.
Max si avvicinò, e shitto a raffica foto del cazzo di Fede che entrava nella fica della sua amante.
Max era così eccitato che avrebbe già voluto partecipare.
Ma non era ancora arrivato il suo momento.
Sapeva che Fede aveva tempi di recupero migliori dei suoi, e che la sua migliore era la terza.

Continuò a shittare, godendosi lo spettacolo unico che gli stavano offrendo in quel momento.
Fede lo stata stupendo sempre di più, stava scopando ben oltre le sue potenzialità. Gemeva con voce roca e maschia, e il fatto che Raf lo avesse afferrato alle natiche non sembrava affatto dargli noia. Anzi.
Max li guardò eccitato, si fece da parte facendosi forza, cercando di godere nel vedere un altro uomo che scopava la sua Novellina.

Fede le arrivò dentro. Max si congratulò dentro di se col ragazzo.
Aveva capito da solo che Raf non era di quelle da sborrata sulle tette.
Si alzò dal corpo della ragazza e si stese accanto a lei, che rimase stesa di schiena con le cosce ancora spalancate.
Max, a quel punto posò la macchina fotografica e si spogliò.
Raggiunse Fede e Raf sul letto, che si stavano ancora riprendendo dalla magnifica scopata appena conclusa.

C’era un patto preciso tra Max e Fede. Dovevano completamente ignorarsi. Erano entrambi estremamente eterosessuali, la sola idea di fare qualcosa tra loro li schifava al punto da fargli diventare il cazzo minuscolo. Solo che molte delle amiche di Max sognavano di essere scopate da due uomini contemporaneamente, spesso erano proprio loro a chiederglielo, e per caso aveva scoperto che Fede era uno che sguazzava benissimo nelle orgette a tre. Era un ragazzo giovane e molto bello, aitante, sportivo, molto pulito, con un bell’arnese a disposizione che sapeva usare molto bene.

Inoltre aveva delle capacità di recupero degne di un ragazzo di 32 anni. Era accaduto ormai già una ventina di volte che si ritrovassero a fare una orgetta con una delle troie di passaggio di Max, una delle tante donne che erano passate dal suo letto.
Ma quella volta sapevano entrambi che c’era qualcosa di diverso.
Raf si ritrovò con i due uomini a fianco.
Non le ci volle molto per capire le intenzioni di Max.

Quante volte gli aveva detto che avrebbe voluto fare una vera doppia.
Con due cazzi veri.
Gliel’aveva servita.
Fede ormai era di nuovo in tiro, pazzescamente quella volta si era eccitato al solo pensiero di fare una doppia a quella splendida donna.
Le si avvicinò e la baciò a lungo sulle labbra. Aveva le labbra morbide e carnose, delicatamente profumate. Le succhiò lentamente una ad una, mentre sentì che Max agiva con la bocca da qualche altra parte.

Infatti la senti mugolare contro la sua bocca, e capì che Max la stava leccando.
Fede si staccò dalle labbra e cominciò a succhiarle i capezzoli turgidi, mentre Max continuava a succhiarle il clitoride.
Raf era in preda ad un piacere che rischiava di farla rimanere senza fiato. I due uomini si davano da fare su di lei, e lei era al centro dell’universo, in un turbine estremo di piacere e di lussuria.

Fu fede a staccarsi dai sui seni. Si stese sulla schiena e le prese una mano.
“Adesso, mia dolce amica, cavalcami per bene. Fammi vedere quanto sei brava a scoparmi”.
Raf gli montò sopra, e lasciò che il sesso di Fede le entrasse di nuovo dentro. La sensazione fu bellissima. Appoggiò le mani al petto muscoloso del giovane ragazzo, e si mosse con forza, in una cavalcata ai limiti del piacere.

Max la guardò scopare ancora col suo braccio destro. Poi gli si mise dietro, la abbracciò alla vita e le fece appoggiare le spalle al suo petto.
Raf ce lo aveva dietro, poteva sentire l’alito caldo di Max sulla sua nuca.
“Adesso faremo finalmente quello che hai sognato per tanto tempo, tesoro. Come vedi stai scopando con un ragazzo giovane con un cazzone notevole. Io invece entrerò nel tuo adorabile culetto, e ti scoperemo insieme, e ti arriveremo dentro insieme”.

Detto questo la fece stendere completamente sul corpo di Fede, che la accolse tra le braccia baciandole le labbra e succhiandole la lingua voluttuosamente. Max si era già coperto il sesso di lubrificante, così appoggiò la punta al culo di lei e lasciò che entrasse senza troppi problemi.
Il gemito arrivò subito, fortissimo, sensuale, caotico.
Era nel mezzo, con i due cazzi entrambi dentro di lei. I due uomini la stavano entrambi coccolando, in attesa che uno dei due cominciasse le danze.

E fu proprio Max ad iniziare a muoversi, senza preliminari, cominciò subito a sbatterla con forza, come era abituato a fare, quasi con rabbia. Fede si mosse in controtempo, per compensare le spinte di Max.
Raf godeva di un piacere inaspettato e fortissimo, qualcosa di unico e speciale, un’esperienza difficile anche da vivere.
Arrivò dopo pochissime spinte, e gli orgasmi cominciarono a susseguirsi senza freni, prima dalla fica, poi dal culo, un crescendo di piacere che la stavano facendo gridare senza ormai nessun freno.

Fede si godeva la scena, il volto della ragazza era trasformato dal piacere, dal godimento estremo, dalla consapevolezza di quello che stava facendo.
Si godette il suo ruolo quasi passivo finche non riuscì più a contenersi, e le arrivò di nuovo dentro. Max le arrivò dentro a sua volta poche spinte dopo Fede. Quando si staccarono da lei Raf rimase qualche minuto stesa sulla schiena, completamente abbandonata e felice.
Aveva avuto la sua meravigliosa e desiderata doppia.

Max le si stese accanto, magicamente Fede svanì nel nulla.
“Sapevo di renderti felice, tesoro”
“Mi hai fatto un regalo stupendo”
“Difficile vedere una donna tanto appassionata, ma con la tua serietà”
“Lo sai che tutto sommato sono una brava ragazza”
“Il fatto che ti abbiamo scopata in due non rende te una cattiva ragazza, tesoro… ti rende solo diversa, più completa”
“Era quello che mi ci voleva, Max. Adesso potrò tornare alla mia vita di sempre con più serenità, perché so che donna sono adesso”.

“Ti piaci di più o di meno?”
“Adesso mi amo. Mi amo veramente. So di cosa sono capace, e provo un gran rispetto di me stessa”.
Max la baciò a lungo sulle labbra e poi sussurrò
“Adesso vattene, per favore. Non rimanere un minuto di più in questa casa. Se scopiamo ancora un volta non potrò mai più lasciarti andare via”.
Si baciarono a lungo, accarezzandosi e vicenda i corpi stanchi e sudati.

“Non dimenticherò mai questi due giorni, tesoro”.
Con quelle parole Max si alzò e si chiuse in bagno.
Raf si vestì in fretta.
Capì che non sarebbe riuscita a salutarlo decentemente.
Gli lasciò due brevi righe scritte ed uscì in fretta dalla casa. Non aveva neppure salutato Fede, ma sapeva che non sarebbe potuta rimanere un solo istante in più. Troppo coinvolti.
Max uscì dal bagno sospirando.
Trovò il biglietto appoggiato sul tavolo di cucina.

“Mi hai aiutata a capire, ad accettarmi, a sapere davvero cosa volere dalla vita. Non ti ringrazierò mai abbastanza, Max. Sarai per sempre il mio amante preferito”.
Max rise. Capì che non era un addio.
Fede sbucò dall’altro bagno.
Si era già rivestito.
“E’ andata via Raf?”
“Si giusto qualche istante fa”.
“Ti da fastidio se la corteggio un po’ in msn?”
“Perché dovrebbe darmi fastidio?”
“Perché lei è tua”
“E’ qui che ti sbagli.

Lei non è di nessuno. Lei è di se stessa e basta”.
Max sospirò di nuovo.
Scrisse un indirizzo mail.
“Voi due state bene insieme. Vi ho visti scopare davvero bene. Secondo me dovresti provarci”.
Fede si mise in tasca il biglietto, proprio mentre Raf saliva su un taxi che l’avrebbe ricondotta a casa sua.
Con una consapevolezza nuova nel cuore.

Sessuofollia
di antonio andrea fusco.

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