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Avventura tra negozio e piscina

Sospensori leopardati? Qui? All’Olympus!? Beh, io non ero d’accordo,, ma a qualcuno potevano piacere… “Sospensori leopardati fluorescenti… Raccomandatati dai dottori. ” Perché i dottori avrebbero dovuto raccomandare sospensori fluorescenti? Oh bene… scelsi la mia taglia e li sganciai dalla sbarra… Mi guardai intorno nel negozio e vidi che c’erano solamente sei persone, un cliente (io) e cinque del personale… il mio sguardo si spostò sul ragazzo alla cassa verso cui stavo andando. Era alto quasi un metro e novanta, biondo e di circa vent’anni.

Misi il mio acquisto sul banco, lui lo prese, mi rivolse un piccolo sorriso e poi disse: “Le dispiace aspettare un momento, signore, devo andare a controllare una cosa per questo articolo. “
Scomparve in una stanza sul retro, così decisi di dare un’occhiata al resto del personale. Era giovedì pomeriggio e non avevano meglio da fare che chiacchierare tra di loro. Due ragazzi, due ragazze, tutti in tenuta sportiva (ma cosa ci si aspetta in un negozio sportivo?) E non erano molto interessanti, piuttosto tradizionali, niente di eccentrico!
Il biondo ritornò con un sorriso sfacciato sulla faccia, prese una borsa da dietro il banco e ci inserì la shitola, fece una breve pausa che portò la mia attenzione al pezzo di carta sulla shitola dove lessi “Urgente.

” Ero confuso mentre lo guardavo e lui disse “Sono sei e novantanove, per favore signore. ” Misi un biglietto da 10 sul banco: “Grazie, signore, ecco il resto. Ritorni presto. “
Finì con un altro sorriso e c’era dell’ironia alla sua voce. Presi la borsa, il mio resto ed uscii gettando uno sguardo al resto del personale che non sembrava aver notato la mia presenza. Guardai l’orologio. 13 e 15. Ora di pranzo!
McDonalds era il mio prossimo scalo.

Preso il cibo, mi misi a cercare un posto tranquillo (non era difficile, c’erano solo quattro altri clienti, ed uno di loro era un ubriacone che stava quasi per essere buttato fuori…) e l’angolo più privato del posto. Ora, questo era difficile, avete mai provato a trovare un angolo privato da McDonalds che non sia il bagno? Quei luoghi sono progettati per farti sentire vulnerabile mentre mangi, se sei completamente solo. Trovai un posto quasi ideale: al piano superiore, nascosto dietro una pianta di plastica.

A quel punto cedetti alla curiosità, appoggiai il vassoio e presi la shitola dalla borsa di Olympus, l’aprii e ne uscirono tre cose: sospensori nero e rosa; un bigliettino piegato con la scritta “Urgente” e un pacchetto in carta rosa e nero. Misi giù sospensori e pacchetto e aprii il biglietto. C’era scritto:
Ciao!
puoi ritenermi maleducato a mettere una comunicazione nel pacchetto dei tuoi sospensori, in tal caso non leggere questa lettera.

Mettila nel bidone più vicino.
(Io lessi…)
Allora hai deciso di continuare a leggere. Hai appena acquistato un articolo molto interessante e stavo chiedendomi se ti piacerebbe provarlo… presto… e magari con un aiuto.
OK, se non ti va per favore non portare il biglietto al mio direttore. Sto rischiando il mio lavoro nella speranza che tu voglia incontrarmi. Penso che tu l’abbia comprato per attirare l’attenzione e mostrare i sospensori. Quindi, ritorna al negozio e vai al banco accessori (dove sono tutti i sospensori ed i proteggi caviglie), ti incontrerò là così potremo sistemare qualche cosa.

Carlo.
Dannazione! Avevo comprato quei sospensori per attirare l’attenzione. Finii rapidamente il mio pasto, poi andai (leggi “feci una volata”!) da Olympus. Entrai nel negozio e vidi delle famiglie che stavano facendo acquisti per i loro bambini. Ora c’erano sei commessi, Carlo mi vide e si avviò verso il banco degli accessori. Andai a raggiungerlo e decisi di fare ‘la prima mossa. ‘ “Ciao! Ho trovato il tuo biglietto. “
“Sì, um, non hai pensato… “
“No, mi piacerebbe incontrarti.

Dove? “
La sua faccia si accese, e mi fece pensare… forse non era così vecchio. Ora avrei detto circa diciannove anni … quindi solo un anno più di me… e aveva anche un bell’accento. Rispose: “Beh, che ne diresti del centro divertimenti?”
“Sì, va vene. Quando?”
“Io stacco alle due. Posso incontrarti fuori dal centro alle due… e cinque”, e poi, quando uno dei bambini si avvicinò: “No, mi spiace signore, non ne abbiamo verdi fluorescente, solo rosa fluorescente, ma ce ne sono di altro tipo.

” Sorrise di nuovo ed andò ad aiutare il bambino. Mentre uscivo gettai uno sguardo al mio orologio, erano le 13 e 49, così attraversai lentamente la città ed arrivai al centro alle due.
Carlo arrivò in perfetto orario, indossava pantaloni della tuta neri ed una maglietta Olympus bianca, aveva anche una grande borsa “Head” blu. Toccava a lui di avviare la conversazione. “Ciao, vedo che ci sei”, sorrise indicando il centro. “Andiamo a nuotare?”
“Sì, perché no.

” Risposi entusiasta.
Poi lui sorrise e disse: “A proposito, non conosco il tuo nome!”
Risi e risposi: “Gianni per Giovanni. “
“OK, Gianni per Giovanni, entriamo. “
Salimmo la scalinata ed entrammo. La donna dei biglietti ci guardò appena. “Sì…?”
“Uh, due, per per favore per il nuoto. “
“Due euro e trenta. “
“OK, ecco qui, grazie. “
Carlo prese i biglietti e la chiave dell’armadietto, io lo seguii nello spogliatoio.

Come spogliatoio era piuttosto normale: piastrelle bianche, panche di legno, l’odore dolce di sudore, niente di insolito, a parte l’assenza di cabine private. C’erano altre tre persone oltre a Carlo e me, ascoltando le loro conversazioni, scoprii che si chiamavano Davide, Andy ed Igor.
Dovevano avere sui 18 anni e piuttosto ben piantati. Davide era alto un metro e settantacinque, piuttosto pallido e portava slip tradizionali bianchi. Aveva anche capelli bagnati. Capii che avevano già nuotato… quindi le mie speranze di vedere uno di loro nudo erano finite, pensai.

Andy comunque aveva ancora il costume da bagno, Speedo ‘Bikini’ bianchi, molto affascinanti.
In quel momento mi resi conto di non avere costume e asciugamano. Ne parlai a Carlo, lui tirò fuori un paio di Bikini neri ed un asciugamano. “Dunque”, disse sorridendo (che magnifico sorriso!i). “È probabile che tu abbia bisogno di questi!” Mi girai per riportare la mia attenzione su Andy, lo vidi lasciar cadere il costume e girarsi verso il muro.

Bel culo… Carlo mi disse: “Vado in bagno. ”
Poi Igor. Wow! Era alto più di un metro e ottanta, leggermente abbronzato, e molto ben fatto. Era entrato da poco dopo essere stato sotto la doccia, quindi chiaramente era nudo. Era piuttosto peloso, aveva un corpo molto muscoloso ed un grande pene intonso. Mi sorrise, raccolse il suo asciugamano, si voltò e cominciò ad asciugarsi.
Dov’era Carlo? Decisi di andare a cercarlo e mi avviai verso il bagno dove lo vidi che stava pisciando, si voltò e mi sorrise.

Sentii improvvisamente una spinta ad orinare. Quando finimmo ritornammo nello spogliatoio ed andammo al nostro angolo.
Non c’era nessun altro nella stanza ed io mi rivolsi a Carlo. Lui slacciò i bottoni della sua maglietta, se la sfilò dalla testa e la mise nella sua borsa. Si sedette e si tolse sneakers e calze (anch’io decisi a quel punto di togliermi scarpe e calze). Lui aveva uno splendido torace liscio, con braccia muscolose ed un ombelico peloso.

Mise i pollici tra il suo corpo ed i pantaloni e li portò ai fianchi. Li spinse giù, ne uscì e li mise nella sua borsa. Si girò verso di me, indossava sospensori leopardati… ed era enorme! Rimase a gambe aperte di fronte a me e disse: “Cosa ne pensi?”
Mi abbassai e piantai un bacio sul suo ombelico… poi indietreggiai. Le sue gambe erano muscolose come il resto del suo corpo, ed erano anche lievemente pelose.

Si girò, aveva un culo molto bello. Leggermente abbronzato e molto liscio, io gli baciai la schiena.
“Tocca a te” Disse girandosi verso di me, evidentemente eretto. Io mi slacciai i bottoni della camicia, poi me la tolsi e mi misi di fronte a lui, ora indossavo solo i miei Levi 501, senza mutande. Lui aspettò. Lentamente sbottonai la patta e spinsi giù i jeans, ne uscii e lo fissai negli occhi.
Lui si inginocchiò, continuando a guardarmi, e baciò lentamente il mio pene, spingendo la lingua nel mio prepuzio, poi si alzò e si tolse i sospensori.

Era enorme! Mi inginocchiai e lo baciai allo stesso modo. “Abbiamo tutto il tempo dopo che abbiamo nuotato” disse e prese il suo costume da bagno. Io mi misi quello nero che mi aveva dato lui e me lo sistemai, non che fosse troppo piccolo, ero io molto grosso, grazie a lui.
Andammo ai nostri armadietti, mettemmo via la nostra roba, poi uscimmo nella piscina. Lui fece un tuffo in corsa perfetto (gambe e braccia diritte) e nuotò velocemente verso l’altro lato della piscina.

Io, invece, ero più interessato ai corpi che ci circondavano! Contai solo dodici persone, non inclusi i bagnini e Carlo (ed io): sette femmine e cinque maschi. Le donne erano in gruppo, dovevano avere circa 14 anni, ridevano scioccamente e si guardavano intorno. I maschi? C’erano tre uomini più anziani e due ragazzi di circa 14 anni che sembravano conoscere le ragazze del gruppo.

Carlo ed io passammo l’ora seguente nuotando uno vicino all’altro.

Ad un tratto lui mi prese, mi tirò giù il costume e me lo strofinò leggermente, mi rimise il costume e poi ricominciò da capo… nessuno vide. Vedemmo andarsene tutti quando risalimmo e c’era solo un “congresso di donne” che passarono il loro tempo a guardarci guastandoci il divertimento. C’erano anche tre fustacci ma sembravano particolarmente etero.

Quando ritornammo nello spogliatoio, Carlo bisbigliò “Bene, qui è dove comincia il divertimento! Corriamo nelle docce.

” Io mi affrettai ma Carlo non mi seguì: andò al suo armadietto e prese qualche cosa.
I tre ragazzi erano nelle docce, come ho detto erano dei bei fusti e sbirciando oltre il muro della doccia, vidi che si stavano tutti masturbando. Una vista molto bella, ma appena girai l’angolo con un’erezione, scomparvero… evidentemente erano timidi.

Carlo venne dietro di me e mi baciò la nuca, poi cominciò a massaggiarmi l’ano con della gelatina lubrificante.

Proseguì massaggiandomi le palle, poi quando si inginocchiò di fronte a me, vidi che il suo pene, enorme tra le sue cosce, ora stava toccando il pavimento. Iniziò a succhiarmi con cura leccandomi delicatamente il prepuzio… e poi succhiando. Le mie mani andarono ai lati della sua testa a tirarlo lentamente avanti ed indietro lungo la mia asta.

Mi massaggiò ancora l’ano col lubrificante e sul pavimento vidi il tubo di lubrificante ed un involucro di preservativi, chiaramente! Io stavo avvicinandomi lentamente all’orgasmo, lui comprese e smise tutto quello che stava facendo, subito e completamente.

Io quasi venni, ma riuscii a calmarmi e mi ordinò di inginocchiarmi… era il suo turno.

Si mise in piedi di fronte a me e, quando fui inginocchiato, torreggiava sopra di me. Presi lentamente il suo pene nella mia bocca come lui aveva fatto col mio. Prese la mia testa… Io cominciai a leccare la punta del suo pene. Le sue mani cominciarono a fare forza tirandomi avanti ed indietro lentamente, mentre io gli leccavo il prepuzio il più profondamente possibile.

Aveva un sapore tanto buono quanto Carlo era bello. Lui cominciò a lamentarsi, io allungai una mano verso il pavimento, raccolsi il tubo di gelatina e cominciai lentamente a massaggiargli l’ano. Le sue mani fecero più forza…
Io mi fermai, presi il pacchetto dei preservativi e mi alzai. I nostri uccelli si toccarono. “Carlo, io voglio incularti. “
“Mmmmmm, per favore fallo. ” Rispose, e si voltò.

Dissigillai uno dei preservativi e lo srotolai sul mio pene.

Baciandogli un po’ la schiena, lo penetrai. Gemevamo ambedue molto rumorosamente e lui aprì le gambe il più possibile. Io cominciai a muovermi lentamente dentro di lui. Le sue mani mi tenevano le cosce ed io afferrai poi il suo pene, lentamente cominciai a masturbarlo e c’era ancora della gelatina sulla mia mano…

Il nostro grugnire e gemere non era passato inosservato e due ragazzi cominciarono a sbirciare dall’angolo. Io venni! Era l’orgasmo più sorprendente che avessi mai avuto.

I due ragazzi entrarono e cominciarono a masturbarsi mentre ci guardavano.

“Cosa state guardando? ” Disse Carlo (la sua voce era appena percettibile).
“Uh, nulla!”
“Venite qui. “
I ragazzi si avvicinarono. Io mi inginocchiai di fronte a quello col pene più grosso e lo presi in bocca. Mi venne in bocca trenta secondi più tardi, poco prima del suo amico che aveva avuto lo stesso trattamento da Carlo. Poi loro se ne andarono.

“Oh, bene, non erano eccezionali ma…” Dissi, ma fui interrotto da Carlo che mi aveva penetrato improvvisamente. Emisi un forte gemito e mi rilassai. Lui mi prese il cazzo e mi masturbò con forza… indietro ed avanti, mentre cominciava a lamentarsi. Anch’io lo feci e sborrammo insieme!

Appena finito ci facemmo una doccia e ci rilassammo. Io avevo appena avuto l’esperienza più formidabile della mia vita. Andammo a prendere i vestiti nei nostri armadietti e poi ritornammo vicini, avevamo ancora in bocca il sapore dello sperma dei ragazzi… Ci masturbammo… Poi ci asciugammo ed io mi misi i sospensori nuovi.

“Che ne diresti di una sauna ?” Disse Carlo.

Afose giornate Mantovane

Con un alias diverso negli episodi “Cugini” ho descritto l’esperienza estiva, quella in cui passai dalle esperienze private a quella pubblica di troietta dei miei cuginetti.
Gli ingredienti del pasticcio sono, un minuscolo paese agricolo della piana mantovana, dove tutti sanno di tutti, un gruppo di ragazzi con età oscillante fra i teenager e la maggiore età, pertanto le ragazze erano frequentabili solo sotto lo sguardo attento di parenti o vicini, ecc le scappatelle erano rare, contingentate come tempi e a forte rischio di sganassone.

Insomma maschi e femmine sempre ben separati.
Noi maschietti potevamo scorrazzare per i campi o andare a fare il bagno al fiume.
Le abitudini erano ferree, nelle ore più cade del pomeriggio, quando il sole picchiava duro, cessavano tutte le attività, il paese intero cadeva nelle braccia di morfeo.
Che palle, per noi pieni di ormoni e di vita, ma era propio in quelle ore che noi attuavamo le nostre strategie.

Ormai dopo quella festa in casa, fra me e i cuginetti erano cessati gli imbarazzi, anzi andavo io da loro sperando in qualche nuova trovata.
Nelle borse della moto portavo sempre il necessario, asciugamano e costume da bagno, la gonna che avevamo abilmente sequestrato alla cugina, le scarpe con zeppa, e l’immancabile Leocrema, tanto utile per tutti gli usi, per evitare troppe manovre mettevo i pantaloncini senza le mutande e una maglietta.
Erano circa le due del pomeriggio decisi di fare una sorpresa a Marco, i suoi lavoravano in fabbrica a Mantova e fino a sera non sarebbero rientrati, sapevo che era sempre eccitato e pronto.

Capitai dalui mentre stava riparando la moto in garage.
Entrai e gli chiesi qualcosa di fresco da bere, tempo di andare a prendere nel frigorifero la classica acqua e tamarindo rapidissimo mi denudai misi le scarpe, la gonna e una dose di crema sullo sfintere. Appena mi vide il suo costume da bagno non fu più in grado di contenere i 24 centimetri di cui era dotato, mentre sulla sua faccia si era disegnato un sorriso idiota di felice sorpresa.

Bando alle ciance partii all’arrembaggio :“Marco ti andrebbe di mettermelo in culo” , contemporaneamente appoggiai una gamba sul vecchio divano e allargai le chiappe con la mano mettendo in evidenza il buco, non fece un fiato appoggiò la cappella spinse forte e me lo infilò tutto in un colpo solo, che volete a me piace farmelo infilare così.
Arrivato in fondo si fermò qualche secondo, e poi iniziò il magico gioco del su e giù dentro e fuori.

Lo incitavo con “Dai inculami , siii cosi tutto in culo”, anzi dirglielo eccitava anche me, mi gustavo le spinte profonde. Purtroppo fu breve era talmente eccitato che gli bastarono dieci minuti per allagarmi il culo, ma che volete non tutti i giorni è festa ma il pomeriggio era ancora lungo.
Vuoi per la prestazione vuoi che non c’era un filo di vento ma il caldo era opprimente, la soluzione: andare al canale a fare il bagno.

Passammo a prendere anche Francesco, il terzo complice e via tra i campi di granoturco fino al canale.
Qualche tuffo una nuotata poi Marco vista la solitudine del posto si tolse il costume, con le braccia appoggiate al bordo del canale mi chiese sottovoce:“Hai mai fatto un pompino ?”.
Effettivamente non ne avevo mai fatti come non mi ero mai fatto inculare fino a quella festa, ero un po’ titubante, ma perché non provarci, ormai puttana ero e puttana rimanevo.

L’acqua del canale arrivava giusta alle mie spalle, con poca fatica gli alzai le gambe mettendolo a galleggiare in orizzontale, avvicinai la bocca alla sua cappella e leccai, il sapore era quello dell’acqua, per cui fui incoraggiato a infilarmelo in bocca, e cominciai ad appoggiare le labbra, lo feci entrare in bocca e sentii il un sospiro di soddisfazione, incoraggiato cominciai a succhiare e ad ogni movimento della mia testa sentivo una vibrazione dalle sue gambe unito a un gemito di piacere, non riuscivo però a farglielo indurire, era l’effetto dell’acqua fredda, purtroppo o per fortuna, la cosa mi piaceva volevo continuare quel gioco.

Uscimmo dall’acqua ci sdraiammo sul prato, sotto il sole caldo le cose migliorarono, mentre mi impegnavo con il pompino sentii salire l’eccitazione, e in quel mentre avvenne quello che speravo succedesse, due mani mi allargarono le chiappe, era Francesco, mi puntò la cappella, bagnata a tal punto che non dovetti nemmeno usare la crema, aspetti il momento della spinta, lo incoraggiai con :“ dai dai adesso mi incula siiii, dai sfonda il culo alla troia” ,spinse la cappella risalì veloce e forte, un calore piacevole si impadronì della mia pancia, entrò fino in fondo e un brivido di piacere profondo piacere mi corse fino al cervello.

Un cazzo in culo e uno in bocca, mai provato, ero eccitatissimo, passammo una mezzora favolosa
i due si alternavano, il piacere era talmente alienante che non riuscii a capire chi dei due me lo stesse sbattendo in culo e chi in bocca bocca, capii che quello dietro veniva quando mi afferrò forte le spalle spingendolo e bloccandolo bene in fondo, ebbi solo una reazione quando il liquido caldo mi schizzò in bocca mentre due mani mi bloccavano la testa, lasciai che la sborra calda colasse e poi ripresi a succhiaire di gusto quella cappella.

Quando tornai sulla terra dalle emozioni capii che fu Marco a godere del pompino con quasi ingoio.
Francesco nonostante mi avesse già allagato il culo non mi toglieva quel palo dal culo, gli si afflosciò un attimo ma poi rispingendolo con due colpetti, se lo fece venire duro di nuovo e senza toglierlo riprese, fu stupendo perché mi riinculò con una calma e una profondità meravigliosa, me lo faceva sentire tutto, mentre Marco si gustava lo spettacolo da vicino di quel cazzo che andava avanti e indietro, anzi si divertiva a dare ordini :”Dai tutto in un colpo, Veloce adesso, dai forte fammi sentire le palle che sbattono”, io igemevo di piacere, mi stavo davvero divertendo e soprattutto stavo godendomi la quarta inculata di quel giorno.

Quando sentii i colpi farsi più decisi e veloci capii che l’apoteosi era vicina appena mi disse “Stingi quel culo puttana che ti vengo dentro” mi masturbai e venimmo quasi in contemporanea. Fu davvero un pomeriggio da favola come altri che seguirono.

Alexandra

In spiaggia, Alexandra diceva di saper annodare il pareo in cento modi diversi, e ogni tanto ritornava sull’argomento mettendosi in piedi nuda sul letto ed io là sotto a godermi tutta la meraviglia di tanta grazia di Dio.
Vedi, diceva, lo annodi così ed è un pantaloncino, due un top, tre annodandolo dietro il collo, un vestito da pomeriggio, quattro un asciugamano da bagno, cinque un pantalone indiano…
Non saprei dire se Alexandra davvero conoscesse cento modi di annodare un pareo, perchè ho resistito massimo fino a diciotto prima di saltarle addosso.

Nella lingua spagnola todavia esprime la continuazione di qualcosa iniziata in un momento precedente: quando per esempio, un amico comune mi chiede con un sorrisino, ma Alexandra sta sempre con te? E tu gli rispondi: todavia…ma sai che non è vero e lo sa pure lui.
Puoi usarlo per qualcosa che accade adesso o in un futuro immediato:
Sono le quattro di mattina e Alex non è tornata, todavia…
Puoi anche usarlo come malgrado tutto questo, nonostante:
Alexandra mi fa soffrire ma la amo, todavia.

Oppure nel senso concessivo, correggendo una frase anteriore: Perchè Alexandra è sempre in giro, la notte? Todavia, se avessimo un figlio, avrebbe altro da pensare e starebbe in casa ad accudirlo, o no? In alcuni casi questo avverbio mostra un aumento o la ponderazione: Alex si comporta così ma da alcuni segnali che percepisco, io so che todavia mi ama..
Ho settant’anni e sono emigrante da quando ne avevo diciannove. Il console di Corfù mi ha detto che ora non siamo più emigranti ma residenti all’estero.

Bene io sono residente all’estero da più di cinquant’anni e ho imparato le lingue dei luoghi dove sono emigrato, andando a scuola, leggendo i giornali, ascoltando la radio e mai frequentando gli altri italiani per costringermi ad adattarmi più rapidamente alla lingua che volevo imparare.
Nascere povero mi ha dato un grande privilegio: ho letto Il Gattopardo in lingua originale, cioè la mia, ma anche Mefistofele in tedesco, Shakespeare in Inglese, Zorba in Greco, Voltaire in francese, Borges in tutte le lingue in cui l’ho incontrato, e Cervantes in Spagnolo.

Tutte lingue che ho imparato studiando, tranne lo Spagnolo, perchè per una specie di presunzione tutta italica, noi tendiamo a sottovalutare la lingua spagnola in quanto crediamo che usando un dialetto veneto e aggiungendo qualche esse, si possa padroneggiare la lingua, ma non è così.
Quando mi lasciai con mia moglie haitiana, andai a Cuba mi capitò un fatto che mi fece capire che sarei dovuto andare a scuola per imparare la lingua.

Conobbi un ragazzo fuori dall’hotel, sai, quelli che vanno agganciando i turisti e si offrono di accompagnarli per scroccare qualche pasto e guadagnarsi una mancia. Era inverno e all’Avana fa freddo, almeno per loro, ci sono notti gelate. Questo figliolo aveva un paio di ciabatte, un pantaloncino liso e una camicina estiva che lo faceva tremare dal freddo. Non volevo offenderlo nè metterlo in imbarazzo, perchè l’orgoglio dei cubani oltrepassa la loro fierezza, ma avevo un ormai inutile soprabilto con il quale ero arrivato nel Caribe per rimanerci, e volevo regalarglielo, ma non volevo metterlo in imbarazzo, ripeto.

Allora pensai a come dirglielo, e mi uscì questa frase:
– No voria imbarazarte, ma tu tieni el capoto?
Fece uno shitto indietro con la testa e spalancò gli occhi. Non avrebbe mai creduto di trovarsi in una tale situazione. Infatti, lo seppi tempo dopo, io gli avevo chiesto:
– Non vorrei metterti incinta, hai il preservativo?
Ecco, solo per dire di non fidarsi troppo di una lingua orecchiata, perchè le parole sono insidiose e occorre conoscerne bene il significato, perchè a volte tradiscono.

Le parole sono come Alexandra.
Anche entonces è un avverbio dai molti significati. Lo puoi usare: come in tal caso, essendo così. Se me lo dici tu, entonces ti credo. Un po’ come il nostro: allora, quindi…
Oppure lo puoi usare come espressione che dà ad intendere che quello che stai dicendo deriva da una conseguenza logica: no, Alexandra, non voglio venire, non lo sai che odio la discoteca? Da entonces!
Oppure lo puoi usare come rafforzativo per iniziare una frase:
Entonces, credi che io sia un pedofilo!
No, questa frase è troppo dura, la riscrivo:
Entonces, credi davvero che io sia un pedofilo? Così va meglio.

Sai quando leggo tutte queste levate di scudi contro un vecchio che approfitta di una giovane, sono certo di non parteggiare per il mostro ma mi chiedo, io sono quel mostro? Sono io, il vecchio che quando aveva sessantatre anni incontrò Alexandra che ne aveva sedici, e si comportò in modo indegno?
Non lo so. Io so solo che quando la vidi mi battè forte il cuore. All’età non ci pensai, nè alla sua e neppure alla mia.

Mi battè il cuore e basta.
La guagua che a mezzogiorno arriva dalla capitale, passando dalle vicinanze dalle scuole, carica i bambini che tornano a casa, ed essi salgono vociando, spingendosi, gridando. A qualcuno danno fastidio, io invece mi rallegro con tutto quel cinguettìo, paiono rondini che volano gridando, e passano vicino al mio sedile che era proprio il primo di fronte alla portiera.
Pfui, fece l’aria compressa, aprendo alla fermata.

Una zaffata d’aria calda entrò nell’ambiente con l’aria condizionata e alzai lo sguardo.
Entonces salì Alexandra. con la sua bella uniforme della scuola, la camicina azzurra ben stirata, la gonna a pieghe color militare, i calzettoni bianchi, e due tette, ma due tette da sturbo. Eh, sì, perchè in quella marea di bambini della scuola elementare, lei svettava come un corpo estraneo, era alta, con due spalle così, due zigomi alti e un sorriso che quando apriva la bocca i suoi denti parevano perle.

Non poteva avere dodici anni, era evidente. Poi seppi che non li aveva affatto, ma aveva perso molti anni di studio, e una zia che ora la ospitava l’aveva iscritta a scuola con notevole ritardo. Praticamente faceva le elementari con un’età da liceo, ma sempre bambina era. Lo diceva il viso innocente, il sorriso pulito, lo sguardo curioso ma non malizioso.
Si sedette accanto a me e il respiro un poco affannato per la corsa agitava il suo seno che pareva voler uscire prepotentemente da quella camicina che lo teneva imprigionato.

Era un seno grande, ma non sproporzionato, forse lo sarebbe diventato con l’età, ma ora la gioventù, la verginità, il fatto che fosse ben soda, tutta, dava una consistenza al suo seno che ti faceva venire voglia di toccarglielo per verificare se fosse vero. Maneggiava un telefonino che non riusciva ad usare e quando alzò lo sguardo su di me, feci appena in tempo a distogliere il mio dal suo seno e a dirle, dove vai? Oh, mi aspettano i parenti, vado a fare il bagno.

Vestita così? Mia zia lavora in un ristorante sulla spiaggia mi cambio da lei. Se mi dai il tuo numero di telefono, vado a cambiarmi e vengo a fare il bagno con te. Certo, disse e me lo diede. Io lo composi subito, per vedere se non mi volesse imbrogliare, e il suo cellulare squillò! Oh, che bello! Entonces funziona! Quando scese, scesi anch’io per vedere dove andasse e la seguivo a distanza. Lei si girava ogni tanto e sorrideva.

Finalmente arrivò ad un gruppo che la stava aspettando, un paio di zie, un giovanotto e qualche bambina. Lei li salutò e mi indicò agli altri che mi scrutarono senza alcuna reazione apparente.
Ora sapevo dov’erano, mi avviai al residence dove abitavo, mi cambiai e aspettai una mezz’oretta per lasciarle il tempo di cambiarsi. Poi la chiamai, allora vengo? Entonces.
Il costume da bagno non era suo, e la misura che le stava bene per le slip invece non riusciva a trattenere quel suo gran ben di Dio che ad ogni mossa spingeva per voler prepotentemente uscire dal reggiseno.

Inutile fare il bagno, mi bastava guardare. C’era molta gente in acqua ma lei stava solo coi bambini come lei e faceva tutti i giochi dei bambini, ma i miei occhi poco innocenti lo vedevano che era fuori posto. Lei avrebbe dovuto nuotare con ampie bracciate, in modo sensuale, invece sbatteva le mani sull’acqua per fare scherzi innocenti agli altri, e rubava la palla, e cinguettava, e si aggiustava il reggiseno, e ogni tanto si guardava il petto per vedere se non avesse provocato qualche danno con movimenti troppo rapidi…
Dovresti comprarti un costume da bagno nuovo, le dissi.

Domani vado in città, se vieni, te lo regalo. Lei guardò la zia che disse sì. Il giorno dopo non ci sarebbe stata lezione e si poteva fare. Ecco fatto, pensai, la trappola è shittata. Basta offrire una compera per mostrare di avere soldi in tasca ed essere piuttosto generoso, e queste squinzie cadono come pere. Tutte.
Il sole era calato ed era l’ora dei saluti. La zia, la mia amata zia, che Dio la benedica, ruppe l’imbarazzo e disse, Ale, perchè non lo inviti da noi a prendere un caffè? Così impara la strada dove abitiamo.

Cominciò così.

§

Il giorno dopo passai a prenderla per andare in città a fare compere.
Sorpresa! Non sarebbe venuta da sola, ma con la zia. Mentre camminavamo per la via affollata. canticchiavo: Io Mammeta e tu ma non era proprio così, la zia era dolce e comprensiva, solamente stava attenta al suo investimento. Proprio così, lo scoprii dopo, vedendo come crescevano la sorella minore di Ale, che aveva un paio d’anni meno.

Seguii la vicenda per anni, e me lo dissero chiaramente: la mantenevano vergine a disposizione di un “gringo” che un giorno se la sarebbe portata via. O che l’avesse messa incinta, e ritornato in patria, le avesse mandato dinero per mantenere il figlio e con lui tutto il codazzo della famiglia che si trainava al seguito. Pure Ale, l’avevano conservata illibata ed ora era lì, bella e confezionata a disposizione del gringo, che in questo caso ero io…
“Gentili signore, io vi sono grato per la gentilezza con cui mi accogliete.

Ma ormai lo sapete, io non posso più nascondervelo, amo pazzamente vostra nipote. Mi rendo conto della grande differenza d’età, inoltre non ho nulla da offrirle: non sono divorziato e non posso sposarla, non potrò fare figli con lei perchè sono sterile, non ho una casa e nemmeno un lavoro. Non voglio creare scandalo, ma vi prego solamente di permettermi di frequentarla fino a quando non giudicherete siano maturate le condizioni adatte per farla venire a vivere con me, naturalmente se vostra nipote è d’accordo…”
Splendido discorso.

Chiaro e conciso.
Il problema è che tutta questa pappardella che si può leggere in un fiato, io la pronunciai a spizzichi e bocconi durante i sette mesi che durarono le mie visite a quella famiglia!
Eh, sì. Proprio sette mesi. Io arrivavo, e la trovavo con la ramazza in mano mentre lavava il pavimento. Visione sublime, solo più tardi scoprii che quella era una famiglia con lavori altamente specializzati, Ale era specializzata nel lavare il pavimento e quando venne a vivere con me, non faceva altro, nè lavare i piatti o la biancheria, non stirava, non puliva i vetri… nulla.

Solo lavava il pavimento. Io con dolcezza le dissi che non poteva fare solo quello e lei dopo un poco capì tanto bene, che smise pure di ramazzare.
Allora dicevo, io arrivavo nel patio dove c’era tutta la famiglia, chi si lavava i piedi, chi i capelli, chi si faceva le unghie mentre i bambini correvano schiamazzando qua e là. Davo ai bimbi cento pesos e andavano a comprare i limoni lo zucchero e il ghiaccio così lei mi preparava una freschissima limonata che noi sorbivamo in silenzio, sedia contro sedia, in un angolo del patio.

Senza parlare, perchè lei, non parlava MAI!
All’imbrunire chiamavo un moto-concho che mi riportasse a casa e castamente com’ero venuto, così castamente me ne andavo giù, dove c’erano i bar, dove sempre castamente andavo a puttane.
Così per i primi sette mesi.

§

Ma come può essere successo tutto questo?
Come è possibile mi chiedo che una ragazzina ben educata, pulita, cresciuta in una famiglia povera ma ineccepibile, poi sia diventata tutto questo?
Certo, la colpa dev’essere anche mia.

Ma prima di tutto dell’ambiente, perchè noi non siamo tutto quello che abbiamo ereditato col patrimonio genetico. A formare quello che noi siamo è stato determinante anche la famiglia in cui siamo cresciuti e l’ambiente attorno a noi, dove siamo maturati.
E le persone che abbiamo incontrato. Eh sì, perchè pensaci bene, le persone che incontri plasmano la tua vita. è come una lotteria, chi pesca bene e chi pesca male. Io penso che non ci sia alcuna differenza sostanziale tra l’assassino e il suo giudice, la differenza la fa dove sono nati, l’ambiente in cui sono cresciuti e le persone che hanno incontrato.

Alexandra. Chiamiamola così, ma non è il suo vero nome.
E invece si chiama proprio così ma scrivo che non è il suo vero nome perchè da queste parti tutto quello che vedi non è così come appare, pure in un racconto.
Insomma c’è tanta di quella confusione tra quel che vedi e quello che sembra, da poter affermare che da queste parti non c’è niente di vero.
Nemmeno la frase precedente.

E neppure la frase prima della precedente.
Hai capito come stanno le cose?
Bene, Alexandra, chiamiamola così, e andiamo avanti.
Se Alexandra era stata tollerata nella classe con le bambine malgrado fosse una pennellona, ora che era venuta a vivere con me era stata dirottata verso la scuola serale, la prima corruttrice delle giovani di queste parti.
Il Corriere pubblicò un reportage sul turismo sessuale e rimasi colpito dalle cose che descriveva e che io non avevo mai visto in giro.

Le scrissi chiedendole spiegazioni, e lei mi disse di andare a passeggiare giù al Corso, e aprire gli occhi.
Eh, sì. Aveva proprio ragione la giornalista, inoltre seduto ai tavolini del primo caffè vicino al parco, ascoltavo i commenti di un paio di stanziali appoggiati alla loro gippetta bianca, con amici appena arrivati, che appunto dicevano che invece del solito troiaio che si trovava là sotto, era meglio andare ad aspettare queste squinzie all’uscita della scuola serale.

La scuola di qui assomiglia alla nostra Scolastica medievale. Il professore detta i capitoli delle materie e le ragazze scrivono. Molto spesso non detta nemmeno, ma dà loro da copiare da pagina…a pagina, il tempo giusto perchè suoni la campanella e vadano a casa. E all’uscita le solite chiacchiere delle ragazze, i capelli finti, le unghie false, la telenovela… poi ci sono i discorsi
più interessati: “a me il vecchio ha regalato la ricarica…” a me ha regalato questo cellulare…” …lo porto a fare la spesa al supermercato…” e le più piccole ascoltano e pensano: “Ma è davvero tutto così facile?”
Poi vanno a passeggiare un poco prima di rientrare in casa, ma dagli sguardi i più scafati capiscono quando sono interessate…
Va bene, ho aperto gli occhi.

Stasera vado all’uscita dalla scuola a vedere di persona…
Scese la sera e alle otto e mezza ero fuori dalla scuola ad aspettare. Mi misi in un angolo buio e notai che c’erano anche alcuni “gringos” che aspettavano fingendo indifferenza. Là avanti c’era pure la gippetta bianca di quei bellimbusti che si erano ripromessi di venire a cacciare carne fresca e insomma pensai che la giornalista del Corriere ci aveva visto giusto…
C’era stata una polemicuccia con la scuola per via di tutto questo, tanto che il ministero aveva deciso di mettere guardie giurate per proteggere le minorenni.

Uscirono ad ondate, cinguettando come uccellini di bosco, erano molte le risa, mettevano il buonumore…
Uscì pure Alexandra con la poliziotta, attraversarono la strada e…. salirono sulla gippetta bianca!
Rimasi di sasso, senza fiato, hai capito la poliziotta? Messa lì per proteggere le bambine era la prima a salire sulle auto dei turisti in cerca di emozioni, e portandosi pure una delle studentesse che avrebbe dovuto proteggere!
Tornai a casa ad aspettare.
Rientrò che era quasi mezzanotte e le chiesi, dove sei stata? Oh, niente a bere qualcosa al drin con i miei compagni di classe…
Il drin sarebbe la forma spagnoleggiante del Drinks, un luogo che vende super alcoolici all’ingrosso e che la sera spaccia al minuto ai dominicani che affollano la strada tutta intorno.

Guarda che sono venuto giù e ti ho visto andare via con la poliziotta. Niente compagni di scuola quindi, ah sì erano amici suoi ma poi sono andata da Jennifer e con lei siamo andate al drin, guarda che Jennifer era qui da sua zia..
sì ma dopo. Guarda che quelli della gippetta sono turisti italiani in cerca di avventure, ah certo. Uno di loro è innamorato del mio insegnante che è “pagaro” (omosessuale) e la poliziotta le portava un messaggio.

Le portava un messaggio ma loro si portavano via voi… no, io sono scesa subito per andare da Jennifer! Guarda che Jennifer era qui!
Inutile. Tutto inutile, quando un essere razionale, con tanto di logica, con avvenimenti che vengono dopo altri e quindi ne conseguono, con lo scorrere del tempo uniforme e progressivo, incoccia in una discussione con un essere tribale auditivo mitologico, con il tempo che può essere prima e dopo, sopra e sotto, qui e là si equivalgono, la discussione non riesce ad andare oltre l’ incomprensione reciproca.

Ti faccio un esempio, così capisci prima.
Un giorno torno a casa e trovo Alexandra con un foulard viola in testa, chiusa nella cameretta davanti all’altarino della Santeria, che sbatte le maracas cantando nenie. Cosa stai facendo? Le chiedo. Nulla di speciale, si è rotta la televisione e sto invocando Santa Marta perchè me la ripari.
Piccolo inciso: Santa Marta non è la nostra santa ma un’entità della Santeria dominicana che non è compresa negli Orisha.

Sarebbe Santa Marta dei Serpenti, una specie di dea Kalì che possiede le persone durante riti collettivi chiamati tamboor, dove la gente si agita fino ad essere “posseduta”.
Alexandra, le dico, se si è rotta la televisione devi chiamare il tecnico non Santa Marta, ti pare? No, sarà lei a ripararmela. Va bene, fa quello che ti pare, le dico chiudendo la porta della stanzetta “dei miracoli” e andando sul balcone. Mi affaccio e chi ti vedo? Plomerito, l’elettricista faccio-tutto-io e lo chiamo.

Guarda se puoi ripararmi la televisione altrimenti chiamiamo tuo cugino che è il tecnico. Plomerito prende in mano il controllo remoto, armeggia un pochino poi dice, guarda non c’è nulla di guasto, è solo andato fuori sintonia, adesso fai ripartire il tutto e vedrai che funziona come prima. Infatti.
Lo ringrazio, lo accompagno alla porta e rientro nella “stanza dei miracoli”. Smetti con quella nenia, la televisione funziona e puoi finalmente vedere la tua telenovela…
Hai visto? Dice lei, Santa Marta ha riparato il televisore… No, guarda che casualmente è salito Plomerito e il televisore l’ha riparato lui.

Certo, ma se non c’era Santa Marta che lo faceva passare qui sotto, noi avevamo il televisore rotto, ma non era rotto, sei tu che chissà cos’avrai smanazzato per metterlo fuori sintonia, aspetta che ringrazio Santa Marta per avermi riparato il televisore e poi vengo…
Capisci? Tra il razionale e l’irrazionale non c’è partita.
Alexandra avrà cambiato una decina di telefonini. O li perdeva, o fingeva di perderli per regalarli o impegnarli per racimolare qualche soldo, o li sbatteva a terra perchè il modello era vecchio, o le cadeva nel cesso (è successo pure quello) insomma c’erano periodi in cui usava il mio.

Era troppo naif per cambiare il chip o cancellare le chiamate o i messaggi che riceveva, così senza che le dicessi nulla sapevo tutte le porcheria che stava combinando.
Era scesa al colmado per comprare qualcosa per il pranzo quando suona il telefono, pronto c’è Alice? Alice chi? Ah – capisco tutto al volo – Alice, no, è passata di qui stamattina ma ha dimenticato il telefono. Tu sei quello di ieri sera? Sì, sono Andrea.

Senti tu dovresti essere il suo fidanzato… Ma no, cosa dici? Queste sono gallinelle intercambiabili. Me la scopo ogni tanto, niente di più. Lei vive a casa sua ed io a casa mia… Ah ecco. Perchè è venuta di corsa stamattina per dirmi che il fidanzato ha scoperto tutto e che devo dire di essere innamorato del suo insegnante, ma sai, non mi va di passare per frocio…
Hai ragione! Ma non ti devi lasciar coinvolgere, sai sono sgualdrinelle che un giorno vanno con uno, un giorno con l’altro….

…e si fanno pagare! Dice lui.
Rido, ah ah ah, perchè l’avresti pagata forse? Mah, sai. Trombare l’ho trombata, poi mi ha chiesto 800 pesos per andare dal parrucchiere, cosa vuoi è sempre un buon prezzo per una prostituta…
Non riuscii a trattenere le lacrime.
Avevano ragione gli antichi quando misero l’amore in fondo al cuore, perchè è lì che senti qualcosa che si rompe.
T’innamori e batte forte il cuore, scopri che si vende, e il cuore si spezza..

§

Le cose cominciarono a prendere una piega non piacevole, diciamo che gli affari e l’amore cominciarono ad andare in discesa, prima impercettibilmente poi con un’accelerazione imprevedibile.

Capirai anche tu, che accettando prestiti al 10% ogni quindici giorni e il lavoro stagionale, capitava nei mesi morti di dover chiedere prestiti per pagare gli interessi sui prestiti precedenti e questo avveniva sempre a fine mese, quando c’erano da pagare gli stipendi al personale e la luce, carissima. Scelta improrogabile per non chiudere, ma ad Alexandra la cosa non importava poi molto. Lei viveva nel suo mondo e comprava vestiti che poi regalava alle amiche o alle zie, comprava capelli finti che una volta applicati la involgarivano in modo esagerato, comprava scarpe (decine e decine) si metteva unghie finte, cambiava telefonino con la velocità della luce.

Insomma, finchè al mattino poteva mettere mano ai soldi che le necessitavano per le sue inutili esigenze, come andassero gli affari non le importava molto.
Rientrava sempre più tardi nella notte, invece di copiare le lezioni dal libro di scuola passava le ore in classe a scrivere lettere d’amore ai suoi spasimanti, e quando quelli rispondevano conservava le missive nella sua cartella di scuola.
Una perfetta cretina, se avesse voluto tenere nascosti i suoi altarini, una menefreghista invece se pensava che tanto innamorato com’ero non avrei potuto lasciarla per nulla al mondo.

Corna comprese.
Ho letto da qualche parte la descrizione degli stati d’animo quando si apprende di avere un cancro. Prima l’incredulità, poi la ribellione, quindi la rassegnazione. Succede anche con le corna, te lo posso garantire.
Cominciai a tener sotto controllo i messaggi sul telefonino, le carte che le scrivevano gli spasimanti, quello che scriveva lei sui suoi quaderni. Mi stupì leggere come mi descriveva, un bruto che le faceva violenza e la rendeva infelice.

I biglietti degli spasimanti invece erano epici: “Da quando ti ho conosciuto so che esistono gli angeli… il profumo della tua pelle… ti aspetto tra le rose…” proprio così, tra le rose, scriveva. Speriamo si pungesse!
Quando la notte tardava oltre ogni limite accettabile uscivo a cercarla senza rendermi conto che mi esponevo a pericoli di ogni sorta, un vecchio di notte che cammina per strade secondarie è una facile preda, ma io volevo trovarla per avere dagli occhi la conferma di tutto quello che ormai il cuore sapeva da un pezzo.

Una notte entro in uno di questi “drin” dove c’è pure una musica assordante. Non la trovo e mi metto in un angolo scuro ad osservare la gente. Bevono e conversano, come facciano – a conversare, intendo – non capisco proprio con tutto quel rumore. Ad un certo punto entra lei, le braccia alzate e passi sincopati seguendo la pachata che gli altoparlanti diffondono al massimo.
Grida della folla, è arrivata! Una diva.

Mentre ballando si porta al centro della sala la voce di un amico la sfotte:
– Alexandra, e tuo marito?
– Dorme! – risponde, e tutti ridono.
Guadagno l’uscita alla chetichella, anche perchè non c’e niente da dire. Se non sottolineare un dettaglio insignificante: a quell’ora dormo perchè mi alzo alle quattro per andare a fare il pane. è buio alle quattro, l’ora più buia del giorno, quella prima dell’alba. Passo dalle case di tolleranza ed escono le puttane con i clienti che con loro hanno fatto mattina.

è tutto uno scoppiettare di moto-conchos, gente che ha aspettato fuori tutta la notte per fare da taxi a questi ultimi clienti, e guadagnarsi 50 pesos…
Non c’è nessuno in giro a quell’ora, io, le puttane e qualche volta Alexandra che torna a casa.
Non ho voglia di tornare, faccio un giro camminando, la strada è centrale e ben illuminata, non corro pericoli. Sulla via del ritorno proprio da quel “drin” scorgo cento metri più avanti, Alexandra che esce abbracciata con un vecchio, e la seguo a distanza.

Lui è uno di quegli scalcagnati italiani in braghette, infradito e canottiera che infestano il parco di pomeriggio, lei pare divertirsi. Arrivano all’angolo della via dove abito e si baciano. Lui la lascia e lei si gira per salutarlo e mi vede sopraggiungere. Non fa una piega.
Io invece dico a lui:
– Scusa, adesso che hai finito me la mandi a casa ed io ho schifo. Fammi un piacere, tienitela fino a domani e me la mandi dopo che si è fatta almeno una doccia
Lui è uno sportivo e non si agita troppo.

Nella conversazione che segue mi dice che si chiama Giorgio, è proprietario di macchine che smuovono la terra e vive noleggiandole. No, che me la tenga pure io, che a lui la proposta non interessa…
– Ma come, la usi e me la rimandi. Tienitela tu, e ogni tanto me la scopo io…
-Eh, se tu sapessi…- disse e lasciò tutto in sospeso.
Se io sapessi che? Mah, non l’ho mai più saputo, ma la frase in sospeso mi colpì molto.

Da quella notte, decisi di non seguire più Alessandra ma di aspettarla a casa, a qualsiasi ora fosse tornata.
Perchè aspettarla fa soffrire, ma a trovarla si soffre molto di più.

§

Soldi non entravano e stringere la cinghia era diventato doloroso. Alexandra invece attraversava gli eventi come una lama nel burro, senza preoccupazioni. La scuola era finita, ma lei usciva di casa alle undici di mattina e faceva ritorno alle ore più impensate.

A volte portava sacchetti della spesa con pasta, formaggio, biscotti, e altre vettovaglie.
Chi te li da? Oh, un’amica che ha preso a cuore la nostra situazione e ha deciso di aiutarmi. Guarda che al mondo non esistono pasti gratis e questa tua amica se ti dà qualcosa qualcos’altro poi vorrà, ma no cosa dici. è gente buona, pure suo marito…
Alcune volte tornava alle sette di sera per vedere la telenovela e prima di uscire per la notte volle imparare a navigare col Facebook che diceva avevano le sue amiche.

L’avvocato che nel frattempo era diventato mio amico diceva che per il ristorante c’erano complicazioni ma che non avremmo tardato molto ad avere ragione, intanto il tempo passava e mettere insieme il pranzo con la cena sempre più difficile.
Io saltavo un pasto e con un panino e un pomodoro (dieci pesos) arrivavo a sera. Ale invece o andava a mangiare dalle amiche oppure tornava di notte soddisfatta e non pareva avere mai fame.

Un giorno disse: abbiamo ottenuto un credito dal colmado. Possiamo fare la spesa per un mese e pagare quando ti arrivano i soldi. Che bello, si mangia!
Una notte che smanettavo sul computer in attesa del ritorno di Ale, incappo nel suo profilo che apro perchè la password è fin troppo semplice. Oltre a suoi messaggi in giro per il Caribe di un’oscenità impareggiabile, trovai pure il chatting che aveva fatto recentemente col proprietario del colmado che aveva miracolosamente deciso di farci credito.

Ale:- Prestami mille pesos
Renè:- Sai quello che mi devi fare
Ale:- Per quello ce ne vogliono duemila
Renè:- Ma io non voglio scopare per non mancare di rispetto nei confronti di Ronnie che è mio amico. Voglio solo toccare di sotto e ciucciare di sopra
Ale:- Sempre duemila. Vieni a casa
Renè:- Mia moglie mi controlla
Ale:- Tu portami a casa l’acqua
Renè:- E quando?
Ale:- Alle 7,30 quando Aldo va ad aprire il negozio
Renè:- E quando andiamo al monte?
Ale:- Quando vuoi ma sempre 2.

000 pesos sono

Ero allibito. Leggevo cose che mi lasciavano di sasso, non per lo scandalo in sè, ma perchè non riuscivo a comprendere come Alexandra avesse potuto cambiare in quell’essere volgare che scoprivo dai suoi scritti.
In quel momento rientra lei ed erano le due del mattino. Inutile chiederle dove sei stata, ormai…
Solo che stanotte ha un succhione sul collo da far paura e l’incazzatura mi viene non solo per l’accumulo degli avvenimenti ma soprattutto perchè vuol convincermi che quel pò pò di segno glielo avrei fatto io!
Nacque una lite furibonda, con rinfacci, insulti, e lei che pareva piano piano perdere terreno dalle sue convinzioni, finchè messa in un angolo con le lacrime agli occhi sbottò:
– Basta! Tu, mia madre, i miei parenti che mi avete preso per una prostituta! Sono stufa di tutto questo, basta! Adesso mi ammazzo…
E si suicidò.

Per la verità si suicidò quattro volte, la prima, prese una manciata di pillole dal cassetto, se le ficcò in gola poi tracannò un bicchier d’acqua e rimase così, impalata aspettando l’effetto. Forse si credeva che ingurgitare una manciata di pilloline zuccherate in vendita al colmado magari con effetto placebo, l’avrebbero fatta cadere indietro stecchita. Invece non successe nulla.
– Ah, sì? – gridò visto che non aveva ottenuto nessun effetto – e allora mi taglio le vene – andò in cucina prese un coltello e si tagliò le vene.

Oddio, tagliò è una parola grossa, diciamo piuttosto che mise il coltello sui polsi e lo fece andare avanti indietro un paio di volte. Ma non uscì il sangue. Buttò il coltello per terra e spalancò la porta del giardino: – Mi butto nel pozzo! – disse ed uscì.
Sentii nitidamente il rumore del coperchio metallico che copriva la cisterna e poi sentii pure uno splash. Poi più nulla, solo il canto dei grilli.

Aspettai il tempo sufficiente, rimisi al suo posto il coltellaccio da cucina del ristorante che non aveva fatto il suo dovere coi polsi di Ale, poi uscii e la trovai in piedi sull’orlo della cisterna, con i pantaloni bagnati fino alla cintola ed il resto perfettamente asciutto. Evidentemente si era seduta sull’orlo della botola in attesa dell’ispirazione che non era arrivata.
– Via Ale, – dico cercando di sdrammatizzare- Per questa notte ti sei suicidata abbastanza, adesso vieni a dormire che sennò prendi freddo…
-Ah, mi prendi pure in giro? Te lo faccio vedere io! Adesso vado sull’autopista e mi butto sotto alla prima guagua che passa – sbattè la porta uscendo ed io aspettai.

Perchè il messaggio non era per niente chiaro: l’ultima guagua passava alle dieci e trenta ed erano ormai le due di notte. Si butta sotto la prima guagua vorrebbe dire che aspetta quella del mattino alle 6,30 oppure qualsiasi mezzo pesante che passa va bene?
Tornò dopo una ventina di minuti. Si vede che il traffico sull’autopista non le era piaciuto, oppure chissà. Sta di fatto che senza dire una parola, si buttò sul letto e prese sonno nel giro di un paio di minuti.

Da quel giorno non si parlò mai più di suicidio.

Jotaro, il mio amore giapponese – Capitolo 2

Capitolo Due

La nostra relazione cominciò veramente quel giorno. Ci cambiò quel pomeriggio. Ricordo che tornando a casa quella sera mi sentivo un altro. Non posso descrivere veramente i sentimenti che sentivo. So che sentivo qualche cosa. Volevo sperimentare di nuovo quei sentimenti.
Ci sarebbero stati molti altri giorni e notti per stare vicini. Mi ci volle molto prima di poter tornare sulla terra da quelle altezze. Io non avevo mai sperimentato qualche cosa del genere prima di allora.

Per qualche giorno non riuscimmo a stare insieme. Quel sabato c’incontrammo a casa sua. I suoi genitori erano andati via quel giorno.
“Ciao, amore. ” Jotaro mi baciò dopo che la porta fu chiusa.
“Ehi, Jotaro. ” Risposi rispondendo al bacio.
Le sue labbra erano così morbide e si offrivano alle mie. Mi condusse in cucina, io mi appollaiai su uno sgabello e lo guardai preparare i panini.
“Come va?” Chiese.

“Davvero bene. ” Risposi.
Lui sorrise: “Bene. Ho pensato a te tutta la settimana. ”
“Anche tu sei stato nella mia. ”
“Cool. Volevo…. chiederti come ti sentivi a proposito di quello che…. quello che abbiamo fatto. ” Disse seriamente.
Io sospirai e pensai. C’erano così tante parole che correvano nella mia testa e che avrei potuto usare per descrivere quello che pensavo della prima volta che avevamo fatto l’amore.
“Non riesco a trovare una parola adatta da usare per descrivere precisamente quello che ho sentito mentre lo facevamo.

Amo quello che mi hai fatto. Mi hai fatto sentire così bene. Per favore non chiedermi di descrivere quelle sensazioni. È impossibile. ” Dissi. Jotaro accennò: “Hai ragione. Sono impossibili da descrivere. Non posso e non voglio. ”
Io lo seguii in piscina. Lui mise il piatto di panini sulla tavola e si sedette su una sedia. Io mi sedetti vicino a lui.
“Davide, cosa sai veramente dell’amore?” Mi chiese.
“Non molto.

” Ammisi: “Sento le persone dire continuamente che amano questo o quello e mi chiedo cosa voglia dire. Sento le persone dire che loro amano questa o quella persona, e vedo quelle persone dirlo a loro. Mi sono chiesto a lungo se fosse tutto lì. ”
“Ora sai che c’è di più. ” Jotaro mi sorrise.
Io risi: “Sì, sicuramente!”
“Davide, è molto di più fare l’amore con qualcuno. L’amore è una lotta completa.

Vuole dire essere vicino a qualcuno. Prendersi interesse. Esserci sempre. Fare lunghe passeggiate tenendosi per mano. Parlare uno con l’altro delle cose che importano. Sostenersi l’un l’altro ogni giorno. Aiutarsi l’un l’altro quando si ha bisogno. Ridere insieme. Piangere insieme quando uno sta male. Dividere le cose. Cose che mi piacerebbe fare che tu non hai mai potuto tentare di fare e che vorresti fare con me. Cose che ti piacerebbe fare, che probabilmente non ho mai tentato che mi piacerebbe fare con te.

Cose che ambedue non abbiamo mai potuto fare e che vorremmo fare insieme. ” Affermò.
“Mi sembra bello. ” Dissi.
“Lo è. C’è così tanto da dire. Non so da dove cominciare. ” Sospirò.
“C’è così tanto che voglio sapere e non so come fare le domande giuste. ” Dissi io.
Lui mi guardò. “Non ci sono domande giuste o sbagliate. Io ti dirò quello che posso. Il resto lo impareremo insieme.


Io sorrisi. “Sì, ma voglio saperlo ora. ”
“Va bene, ma non puoi affrettare le cose. Bisogna fare un passo alla volta” Affermò dandomi un panino.
Io lo presi e cominciai a mangiare mentre pensavo a quello che aveva detto. Sembrava così assennato. Mi chiesi se avessi mai avuto sensazione di tutto quello. Lui vide la confusione sulla mia faccia.
“Mi ci è voluto molto tempo per capire quello che mio zio stava tentando di dirmi.

Alla fine ho capito. Imparerò di nuovo tutto con te. Lo zio mi disse che non tutte le relazioni sarebbero state uguali. Che il genere di relazione che avevo con lui sarebbe stata diversa da quella che tu ed io vogliamo avere insieme. Tu ed io abbiamo la stessa età, con probabilità gli stessi interessi. Io sono qui da poco, so che mi mostrerai molte cose che sono così diverse dal Giappone. Io farò del mio meglio per insegnarti della mia casa e della nostra cultura.


“Ok, affare fatto. ” Dissi.
“Sapevo che saresti stato d’accordo. ”
“Uno dei miei interessi è che mi piacciono le culture dei diversi paesi e come si vive là. ” Dissi mentre finivo il panino.
“Ehi, hai portato il costume da bagno?” Chiese Jotaro.
“No, l’ho dimenticato!”
“Non è un problema. ” Disse lui sorridendo.
Stava succedendo qualche cosa, lo capivo. Portò il piatto in casa e ritornò con degli asciugamani.

Li lasciò cadere sopra le sedie e poi cominciò a togliersi i vestiti.
“Aspetta!” Dissi saltando su.
Jotaro si fermò con un’espressione confusa sul viso. Mi avvicinai e cominciai a spogliarlo. Lui sorrise comprendendo quello che volevo fare. Lo spogliai fino alle mutande verdi. Lui sorrise di più mentre le facevo scendere lentamente, il suo cazzo ne scoccò fuori.
“Oh, molto meglio. ” Sospirò.
Mi misi in ginocchio col suo uccello a livello della mia faccia.

Era così bello. Lo leccai dolcemente, poi lo presi in bocca e succhiai i diciotto centimetri del piccolo Jotaro (Così chiamavo il suo cazzo. Lui chiamava il mio piccolo Davide. ). Lo sentii lamentarsi piano, poi le sue anche si agitarono e sparò il suo sperma nella mia bocca. Io succhiai ed ingoiai il dolce succo. Mi alzai e vidi un sorriso sulla sua faccia. Poi lui aprì gli occhi, si chinò e mi baciò.

“Grazie, amore!” Bisbigliò.
Quindi sbottonò lentamente la mia camicia e me la tolse. Lentamente mi spogliò ed alla fine mi tirò giù le mutande blu. Leccò la mia erezione e poi succhiò dentro i miei sedici centimetri. Chiusi gli occhi e rabbrividii. Tutto ciò era così eccitante. Sentivo la sua calda bocca bagnata darmi piacere. Tentai di resistere ma non ce la feci.
“Jo!” Gridai mentre gli venivo in bocca.
Lui succhiò il mio cazzo duro come un’aspirapolvere.

Rabbrividii mentre eiaculavo. Sospirai di sollievo quando finii. Ci baciammo assaporando la sborra dell’altro sulle labbra. Dopo un po’ mi condusse alla piscina e saltammo dentro. Nuotammo per circa un’ora godendo dell’acqua fresca sui nostri corpi. Quando uscimmo ci asciugammo l’un l’altro.
“Andiamo nella mia stanza. ” Suggerì Jotaro.
“Ok. ” Dissi d’accordo.
Facemmo la doccia insieme toccandoci e carezzandoci. Mi piaceva sentire le sue mani su di me. Aveva un modo di toccarmi che mi dava il fuoco.

“Oh dio, come lo fai bene!” Sospirai.
Lo sentii ridere di piacere. Gli feci il solletico sotto le palle e lui ansò. Ci baciammo abbracciati coi corpi bagnati. Amavo questo contatto intimo. Lo avevo voluto e desiderato così a lungo. Non potevo credere che stesse accadendo davvero. Lo guardai negli occhi e lui ci vide qualche cosa. Mi baciò sulla bocca ed io sentii la sua lingua toccare le mie labbra. Lo guardai.

: “Cos’è questo?” Chiesi.
“Qualche cosa di nuovo. ” Disse Jotaro.
“Ok. ” Ed accennai col capo.
Finimmo la doccia e ci asciugammo l’un l’altro. Tornai ad infilarmi l’apparecchio acustico nell’orecchio (Ero completamente sordo nell’orecchio sinistro ed avevo una perdita seria nel destro, così portavo un apparecchio acustico. ) e mi sedetti sul suo letto.
“Questo si chiama bacio alla francese. ” Spiegò: “Tu metti la tua lingua nella mia bocca e la muovi.


“Oh, non lo sapevo. ” Dissi io.
Mi baciò di nuovo ed io feci entrare la sua lingua nella mia bocca questa volta. Ragazzi, era perverso, ma bello. Dopo un momento glielo feci io. Quello che provai era veramente selvaggio! Lui mi sorrise ed io mi rilassai. Mi tirò nelle sue braccia e ci sdraiammo insieme nudi sul suo letto. Il solo essere vicino a Jotaro mi faceva sentire veramente bene. Mi accoccolai ancora più vicino.

“Ti senti bene?” Chiese Jotaro.
“Sì. È bello essere qui con te. ” Dissi.
“Questa è la vera chiave. Sentirsi bene ad essere intimo con qualcuno. Io ti amo così tanto. ”
Questo mi fece sentire alla grande. Non so se c’è un miglior sentimento in tutto l’universo. Toccai la sua faccia a sentire le sue morbide guance.
“Questo è veramente amore, non è vero?” Avevo bisogno di una verifica.

“Questo ed altro. Essere vicini. Essere insieme. Quando due persone sono veramente innamorate una dell’altra, non ci sono giochetti, non ci sono condizioni, solo amore puro, il sesso diventa una celebrazione di quell’amore. Il sesso è un’espressione fisica dell’amore. È un modo di dire all’altra persona quanto la si vuole, ci si ama ed importa dell’altro. Quando fai sesso con un’altra persona… mi spiace… dovrei dire fai l’amore, quando fai l’amore con un’altra persona, ti stai dividendo con quella persona.

Tu dividi il tuo corpo con lei. Ti stai mostrando a lei. Ti stai mettendo completamente nelle sue mani. Ti rendi vulnerabile con lei. Lei scoprirà le tue forze e le tue debolezze. Lei prenderà intimamente familiarità col tuo corpo. Scoprirà cosa ti piace e si sforzerà di farti felice. Quando ti togli i vestiti, stai togliendoti più dei tuoi vestiti. Ti togli le tue preoccupazioni ed i tuoi problemi. Ti togli la persona pubblica che la gente vede sempre.

Lei vede la persona privata che veramente sei. Quando alla fine entra in te e fa il più grande atto d’amore, l’atto di rapporto maschio, lei si lega a te e lascia una parte di sé in di te. Quando tu lo fai a lui, tu ti leghi a lui e lasci un pezzo di te in lui. Quando lui si toglie i vestiti per te, lui si fa vulnerabile. Lui si mette nelle tue mani.

Tu esplori il suo corpo, diventando intimamente familiare con lui. Tu scopri quello che gli piace. Questo è quello che rende così divertente il sesso tra due persone. ”
“È così figo. ” Dissi io.
“Lo so. ”
Restammo in silenzio per un po’. Io pensavo a quello che aveva detto. Sapevo che aveva ragione. Quello era come l’amore dovrebbe essere. Mi sentivo così a mio agio e sicuro là nelle sue braccia.

Avrei voluto non andare più via. Il suo corpo sul mio mi faceva sentire così bene.
“Se questo è come dovrebbe essere l’amore, come mai non tutta la gente fa così?” Chiesi: “Perché la gente lo compra da altri? Perché saltano da un letto all’altro ogni notte, con qualcuno di diverso, sapendo che non lo rivedranno mai più? Perché i ragazzi si vantano a scuola di essersi fatta ogni ragazza che attraversa la loro strada? Perché descrivono in dettaglio quello che vogliono fare ad un’altra persona, ragazzo o ragazza?”
“E’ perché si sentono insicuri e hanno bisogno di apparire meglio agli occhi degli altri, così da essere ammirati.

Io stesso precipitai in quella trappola nella mia vecchia scuola in Giappone. Lo zio mi aprì gli occhi. Quello non è amore. Dannazione, non è neppure sesso. Io lo chiamo stupro. Anche se ambedue le persone sono consenzienti a fare sesso, è sempre stupro. ” Rispose Jotaro.
“Come?” Chiesi confuso.
“È uno stupro dell’anima, dello spirito e della mente. Lentamente si desensibilizzano al vero significato di amore. Dimenticano quello che vuol dire.

Spendono tutte le loro vite alla ricerca del vero significato di amore. ”
“Questo è così triste. ” Dissi mentre gli occhi mi si riempivano di lacrime.
Jotaro mi guardò: “Lo so. ”
“Quello non potrà mai accadere a noi!” Gridai. “Prometti che non accadrà mai a noi!”
Jotaro toccò la mia faccia: “Non accadrà mai a noi, Davide. Perché tu ed io siamo innamorati. Ci amiamo troppo. Se accadesse i nostri spiriti, anime e menti sarebbero corrotti.

Tu ed io siamo due persone uniche, condividiamo un amore così forte, così sacro, che nulla mai potrà avvenire tra di noi, solo la morte potrà dividerci. Io ti proteggerò, ti conforterò quando ne avrai bisogno. Sarò con te sempre, senza problemi, dove tu sceglierai di vivere. Farò in modo che tu non ti addolori mai. Voglio che tu sia felice, sicuro di sapere che noi ci amiamo. ” Disse.
“Tu non sei….

” E non finii.
“No, io sono perfettamente sano. Tu ed io diventeremo vecchi insieme. Ti amerò ancora quando avrai novant’anni. ” Disse sorridendomi e baciandomi.
Questo mi fece sentir bene. Lo abbracciai tirandolo a me. Se quello era veramente l’amore, io lo volevo. Mi sentivo così bene!
“Puoi restare questa notte?” Chiese Jotaro.
“Fammi sentire. ” Dissi prendendo il telefono di fianco al suo letto. Parlai con la mamma, poi riagganciai.

“Ha detto che posso. ”
“Bene, i miei genitori saranno a casa circa alle sette. Possiamo rimanere nudi fino ad allora. ”
“Mi sembra una cosa divertente!” Risposi.

Lo facemmo. Fu bello farlo. Ora ero veramente a mio agio con Jotaro. Lui non si comportava come se fosse un grande peccato essere nudi davanti a qualcun’altro. Dannazione, ci eravamo già visti nudi. Perché coprirsi quando si è soli con il proprio innamorato? Se i suoi genitori fossero stati a casa saremmo rimasti vestiti per rispetto.

Ma quando eravamo soli potevamo stare nudi. Mi piaceva guardare il suo corpo. Aveva il corpo di un nuotatore, non troppo magro. Io ero quasi normale. Verso le cinque decidemmo di cenare. Io lo guardai muoversi per la cucina e preparare. Quando fu pronta ritornammo nella sua camera. Lui andò al suo armadio, prese un chimono e se lo mise. Me ne diede un altro e mi mostrò come mettermelo. I suoi genitori ritornarono a casa verso le sei e ci trovarono seduti sul divano a guardare la tv.

Aiutai Jotaro ad apparecchiare per la cena. Dopo la cena lui ed io andammo nella sua stanza per la notte. Lo guardai togliersi il chimono, poi aprì il mio e l’appese. Mi sorrise ed allungò una mano. Io la presi e lui mi condusse al letto.
Mi sdraiai accanto a lui. Ci baciammo ed abbracciammo. Mi piaceva veramente quello che stava per accadere. Quella notte facemmo l’amore, ognuno cercando di dare piacere all’altro.

Essere dentro di lui fu l’ultimo piacere. Amavo sentire il mio uccello dentro di lui. Mi meravigliai per come esattamente ci entrava. Quando lui mi penetrò, mi piacque la sensazione del suo pene che si muoveva dentro di me. Mi piacque come si adattava al mio sedere. Che grande sensazione era! Lui mi tenne stretto a sé ed io piansi sulla sua spalla, le emozioni erano troppo forti per me. Dormii nelle sue braccia, sentendomi caldo e sicuro.

Ora ero veramente felice. Jotaro ed io condividemmo molti altri giorni e notti d’amore. La nostra relazione continuò a migliorare. Ancor oggi sento quelle calde sensazioni dentro di me.

La relazione si consolida, che ne dite?.

La mia esperienza con una coppia cuckold parte 38

-Trentottesima parte-

La mattina successiva fummo svegliati entrambi da Paolo, Simona era ancora decisamente a pezzi per la serata precedente:
– “Buongiorno tesoro, cosa è successo ieri sera? Non mi ricordo più di niente, nemmeno come sono finita a letto…”.
Le raccontai tutto quello che era successo dal momento in cui non ricordava più nulla, compresa la storia con Marzia, non avevo problemi nel farglielo sapere, la sua reazione fu solo quella di essere dispiaciuta che non fossimo andati oltre e che lei non fosse stata presente:
– “Se ero con te poteva non succedere niente oppure saremmo stati tutti e tre insieme, quattro se anche suo marito si univa…”;
– “Ti piace Riccardo?”;
– “E’ un bel ragazzo, tu sei molto più bello intendiamoci, ma non nego che due colpi me li sarei fatti dare volentieri, non essere geloso però…”;
– “Assolutamente no, figurati.

”;
– “Lo so che non te ne frega niente di me…”;
– “Non è vero, però non mi sembra di essere nella posizione per poter essere geloso di te, sei libera di farti scopare da chi vuoi, solo tuo marito mi deve chiedere prima il permesso. ”;
– “Come bacia Marzia?”;
– “Bene direi…”;
– “Ti è piaciuta la sua figa? Era tanto bagnata” – mentre mi faceva queste domande cominciò ad accarezzarmi il cazzo con il piede, guardandomi con occhi pieni di eccitazione;
– “Era bagnatissima, colava umori quasi quanto te, ha la fighettina rasata e con in buco del culo stretto stretto…”;
– “Le hai infilato un dito nel culo anche?”;
– “No, ho solo infilato leggermente il dito e nonostante lo avessi inumidito con i suoi umori era stretto stretto, lo sai che me ne intendo…”;
– “Dici che è vergine dietro?”;
– “Difficile dirlo però non credo che sia stato molto usato…”;
– “Non come il mio insomma…me lo hai aperto per bene da quando ci conosciamo.

”;
– “Era già bello aperto in realtà…”;
– “Si ma tu me lo hai completamente slabrato, lo vuoi da colazione?”;
– “Che domande, avevo voglia anche ieri sera ma eri ubriaca persa e mi hai lasciato in bianco…”;
– “Merito di essere punita allora, non trovi?”;
Si girò cominciando a leccarmi i piedi, appoggiai la pianta sul suo viso porgendoglielo, ansimava eccitata mentre si masturbava, li lavò con dedizione salendo poi sulle gambe, mi sfilò delicatamente le mutande e passò a leccarmi il buco del culo e le palle, poi l’asta arrivando alla cappella che pulsava nella sua bocca, la spinsi giù facendoglielo prendere tutto in gola, adoravo sentirla rantolare con il mio cazzo che la soffocava.

La lasciai fare a lungo poi le dissi che la volevo inculare, la sua risposta fu quella di mettersi in piedi sul letto con il culo nella direzione del mio cazzo duro, pronto a sfondarglielo, si abbassò puntandoselo nel buco, prese il cazzo in mano e cominciò a farlo girare attorno, colava umori dalla figa, aveva le cosce bagnatissime, la guardai e le dissi:
– “Ma quanto sei bagnata?”;
– “Tantissimo, è tutto merito tuo…” – spostai il cazzo nella sua figa e la spinsi giù penetrandola fino in fondo;
– “Ohhh siii cazzzo siiiii”.

Era talmente bagnata che il cazzo scivolava in maniera spettacolare, mentre saltava si sgrillettava il clitoride, cominciò immediatamente a gemere di piacere e dopo pochi affondi ebbe il primo orgasmo, si alzò sfilandoselo e squirtò bagnandomi tutto, arrossì vistosamente, si vergognava sempre quando le capitava, si scusò e iniziò ad asciugarmi con la lingua, mi aveva letteralmente inondato, ingoiava i suoi umori leccando e sorridendomi compiaciuta:
– “Quanti mi piace fare sesso con te Gianluca…”.

In quel momento sentimmo bussare alla porta, shittai in piedi rimettendomi le mutande, mi avvicinai e chiesi:
– “Chi è?”;
– “Sono Marzia, disturbo?” – Simona schizzò come una molla nascondendosi in bagno, aprii la porta, quando mi vide in mutande senza maglietta arrossì, indossava un costume da bagno, coperto da un vestitino bianco leggerissimo, lungo appena sopra le ginocchia ma che permetteva di ammirare il suo magnifico corpo in trasparenza:
– “Ciao, sono solo entra…” – entrò e quando chiusi la porta con voce timida mi disse:
– “Volevo parlarti di eri sera…”;
– “Sono qui, dimmi”;
– “Ti chiedo scusa, non pensavo che Riccardo potesse venire a cercarmi e quello che ho detto era solo per offenderlo, non avrei mai svelato che il ragazzo con cui stavo eri te, non vorrei che pensassi che ti ho usato per vendicarmi di lui, ero ubriaca, tu sei stato molto gentile con me in un momento di debolezza, sei stato carino ed insomma, sappiamo cosa è successo…”;
– “Ti voglio credere Marzia, ma il sospetto di essere stato usato da te è molto forte, non è stata un’esperienza piacevole restare accucciato a guardare voi che scopavate.

”;
– “Ti chiedo scusa, avrei voluto spostarmi per permetterti di andartene ma mi ha presa con forza e poi sai come vanno certe cose…”;
– “Diciamo che vi siete divertiti…”;
– “Il fatto che tu stessi guardando quello che stavamo facendo all’inizio mi ha imbarazzato parecchio, poi sinceramente, sapendo che tu fossi li, mi ha fatto eccitare tantissimo, sono sincera… Simona dov’è?”;
– “E’ andata nell’ufficio del direttore, le serviva un computer per mandare una mail di lavoro, quando sono pronto ci riuniremo in spiaggia, siamo soli…” – sorrise maliziosamente, mi guardò portandosi un dito in bocca mordendosi l’unghia;
– “Capisco, vorrei tanto continuare da dove ci siamo fermati ieri sera sai…”.

Si avvicinò, mi appoggiò una mano sul petto, delicatamente le nostre labbra si toccarono, la sua lingua si infilò timidamente nella mia bocca, cominciammo a limonare in maniera molto dolce e sensuale, la sua mano scese fino a toccarmi il cazzo, mi stava scoppiando per l’eccitazione, lo misurò partendo dalle palle fino ad arrivare alla punta, si tolse un attimo, mi sorrise e poi tornò a baciarmi, questa volta in maniera decisa, presi il suo culo tra le mani e la tirai verso di me, il suo profumo mi faceva girare la testa, la girai sedendomi sul bracciolo del divano, in quel modo potevo vedere Simona che sbirciava eccitata, si sollevò il vestitino, allargò le gambe e si sedette su di me ricominciando a baciarmi appassionatamente, muoveva i fianchi spingendo sul mio cazzo per sentirne la presenza.

Mentre la baciavo stringevo con le mani il suo culo tirandolo con forza verso di me, guardavo Simona che mi sorrideva e mi faceva vedere che si stava masturbando. Le sfilai il vestito facendolo uscire dalla testa, sbottonai il reggiseno del costume buttandolo a terra e cominciai a leccarle i seni, i capezzoli si inturgidirono all’istante, cominciò a gemere accarezzandomi i capelli spingendomi la testa verso di lei, ero eccitato come una bestia, facevo fatica a non prenderla con forza come ero abituato a fare con Simona, inarcò la schiena verso il basso e leccai la sua pancia fino ad arrivare alla parte inferiore del costume, lo spostai verso il basso arrivando a leccarle il clitoride, era bagnatissima ed i suoi umori mi riempirono la bocca, i suoi gemiti di piacere erano sempre più forti.

Si abbassò di shitto inginocchiandosi davanti a me, mi sfilò le mutande, prese in mano il mio cazzo e cominciò a segarmelo guardandomi negli occhi eccitata, leccò l’asta e prese in bocca la cappella, la sua saliva caldissima inumidiva abbondantemente il mio membro e stringeva con le labbra in maniera perfetta, cominciò un lento e sensuale pompino mentre ansimava, era bravissima, si vedeva che lo faceva con passione, si vedeva che adorava succhiare il cazzo, accompagnava il movimento della bocca con la mano da vera pompinara esperta, poi improvvisamente si fermò, alzò lo sguardo, si asciugò la saliva che le colava dalla bocca e mi sussurrò:
– “Scusa Gianluca, non posso andare oltre, stiamo facendo una stronzata…”;
– “Ma come? Ci stiamo solo divertendo Marzia, io ti voglio, adesso!“;
– “Lo vorrei anch’io te lo giuro ma non posso, non sono quel genere di ragazza, scusa ma non me la sento…”;
– “Non ti capisco…” – si alzò, si coprì le tette con le mani, raccolse il reggiseno del costume e se lo rimise, era paonazza in viso, si avvicinò e mi disse:
– “Ti chiedo ancora scusa Gianluca, il mio corpo vorrebbe finire quello che abbiamo cominciato ma il mio cuore e la mia mente me lo impediscono, non ho mai tradito Riccardo, nonostante lui non è come me, lui mi tradisce lo so ma io non ci riesco, scusami, spero che tu lo capisca…”;
– “Io capisco tante cose Marzia, però se davvero sei così corretta con lui non dovevi arrivare a questo punto, pazienza ieri sera che eri ubriaca, ma perché stamattina sei venuta qui a succhiarmi il cazzo se non volevi arrivare in fondo?”;
– “Lo so, sono attratta moltissimo da te, sono venuta qui con la scusa di chiarire quello era successo ieri sera e con l’intenzione di fare del sesso con te, ti giuro che fino a un minuto fa non pensavo ad altro, poi mi sono vista nello specchio inginocchiata a succhiare il cazzo ad un uomo che non è mio marito e mi sono sentita sporca dentro, una puttana, io non sono così…”;
– “Senti mi hai stufato, sei una ragazzina, non ho tempo da perdere con te, torna da tuo marito e cerca di evitarmi d’ora in avanti, mi hai rotto i coglioni, vai via…”;
La accompagnai all’ingresso, aspettai che uscisse senza dire altro, appena varcata la soglia chiusi la porta sbattendola con forza e sbottai:
– “Ma vaffanculo va!!!”.

Ero incazzato come una bestia, non avevo più intenzione nemmeno di parlarci insieme, Simona uscì dal bagno e mi raggiunse:
– “Che stupida, hai fatto bene a trattarla in quel modo!”;
– “Mi ha rotto i coglioni, se non fosse che Riccardo è nella mia squadra li eviterei per il resto della vacanza, è una ragazzina porca troia, prima mi usa per far ingelosire il marito, mi costringe a guardarli mentre scopano, poi viene qui, mi mette la figa in faccia e mi succhia il cazzo per poi dire che non se la sente? Ma dove cazzo vive questa? Ma vaffanculo!!!;
– “E’ una stupida, non sa nemmeno lei cosa vuole, però mi sono eccitata tantissimo a guardarvi, sono bagnatissima…”;
– “Lo succhiava pure bene quella troia!!!”;
– “Era brava? Come me o meglio?”;
– “Nessuna è meglio di te, lo sai che sei la troia numero uno tu…”.

Sorrise divertita e soddisfatta, la presi con forza e la baciai, si inginocchiò e cominciò uno dei suoi memorabili pompini, il confronto con Marzia era improponibile, una bocca esperta come la sua era più unica che rara, mi guardava sorridendo mentre le facevo prendere in gola il cazzo con forza, la feci alzare facendola mettere a pecorina in pedi davanti alla parte posteriore del divano, appoggiò le mani ed alzò il culo, glielo schiaffeggiai un paio di volte con molta forza prima di incularla in profondità cominciando a sbatterla selvaggiamente:
– “Ohh siiii fammi male cazzo!!!”.

La doppia interruzione mi permise di incularla a lungo e senza soste, dal canto suo Simona si godeva la mia veemenza masturbandosi incessantemente, ebbe un orgasmo profondo e squirtò a terra lasciando una grossa pozza di liquido in mezzo alle sue gambe, lo sfilai e gliela feci leccare appoggiando un piede sulla sua testa, nel frattempo mi segavo, quando sentii che stavo venendo le sollevai la testa, lei intuì che stavo sborrando e la attese con la bocca aperta e la lingua fuori, partirono una serie di abbondanti schizzi che lei ingoiò con avidità per poi attaccarsi al cazzo ripulendolo con cura, infine leccò quello che era finito sul pavimento, la guardai e le dissi:
– “Sei la troia numero uno cazzo!!!”.

Quando ebbe finito il suo lavoro di pulizia la presi per mano accompagnandola nella doccia, appena entrati si inginocchiò nuovamente a succhiarmelo, poi con aria ancora eccitata mi chiese di darle da bere, le pisciai addosso ammirando come se la gustava soddisfatta, ormai era diventata una piacevole abitudine per lei e nonostante non amavo particolarmente questa pratica, ormai la consideravo normale routine.
Dopo esserci fatti la doccia andammo in spiaggia, Clara e Paolo erano andati a farsi il bagno, ci salutarono e ci unimmo a loro facendoci una nuotata tutti insieme.

Quando tornammo agli ombrelloni ci raggiunse Riccardo:
– “Ciao Gianluca, arrivate sempre così tardi voi in spiaggia?”;
– “Non sempre ma stamattina qualcuno mi ha fatto perdere del tempo…”;
– “Capisco, oggi pomeriggio alle 16 abbiamo la partita ti ricordi?”;
– “Mi ricordavo tranquillo, solo che con tutto quello che ci siamo bevuti ieri sera sarà dura. ”;
– “Non c’è problema, quelli dell’altra squadra erano tutti presenti anche loro ieri sera e non credo siano messi meglio di noi”.

Marzia si era ben guardata dall’avvicinarsi a noi, era rimasta in disparte chiacchierando con altri ragazzi, notavo però che il suo sguardo era costantemente orientato verso di me.
Simona aveva notato tutta la situazione e la raggiuse, era esilarante vederla colloquiare con lei con estrema naturalezza mentre l’imbarazzo dell’altra era evidentissimo.
Il pomeriggio vincemmo agevolmente la partita, nonostante l’evidente scarsa forma di tutti, Paolo fece perfino un figurone quella volta, d’altronde ci reggevamo in piedi a fatica tutti quanti e lui la sera prima non si era riempito.

Per alcuni giorni tutto scorse liscio, senza particolari accadimenti, le vacanze stavano trascorrendo velocemente e si avvicinava il giorno del rientro. Organizzammo un festa di addio per Clara e le sue amiche, erano arrivate il venerdì e sarebbero ripartite due giorni prima di noi, Paolo era triste, si era affezionato alla tardona. La festa si sarebbe svolta il giovedì sera nel bar della spiaggia che eccezionalmente sarebbe rimasto aperto, grazie alla forte influenza di Paolo con il direttore del villaggio, voleva fare le cose in grande, non avrebbe badato a spese ingaggiando anche una band che avrebbe suonato fino a notte fonda in loro onore.

Alla fine aveva deciso di non dirle tutta la verità su di lui, voleva mantenere un ricordo piacevole della loro storia, senza ferirla ulteriormente, in fin dei conti probabilmente non si sarebbero più rivisti dopo quella vacanza.
Il mercoledì pomeriggio giocammo e vincemmo la finale del torneo di calcetto con Riccardo grande protagonista della partita, nonostante con Marzia i rapporti si erano raffreddati io e lui restammo amici e quella sera festeggiammo prendendoci nuovamente una forte sbornia.

Ubriaco perso mi confidò di aver tradito innumerevoli volte Marzia ed il mio rammarico per la sua decisione di non farsi scopare tornò prepotentemente a farsi sentire, povera illusa, fedele ad un tipo che non si era fatto nessuno scrupolo a cornificarla quando ne aveva avuto l’occasione.
Quella sera tornammo in camera molto tardi e Simona volle assistere ancora una volta alla monta tra Paolo e Clara, era la loro penultima notte insieme, nel pomeriggio aveva preso accordi precisi con il marito, avrebbe dovuto farle fare determinate cose e non voleva perdersi lo spettacolo.

Paolo legò Clara a pancia in sotto sul letto, le bendò gli occhi ed imbavagliò la bocca, sembrava un salame povera donna, era davvero ridicola, con un dildo enorme le penetrò la figa mentre lui la inculò a lungo venendole infine dentro, quando ebbe finito la poverina aveva le lacrime agli occhi per il dolore, si era lasciata fare di tutto e Paolo la consolò, anche lui aveva sofferto ma aveva ubbidito al volere di Simona, la vera artefice di tutto era sempre lei.

Tornammo nella nostra camera alla fine dello spettacolo, Simona era soddisfatta per aver visto cosa era stata disposta a fare Clara per amor di Paolo e scopammo anche noi a lungo prima di addormentarci.
Il giovedì passammo l’intera giornata in spiaggia, la festa di addio per Clara fu un enorme successo, partecipò tutto il villaggio e tornammo in camera praticamente all’alba. Il venerdì pomeriggio salutammo Clara e le sue amiche, la donna era visibilmente commossa e poco prima di partire scoppiò in lacrime abbracciando Paolo, prima di salire sul pumino che le avrebbe portate all’aeroporto, anche lui stava piangendo come un bambino e quando se ne andarono se ne andò in camera.

Io e Simona lo raggiungemmo poco dopo, pensavo che volesse consolarlo, invece stava solo tramando la sua ennesima umiliazione. Quando entrammo nella sua camera Paolo era disteso sul letto con le lacrime agli occhi, Simona si avvicinò a lui assalendolo immediatamente:
– “Che cazzo fai coglione, piangi?”;
– “Capisco che a te non freghi niente ma io mi ero affezionato a lei, puoi lasciarmi stare per qualche minuto per piacere?”;
– “Dovevi scopartela non innamorarti di lei coglione!” – Paolo arrossì vistosamente, stranamente reagì in maniera veemente:
– “Che cazzo vieni a fare la morale a me? Parli te che dovresti essere la donna che domina tutti ed invece ti sei innamorata di Gianluca, arrivando al punto di prendere in considerazione di lasciarmi per stare con lui? Devi stare zitta, predichi bene e razzoli male, ti ho chiesto di lasciarmi in pace e pretendo che mi dia ascolto! Hai capito?”;
– “Sei un coglione, da quando alzi la cresta in questo modo con me? Chi cazzo credi di essere? Le due cose sono ben diverse: è vero mi sono innamorata di Gianluca ma lui l’hai visto che ragazzo è? Tu ti sei innamorato di una balena, che cazzo di paragone è?” – Paolo si alzò di shitto dal letto e si piazzò con la faccia davanti a quella della moglie apostrofandola in maniera molto decisa:
– “Lei sarà una balena ma vale dieci volte te, tu sei bella fuori ma sei vuota dentro, sei il niente dentro ad una bellissima shitola, sai cosa ti dico? Vaffanculo!”.

Simona gli piazzò un ceffone dritto in faccia con gli occhi pieni di odio, Paolo glielo restituì ancora più forte, lei si portò la mano sulla guancia e gli rifilò una ginocchiata sulle palle dal basso verso l’alto, io mi stavo divertendo come un pazzo però non potevo lasciarli continuare, decisi quindi di intervenire; presi per mano Simona trascinandola nella nostra camera e chiudendo la porta, Paolo era rimasto accasciato a terra, credo che una botta simile avrebbe steso un elefante, quando tornai da lui si era rialzato con tutta l’intenzione di andare a dargliele di santa ragione, lo bloccai:
– “Paolo basta, avete superato ogni limite, cosa vorresti fare?”;
– “Gianluca ti prego, lasciami andare di la, la voglio ammazzare!”;
– “Non te lo lascerò fare Paolo, non costringermi a farti del male.

”;
– “Non si può permettere di trattarmi in questo modo, c’è un limite a tutto, adesso basta con me ha chiuso!”;
– “Ti capisco, so quanto ci tieni a Clara ma lei è tua moglie in fin dei conti, ha sbagliato ma anche tu sei stato complice di tutte le sue perversioni, se non ti stavano bene le cose dovevi importi prima, avete la colpa entrambi di come sono andate le cose. ”;
– “Hai ragione, sono stato un coglione senza palle, adesso però basta, io non ci sto più, ho raggiunto il limite!”;
– “Dammi ascolto, pensaci su con calma, adesso io vado di la e cerco di parlare con lei, tu però promettimi che riaccendi il cervello e ragioni con serenità sulla cosa, vi dovete parlare e chiarire non solo su questo ma sul vostro modo di vivere, entrambi dovete fare un passo indietro…”;
– “Ok ok, adesso mi calmo, ma lei deve chiedermi scusa!”;
– “Sono cazzi vostri, io mi limiterò ad impervi di farvi ulteriormente del male, dovete risolverla tra di voi, ma in maniera civile.

”;
– “Hai ragione, ti ringrazio, se non c’eri tu credo che avrei fatto una pazzia. ”;
Quando entrai nella nostra camera Simona era dietro la porta che stava origliando, mi buttò le braccia al collo baciandomi, aveva la guancia tutta arrossata dove Paolo l’aveva schiaffeggiata:
– “Grazie tesoro, credo che tu mi abbia salvato la vita, ad un certo punto ho avuto paura che mi volesse strozzare. ”;
– “Simona, basta, avete superato ogni limite, dovete parlarvi e trovare un accordo.

”;
– “Io non ci voglio parlare con lui, anzi non lo voglio proprio più vedere. Voglio solo te Gianluca, solo te…”;
– “Simona, non fare la bambina offesa, sei stata insensibile con lui, adesso tu vai di la e chiarite tutto tra di voi, io non voglio nemmeno sentire cosa vi direte, interverrò solo per evitare che finisca come prima. ”;
– “Sei il più giovare ma il più saggio di tutti, hai ragione, devo parlarci, forse ho esagerato, però ricorda che non accetterò questo atteggiamento da parte sua, se osa ancora mettermi le mani addosso lo mollo, gli porto via un sacco di soldi e mi trasferisco a vivere per sempre insieme a te.

”;
– “Fai quello che credi, ricordati solo che io non sono Paolo e non ho nemmeno i suoi soldi, quindi vedi te cosa ti conviene fare…” – con questa frase volevo essere sicuro che non pensasse che io fossi stato disponibile a mantenerla con tutti i suoi vizi, in fin dei conti non me lo sarei mai potuto permettere;
– “Ho capito benissimo cosa intendi dire, ora vado, tu però promettimi che se senti che le acque si agitano troppo interverrai.

”;
– “Tranquilla, adesso vai. ”.
Se ne andò dal marito chiudendo con un po’ di timore la porta alle sue spalle, restai in silenzio pronto ad intervenire in caso di necessità, li sentivo parlare animatamente ma senza eccessi, non ascoltai interamente i loro discorsi ma mi feci un’idea di cosa si stavano dicendo.
Discussero per più di un’ora, dopodiché mi raggiunsero insieme, i loro volti erano provati e gli occhi arrossati, avevano sicuramente pianto entrambi ma alla fine tornò il sereno tra di loro, Paolo prese la parola per primo:
– “Gianluca, a nome di entrambi ti ringrazio per quello che hai fatto, adesso ci siamo chiariti e le cose cambieranno un po’ d’ora in avanti tra di noi.

”;
– “Bene, mi fa piacere, quindi cosa avete deciso di fare?”;
– “Praticamente Simona si è presa l’impegno di rispettare i miei sentimenti nei riguardi di Clara, io terrò i contatti con lei ed andrò a trovarla, se la nostra storia avrà un seguito, per il resto tutto resterà come prima. ”.
Pensavo che avessero preso la decisione di terminare la storia tra me e la moglie, invece l’unica cosa che era cambiata era che adesso anche lui aveva un’amante, non finivano mai di sorprendermi quei due, a quel punto Simona intervenne:
– “Soprattutto quello che non cambierà è che io e te vivremo insieme in pianta stabile, non tornerò a vivere con lui, sempre se a te sta bene naturalmente.

”;
– “Certo che mi sta bene, quindi tu continuerai a vivere con me mentre lui verrà a trovarci nei fine settimana?”;
– “Esattamente, tu sei contento vero?”;
– “Se va bene a voi io problemi non ne ho, però sono sincero, non so fino a quando reggerò questo tipo di vita..”;
– “Spero a lungo Gianluca, lo so che tu non mi ami ma io sono innamorata persa di te, lo dico con tutta la sincerità di questo mondo.

”.
Non le risposi, aveva ragione, quello che provavo per lei non era più amore come all’inizio, era un misto di passione ed affetto ma non amore, di questo ne ero sicuro ormai.

Continua….

Estate veneziana – Capitolo 3 finale

Capitolo tre

Stavo aspettando nella cabina Homani, nudo e sdraiato sugli asciugamani. Avevo un po’ di paura che lui non venisse, ma dopo poco la porta si aprì e lui entrò, il sole colpì la mia nudità. Mi alzai e prima che lui potesse chiudere la porta stavo già tirandogli giù il costume. “Homani, mio amore. Baciami. ”
“Oh Pietro, sei tremendo. ” Mentre parlava sentivo il suo pene pulsare ed ingrossarsi nella mia mano.

“Non possiamo fare quello che dici. Io non sono sicuro. ” Pian piano scivolai sopra gli asciugamani, trascinando Homani con me, lui continuava a protestare nonostante il suo pene dicesse un’altra cosa. Continuai a baciarlo ed a massaggiargli i genitali, quando pensai fosse maturo, presi la crema e lubrificai il mio ano ed il cazzo di Homani.
Mi inginocchiai davanti a lui, mi misi a quattro zampe e poi lo guardai. “Montami, mio amore, per favore montami.

Mostrami che stallone sei. Io sono la tua cavalla, aperta e pronta per te. Per favore Homani. ” Lui si inginocchiò dietro di me e sentii la sua erezione tra le mie gambe. Lo guidai al mio buco in attesa. “Ora, Homani, spingi forte. ” Lo fece, la sua completa lunghezza mi penetrò subito facendomi mancare il fiato, anche se era notevolmente più piccolo di Max. Stavo quasi per parlare quando l’istinto prese il sopravvento e lui cominciò ad incularmi duramente.

Tirò a sé le mie anche e si mosse dentro e fuori finché non gemette e mi venne dentro. Cominciò ad estrarlo ed allora dissi: “Aspetta, lascia che il cazzo diventi molle e poi io stringerò il culo e terrò il tuo seme dentro di me. Così. Ah grazie, amore. ” Restammo sdraiati sugli asciugamani per un po’ senza parlare, poi andammo a nuotare. Quando ritornammo in cabina, questa volta non ebbe bisogno di esortazioni.

Era solamente la mia terza volta, ma cominciavo a sentirmi un professionista. Ci accordammo per incontrarci il pomeriggio seguente e ci separammo con un bacio affettuoso.

Quando arrivai alla casa del professore il giorno seguente, mi spogliai non appena entrato in classe e quando lui entrò, (con indosso un accappatoio slacciato, notai), io mi alzai, e con un gentile “Buon giorno, signore” e mi piegai a toccare le dita dei piedi.
“Tu sei un ragazzo molto birichino, Pietro.

Ti darò due colpi addizionali oggi!”
“Grazie, signore. ” Mentre parlavo sentii il suo dito nel mio ano e contrassi istintivamente il buco alla stimolazione.

“Ahh,” fu tutto quello che disse. E poi: “Allarga le gambe, ragazzo. Così. Ora siediti. ” Io mi sedetti cautamente. Avendo le gambe allargate, alcuni colpi avevano colpito il mio ano e sentivo delle fitte. Lui camminò verso me slacciando il cordone dell’accappatoio. Lo aprì rivelando il pene eretto che spuntava dal suo corpo nudo.

Era notevolmente magro per un uomo di quell’età, ma aveva delle pieghe nella pelle che non avevo mai visto prima di allora, quelle venute con età. Quello che mi sorprese di più, nonostante l’avessi succhiato il giorno prima, era la taglia, ora lo vedevo tutto. Mentre mi veniva vicino si tolse l’accappatoio e, inmodo imperioso, puntò la sua erezione verso la mia bocca, aperta in attesa. La spinse profondamente nella mia gola, io mi sentii soffocare e lui mi teneva per i capelli.

Alla fine lo sentii tremare mentre veniva spruzzando una fontana di sperma dentro di me. “Ben fatto, ragazzo. Ora, avanti con le lezioni!”

Tornando a casa per il pranzo ero ancora un po’ stupito dal suo atteggiamento; mi chiedevo quanti altri ragazzi aveva avuto e mi mi chiesi anche se avrebbe potuto fottermi. Il pensiero di quella carne solida dentro di me mi eccitò e mi fece indurire l’uccello. Dovevo ammettere che il cazzo di Homanis era niente comparato a quello di Max, ed ora volevo sperimentare quello del professore.

Aspettai nella cabina per circa un’ora prima che lui arrivasse. “Mi spiace Pietro. Abbiamo pranzato tardi e non ho potuto venire via prima. ” Mentre parlava gli tirai giù il costume da bagno rivelando il suo uccello già pronto. Glielo succhiai forte, lo volevo sentire disperatamente dentro di me. Da quando Max mi aveva deflorato desideravo il cazzo. Volevo essere riempito. “Oh, Pietro. Per favore, fai presto, io voglio incularti. Tu hai svegliato il sesso dentro di me.

Sdraiati sulla schiena, così posso vederti. ” Feci come mi diceva, le gambe spalancate e le anche alzate. Lui si sdraòo tra le mie gambe, il suo corpo pigiò sul mio. Con una mano guidai la sua erezione verso la sua meta.
“Spingi, Homani. Ohh. Ora fuori, dentro. Più rapido. Più forte. Inculami, Homani, forte. ” Lui venne rapidamente e quando si sdraiò su di me sentii il suo pene restringersi nella mia passera.

Fu allora che cominciai a considerare il mio ano la mia passera. Avevo sentito mia sorella riferirsi al suo buco chiamandolo la sua passera, così mi sembrò normale che anche il mio si chiamasse così. Strinsi Homani a me mentre lo baciavo, mentre amavo il suo contatto su di me. “Mi piacerebbe che tu potessi continuare a fottermi! Quanto tempo resti a Venezia, amore?”
“Domani sarà il mio ultimo giorno, Pietro. Pensavo che saremmo rimasti di più, ma mio padre a cena ieri sera ha detto che partiremo sabato.

Come possiamo passare più tempo insieme?”
“Baciami ed accarezzami mentre ci penso. ” Ci pensai per un po’ mentre godevo delle sue carezze sui miei genitali.
“Posso venire stasera nel tuo albergo?”
“Penso di sì, c’è un’entrata posteriore su di un piccolo canale. ”
“Ah sì, io lo so. Arriverò nella tua stanza circa alle 10 stasera. Qual’è il numero?”
“320. Oh, Pietro, puoi?”
“Sì, Homani, ci sarò!”

Poco prima delle dieci uscii silenziosamente da casa nostra e presi la nostra barca.

Era piccola, aveva spazio solo per due o tre, l’ideale per me per andare in giro. In breve fui all’ingresso posteriore dell’albergo e la ormeggiai. C’era del personale di servizio in giro ma non fecero caso a me mentre salivo la scala posteriore. Andai al terzo piano e percorsi selenziosamente il corridoio finché non arrivai alla sua stanza. Aprii lentamente la porta. C’era Homani con una vestaglia aperta a mostrare il suo corpo nudo, il pene eretto ed i neri peli pubici.

Mi fermai sulla porta, mi spogliai ed entrai nella stanza nudo. Ero impetuoso, o stupido. Se qualcuno fosse apparso sarei stato in un guaio. Homani si tolse la vestaglia e ci abbracciammo, baciandoci ed accarezzandoci. Lui si fece cadere indietro sul letto ed io precipitai affamato sopra la sua erezione.

Dormimmo poco quella notte, avevo svegliato in Homani un appetito, un desiderio inestinguibile di fare sesso con un uomo. Ingoiai un mare di sperma, ne assorbii un lago nei miei intestini.

Prima di incontrare Homani ero ancora inesperto, la mia passera quasi inutilizzata. Durante quella notte deve avermi inculato sei o sette volte, i suoi testicoli sembrava non si vuotassero mai. Eravamo sdraiati sul letto, la luce del giorno cominciava ad affacciarsi alla sua finestra, il rumore del Canal Grande stava aumentando; io leccai il suo pube nero, le sue palle, gli accarezzai il torace ed agganciai le sue natiche. “Oh, ancora una volta, per favore Pietro.

Passerà molto tempo prima che possa rifarlo, per te… credo di no!” Misi le gambe ai lati del suo corpo, mi chinai sul suo corpo palpitante, mi abbassai lentamente sopra la sua durezza sentendola riempire i miei intestini. Su e giù, su e giù. “Ahhh… Pietro. ” Venne e venne anche il cameriere con la colazione. Era un uomo di mezza età e si fermò sulla porta con un sorriso sconcertato sul viso.
“Signori, perdonatemi.

La prima colazione per il signorino. ”
“Grazie. ” Il cameriere appoggiò il vassoio su un tavolino, se ne andò ed io mi tolsi il cazzo di Homani ormai flaccido. Controllai anche che ora fosse, erano quasi le sette. “Bene, amore. Facciamo colazione. ”
“Ma, Pietro, il cameriere… parlerà. Ne sono sicuro. Pietro, aiutami. ” Lo lo calmai e ci sedemmo a tavola, ancora nudi. Il cameriere non ci avrebbe fatto caso, pensai. Ritornò dopo poco con il resto della colazione.

“Ah, signore” cominciai: “Penso che lei vorrebbe incontrarsi con me, vero?”
“Molto, signorino!” Parlammo per un paio di minuti e poi lui se ne andò.
“Vedi, nessun problema. Quando è entrato ho visto che c’era una gelosia affamata nei suoi occhi, avrebbe desiderato essere al tuo posto! Io mi sono preoccupato di soddisfarlo, e, beh…”
“Grazie amico mio. Mi mancherai. ” Finimmo colazione, io mi vestii rapidamente e tornai a casa, sperando di arrivare in camera mia prima che i miei genitori si preoccupassero.

Dato che era sabato, fui fortunato e riuscii ad arrivare prima che la casa si svegliasse. Mi sdraiai a letto pensando a cosa fare poi. C’era senza dubbio il mio professore che voleva incularmi ed io desideravo la sensazione del suo cazzo maturo nella mia passera. C’era poi Mauro, il cameriere. Ci eravamo messi d’accordo per incontrarci più tardi in un piccolo caffè in Calle Terà, in una parte di Venezia meno caratteristica dove i turisti non vanno.

Fui un ragazzino angelico quella mattina, facendo quello che mi veniva chiesto, pranzando lentamente, aspettando un po’ per poi chiedere se potevo uscire. Purché fossi tornato per le 7!

Misi in tasca un po’ di soldi e mi diressi verso Calle Terà. Mi ci volle una mezz’ora, poi vidi il Caffè Napoli, il luogo del nostro appuntamento. Un posto che non mi ispirava molto. Ed ancora nessun segno di Mauro. Mi sedetti fuori ad uno dei tavoli ottenendo uno sguardo un po’ scocciato da uno dei camerieri.

Un ragazzino solo, seduto al tavolo di un caffè… Riuscii a persuaderlo che volevo veramente un caffè, anche se dovetti dargli i soldi in anticipo. Avevo quasi finito quando Mauro arrivò.

“Ah Pietro. Mi spiace molto. Vieni piccolo, vieni. ” Il cameriere mi guardò e poi si girò. Seguii Mauro in un vicolo così stretto da permettergli appena di passare. Finiva in una scala, dove saliva? Lo seguii al terzo piano, sotto il tetto.

Lassù c’era scuro e caldo, poi Mauro aprì finestre ed imposte. Una brezza piacevole e morbida cominciò a penetrare e la luce mi presentò una piccola stanza con un letto stretto, una sedia ed un tavolo di fianco al letto. Il pavimento era di assi nude, e l’atmosfera generale era polverosa. “Questa è una stanza adatta a noi. Ora tu mi ripagherai per il mio silenzio, vero?”
“Certamente, Mauro. ” Feci scivolare giù gli shorts mentre contemporaneamente mi toglievo i sandali.

Anche lui si stava spogliando, mettendo in mostra un corpo magro, salvo una piccola pancia, leggermente peloso e con una dotazione media. Mi avvicinai e gli carezzai leggermente i testicoli, dallo scroto in giù. Lui rabbrividì; lo spinsi finché non fu seduto sul letto girando la schiena alla sua faccia, mi curvai a prendere in bocca il suo cazzo, mettendo in mostra la mia passera tesa di fronte ai suoi occhi. Quando cominciai a leccargli il glande e la sua fessura, sentii le sue dita che carezzavano il mio sfintere, penetrandolo leggermente.

Spinsi indietro un po’ ed il suo dito entrò; ora avevo in bocca tutto il suo suo cazzo e lo lubrificavo quando lui spinse il suo dito più profondamente dentro di me, contorcendolo, investigando. Ruotai le natiche per il piacere, poi la sua lingua era là ed io stavo rabbrividendo. Ora avevo bisogno del suo cazzo nella mia passera, presto. Mi girai e mi misi a gambe divaricate sul suo torace, rimbalzando su e giù, con forza, la mia erezione che si dimenanava affascinandolo.

Tutto il suo corpo sembrò cominciare a vibrare, io mi spinsi giù, il mio ano aperto sul suo cazzo rampante. Lui spinse in su, io spinsi in giù, lui tremò e poi, improvvisamente quasi gridò mentre il suo orgasmo lo prendeva, il suo fluido si sguinzagliava dentro di me. Aspettai finché il suo pene non si fu ammorbidito, poi delicatamente mi tolsi, stringendo le natiche per tenere il suo seme dentro di me. Era più di quanto non avessi provato fino a quel momento.

Era stato come se un fiume si fosse riversato dentro di me. Mi piegai e cominciai a baciarlo: “Oh Mauro è stato meraviglioso; sei così pieno di virilità ed ora ti sei piantato dentro di me. ” Lui stava sorridendo mentre ci baciavamo.

“Sei così bravo per essere così giovane. Ho sognato molte volte uno come te, giovane e pronto ma ne ho mai avuto l’opportunità. Poi vedo due ragazzi che stanno godendo del sesso.

Sono stato impaziente per tutto il giorno per il tuo giovane culo. ” Rimanemmo sdraiati sul letto, allacciati l’uno all’altro, senza parlare ma solo accarezzandoci. Poi mi stupii nel vedere che il suo pene era di nuovo rigido come una bacchetta. “Pietro, per favore, lascia che ti prenda di nuovo. Lo so che avevo detto che l’avrei fatto solo una volta questa mattina, ma…”

“Mauro, possiamo incontrarci ancora, se vuoi. Tu mi piaci!” Lo baciai di nuovo, poi rotolai sopra la schiena a gambe aperte, le natiche si alzarono leggermente quando lui si spinse oltre la soglia.

Sorrisi quando entrò. Poi cominciò a cavalcarmi con forza. Attrassi il suo corpo al mio: “Oh Mauro, Mauro. Non fermarti. Per favore continua, Mauro. ” Lui mi guardò negli occhi spingendo dentro più forte e più velocemente che poteva ed io mi lamentai mentre mi inculava. Era bello; così bello. Poi ci fu il mio primo orgasmo, non il solito ma quello vero, nei miei lombi. Il mio ano rabbrividii e gridai di gioia.

Poi un’altra inondazione mi penetrò e Mauro crollò sopra di me, esausto. Girai la testa per guardare l’ora e rimasi scioccato, erano passate quasi tre ore. “Mauro, devo andare, i miei genitori aspettano che ritorni. ” Il suo cazzo era ancora dentro di me, ma di nuovo molle. Si tolse e si alzò dal letto. La sua mano mi carezzò i capelli.
“Sei bravo Pietro. Veramente dici che possiamo incontrarci ancora?”
“Sì. Mi piacerebbe.

Ma dove? Qui, o in qualche altro posto?”
“Io penso che qui sia Ok. Dimmi quando. ” Io avevo sperato che avesse qualche altro posto, ma non importava.
“Il prossimo pomeriggio di giovedì alle 3. ”
“Ok, Pietro, arrivederci. ”
Arrivai a casa di corsa, mi cambiai rapidamente ed uscii coi miei genitori.

Il giorno seguente era domenica ed andammo insieme al Lido, alla luce del sole di maggio era splendido; non era ancora troppo caldo, ma era bello stare al sole.

Avevo deciso di vedere se era possibile trovare qualche uomo, piuttosto giovane come Max. Avevo due amanti più anziani in Mauro ed il mio professore. Sarebbe stato bello trovare un ragazzo, preferibilmente britannico, con cui divertirci… Ero una vera puttana, mi dissi, ma quando sarei tornato a casa non sarebbe stato così facile….

Estate veneziana – Capitolo due

Capitolo due
Una nuova settimana con uno schema diverso. Lunedì, il mio primo giorno col professore. Le lezioni dovevano essere dalle 8. 30 alle 12. 30, il che voleva dire alzarsi presto. Voleva anche dire indossare qualche cosa di più delle settimane precedenti. Mi misi i pantaloncini, (sempre senza mutande), calze, scarpe, camicia e giacca leggera, e cartella per i miei libri. Ho lasciato la casa alle 8 dato che ci volevano venti minuti per arrivare a casa del mio professore.

Lui era un anziano insegnante pensionato che veniva dalla Germania Est ed era fuggito per vivere a Venezia. Il suo inglese era appena passabile ma il suo italiano era molto buono. I miei genitori volevano che si concentrasse sulle lingue che consideravano fossero importanti e che quello era il momento migliore per impararle.

Bussai trepidante, l’avevo incontrato una volta e mi era sembrato quasi un orco; dovevamo parlare italiano fin dal momento che apriva la porta.

“Buon giorno, signore. ” Era il tipico tedesco, alto e magro nonostante la sua età.
“Buon giorno, Pietro. Entra ed appendi la giacca. L’aula è a destra. ” Entrai e vidi due scrivanie, una con su una canna, una lavagna e dei libri di testo. La tipica aula anni sessanta. “Ora, ragazzo, siediti ed ascolta. Non abbiamo molto tempo e voglio che tu sia capace di parlare bene quando avremo finito. Sarò severo.

Ad ogni sbaglio che riterrò grave, farò un segno sulla lavagna. Quando ci saranno cinque segni riceverai tre colpi di canna. Capito?”
“Sì, signore. ” Ed accennai col capo.
“Bene. Cominciamo. ” La prima ora andò bene, ma fu nella seconda che cominciai a scivolare ed alla terza ora avevo tre segni sulla lavagna. Ricevetti il quinto a mezz’ora dalla fine. “Ok, ragazzo. Alzati, lascia cadere il pantaloncini, tira su la camicia e piegati a toccare le dita dei piedi.

” Non avevo pensato che volesse battere con una canna il mio culo nudo, ma feci come diceva mentre mi chiedevo cosa avrebbe pensato della mancanza di mutande. Lui non disse niente, mi diede il primo colpo di canna, poi il secondo e poi il terzo. “Vestiti ragazzo e si siediti, continuiamo. ” Non mi aveva fatto male, avevo una sensazione quasi piacevole di caldo nelle natiche per il resto del periodo d’insegnamento mentre stavo seduto.

Finimmo alle 12. 30 ed io andai a casa per il pranzo. Devo dire che avevo disperatamente bisogno di andare al Lido e trovare un uomo nuovo; Max aveva svegliato in me un demone. Ma dovevo pazientare mentre raccontavo a mia madre il primo giorno, inclusa la fustigazione (ma non dicendo degli shorts abbassati). I miei genitori avevano approvato completamente i metodi del professore, così c’era da aspettarsi la fustigazione. Finalmente ebbi il permesso di andare.

Salii a mettermi gli shorts stretti ed a guardarmi il culo nello specchio. Bene. Niente segni. Afferrai sandali, asciugamano e costume da bagno e scappai via.

Mi avviai lentamente verso la cabina guardando i maschi che incontravo. Ce n’erano due possibili: un maschio più anziano che sembrava essere solo ed un ragazzo di circa 17 o 18 anni, era con la sua famiglia e mi guardò. Quando mi girai, lui abbassò gli occhi sul libro che stava leggendo e sulla sua faccia apparve dell’imbarazzo.

Era magro, con una pelle un po’ scura e capelli neri di media lunghezza. Lo valutai e decisi. La sua famiglia consisteva di madre, padre e due sorelle, ambedue più vecchie di lui, ne ero sicuro, e loro probabilmente erano dell’Iran o di quella zona. Dovevo decidere un modo per sedurlo. Mi voltai e cominciai a camminare di nuovo verso il gruppo; lui stava girato verso di me, gli altri quattro mi davano la schiena.

Andava benissimo per il mio scopo. Infilai una mano nei pantaloncini e mi strofinai poi mentre gli passavo vicino sporsi le labbra in un bacio. Decisi che era sufficiente per il primo giorno e sperai che fossero lì anche il giorno seguente. Poiché non stavano nella spiaggia di un hotel del Lido, probabilmente erano alloggiati a Venezia e pensai di seguirli. No, dovevo pensare a come fare per attirare la sua attenzione.

Sfortunatamente il giorno dopo a lezione prestai troppa attenzione a quel fatto e troppo poco al professore, voglio dire che alla fine della seconda ora avevo già sommato cinque segni.

Mi alzai, lasciai cadere i pantaloncini ed aspettai i tre colpi, provando ancora una volta quella sensazione di calore. Ben presto capii che i segni venivano assegnati molto casualmente, era ovvio che al professore piaceva il culo nudo dei ragazzi e frustarli! Comunque feci un piano per prendere in trappola il mio prossimo maschio!
Avevo in cabina delle palle con cui giocare sulla spiaggia e quel pomeriggio mentre stavo passando vicino al mio prescelto “accidentalmente” la feci rimbalzare addosso a lui.

“Oh, pardon, signore. Mi scusi. Vuole venire a giocare?” Lo tentai. Vidi il ragazzo guardare suo padre e lui accennò col capo. Il ragazzo si alzò e si avvicinò.
“Ciao. Io mi chiamo Homani. ” e allungò una mano. Mi fece piacere notare che parlava un buon inglese.
“Ciao Homani. Io sono Pietro. ”
“Sei di Venezia?”
“Sì. Vieni Homani, andiamo a giocare!” Scappammo via ed io dissi: “Prima andiamo nella mia cabina, Homani.

Ci racconteremo uno dell’altro. ” Ora eravamo fuori della vista della sua famiglia ed io strisciai significativamente una mano sul suo costume da bagno.

Mentre rispondeva sembrava un po’ diffidente: “Io penso, Pietro, io penso… sì. Ti seguo. ” Quando arrivammo alla mia cabina entrammo ed io chiusi la porta dietro di lui. Lui si fermò nella luce fioca dell’interno, ma io potevo vederlo chiaramente. Misi le mani sulle sue anche e lentamente gli tirai giù il costume da bagno mettendo in mostra la sua giovane asta.

Era circonciso, il primo che vedevo, (ma non l’ultimo!), ed i suoi peli pubici erano scuri, come quelli della sua testa ma molto di più. Lui si tirò indietro: “Co… cosa stai facendo?” Fece un tentativo esitante di tirarsi su il costume da bagno, ma potevo vedere che il suo pene stava crescendo. Feci scivolare via il mio e mi inginocchiai davanti a lui, prendendo il suo costume da bagno dalle sue mani e facendolo scivolare via completamente.

“Dobbiamo conoscerci, Homani. Va bene?” Lui per metà scosse e per metà accennò col capo. Quando misi le mani sui suoi testicoli si tirò indietro. “Hai avuto altri ragazzi?” Lui scosse la testa. “Ma ti masturbi?” Lui mi guardò interrogativamente. Io mossi la mano su e giù.
“Oh, sì, ma non è permesso nel mio paese. È male farlo tra uomini. ” Notai che per tutto il tempo stava guardando il mio inguine, non la mia faccia.

“Ora dovrei andare!”
“Non ancora, Homani. Ti mostrerò quanto divertimento possono avere insieme due ragazzi. Quanti anni hai?”
“Quasi diciassette. ”
“Oh, sembri più vecchio. Sono contento dato che io ne ho quindici. ” Mentre parlavo gli carezzavo i testicoli, consapevole che il suo pene ora era completamente eretto. Per un ragazzo di diciassette anni i suoi genitali erano notevolmente sviluppati. Mi inginocchiai in mezzo alle sue gambe larghe e leccai la sua erezione dalle palle alla punta.

“Ah, no, tu sei il diavolo, non dobbiamo. ” Esclamò ma potevo dire dal suo brivido che sperava che continuassi.
Mi fermai per un istante, “Homani, oggi potrai venire come non sei mai venuto prima. Domani potrai prendermi come se io fossi una ragazza. ” Cominciai a leccargli il pene duro ed i testicoli mentre lui si contorceva nell’agonia e nell’estasi. Lui non sapeva se godere o allontanarsi; ma quando le mie attenzione cominciarono a fare effetto, si sdraiò e gemette di godimento.

Mi fermai per un secondo e mi sdraiai su di lui, accarezzando il suo corpo e stringendo le sue natiche nelle mie mani. Succhiai i suoi capezzoli, con forza finché lui non si contorse, e poi spostai la mia bocca alla sua, spingendo la mia lingua nella sua bocca riluttante; improvvisamente lui si addolcì, mi ritornò il favore e rotolammo sul pavimento. Misi la mano sul suo pene, masturbandolo con forza, finché venne con un forte gemito, abbastanza forte da farmi preoccupare, avrebbe potuto essere sentito fuori.

Ma non accadde nulla ed io cominciai a leccare il suo sperma dalla sua pancia liscia, dove era atterrato mentre gli ultimi fiotti uscivano dal suo cazzo che si stava rapidamente ammorbidendo. “Vedi, Homani, cosa due ragazzi possono fare insieme? Vuoi incularmi domani?” Lui si accennò piano col capo.
“Pietro. Pietro, fallo ancora per favore!”
“Vieni amico, andiamo a nuotare, poi vedremo quando torneremo!” Gli tirai il costume da bagno sopra l’inguine, poi il mio e lo tirai in piedi.

Dapprima sembrava quasi drogato ma una volta che cominciammo a giocare nel mare, si riprese e ci divertimmo.

“Vieni, Homani,” dissi dopo un po’ che stavamo giocando, “ritorniamo e divertiamoci un po’!” La velocità con cui tornò alla cabina dimostrava quanto voleva quel “divertimento. ”
“Pietro. Per favore, non sono ancora sicuro che noi…” Mentre parlava mi avvicinai togliendogli ancora una volta il costume da bagno e rivelando il suo cazzo molto rigido.

Misi le braccia intorno al suo collo e lo baciai. Questa volta incontrai poca resistenza e sentii le sue mani che spingevano giù il mio costume per accarezzare poi le mie natiche ed il mio pene. Ci sdraiammo sul pavimento ed io cominciai a succhiare il suo uccello duro facendomelo entrare in bocca. Poi lui mi masturbò con forza tirandomi indietro il prepuzio ad ogni colpo. Lo faceva velocemente ed io rimasi sdraiato finché non venni.

“Ora sdraiati su di me, Homani. Stringimi, facciamo strofinare insieme i nostri cazzi. ” Questa volta iniziò lui il bacio. Poi improvvisamente si alzò.
“Devo andare, la mia famiglia si chiederà dove sono. ”
“Un momento. ” Afferrai un asciugamano umido e gli strofinai la pancia dove il mio sperma si era asciugato, poi lo baciai. “Ci vediamo domani qui. Sì?”
“Sì! Ciao. ”

Il giorno seguente decisi di dare al mio insegnante un brivido durante la lezione.

Mentre stava scrivendo un lungo e noioso discorso sulla lavagna io mi tolsi silenziosamente tutti i vestiti. Quando si girò non sapeva se essere scioccato o divertito. “Pietro! Cos’è questo? Non lo dovresti fare!”
“Ma signore… a lei piacciono i giovani ragazzi nudi ed a me piace essere guardato…” Lui fece un passo verso di me; notai una protuberanza nei suoi pantaloni e mi chiesi cosa avrebbe fatto. “Ora le piacerebbe colpirmi, signore?” Chiesi innocentemente.

“Sì, no, non so. Alzati!” Mi alzai e mi piegai a toccare le dita dei piedi. Quel calore mentre la canna mi colpiva mi eccitava. Allungai una mano e la strofinai su e giù sui suoi pantaloni. “Pietro. No! Per favore…” Gli aprii la patta e tirai fuori delicatamente la sua erezione. Era grossa e più pelosa di quelle che avevo visto fino ad allora. Lentamente lui si sedette sulla sedia dietro di sè, io mi inginocchiai tra le sue gambe ed iniziai a succhiare la sua carne mentre le sue mani si muovevano giù lungo la mia schiena fino ad accarezzarmi le natiche ed i genitali.

Mentre lo succhiavo lo masturbavo e lui cominciò a gridare in estasi. “Ah, Pietro, Pietro, per favore, vengo. Per favore Pietro, io vengo, ahhh…” Ora le sue mani stava tenendo fermamente la mia testa sul suo inguine ed io potevo sentire il suo cazzo che toccava il fondo della mia gola. Mentre mi stavo preparando ad una difficoltosa ingoiata, lui sparò il suo carico di sperma cremoso, salato e spesso. Io me lo tolsi di bocca pulendo il resto della sua sborra dal suo cazzo.

“Faremmo meglio a continuare con la lezione, signore. ”
“Assolutamente, Pietro. Siediti e concentrati!”
Alla fine della lezione mi vestii rapidamente e me ne andai. La mamma non era in casa quel giornoi, fortunatamente. Io avevo molto da fare.

Estate veneziana – Capitolo uno

Capitolo uno

Ah… Quell’estate del ’65. Avevo tredici anni; probabilmente non ero completamente innocente, lo concedo, ma ancora con molto da imparare! Mi masturbavo da più di due anni, qualche volta con un amico, di solito da solo. Avevo scoperto anche gli stimoli anali, usando vari giocattoli, risibilmente sottili ripensandoci ora, ma soddisfacenti allora. C’è da dire che allora l’educazione sessuale era molto carente, per non parlare dell’omosessualità. Non sapevo niente di rapporti anali od oralì; non all’inizio del 1965 comunque!

Stavamo tutti aspettando ansiosamente aprile, voglio dire i miei genitori, mia sorella maggiore ed io.

Mio padre era stato trasferito dalla sua ditta londinese a Venezia per dodici mesi, così noi ci saremmo sistemati nella casa della società a Venezia. Mia madre era su una nuvoletta dato che adorava la città, mia sorella era un po’ triste per dover abbandonare la sua scuola, mio padre avrebbe lavorato ed io pensavo che sarebbe stata una lunga vacanza. Il giorno venne finalmente e noi volammo fino all’aeroporto di Venezia, e poi a Mestre in taxi.

Un taxi motoscafo ci portò poi alla casa. La prima settimana fu spesa ad organizzarci ed adattarci agli usi. La nostra casa dava su di uno stretto canale, probabilmente largo tre metri, mentre l’altra facciata era su di un vicolo della stessa ampiezza. Questo era abbastanza normale per la città, non c’era molta luce ma manteneva il fresco. Susanna ed io avevamo le due camere da letto che davano sul vicolo, con un bagno comune in mezzo.

Lei aveva quattro anni più di me e sapeva che mi sparavo seghe. Mi aveva sorpreso un anno prima entrando nella mia camera mentre ero seduto nudo sul letto, masturbandomi furiosamente. Per questo eravamo venuti ad un accordo; io non parlavo di lei se si portava a letto i suoi ragazzi e lei non diceva niente di me. I nostri genitori erano molto severi! Aveva funzionato bene ed eravamo in grado di coprirci l’un l’altro.

Il soggiorno era sul lato opposto della casa rispetto alle nostre camere e guardava sul canale, subito dopo c’erano cucina e sala da pranzo. Al piano superiore c’era la camera dei nostri genitori ed una camera da letto per gli ospiti, mentre il pianterreno, come è comune a Venezia, era destinato a deposito. Non era insolito che si allagasse e non ci si teneva nulla di vero valore.

Scoprii presto che non sarebbe stato divertente per me; dovevo passare 4 ore al giorno in lezioni private, dal lunedì al giovedì, in maggio e giugno e poi avrei avuto vacanza sino a metà settembre per poi ritornare a studiare.

Avevo tre settimane prima di iniziare e cominciai ad esplorare Venezia. Fortunatamente mamma e papà, anche se severi, erano felici di lasciarci girare liberi; l’unica condizione era che se dicevano di ritornare ad una certa ora, dovevamo ritornare o non avremmo potuto uscire per una settimana.

Per tutta la mia vita avevo avuto un che di esibizionista e volevo avere l’opportunità di darne sfogo. Il primo giorno mi misi una polo, pantaloncini e sandali senza calze.

Avevo in tasca una mappa con scritto l’indirizzo, nel caso mi fossi perso. Percorsi il vicolo, girai a sinistro e poi passai sul ponte vicino a casa nostra. Quella mattina mi concentrai sull’esplorazione del vicinato ed anche se era solo aprile era piacevolmente caldo. Abbastanza caldo da farmi desiderare di togliermi quel poco che indossavo e tuffarmi nel canale. Comunque, solo uno sciocco lo farebbe. I canali Veneziani non sono le vie d’acqua più pulite del mondo.

Se volete nuotare dovete andare al Lido, la striscia di terra che divide la Laguna di Venezia dall’Adriatico.

Per quella settimana mi limitai a conoscere l’area dove stavamo e poco oltre, poi finalmente ci fu permesso di andare al Lido. Ci permiserodi starci tutto il giorno; quel permesso ci fu dato purché stessimo insieme tutto il giorno! Susanna ed io prendemmo il vaporetto e ci accordammo di incontrarci alla fermata alle quattro.

Susanna era interessata alla fauna maschile locale e sapeva che un fratello di tredici anni non era utile alla sua sua caccia, mentre io volevo solo esplorare i dintorni. Andai alle spiagge che erano tenute in ordine perfetto e per questo si doveva pagare per entrare; l’ingresso dava diritto ad una cabina. Avevamo acquistato un abbonamento stagionale, questo voleva dire che potevamo tenere un po’ delle nostre cose in cabina. Rapidamente mi tolsi quel poco che indossavo, (dopo essermi assicurato di aver chiuso bene la porta!), e mi misi il costume da bagno.

C’erano molte feste a Venezia ed amavo stare al Lido. Feci una rapida nuotata (l’acqua non era calda come l’aria!) e ritornai di corsa alla cabina, mi asciugai e rivestii. Il giorno passò troppo rapidamente e dovetti riprendere il vaporetto. Susanna era in ritardo ma poi arrivò; pensai che avesse trovato qualcuno per tenerla occupata tutto il giorno. Parlammo delle nostre avventure e ci accordammo per non parlarne con altri.
Quella notte mi masturbai energicamente; avevo goduto della mia libertà; sapevo che stavo cercando qualche cosa di più, ma non sapevo cosa.

Paradossalmente lo trovai una settimana prima di cominciare gli studi.
Susanna era tornata a scuola, il tempo era diventato più caldo ed il mio senso di esibizionismo stava crescendo.

E così i giorni passarono, mancava una settimana al triste evento.

Era una giornata veramente calda e molti ragazzi giravano in shorts blu e sandali. Ero riuscito a persuadere mia madre che anch’io dovevo averne un paio e quello era il primo giorno che li indossavo.

Stavo camminando in un vicolo stretto, anche per gli standard Veneziani, che finiva in una casa abbandonata. Ora, quei pantaloncini lasciavano poco all’immaginazione, (erano molto stretti e mettevano in mostra il mio culo, indovinate perché li avevo voluti!), e la mia erezione era abbastanza evidente alla forte luce del giorno, quindi pensai che non potevo fare a meno di andare alla fine del vicolo, spararmi una rapida sega e poi continuare. Arrivai all’antica entrata e guardai dentro.

Vidi una scalinata, meglio messa di quanto mi potessi aspettare, e decisi di vedere cosa c’era lassù. Tuttavia prima mi tolsi gli shorts e li appesi ad un gancio della porta. Nudo, col pene eretto ballonzolante su e giù, salii al primo piano. Lì la scala finiva dato che era crollato il primo piano insieme alla maggior parte del tetto; all’estremo opposto della stanza c’era una finestra che guardava su di un piccolo canale.

Mi avvicinai e mentre ero in una posizione da poter essere visto da chiunque navigasse sul canale, mi masturbai. Ero così eccitato che venni in poco tempo e guardai la striscia sottile del mio sperma cadere sul pavimento. Dopo un po’ ritornai alla porta, scivolai nei miei pantaloncini e scappai via; ma sarei tornato!

Quel pomeriggio andai al Lido. Ora il mio corpo era marrone come gran parte dei locali e potevo passare facilmente come uno di loro, a parte il mio italiano che era ancora abbastanza di base.

Perciò ero solo un altro ragazzo locale mezzo nudo sul vaporetto, con in mano asciugamano e costume da bagno. Non appena arrivati saltai giù e corsi alla spiaggia; non volevo sprecare tempo, specialmente ora che la mia libertà stava per finire. Aprii la cabina e mi tolsi gli shorts mentre la porta non era ancora chiusa, ero lì nudo quando quell’uomo entrò. Era più alto di me, circa un metro e ottantacinque, capelli castani un po’ lunghi come i miei, pochi peli e calcolai che fosse vicino alla quarantina, ma alla mia età era difficile capirlo.

“Sprechen sie deutsche?” io scossi la testa; Lo parlavo solo un po’. Provò con l’inglese e di nuovo scossi la testa, e poi accennai col capo, esitante.
“A leetle, signore. ”
“Gut. Tu italienisch, ja?”
“Sì signore. ” e accennai col capo. La mia mente stava ronzando. Il guaio con gli esibizionisti è che non sei mai sicuro se vogliono essere sorpresi o no! Ed ecco che stavo nudo, con un pisello lievemente rigido davanti ad un uomo che non avevo mai visto prima.

No sapevo cosa fare o dire, ma calcolai che la miglior idea era fingersi locale. “Di Venezia, signore. ”
“Il tuo nome?”
“Il mio nome? Ah, il nome, si. Pietro, signore. ”
“Pietro. Das ist gut, junge ziemlich, Pietro. Io Max. ”
“Sì signore. Cosa vuol dire junge ziemlich, signore per piacere?”
“Per favore chiamarmi Max, Pietro. Err, ragazzo bello, io penso, ja. ”
“Oh grazie signore, voglio dire Max, ragazzo bellino. ” Ero arrossito mentre lo diceva; mi piaceva il complimento, non avevo mai veramente pensato al mio aspetto in quella maniera.

Avevo sempre di essere alto ed allampanato.

“Pietro. Ti ho visto negli ultimo due o tre giorni, tu passi molto tempo nudo e…” Mosse la mano per simulare una sega. Ora ero completamente rosso brillante, ne ero sicuro. Lo guardai imbarazzato ed accennai col capo.
“Si, signor Max. Mi piace molto. ” Sperai di non stare esagerando con l’inglese maccheronico, ma pensai che con la sua conoscenza dell’inglese non l’avrebbe notato.

“Fatto sesso con uomo? Insieme?” Io mi morsi un labbro e lo guardai timidamente, socchiusi gli occhi e scossi piano la testa. Come aveva detto quelle parole avevo sentito il mio pene irrigidirsi e capii che ora era completamente duro. “Vedo che non ti dispiace l’idea. ” Si mosse in avanti e mi toccò sulla pancia. Io rabbrividii eccitato.

“Mi piacerebbe, Max se tu potessi insegnarmi. ” In risposta lui mise le mie mani sul suo costume da bagno ed io lo tirai giù, ansando mentre la sua erezione spuntava dalla cintura.

Avevo visto mio padre, ma mai rigido. Lo toccai e lui ricominciò a parlare: “Piano, Pietro, piano. Chiudi la porta. ” Lo feci e la luce entrava solo da piccoli fori in alto sulle pareti. Lui distese gli asciugamani sul pavimento e poi mi accarezzò invitandomi a sdraiarmi accanto a lui. Mise una mano sulla mia pancia dandomi quella sensazione squisita e facendomi di nuovo rabbrividire di desiderio. Spostò le mani giù verso il mio pene, ma deviò sulla coscia facendomi rabbrividire irrefrenabilmente.

La mano tornò indietro sull’altra coscia ed io gemetti; non mi ero mai sentito così. Mise la mano intorno ai miei testicoli, le sue lunghe dita risalirono verso il mio ano mentre metteva le sue labbra sulle mie. Io non avevo mai baciato prima e non l’avevo mai desiderato, ma ora lo volevo disperatamente ed aprii la bocca per far entrare la sua lingua a penetrare la mia bocca vergine. Istintivamente e contemporaneamente spalancai le gambe e quando lo feci le sue dita scivolarano nel mio ano.

Quando inarcai la schiena la sua lingua lasciò le mie labbra ed improvvisamente stava leccando il mio pene, poi la sua bocca ci era sopra, e poi dentro, ed io gridai (credo), sentii la sua altra mano sulla mia bocca, e venni sprizzando più di quanto avessi mai fatto prima, ne sono sicuro. Rimasi sdraiato là, gli occhi bagnati e singhiozzando in reazione. Lui mi stava guardando: “Ed ora, junge ziemlich, ti insegnerò sesso di bocca, sì?” io accennai col capo silenziosamente.

Pazientemente e lentamente mi spiegò, finché non fu il momento di provare su di lui.

Si dice che la prima volta non si dimentica; nonostante le sue spiegazioni fu un colpo sentire la sua erezione nella mia bocca. Capii che non potevo prendere quella dimensione, sembrava troppo grosso; e poi quasi mi fece soffocare, ma feci come lui aveva detto, e quasi troppo presto lo sentii venire nella mia bocca. Mi aveva detto che potevo scegliere io se ingoiare o no, ed io ingoiai.

Volevo assaggiarlo anche se mi attendevo ingenuamente che sapesse di orina, solo perché usciva dallo stesso buco. Era salato, spesso, e mi piaceva.

Lui gemette piano quando finii. Io mi sdraiai sugli asciugamani e mentre lo facevo tornò a parlare: “Liebchen Pietro. Sei stato molto bravo per essere la prima volta. ” Lui rotolò di nuovo su di me e mi baciò di nuovo. Sentivo il suo corpo peloso su di me ed il suo pene flaccido.

Poi si inginocchiò e mi disse di girarmi sulla pancia.
“Allarga le gambe, liebchen. Si fa anche sesso col culo fra uomini. Mi piacerebbe molto metterti dentro il mio pene, ma ci vuole molta preparazione ed io devo tornare a casa. ” Mentre parlava sentii che mi allargava le natiche e le sue dita correre su e giù sulla mia fessura, fermandosi al mio ano. “Hai un bel culo, Pietro, ed un buco molto tentatore.

” Improvvisamente sentii la sua lingua che leccava il mio ano, ed io gridai scioccato, poi ripresi a tremare mentre lui mi eccitava. Mi fece rotolare, prese ancora una volta il mio pene eretto nella sua mano e mi masturbò, lentamente. Io volevo venire, ma lui si fermò, poi ricominciò lentamente.

“Oh, Max, per favore…, per favore, fammi venire. ” Ma lui non voleva. Si fermò e strinse il mio cazzo. Lo fece due volte finché non fui sul limite dell’eiaculazione, ma lui si alzò, aprì la porta e mi disse di finire.

Lo feci nel momento in cui due persone passavano.
“Disgustosi questi stranieri!”
“Ora Pietro andiamo a nuotare!” Ci tirammo su rapidamente i costumi da bagno e corremmo al mare per una bella nuotata.
Ritornati in cabina mi preoccupai di concordare di incontrarlo la mattina dopo.
Ritornai a casa, feci una doccia e poi andai a cercare la mamma. Fortunatamente papà non c’era per alcuni giorni.

“Mamma, se domani è bello posso stare tutto il giorno al Lido? Presto dovrò riprendere a studiare.

Per favore?”
“Ok, Pietro. Cosa prenderai per pranzo?”
“Troverò qualche cosa, mamma. Grazie. Molte!” Ed andai ad abbracciarla.
Quella notte andai a dormire pensando al mio pomeriggio, e a Max, e a quello che aveva detto. Voleva farmi delle fotografie per ricordarmi e così gli avevo suggerito di incontrarci alla vecchia casa venerdì, il giorno che avrebbe dovuto partire. Nel frattempo avevo tutto l’intero di giovedì per me.
Mi svegliai presto, pieno di eccitazione ed andai alla finestra, nudo come al solito, per vedere il tempo.

Non c’erano finestre dall’altra parte del vicolo e così non avevo paura che i vicini si lagnassero coi miei genitori. Non c’era pericolo nell’esibire il mio corpo. Alzai gli occhi, il cielo era blu e terso. Feci una doccia pulendomi molto attentamente il culo e mi misi gli shorts succinti.
“Peter,” gridò mia madre, “Mi sorprende che non ti abbiano ancora arrestato con quei…”
“È ok, tutti i ragazzi li portano. ” Anche se probabilmente non di una taglia così piccola! Feci colazione, presi costume da bagno ed asciugamano ed andai al vaporetto.

Erano appena le nove. Quando arrivai alla cabina l’aprii e praticamente mi strappai i pantaloncini mentre entravo. Mi nascosi dietro la porta ad aspettare Max, e quando apparve gli saltai in braccio, a gambe divaricate sulle anche quasi facendolo cadere.

“Ciao, mein liebchen; sei molto energico questa mattina. ”
“Buon giorno Max. Mi piacerebbe che fossi tu a prendere la mia verginità. ” Lui mi lasciò giù.
“Se ne sei sicuro, Pietro.

Sarà doloroso la prima volta. ”
“Sì. Sono pronto, farò qualsiasi cosa dirai. ”
“Ok, sono contento. ” Mi abbracciò e ci baciammo. “Ora inginocchiati, così. ” Lo sentii mettere un po’ di crema sul mio buco, e poi le sue gambe contro di me. Tremavo quando le sue dita cominciarono a penetrarmi, prima uno e poi due. Poi capii che era il suo pene eretto al mio ingresso, e spingeva per entrare. Strillai piano quando la sua testa passò il mio sfintere per la prima volta.

Si tolse, mise dell’altra crema sul mio ano, e poi spinse di nuovo dentro; ero determinato a non emettere alcun suono questa volta, anche se c’era ancora un po’ di dolore e disagio. I suoi testicoli strofinarono contro il mio corpo ed io capii che ora era completamente dentro di me. Mi lamentai esultante quando cominciò delicatamente ma fermamente a fottermi. Lui si lamentava forte, le sue mani tenevano con forza le mie anche mentre lui spingeva dentro di me.

“Ahh, Pietro, liebchen vengo…” Il suo sperma era dentro di me. “Stringi il culo, das ist gut ja!”
Si sdraiò sugli asciugamani ed io mi inginocchiai con lacrime negli occhi. “Oh, Max. E’ stato… prodigioso. In questi pochi giorni mi hai mostrato quello che stavo veramente cercando. ”
“Non ti ho fatto male, klein Pietro? Non sei più un bambino!” Mi baciò e, mentre mi sdraiavo su di lui, pensavo al suo sperma che nuotava dentro di me, sentii la sua mano sul mio cazzo che mi masturbava tra i nostri corpi, finché non venni.

“Ora vieni piccolo. Andiamo a nuotare. ” Ci tirammo su i costumi da bagno e corremmo tra le cabine verso il mare. Ci schizzammo, ridemmo e nuotammo un po’. Prendemmo il sole, ci massaggiammo la lozione solare uno sul corpo dell’altro sulla spiaggia come se fossimo padre e figlio, o due fratelli. All’ora di pranzo mi portò in uno dei ristoranti sulla spiaggia e poi ritornammo alla cabina. Max rifiutò di incularmi ancora dicendo che sarebbe stato troppo doloroso.

Gli sarebbe piaciuto ma serebbe stato un altro uomo ad avere il piacere della mia seconda inculata; invece io lo succhiai mentre lui mi faceva una sega. Una nuotata finale poi mi misi shorts e sandali preparandomi ad andare a casa. Concordammo di incontrarci nell’edificio abbandonato alle dieci del giorno dopo e ci baciammo per salutarci.

La mattina seguente ero contento che Max fosse stato così giudizioso; il mio ano mi faceva male, nonostante la crema che lui mi aveva consigliato di mettere.

Era ancora una bellissima giornata ed arrivai presto alla casa lasciando come al solito sandali e pantaloncini alla porta. Anche Max arrivò presto, aveva con sé tutta la sua attrezzatura di fotografia, cavalletto, obiettivi ed anche due macchine fotografiche.

“Morgen, liebchen. Vorrei cominciare mentre indossi i pantaloncini, per favore. ” Corsi giù dalle scale, presi i pantaloncini e ritornai su rapidamente. Fece molte fotografie di me, incluso un primo piano dei miei genitali e del mio ano, mi eccitò e fotografò la mia erezione, mentre mi masturbavo e mentre venivo.

Quando finimmo piansi a lungo come un bambino mentre ci salutavamo. “La settimana prossima, mein Pietro, troverai un altro uomo che ti inculerà, poi un altro ed un altro. Sei molto desiderabile per gli uomini; fai in modo che ti trattino bene. Auf wiedersehen. ”.

Naty4

Dopo un periodo di tranquilla sottomissione, in cui Natasha aveva obbedito
alle voglie del padrone e di sua moglie Michelle, improvvisamente a Natasha
fu ordinato di prepararsi per un viaggio in oriente. Nessun dettaglio, aveva
meno di un giorno di tempo per prepararsi. Natasha fece la valigia riempiendola
di abiti sexy, biancheria intima e qualche indumento comodo tipo magliette e
jeans, un costume da bagno e poche altre cose. Agli attrezzi avrebbe sicuramente
pensato il padrone.

Quando fu ora di partire Natasha si ricordò di avere
addosso il collare, le cavigliere ed i bracciali d’acciaio e si chiese come
avrebbe passato i controlli all’aeroporto. Non ebbe il coraggio di dirlo
al padrone, dopotutto lei era la schiava non doveva mettere in dubbio
l’intelligenza del padrone. Partirono dalla villa in 6, dovevano sembrare
3 coppie di amici in viaggio di turismo in Tailandia. Oltre al padrone
e Natasha c’erano due guardie del corpo e 2 puttanelle dell’harem,
stranamente le stesse che avevano goduto nelle lunghe notti di tortura.

Natasha non avrebbe mai scordato le voci e i lamenti.
Altra stranezza era l’assenza di Michelle, la moglie del padrone, Natasha
pregustava già le sensazioni forti che avrebbe sicuramente provato.
Arrivati all’aeroporto l’agitazione salì, cosa avrebbe detto ai poliziotti?
Natasha sapeva che la perquisizione sarebbe stata condotta da un paio di
donne poliziotto, ma l’imbarazzo sarebbe stato enorme ugualmente.
Davanti al metal detector Natasha esitò un po’, poi passò. Il cicalino
non si fece attendere, il poliziotto le fece segno di avanzare, la perquisì
sfiorandola nelle parti intime e sui seni.

Il padrone era a pochi metri,
lei lo guardò con occhi implorevoli, lui si schiarì la voce ed il poliziotto
come risvegliato da un sogno si spostò e la fece passare. Come avrebbe capito
più tardi, il suo passaggio era solo una briciola della tangente pagata
per il passaggio di un grande quantitativo di armi. Stavano infatti andando
in Tailandia, ma la meta era un villaggio di guerriglieri nell’entroterra
con i quali il padrone doveva concludere la vendita di un carico di armi.

Arrivati a destinazione il padrone ordinò alle due puttanelle di sottomettersi
alle guardie del corpo e disse a Natasha:”e tu conduci il gioco…”,
poi si diresse verso la capanna del capo dei guerriglieri.
Le due troiette, che si facevano chiamare dai clienti Chantal e Monique,
sbiancarono. Sapevano che Natasha le odiava con tutte le sue forze e che
avrebbero passato un tremendo pomeriggio.
Natasha ordinò alle guardie del corpo di prendere delle corde grezze che
erano raggomitolate sotto una tettoia e di incamminarsi nella foresta.

Una bellissima ragazza tailandese si avvicinò loro poco dopo la partenza
e disse che poteva fare da guida, che la giungla era piena di serpenti
velenosi e che senza di lei non ne sarebbero usciti vivi.
Natasha pensò che comunque dei 5 ne sarebbe uscita viva solo lei,
ma acconsentì a farsi aiutare dalla ragazza, dopotutto poteva esserle utile.
Camminarono per circa un’ora e poi si fermarono in una radura.
Kim, la ragazza del posto, indicò alcune costruzioni di fatte
di grossi pali di bambù.

“Qui i guerriglieri torturano le gente del villaggio”.
Era il posto ideale… Natasha ordinò alle guardie di legare Chantal in
ginocchio con le braccia in alto e la schiena appoggiata ad un grosso
bambù conficcato nel terreno. I polsi erano legati insieme dietro al bambù
ed erano trattenuti verso l’alto, in modo da impedire alla ragazza di sedersi.
Doveva stare eretta con la bocca all’altezza giusta per accogliere il cazzo
di una guardia.

“Ora ci occuperemo di Monique mentre Chantal ci guarda”.
Monique iniziò ad urlare mentre veniva trattenuta dall’altra guardia e Natasha
iniziava a legarla. Monique si ritrovò con il ventre a terra, i polsi legati
alle caviglie dietro la schiena. Natasha ordinò alla guardia di appenderla
ad una struttura di bambù poi le tagliò tutti i vestiti con un coltello e
gli infilò la maglietta in bocca per farla smettere di urlare, poi la fermò
con una corda legata attorno alla testa.

Chantal da parte sua stava
ingoiando il cazzo della guardia con il massimo impegno per sfinirlo e
sperava che Natasha e l’altra guardia si sarebbero sfogati su Monique.
A Natasha in realtà non interessava prolungare più di tanto l’agonia delle
due ragazze. Il suo obiettivo era uccidere tutti e 4. Iniziò a frustare il
ventre di Monique da sotto. La ragazza si lamentava soffocata e si contorceva
ma non poteva fare nulla per evitarlo.

Natasha ordinò alla guardia di
sfondarle il culo, la guardia non se lo fece ripetere aveva il membro che
pulsava dall’eccitazione della scena. Si sputò sulle mani per bagnare il
buchetto e la sua asta e iniziò a penetrare.
Natasha si inginocchiò davanti a Monique e la guardò negli occhi, ordinò alla
guardia di dare colpi più lenti e profondi. Ad ogni penetrazione gli occhi di
Monique si sgranavano fissi su quelli di Natasha, per poi diventare imploranti.

Non aveva altro modo per terminare quel supplizio. Non ci volle molto tempo
alla guardia per venire, ma nello stato di eccitazione non si accorse che
Natasha si era spostata alle sue spalle ed aveva in mano un coltello.
La guardia emise alcuni gemiti riempiendo di sperma il culo di Monique ed un
ultimo rantolo quando la lama gli tagliò la gola.
Natasha corse dietro all’altra guardia e gli appoggiò il coltello alla gola:
“Continuate pure…”.

La guardia era impietrita, Chantal continuò a spompinare
fino a farsi riempire la bocca di sperma. “Ed ora staccaglielo a morsi!”.
Chantal obbedì, chiuse i denti con tutta la forza che aveva e tranciò di netto
il pene alla guardia. Natasha subito dopo affondò il coltello e fece la sua
seconda vittima. La ragazza thailandese stava in ginocchio con le coscettine
leggermente divaricate ed una mano in mezzo. Non temeva per la sua vita
stava ammirando la vendetta di questa splendida bionda venuta da lontano.

Chantal sputò il membro per terra e si fece colare lo sperma misto a sangue
dai lati della bocca sul seno.
Natasha si avvicinò a Kim ed iniziò ad accarezzarla e baciarla, la ragazza
rispose dolcemente alle richieste di intima tenerezza e fecero l’amore per
molto tempo sotto gli occhi delle due troiette legate.
Quando ebbero finito si andarono a lavare al fiume vicino, si rivestirono
e si incamminarono: “Dici che se le lasciamo qui moriranno, Kim?”, “Credo di
no Natasha, molto probabilmente le troveranno i guerriglieri e le terranno
come schiave per sfogare i loro istinti più a****leschi, credo che saranno
torturate e scopate per anni, prima che le uccidano…”.

Arrivate al villaggio, il padrone prese Natasha sotto braccio e le chiese:
“hai fatto quello che penso?”, Natasha rispose:”le guardie sono morte e
le troiette moriranno ogni giorno per molti anni…”. “Brava Natasha,
ti sei guadagnata il comando del mio harem ,d’ora in poi avrai potere
assoluto su tutte le troiette, dovrai obbedire solo a me, come hai dimostrato
di saper fare molte volete ormai. “
Si diressero all’aeroporto, Natasha non si preoccupò dei controlli stavolta,
ed invece accadde l’imprevisto.

Il metal detector suonò e lei fu invitata
a seguire due belle poliziotte in uno stanzino, mentre il padrone
se ne andava verso il gate.
Nello stanzino c’era solo un tavolo di legno grezzo con delle corde
appoggiate sopra e specchi alle pareti.
“Spogliati troia! Mani dietro la nuca e gambe larghe”.
Natasha si spogliò completamente e si mise nella posizione comandata.
Era splendida, le poliziotte avevano gli occhi languidi.

I capezzoli
sfregavano duri contro le divise e il pube iniziava a pulsare di sangue caldo.
Avevano una pistola e le manette al cinturone ed il manganello in mano.
“inarca bene la schiena!”. Natasha irrigidì i muscoli della schiena per
fletterla all’indietro. Spinse il culetto all’insù. Da dietro si vedevano
le grandi labbra perfettamente lisce e depilate. Sul davanti gli addominali
tesi e anche il seno era spinto all’insù dalla posizione.
La poliziotta più sadica prese la corda e si posizionò dietro Natasha.

Si leccò le labbra e schioccò la prima frustata. La corda si appoggiò sul
fianco e si avvolse al corpo di Natasha, la punta fu quella che provocò il
dolore appoggiandosi con violenza al basso ventre di Natasha.
Ancora un colpo da dietro, la poliziotta provocava il dolore nella parte
anteriore del corpo di Natasha, senza farle capire quando sarebbe partito
il colpo. Natasha cercò con gli occhi uno specchio, ma erano orientate
in modo che la poliziotta non fosse visibile.

Natasha cercò di resistere
quanto più poteva. I colpi arrivavano distanti uno dall’altro. Tra uno e
l’altro c’era silenzio. Quando Natasha iniziò a gemere arrivò un altro
ordine:”appoggia i capezzoli sul tavolo”. Natasha eseguì. Il tavolo era
piuttosto grezzo, i capezzoli erano stati colpiti dalle frustate. Natasha
appoggiò tutto il seno, perchè stessero fermi e non sfregassero troppo.
La seconda poliziotta, evidentemente di grado inferiore, legò un capo della
corda al collare e tirò verso un lato del tavolo.

Natasha dovette seguire
strisciando i seni sul tavolo finché le cosce si appoggiarono al lato opposto.
La poliziotta legò la corda alle gambe. Poi fece il giro del tavolo e legò
una caviglia alla volta alle altre 2 gambe del tavolo. Per farle divaricare
bene le cosce prese altre corde per tenere anche le ginocchia ben divaricate.
Le braccia erano libere ma Natasha non era in grado di slegarsi.
La prima poliziotta prese delle candele, le accese davanti agli occhi di
Natasha e sparì dalla sua vista.

Le gocce iniziarono a cadere veloci sulla
schiena. Natasha chiuse gli occhi prese i bordi del tavolo con le mani e si
irrigidì tutta. La cera non finiva mai di cadere, la schiena muscolosa di
Natasha era la tela per un quadro sensuale e doloroso che la poliziotta
stava eseguendo. Natasha era immersa nel suo piacevole dolore, quando si
sentì tirare i capelli. Aprì gli occhi e si trovò di fronte al pube ben rasato
della giovane poliziotta.

Era completamente bagnata. Si sdraiò sul tavolo
e prese tra le mani la testa di Natasha avendo cura di tenerle i capelli
all’indietro e di farla respirare con il naso, mentre le spingeva la sua
voglia sulla bocca. Natasha accolse tutto quello che poteva nella bocca,
assaporò il miele della ragazza dimenticandosi della cera.
Continuarono così per un po’, la ragazza raggiunse l’orgasmo gemendo come
una gatta in calore, poi si lasciò andare sfinita.

L’altra poliziotta
non finiva di disegnare sulla schiena di Natasha. Stava andando sempre più
giù. “La tigre è quasi finita, troietta. Mi manca solo la coda, apri bene
il culetto!”. Natasha si prese le natiche e le aprì. La coda della tigre
disegnata con la cera doveva finire dentro l’ano. Questa volta la cera
non arrivava continua, ma goccia a goccia. La poliziotta aspettava che Natasha
rilassasse tutti i muscoli per colpirla con la goccia seguente.

Natasha
lo capì subito ed iniziò un gioco perverso tra le due ragazze.
Natasha voleva godere, ogni goccia la faceva eccitare e contraendo i muscoli
del sedere, delle cosce e dell’interno della vagina poteva riuscirci.
Ma poi per avere un’altra goccia doveva completamente rilassarsi.
Ora era lei che conduceva il gioco. La cera sull’ano le faceva molto male,
ma stava per godere. La poliziotta cedette prima di lei, era troppo eccitata,
in fondo Natasha era in vantaggio perchè era legata, non poteva scegliere
di godere.

La poliziotta si masturbò con il manganello e venne rumorosamente.
Natasha assaporò il momento, aveva vinto, ora il suo premio era l’orgasmo.
La poliziotta dopo aver goduto le disse:”Sei stata molto brava troietta,
ora ti lecco finché mi implori di smettere”. Iniziò a leccare da dietro.
Natasha teneva ancora bene aperto il culetto. La poliziotta infilò il
pollice nel lago di Natasha e con le altre dita massaggiò il monticello
di venere.

L’aveva in mano come una palla da bowling. Ogni tanto toglieva
la mano e leccava. Natasha venne anche lei in un orgasmo fantastico ma non
implorò di smettere, aveva intenzione di averne almeno due, se lo meritava
dopotutto. La poliziotta lo capì e la assecondò. Questa volta ci volle
molto più tempo. Intanto Natasha per eccitarsi ricominciò a leccare il pube
alla seconda poliziotta che dormiva davanti a lei e la fece godere nel sonno.

Subito dopo venne per la seconda volta e finalmente implorò la poliziotta
di smettere di leccarla. Faceva parte del gioco, era chiaro che erano sfinite
entrambe. Si rilassarono qualche minuto, poi da una porta entrò nello stanzino
una terza poliziotta facendo roteare un laccetto con attaccata una
chiavetta USB a forma di ovulo. “Questo portalo al tuo padrone, troietta…”
e gliela infilò nel culetto bruciato dalla cera.
Un filmato! Il padrone aveva organizzato tutto per avere un filmato di lei
sottomessa.

Le poliziotte la slegarono e la lasciarono lì da sola.
Natasha si guardò il disegno di cera con lo specchio, poi lo tolse
un pezzo alla volta. Non c’era niente per lavarsi, quindi si rivestì ed uscì.
Era sconvolta, puzzava di sudore, aveva l’odore del sesso spalmato sulla
faccia e umore vaginale che le bagnava le parti intime e l’interno delle cosce,
senza contare la chiavetta infilata nel culetto con la cordicella penzolante.

Si passò la cordicella sul davanti facendola passare in mezzo al sesso e sul
clitoride e la arrotolò nelle mutandine.
Decise che non si sarebbe lavata e avrebbe consegnato il filmato al padrone
in quello stato.
Passò il viaggio a fantasticare sul modo in cui avrebbe consegnato la
chiavetta al padrone.
Arrivata a casa si diresse nella camera da letto del padrone, senza lavarsi,
senza dormire ed aspettò.
Finalmente venne sera e sentì dei rumori, si mise nella posizione che aveva
scelto.

Il padrone aprì la porta e trovò Natasha sul letto alla pecorina.
Aveva i capelli sconvolti e la stanza puzzava si sesso come se ci fosse
stata un’orgia. Era vestita di un vestitino leggero e tacchi a spillo.
“Ho un regalo per te padrone. ” “Lo so, Natasha. ” Il padrone si avvicinò
al letto e scopri le cosce ed il culetto di Natasha sollevando il vestitino
fino a scoprire metà schiena che Natasha teneva arcuata per mostrarsi
infoiata al padrone.

Poi fece scivolare lentamente gli slip a metà cosca,
li lasciò a quell’altezza per vederli tirati dalle coscettine aperte.
Il laccetto si srotolò. Natasha iniziò a spingere fuori la chiavetta,
quando questa spuntò a metà la tenne lì, aspettando che il padrone
la prendesse. Questi la prese e la appoggiò alla fichetta utilizzandola
come le palline cinesi. Natasha lo ringraziò
per la splendida esperienza che le aveva fatto passare all’aeroporto
e gli promise fedeltà eterna poco prima di abbandonarsi all’ennesimo orgasmo.

.

Una famiglia di tettone

Lina, 67 anni, vedova da cinque, viveva in una grande casa in campagna a pochi passi dal mare.
Da quando era rimasta sola per ingannare la solitudine la divideva con sua sorella Giuseppina di 65 zitella da sempre e senza alcun legame.
In estate però la casa si animava di colpo quando i familiari giungevano dalla città per le vacanze.
C’erano sua figlia Maria col marito Matteo e i figli Luca e Loredana.

E poi c’era Francesca, sorella maggiore di Maria che da sempre si mormorava fosse lesbica. Una chiacchiera che la donna alimentava non mostrandosi mai in compagnia di un uomo.
Quell’anno però successe un piccolo contrattempo e all’ultimo momento Matteo dovette fermarsi a Milano per lavoro. I bagagli erano già fatti, la macchina già carica quando aveva ricevuto la telefonata che gli avrebbe rovinato le vacanze.
Così, seppur con rammarico, Luca la madre e la sorella partirono da soli.

“Vuol dire che farai tu le mie veci…” disse il padre sorridendo a Luca prima che la macchina si avviasse.
Certo lui scherzava ma la frase aveva un non so che di profetico.
Luca si era messo alla guida, la madre di fianco e la sorella dietro. Aveva la patente da meno di un anno ma guidava già abbastanza bene. L’andatura comoda e la noia dell’autostrada fecero così ben presto prendere sonno a entrambe le donne.

Così Luca si ritrovò praticamente solo a rimuginare nei suoi pensieri.
In particolare al fatto di fare le veci di suo padre.
Guardò distrattamente sua madre. Una bella donna in carne, capelli neri occhi verdi e un seno davvero prosperoso almeno un’ottava.
Tutte così le donne della sua famiglia, si diceva persino che ci fosse un gene ereditario che passata la pubertà faceva gonfiare le loro mammelle come siluri.
La conferma era sua sorella Francesca che a 22 anni aveva una settima procace e pulsante che sembrava voler saltare fuori dal minuscolo reggiseno ogni volta che si muoveva.

La adocchiò dallo specchietto retrovisore. La ragazza sonnecchiava mezza sdraiata. Dalla maglietta bianca scollatissima il seno sgusciava fuori che era un piacere.
Luca cominciò a sentirselo venir duro.
Poi tornò ad osservare Maria.
Indossava un abitino rosso a fiori molto corto e si era così sollevato che le sue cosce erano tutte in bella vista. Ancora pochi centimetri e le avrebbe visto le mutande.
Ma il bello era la scollatura.

Luca non lo sapeva ma sotto al vestito la madre non aveva reggiseno.
Quei grossi tettoni con lunghi capezzoli dondolavano ritmicamente ad ogni sobbalzo e non avevano nulla a trattenerli.
Alla fine successe. ZOMP! Come un’eruzione. Ecco schizzare fuori mezza tetta dal vestito.
Lei continuava a sonnecchiare ma Luca era lì a guardare quella tettazza goloso e vorace.
Non riusciva più a resistere. Tolse una mano dal volante e la poggiò sul petto della madre.

Dapprima timidamente solo con lievi carezzine ma poi visto che lei non diceva nulla divenne sempre più insistente strizzandola per bene e dindillando il capezzolo con un dito. L’uccello era più duro che mai.
Poi sentendo che la madre stava aprendo gli occhi mollò la presa.
La donna lo fissò come nulla fosse.
Rimise a posto il seno chiudendo il sipario.
Luca però aveva l’uccello di granito. Un bel bozzo tra i pantaloni che doveva essere eliminato in qualche modo.

Così propose di fare una sosta per darsi una rinfreshita.
Le due donne accettarono.
“Una rinfreshita farà bene a tutti” ridacchiò Loredana con tono canzonatorio ma Luca non le fece caso.
“Che fortuna -disse Maria- questo autogrill ha anche i bagni e le docce”.
“Bhe tanto meglio ho tutta la latteria sudata” disse la ragazza.
In effetti con quei tettoni sudare era sempre un problema.
Le due donne si avviarono verso le docce e Luca corse verso il bagno dei maschi con l’uccello ancora duro.

Si stava già segando quando sentì un rumore in sottofondo. Voci molto familiari.
Montò sulla tazza del water, sopra di lui c’era una piccola finestrella di ventilazione. Le voci arrivavano certamente da lì.
Guardò dentro e le vide.
Sua madre e sua sorella. Nude.
Nella stessa doccia.
Non stavano facendo nulla di volgare si stavano semplicemente insaponando a vicenda.
Forse non c’era malizia ma era ovvio che vedere quelle due tettone passarsi la schiuma sul seno l’una con l’altra era uno spettacolo celestiale.

La mano di Luca stantuffava sul cazzo a tutta velocità.
Poi però sentì Adriana dire “Oddio mamma senti che capezzoli duri che ho…”.
“Tesoro che ti succede sei eccitata?” rispose la madre coccolandola.
“Sarà tre mesi che non lo faccio…”.
“Bhe tesoro anche io senza papà avrò un mese un po’ lungo. Da farsi venire i calli a forza di ditali”.
“Meno male che mi sono portata il vibratore” ridacchiò Adriana.

“Già peccato che l’hai lasciato in macchina” annuì la madre.
“Bhe se è per quello…” ammiccò la ragazza e in un attimo la sua mano si ficcò fra le gambe della matura signora.
Luca vedeva bene il gattone di pelo nero della madre con un bocciolo rosso bagnato di voglia.
Con sapiente maestria di chi non era alle prime armi la ragazza prese a sgrillettare sua madre a tutta forza mentre con la lingua era impegnata a leccare e succhiare i grossi capezzoli della donna che in un impeto di passione iniziò a gemere “Ooooo siiii siiii Adriana mi fai venire mi fai venire”.

“Si mamma vengo anche io” mugugnò la ragazza sentendo che a sua volta Maria la stava ricambiando sgrillentandole piano il piccolo bocciolo.
L’unico a non dire nulla era Luca. Trattenendo a stento i suoi mugugni di piacere piazzò una sborrata contro il muro del water neanche avessero reimbiancato le pareti.
Mezz’ora dopo si ritrovarono alla macchina per riprendere il viaggio.
Maria era già seduta in auto quando Adriana certa che non la sentisse gli sussurrò in un orecchio.

“Hai fatto una bella sborrata fratellino?”.
“Ma che dici!” sbottò lui.
“Dai che ti visto che ci spiavi. E ho visto anche quando ti piaceva mungere le tette alla mamma mentre dormiva”.
Lui arrossì di vergogna.
“Adriana ti prego non dire nulla”.
“E perchè dovrei. Anzi sappilo pure chiaramente fratellino adorato che a me un cazzo vero piace molto di più di un dito o di un pezzo di lattice quindi…”.

“Quindi?” chiese Luca.
“Bhe fai tu. La mia camera lo sai dov’è mi pare” e ridacchiando salì in macchina.
Luca la seguì in silenzio cominciando a meditare. Forse quella vacanza sarebbe stata molto meno noiosa del previsto.
Arrivati a destinazione mentre Luca stava già fantasticando su cosa sarebbe potuto avvenire quella notte ecco un’altra gradita sorpresa. Appena il tempo di parcheggiare la macchina che già nonna Lina era schizzata fuori di casa per dargli il benvenuto.

Statuaria, massiccia, con la sua nona sul petto. Un fenomeno di tettame tutto da guardare tanto più quel giorno.
Certo il caldo era atroce e si sudava parecchio ma mai si sarebbe aspettato che la nonna si presentasse col seno al veno indossando solo un paio di slip neri e le ciabatte.
Lei si muoveva come se nulla fosse ma quei tettoni all’aria erano una provocazione ad ogni mossa che faceva.

Luca le fissava ammaliato e il suo uccello si gonfiava sempre di più.
Sua madre parve non farci caso ma sua sorella, maliziosa, colse subito al volo l’occasione. “Ha ragione la nonna fa proprio un gran caldo” e senza esitare si tolse la già minuscola maglietta svelando a sua volta il suo prosperoso seno.
Era ovvio che la troietta lo faceva apposta e Luca era sempre più arrapato col cazzo pronto ad esplodere.

La goccia che fece traboccare il vaso però fu zia Giuseppina. Anche lei formosa e dotata di una procace ottava misura se ne stava in cortile sguazzando al centro della piscina con i grossi globi al vento.
Come se nulla fosse si alzò uscendo dall’acqua e gli andò incontro. Fu a quel punto che tutti videro che non solo era senza reggiseno era addirittura senza mutande.
Si avvicinava a passo lento dondolando le grosse mammelle, ondeggiando l’enorme culone burroso e lasciando in bella vista il gatto di pelo nero spesso e setoso.

Era la prima volta che vedeva la fica di sua zia e mai come allora desiderò tirarselo fuori e piantarglielo in pancia.
Che paradiso sarebbe stato agguantare quelle grosse mammelle di nonna con le mani, succhiare quelle di sua sorella con l’altra e fottere la fica della prozia.
Non riusciva più a resistere.
Prese congedo prima che il cazzo gli facesse scoppiare i pantaloni e andò in camera sua.
Si tolse in fretta i pantaloni trovandosi fra le mani la sua grossa bestia di carne rigida come acciaio.

E senza esitare prese a spararsi una sega.
Sbirciando dalla finestra notò che riusciva tranquillamente a vedere sua sorella e la zia sdraiate a bordi piscina con le tettone al vento e anche sua madre Anna, benchè indossasse uno striminzito reggiseno nascondeva ben poco.
La cappella gli bruciava, doveva liberarsi la sborra dal cazzo o sentiva che gli sarebbe esploso.
Sentendo il fremito dell’orgasmo trapassargli il corpo aprì l’idrante “Aaaaaaaaaa” ansimò sentendo di avere tre chili di sborra da scaricare.

Più segava e più pareva doverne far uscire.
Lo sperma colava sul pavimento oscenamente e Luga godeva…. godeva.
Fu a quel punto, proprio mentre dava gli ultimi colpi che si spalancò la porta.
“Luca!” sbottò nonna Lina.
“Nonna!” strabuzzò gli occhi lui mentre la mano ancora menava ossessivamente il cazzo.
Per l’imbarazzo avrebbe dovuto sentirselo restringere di colpo ma la figura che stava facendo davanti alla nonnina pareva compensata da quelle enormi tette che la vecchia gli sventolava in faccia come nulla fosse.

Incontrollato il suo uccello prese a pulsare verso l’alto e gli tornò immancabilmente duro.
“Oooooo -commentò la nonna fissandogli l’attrezzo- sei proprio figlio di tuo padre e nipote di tuo nonno. Tutte travi da mezzo metro in famiglia”.
“Dici…”.
“Bhe si tuo nonno aveva un bastone che non ti dico e anche tuo padre mica scherza. Tu sei suo figlio mi pare normale che lo abbia ereditato da loro. E come loro…”.

“Come loro?” chiese Luca.
“Come loro lo hai sempre duro. Figurati che tuo nonno si faceva otto anche dieci chiavate al giorno” mentre Luca la fissava stupita la nonna sedette sul letto.
“Chissà che fatica accontentarlo” disse lui sedendole accanto.
“Bhe -sorrise la nonna- per fortuna Giuseppina mi ha sempre dato una mano”.
“Ciò scopavi il nonno con tua sorella?”.
“Bhe in un certo senso lo avevamo sposato tutte e due capisci.

Insomma aveva tanto di quel cazzo che fare l’ingorda mi sarebbe parso egoista. Poi tua madre e tua zia sono cresciute e…. ”
“E?” domandò Luca sempre più eccitato mentre la mano della nonna lenta gli afferrava il cazzo. “Bhe anche Anna e Francesca sono diventate maggiorenni e ben tettute come avrai notato. Insomma il cazzo di tuo nonno era lì apposta capisci”.
“Così il nonno vi fotteva tutte e quattro” concluse Luca mentre la nonna lentamente gli faceva una sega.

Le afferrò un seno e prese a strizzarlo con intenso piacere. La vecchia porca per nulla turbata glielo segava ancora più in fretta. “Poi Anna sposò tuo padre. Memore del cazzo di tuo nonno si trovò un maschio davvero ben messo. Un maschio che, come il nonno, non si faceva bastare una fica sola capisci”.
“Vuoi dire che ti sei scopata mio padre nonna?”.
“Si, anche quando tu dormivi. Io con tuo padre e tua madre col nonno.

Abbiamo fatto i porci per anni tutte le estati mentre voi piccoli dormivate”.
“Ma adesso non sono più piccolo” disse Luca.
“Infatti” disse la nonna e senza esitare si calò alle caviglie le mutande nere svelando la sua ultima nudità.
“Cazzo nonna che bella ficona”.
“Sapessi come è dolce e calda”.
“Immagino”.
“L’hai mai leccata una fica Luca?”.
“Si a qualche amica si”.
“O allora sarai un esperto -si sdraiò sul letto- dai fammi vedere come sei bravo”.

Con la vecchia sdraiata sul letto Luca le si chinò sopra e le piazzò la lingua tra le cosce. Non mentiva la fica seppur vecchia era calda e sugosa. Il clito della nonna era un invito ad essere consumato, succhiato leccato.
“Ooooo sei davvero bravissimo” gemeva la nonna godendosi i suoi colpi di lingua. Gemeva e lo incitava a darci dentro. Quando poi smise di parlare lui sentì qualcosa di caldo avvolgergli il cazzo.

La nonna vogliosa glielo aveva preso in bocca e lo succhiava con maestria e senza pudore.
Si godette il 69 finchè non sentì che stava a per scoppiare.
A quel punto si voltò, si mise sopra alla grossa tettona e senza più ritegno gli piantò il cazzo tra le gambe.
Nonna Lina era così bagnata che l’uccello la penetrò con un unico colpo. “Ooooo si Luca era tanto che non ne prendevo uno vero.

Ti piace la mia fica Luca”.
Lui le afferrò una tetta per mano strizzandole a tutta forza.
“E’ caldissima nonna mi fai godere come un matto”.
“E allora dai fottimi Luca, fotti la nonna falla godere”.
Lui non se lo fece dire ancora e a tutta forza con lunghi colpi di reni prese a scoparla facendole in fretta raggiungere l’orgasmo.
Sentiva che avrebbe potuto chiavarla tutto il giorno impegnato tra quelle tettone fuori misura e quella fica in calore ma dal giardino sentì la voce di Anna che lo chiamava.

“Luca Luca dove sei!”.
Luca accellerò il ritmo pompando nella fica della vecchia “Vengo mamma vengo, vengo…. Eccooooooo”.
E venne davvero inondando la vulva di sua nonna che per nulla turbata continuò ad ondeggiare finchè non sentì che la sua vecchia gnocca aveva prosciugato fino all’ultima goccia di sborra del nipotino.
Soddisfatto per essersi scopato nonna Lina quella sera Luca prese sonno quasi subito ma il suo riposo durò poco.

Era circa mezzanotte quando nel buio spalancò di colpo gli occhi pervaso da una strana sensazione piacevolissima.
Credeva ancora di signore ma compreso di essere ormai sveglio si rese ben conto che qualcosa gli stava solleticando il cazzo.
Restò a godersi quella piacevole sensazione di calore sulla cappella per un po’ prima di accendere la luce e vedersi sua sorella di fronte con la bocca spalancata sul suo cazzo mentre i due enormi tettoni glielo imprigionavano in una fantastica spagnola.

Vedeva il suo uccello scorrere fra quelle due zucche sudate coi capezzoli dritti, lo sguardo vorace di Loredana che succhiava senza sosta.
Eccitato sborrò senza neanche rendersene conto.
Lesta la sorella se lo sfilò di bocca e fece colare tutto lo sperma sulle tettone quindi con meccanica maestria prese a massaggiarsi la sbroda calde del fratello sulle tettone.
“Lory ma che cazzo fai?”chiese Luca.
“Sapessi come rassoda la sborra.

Perchè credi che le abbiamo così grosse… sborra fratellino mio”.
A guardare quella porca che si passava il suo seme su quei meloni gli tornò subito duro e meccanicamente senza perdersi un centimetro di quello spettacolo iniziò a segarsi ritmicamente.
La prese, la spinse all’indietro e si tuffò su di lei iniziando a succhiarle avidamente i capezzoli.
Era arrapatissimo.
La fica di Loredana completamente depilata gli pulsava a pochi centimetri dal cazzo e non ci volle molto per sentire la sua cappella che si faceva strada poggiandosi sulle grosse labbra della vagina della ragazza.

“Ouch” fece lei sentendolo entrare.
“Ti faccio male?”.
“No è solo molto grosso non preoccuparti fratellino. Certo che mamma ha fatto davvero un bel lavoro con te”.
“Grazie” disse lui spingendo per penetrarla completamente.
“O si che bello duro, dai pompa Luca pompa”.
“Mica devi dirmelo porca di una zoccola, sapessi come me lo avete fatto venire duro tu e mamma oggi”.
“Si lo immagino…. però credevo che ti avesse scaricato la nonna”.

Senza smettere di trapanarla a tutta forza Luca restò a fissarla stupito “Come fai a saperlo, mi hai spiato?”.
“Ma no figurati non ne ho avuto bisogno, appena scesa di sotto la nonna ci ha raccontato tutto”.
“Cosa!”.
“Bhe si ha detto a mamma quanto eri bravo e di come l’avevi inculata bene, insomma ci ha detto tutto”.
“Vuoi dire che la mamma sa che mi sono scopato la nonna!”.

“Ma certo che lo sa Luca perchè ti stupisci tanto? Guarda che qui in questa casa nessuno si stupisce più di niente”.
“Siete tutte troie lo so. La nonna me lo ha detto che si è scopata anche papà”.
“E ha fatto bene vedessi che uccello ha papà”.
“Loredana ma cosa dici?” restò male lui.
“Ma dai non fare il difficile. Guarda che è da un po’ che mi faccio impalare da papà”.

“Ti scopi papà e lesbichi con mamma. Porca puttana Loredana ma sei una vera troia”.
Infoiato da tale idea prese a pompare più forte, sempre più forte. Loredana prese a gemere mentre sopravveniva l’orgasmo. “Troia, ho la sorella troiaaaa” ululò Luca venendole nella fica con l’ennesimo lago di sborra.
Crollarono sul letto. Lei tutta sudata con le tettone lucide e gonfie prese una sigaretta e se la accese “Per essere la prima volta sei stato davvero bravo”.

“Tra te e nonna me lo avete prosciugato” disse lui fissandosi l’uccello molle.
“Ma dai sei già stanco? Ma allora vali poco. Con papà ce ne facciamo anche sei di fila”.
“Cazzo ma scherzi e dove la prende tanta sborra io qui sono asciutto”.
“Bhe sai se deve accontentare me e mamma insieme da qualche parte la troverà”.
“Quindi papà vi chiava assieme ma che vacche”.
“Ne chiava una mentre l’altra fa un lavoretto di lingua sulla fica della prima così mentre lui trapana una fica l’altra è già bella bagnata per la penetrazione successiva”.

Luca la fissò perplesso “Tu mi sa che racconti un sacco di stronzate”.
“Non mi credi?”.
“Faccio fatica a farlo”.
“Eppure a lui l’idea non è dispiaciuta affatto” rise la ragazza indicandogli il cazzo che solo all’idea dell’orgia descritta da lei era diventato di nuovo un maglio d’acciaio.
Luca non perse tempo, fece sdraiare la sorella su un fianco, le si poggiò dietro e aggrappato al suo seno poggiò la cappella sulle natiche della sorella.

“Hei fai piano” protestò lei, ma era troppo tardi per accampare scuse.
Inarrestabile, voglioso e rabbioso lo infilò nel culo alla sorella senza pietà.
“Troia, ho la sorella troiaaaa” mugulava impalandola a tutta forza.
Quaranta minuti dopo era ancora al lavoro alternando il culo alla fica.
Sua sorella era stremata, chiavata più di quanto avesse mai osato sperare.
Aveva bocca, fica e culo piene di sborra e ciò senza contare la doccia sulle grosse tettone ballonzolanti.

“Wow che chiavata Luca mi sa che ti meriti un premio”.
“Premio?”.
“Vieni che ti mostro una cosa” ammiccò la sorella.
Lo prese per mano, lo guidò in corridoio e da lì fino alla camera di nonna Lina.
La porta era appena socchiusa, la luce accesa.
“Guarda dentro senza far rumore” disse la sorella.
Lui obbedì e restò di sasso.
Sul letto c’era sua nonna, tutta nuda con in mano una bottiglia di olio per lozioni che si spalmava copiosamente sulle tettone gonfie.

Al suo fianco, a pecorina, sua madre. Aveva la testa infilata nella sorca della nonna e lappava a tutto spiano mentre nel contempo un grosso vibratore a pile le si muoveva piantato dentro alla fica.
“Che puttane” sussurrò Luca ma era così eccitato che si sentì il cazzo venire ancora duro.
Loredana se ne accorse perchè glielo prese in mano e iniziò a segarlo lentamente.
Intanto da un cassetto erano usciti altri cazzi di lattice di diverse misure e vide sua nonna infilarne uno in culo a sua mamma che anziché lamentarsi parve gradirlo ancor di più.

Le due scopavano ondeggiando le loro tettone, le loro fiche mature colavano umori di piacere, i falli di gomma tappavano tutti i loro buchi.
Uno spettacolo osceno ed eccitante.
Loredana intanto si era chinata a terra, glielo aveva preso in bocca e glielo menava strizzandoglielo fra le grosse tettone.
E così, godendosi quello spettacolo porno in diretta, venne ancora una volta in bocca alla sorella.
Dormì un sonno lunghissimo esausto per la chiavata e quando si svegliò a tarda mattinata credette di essersi sognato tutto.

Solo quando voltò lo sguardo e vide che sua sorella gli russava accanto senza nulla addosso capì che non era stata una fantasia ma pura realtà.
Si alzò e andò in bagno. Il cazzo gli faceva male per quanto ci aveva dato dentro con Loredan e aveva una pisciata in canna che ci mise parecchi minuti ad uscire.
Il sole era già alto nel cielo e la giornata era bella calda.

Per rimettersi in forze nulla di meglio di una buona colazione. i infilò i jeans e scese in cucina dovè ai fornelli trovò sua pro zia Giuseppina ai fornelli che si stava dando da fare per preparare il pranzo.
Non ci fece caso subito distratto e ancora assonnato ma dopo poco si rese conto che a parte il grembiule blu da cuoca la zia non indossava altro.
Visto da davanti il grembiulino copriva tutti i punti più strategici o almeno ci provava ma appena la zia gli voltò la schiena WOW! Dietro non aveva proprio nulla.

Solo un laccio blu appena sotto le spalle e un altro in vita col nodo a farfalla.
I grossi glutei della cicciota 65enne erano in pieno primo piano.
Immediatamente qualcosa gli si smosse fra le gambe.
Certo un condo era togliersi il reggiseno perchè faceva caldo, un altro andare in giro per casa con chiappe e fica al vento.
Ma il meglio non era ancora venuto.
La zia gli preparò subito un caffè e glielo portò caldo, caldo avvicinandosi a lui più che poteva.

A quel punto le due boccione che aveva sul petto per nulla inferiori a quelle di sua sorella shittarono in avanti sgusciando fuori dal grembiule in piena prepotenza.
Lei parve non farci caso come se sbatacchiare quelle grosse mammelle a pera fosse la cosa più normale del mondo ma lui era a un pelo dal farsi saltar fuori il cazzo dai pantaloni tanto più che la zietta aveva due capezzoloni lunghi e duri che parevano non chiedere altro che esser succhiati.

Al principio provò a non fissarli ma poi visto che la donna insisteva tanto nel fargli ondeggiare a venti cm dalla faccia quei due globi di carne allungò un dito e fingendo di suonare una trombetta le strizzò la tetta destra “popi popi” fece.
“Scherzi sempre tu” rise zia Giuseppina.
Lui sorrise ma non mollò la presa al seno che gli si scioglieva fra le mani eccitandolo un altra volta.
La zia con uno shitto sollevò il grembiule dalle ginocchia fino alla vita e lo sventolò “Che caldo che fa oggi” disse facendosi aria.

Naturalmente così facendo la sua ficona sbucò fuori in tutto il suo splendore. Una bella gattona dal pelo nero un po’ grigetto con due grosse labbra vaginali che uscivano fuori carnose e intense.
Per l’eccitazione lui le strizzò la tetta ancora più forte.
Non resistette più “Zia hai una fica davvero bella lo sai”.
“Ma dai cosa dici, guardala bene non vedi che ho tutto il pelo grigetto” e così dicendo vi passò una mano sopra accarezzandosi il clitoride, quandò tolse la mano si vide chiaramente che era unta.

“A me piace zia, mi mette sete”.
“Ti mette cosa?” disse lei.
“Slurp” fece il nipote passandosi la lingua sulle labbra.
La vecchia non disse altro. Sollevò una gamba sulla sedia e gliela piazzò dritta in faccia “Ecco studiatela bene allora”.
Senza più ritegno lui tirò fuori la lingua e si tuffò a capofitto in quella ficona invitante.
Prese a leccarla come aveva già fatto con quella di sua nonna e di sua sorella.

Ormai era un formichiere nato.
Nel contempo si sbottonò i jeans e il suo cazzo durissimo apparve in tutta la sua erezione.
La zia Giuseppina non ci girò tanto attorno. Lasciò che si desse da fare con la lingua e subito glielo prese in mano saggiando la durezza e la lunghezza dell’attrezzo.
“Su dai cosa aspetti. Dai che non mi basta la lingua” disse e senza induci si mise poggiata sul tavolo della cucina porgendosi a pecxorina per lui.

Luca non indugiò, si prese il cazzo fra le mani, si mise alle spalle della vecchia e glielo guidò nella sorca bagnatissima con un sol colpo.
“OOOOOOOOOOO” gemette lei mentre lui iniziava a pompare.
“Che bel cazzo duro che hai Luca. Pompa ti prego pompa che sono tutta una voglia”.
“Si zia. Ti trombo, ti chiavo tutta, te lo faccio uscire dalla bocca” disse Luca che afferrate le tettone abbracciava la zia in tutta la sua stazza pompandole il cazzo nella fica fino ai cogliuoni.

“Godo Luca godo” ululava la vecchia porcona e lui instancabile glielo faceva muovere in tutta la lunghezza su e giù per l’utero regalandole un piacere dietro l’altro.
Ma quello che più lo eccitava erano quelle grosse chiappone che ballonzolavano ritmicamente sotto ai colpi del suo cazzo.
Certo di averle regalato abbastanza piacere alla fica di botto glielo sfilò fuori bello umido dei suoi orgasmi e senza dire nulla glielo infilò in mezzo alla chiappe.

“Luca ma che fai?”. ù
“Ti apro il culo zia perchè ti dispiace?”.
“No no figurati fai pure a te mica posso dire di no. Poi però lo voglio ancora davanti va bene?”.
“Te lo metto dove vuoi vecchia porcona” disse lui mentre già il cazzo si perdeva tra quei due chiapponi grossi e molli.
“Aaaaa mi spacchi il culo. Me lo spacchi!” gemette lei.
“Si troiona te lo sfondo tutto” annuì Luca che ormai sentiva il cazzo scivolare nell’accogliente buco del culo della vecchia.

Eccitato iniziò a pompare per farlo entrare fino ai coglioni.
Era un martello pneumatico deciso a sfondarla per benino.
La cappella cominciò a gonfiarsi e poco dopo aprì i coglioni ad una fantastica sborrata che inondò il culo della vecchia.
Stava ancora dando un paio di colpi per svuotarsi tutta la sborra dal cazzo quando si accorse che non erano più soli.
Sfilò di botto il cazzo dal culo di sua zia e con l’uccello che ancora colava sperma fissò sua madre che lo studiava seduta su una sedia lì accanto chiedendosi da quanto tempo fosse lì a guardarlo scopare.

Restò a fissarla, in fondo era sempre sua madre e la cosa gli creava non poco imbarazzo.
Certo negli ultimi giorni l’aveva anche vista leccare la fica a sua sorella e farsela leccare da sua nonna e questo certo modificava molte cose ma ancora non riusciva con lei ad avere la stessa prontezza di riflessi che aveva appena avuto con zia Giuseppina a cui lo aveva appena sfilato dal culo.
La madre si avvicinò e lo studiò per bene “Certo che ti è davvero venuto un bel cazzone Luca”.

Senza dire altro glielo prese con una mano e sfiorandolo appena ammiccò lasciva “Ho fatto davvero un bel lavoro”.
“Si mamma, grazie mamma” disse lui meccanicamente.
Intanto lì accanto c’era ancora zia Giuseppina completamente nuda a guardarli.
La sborra di Luca colava ancora dal suo culo e lei tappava il flusso con uno scottex.
Maria non voleva saperne di lasciare la presa. Solo a stringerglielo fra le mani a Luca cominciò a tornar duro nonostante la sborrata appena fatta.

Dopo poco era già una trave ritta e gonfia.
Maria con indosso solo un costume da bagno azzurro a due pezzi aveva i tettoni gonfi che pulsavano di prepotenza pronti ad esplodere. Luca non poteva non notare che i suoi capezzoli erano belli duri ed eccitati.
“E così finalmente hai scoperto tutto? Bhe è giusto che tu lo sappia ormai sei grandicello. Aveva ragione la nonna bisognava dirtelo era giusto farti partecipe”.

“Mamma io… non capisco?”.
“Non capisci cosa? Che siamo una famiglia dedita al sesso, che ci piace farlo tra parenti, che tuo padre si scopa tua sorella, che io vado a letto con tua nonna, che tua zia Giuseppina è bisessuale… Che cosa ti manca per capire?”.
Lui con uno shitto le afferrò le mammelle facendogliele sgusciare fuori dal reggipetto.
Erano stupende. Le stesse grosse bocce cariche di latte che aveva succhiato molti anni prima e che ora erano lì a soddisfare la sua libidine.

Senza dire altro ficcò la faccia fra i suoi seni e prese a leccarli a tutto spiano succhiando i capezzoli sempre più duri.
“Mamma voglio scopare, voglio scoparti” le sussurrò avvinghiato fra le sue tettone.
Maria fece un sorriso compiaciuto “Bhe era ora che trovassi il coraggio di farlo. Era ora che la smettessi di segarti mentre mi spii. Ci voleva tanto a trovare il coraggio”.
“Io non avrei mai osato..” confessò Luca.

“Lo so Tesoro per questo zia Lina ci ha dato una mano coordinando tutta l’operazione.
Prima ti abbiamo irretito durante il viaggio, poi la nonna ti ha dato una prima botta, tua sorella ti ha svelato quello che ancora non sapevi ed ora sei pronto”.
“E zia Giuseppina -chiese Luca ammiccando verso la vecchia zia che se ne stava ancora nuda in disparte- lei che ruolo aveva?”.
“Nessuno, lei aveva solo una gran voglia di cazzo” sorrise la madre.

Meccanicamente la zia si avvicinò di fronte a Maria.
Ora Luca cinto fra due grosse paia di tettone che gli ondeggiavano davanti agli occhi non resistette oltre.
Sfilò il pezzo di sotto a sua madre denudando la sua bella fica di pelo nero e si chinò a baciarla e leccarla con affetto e piacere. “O si mamma -slap- o come ce l’hai dolce mamma- slap- fammi bere il tuo succo di fica mammina”.

In quel momente sentì la mano timida della zia strizzargli per bene i coglioni.
“E’ di nuovo pieno” commentò Giuseppina.
Detto fatto sua madre si sdraiò sul tavolo a gambe divaricate e offrì al figlio tutto il suo corpo.
Luca senza esitazioni le si sistemò sopra e lo guidò lentamente nella fica bagnata.
“O si mamma come sei calda”.
“o Luca quanto ce l hai duro”.
Prese a pompare nella fica di sua madre come un forsennato.

La troia se la spassava e lui sentiva delle scariche potenti di piacere ad ogni colpo.
Il piacere era ai massimi ma non era ancora finita.
Quando la zia lo sorprese e chinandosi dietro di lui gli infilò la lingua nel buco del culo il cazzo di Luca prese a fremere come mai prima di allora.
“Oddio ma quanto siete troie, troie…” ragliò il ragazzo e sparò nella fica di sua madre la miglior sborrata della sua vita.

Si placarono.
Sudati ma non sazi sedettero tutti e tre nudi sul divano a fissarsi l’un l’altro.
“Che gran goduta” disse Luca.
“Ed e’ solo l’inizio -ammiccò la madre- abbiamo ancora due settimane di vacanza da sfruttare per benino”.
Solo all’idea di cosa avrebbe potuto fare nei 15 giorni successivi a Luca ridivenne dritto.
In quell’istante entrarono nella stanza anche sua nonna Lina accompagnata da Loredana. Anche loro senza più censure sculettavano completamente nude lasciando i loro tettoni a dondolare al vento oscenamente.

Sua nonna Lina gli prese il cazzo in mano “Bisognerà fare i turni perchè basti per tutte” fece notare alle altre.
“Bhe sono certa che il mio bambino cercherà di non scontentare nessuna” disse Maria notando che la mano di Lina aveva già preso a segarlo.
“dagli almeno un po’ di tregua nonna” disse Loredana notando che Lina ci stava dando per farglielo venire di nuovo duro.
“Davvero hai bisogno di una pausa?” chiese la nonna senza smettere di masturbarlo.

Luca colto sul vivo reagì come la vecchia troia si aspettava.
“Ma non dirlo neanche per scherzo. Vi chiavo tutte e quattro assieme se volete”.
“E’ esattamente quello che vogliamo” annuì seria sua sorella Loredana.
“E allora cosa aspettate -intervenne zia Giuseppina- dai forza saliamo di sopra in camera da letto e vediamo quanto è bravo il nostro Luca”.
E detto fatto con quelle quattro troie nude e calde, quegli otto tettoni gigantesci in bella vista e quell’uccello duro come il marmo salirono a sfogare i loro più perversi pensieri.

Il cazzo di Luca sembrava un bazooka sempre carico.
Le quattro troie senza più ritegno facevano a gara per farsi impalare quelle fico bagnate. E mentre una se lo prendeva, un altra si prodigava a succhiarle i capezzoli, una terza a leccare il culo a Luca per farglielo venir più grosso e la quarta leccava e toccava dove meglio poteva.
Perse il conto di quante volte aveva ficcato il cazzo nella fica sfondata di nonna, in quella grigia della zia Giuseppina, in quella strettina di sua sorella e in quella rovente di mammina.

Se lo passavano come un oggetto di desiderio, lo eccitavano con le loro tettone enormi, gli stuzzicavano il palato ficcandogli in bocca i loro grossi capezzoli.
Tutto quel giorno era permesso. E anche di più.
Quando dopo l’ennesima sborrata sulle tette di nonna Lina Luca disse di dover fare una pisciata lesta la zia Giuseppina gli mise la liungua vicino alla cappella “O si tesoro dissetami…”.
Luca restò basito “Cioè vuoi che ti pisci in bocca zia?”.

“A lei piace il pissing” dichiarò nonna Lina ammiccando con l’occhietto.
Luca perplesso fissò sua sorella e lei gli sorrise “Ha bevuto anche la mia stai tranquillo”.
Così lo fece. Pisciò in faccia a sua zia, lasciò che il suo liquido le colasse dalla bocca fino al seno e che lei vi sguazzasse dentro mentre già glielo leccava a tutta forza.
Tornato duro inculò sua sorella mentre sua nonna gli solleticava l’ano.

Di fronte aveva sua madre a gambe larghe che se la faceva leccare da Giuseppina.
Che bello vedere la troia farsela leccare e venire con uno spruzzo a fontana dritto in bocca della zia.
Sfilò il cazzo dal culo martoriato di sua sorella e disse “Mamma tu sei l’unica a cui non l’ho ancora messo nel culo?”.
“O tesoro mio hai ragione cosa aspetti” disse la madre mettendosi buona buona a pecorina.

Era stretta la signora Maria, ancora più piacevole da sfondare a colpi di cazzo sentendo il suo buco del culo fracassarsi a colpi di mazza.
Godeva la troiona e godette ancor di più quando le riempì il culo di altra sborra calda.
Lo porse a sua nonna ancora sporco del culo della madre e lei glielo succhiò senza problemi.
Quindi le fece mettere in fila una accanto all’altra e prese a monarle a turno come un toro con le sue vacche.

Si sentiva un dio del sesso e le quattro troie non facevano altro che accontentarlo.
Un paradiso.
Quando smisero di chiavare la nonna fece notare che non potevano certo passare le giornate a fare orge. Qualcuno doveva pur pulire la casa, cucinare, fare la spesa.
E così fece un vero e proprio calendario.
Calcolò nove ore di sonno, due per mangiare e una per la merenda e disse le restanti 12 in turni da due ore ciascuna.

Dalle dieci del mattino alle dodici per la mamma, dalle 14 alle sedici la zia, dalle sedici alle diciotto sua sorella e dalle diciannove alle ventidue per lei”.
“E basta?” sbottò zia Giuseppina quasi delusa.
“Bhe dalle undici alle due del mattino facciamo una cosetta assieme se va bene a tutte” propose la vecchia vaccona.
Andava bene, andava benissimo.
“O guarda guarda -disse sua sorella Loredana fingendo di guardare un immaginario orologio- sono giusto le diciotto e trenta.

Sono ancora nel mio turno”.
“Che puttanella che sei” disse Maria fissando la figlia.
“Tale madre tale figlia” rise la figlia.
“Su questo ha ragione” ammise sua nonna.
“Su adesso forza vecchie troie toglietevi dal cazzo che Luca è mio ancora per una mezz’ora” ridacchiò la ragazza che già si era sdraiata sul letto e si palpava i grossi tettoni per eccitare il cazzo del fratello.
Lui le si sdraiò accanto, le prese un seno e lo succhiò avidamente mentre la sorella gli pacioccava il cazzo con una mano.

“Dimmi un po’ ma ce la fai a chiavare ancora?” chiese Loredana.
“Non hai nemmeno da chiedermelo” dichiarò Luca e preso dalla libidine la fece girare ben bene sul fianco e in un sol colpo glielo piantò tutto nel culo.
Dopo una settimana da cavallo da monta Luca credeva di non averne ancora abbastanza. Se le tette di sua madre, sua pro zia, sua nonna e sua sorella erano come mele sempre invitanti e pronte le 4 troie dimostrarono anche di avere un innato istinto per eccitare i maschi.

Così una sera non si presentarono per la solita orgia completamente nude come al solito ma bensì vestite di tutto punto.
Ma erano poi veri vestiti?
Sua madre Maria aveva una camicetta di nylon che non nascondeva nulla del suo petto, una minigonna così corta che gli poteva tranquillamente vedere la fichetta, calze autoreggenti chiare e alti stivaloni di pelle col tacco da maitresse di bordello. Solo a vederla già il cazzo si stava rizzando.

Sua sorella era anche peggio. Una t-shirt scollatissima con le tettone che ciondolavano un vedo non vedo da farlo rizzare ai morti, collant neri velatissimi e mini pantaloncini di jeans con la cerniera già ben aperta per mostrare la fichetta. Una porno campagnola da monta.
La pro-zia Giuseppina era andata sul classico. Abito nero lungo di seta, scollatura vertiginosa tanto da vedere i capezzoli, scarpe col tacco e calze nere con la riga.

Appena sedette lo spacco del vestito rivelò che non aveva le mutande.
Ma la più troia era di certo la nonna Lina.
Una vera tuta da troiaggine.
In pratica si trattava di un abitino nero tutto in rete che aveva apposite aperture ben segnate su fica e culo e che per il resto la avvolgeva tutta pur non nascondendo assolutamente nulla. Non era un vestito normale infatti venne fuori che lì’aveva comprato per posta ad un porno shop.

Quegli abiti da puttane solleticarono tutte le più infime fantasie di Luca che approfittò dell’occasione per chiavare le quattro vaccone con i vestiti addosso.
Trovata nuova linfa vitale, eccitato dal nylon delle loro calze, dai loro tacchi, dai loro pizzi riprese a chiavrle in gruppo con una tecnica pormai più che calibrata.
Si metteva al centro del letto matrimoniale con l’uccello bello dritto al vento e invitava la prima vacca a sedersi sul suo cazzo per cavalcarlo, quindi invitava la seconda a mettergli la fica in faccia per dissetarlo a quel punto allargava le braccia e con ogni mano afferrava le tette o a volte la fica delle due restanti giocando col loro cliotoride piuttosto che tintillando i loro capezzoli.

Quando una troia era stanca di cavalcarlo passava il turno e a rotazione tutte venivano chiavate fino a farlo sborrare nella fica della più fortunata.
L’unica incertezza era se calcolare quella come una chiavata o se ogni volta dovesse contarne 4.
Dopo una notte tanto intensa il mattino era sempre piuttosto rincoglionito. Stava facendo colazione in cortile riprendendosi un po’ dalle fatiche di scopatore incallito quando vide una macchina fermarsi nel loro giardino.

Ebbe appena il tempo di riconoscerla che già la donna alla guida era scesa e stava andando verso di lui ancheggiando sui suoi vertiginosi tacchi a spillo.
Era così preso a fissare quella deliziosa quarantenne coi capelli rossastri, a fissare le sue tettone che ciondolavano sotto al vestito, le sue gambe deliziose appena celate dalla minigonna che dimenticò di essere completamente nudo.
La rossa gli si avvicinò e proprio in quel momento sua madre e sua sorella si materializzarono sbucando dalla cucina anchesse prive di ogni vestito.

La rossa si fermò a fissarli.
Luca si mise una mano davanti al cazzo con un gesto di pudicizia.
“Ciao zia Francesca” salutò Loredana rompendo quell’imbarazzante silenzio.
“Ciao sorellana” la salutò Maria.
“Ciao ragazze, ciao Luca” salutò lei.
“Oggi fa un caldo” disse Maria come se nulla fosse.
“Si davvero caldo, la vostra idea non mi dispiace affatto” ammiccò la rossa e in un secondo si sfilò l’abitino bianco rivelando il suo enorme seno.

Poi come se non bastasse, si notò anche che sotto non indossava ne reggiseno ne mutande.
La sua fica ben rasata era lì a far capolino per il piacere di Luca e del suo cazzo che di prepotenza prese a sollevarsi.
Come se non bastasse l’unica cosa che le era rimasta addosso erano le calze autoreggenti velate che anziché nasconderle sottolineavano le splendide gambe da troia…
Il cazzo di Luca si era completamente eretto e nonostante la mano era impossibile non notarlo.

“E quello? Lo devo prendere come un complimento” ridacchiò zia Francesca passandosi le mani sulle grosse tettone”.
“Prendilo come un regalo di benvenuto zia” disse provocatoriamente Loredana.
E lei, senza esitare, si avvicinò al nipote arrapato…
Francesca con gli occhioni da troia allupata si avvicinò ondeggiando quelle due perone galattiche.
Luca gliele afferrò una per mano iniziando a saggiarne la consistenza.
La mano della zia gli afferrò il cazzo.

“Hei ci sai fare” sussurrò Luca sentendo la mano dolce della zia che lo masturbava per benino.
“La zia è la miglior segaiola della famiglia” commentò sua sorella Loredana che si gustava la scena sgrilletandosi dolcemente.
“Sii lo sento” annuì Luca mentre Francesca gli si chinava davanti e iniziava a segarlo alla spagnola muovendo per bene le sue grosse tettone.
Poco dopo glielo stava ficcando in bocca.
Una bocca calda e arroventata che instancabile prese a succhiargli il pisello fino a consumarglielo.

La voglia di ficcarglielo nella fica era tanta ma Francesca era così troia che non ce la fece a resistere.
“ooooo” mormorò e le venne in bocca.
Lei ancora non mollò la presa. Bevve ogni goccia della sborra di Luca ingoiandola tutta come se fosse nettare.
Svuotato Luca si sedette sulla sdraio accanto alla sorella “Zia dammi cinque minuti e poi te la spacco tutta” ridacchiò.
Ma fu in quel momento che Loredana cogliendo la sua temporanea sosta si avvicinò alla zia.

Con la malizia di chi non lo faceva per la prima volta zia e nipote presero a baciarsi e a toccarsi vogliose.
Tutto quel tettame, tutta quella ciccia sudata che si strusciava un corpo sull’altro. Una libidine.
Sdraiate sul bordo della pisciana le due avevano iniziato a farsi un sessantanove. Si lappavano le fiche l’una con l’altra, si sgrillettavano con gusto.
Luca stava per alzarsi per partecipare a quell’orgia quando qualcuno glielo impedì “Aspetta” disse la voce di sua madre.

“Lascia il suo spazio a tua sorella. Tu dedicati a questo bel culo che ne dici?”.
E così dicendo si chinò in avanti con le mani attaccate alle ginocchia e il culone burroso teso di fronte a lui.
Non aveva mai inculato all’impiedi e l’idea gli solleticò subito strane voglie.
Così con lo spettacolo di sua sorella che consumava la fica a sua zia e la concreta certezza che quella sera avrebbe spaccato fica e culo anche a quella porcona sfogò la sua voglia nel culo di sua madre pompando come un tono arrapato.

La sera come previsto ebbe sua zia Francesca tutta per lui.
Aperta in ogni buco e, come se non bastasse, dopo che a questultima era già venuto per bene in fica si agggiunse ai giochi Loredana.
Cosicchè aiutato da quest’ultima che gli leccava per bene l’anello del culo rendendoglielo ancora più duro riuscì ad infilare nel culo di sua zia un missile duro come acciaio.

Nei giorni successivi continuò a scopare sua madre, sua sorella, le zie e la nonna fino alla fine della vacanza.

Separatamente, a due per volta, davanti, di dietro, fra le tette… Ovunque.
La mattina in cui partirono per tornare in città doveva essersi fatto almeno 500 scopate in due mesi..forse di più.

Le zie e la nonna per salutarlo si misero tutte in fila nude e in tiro con calze autoreggenti e sfavillanti bustini di pizzo. Tutte con scarpe dal tacco alto e truccatissime. “Un salutino ad ogni buco” disse la nonna prendendoglielo in bocca.

E così dopo averlo sbocchinato per ciqnue minuti buoni lo invitò a prenderle la fica bagnata e il culone ciccione.
Lo stesso pretesero le altre.
Lui si impegnò infilandolo in bocca, fica e culo ad ognuna provocando orgasmi che le tre avrebbero ricordato fino alla prossima vacanza.
Quindi concluse con una mega sborrata che le tre chinate davanti a lui bevvero avidamente mentre lo sperma gli colava sui seni.
“Ci vediamo alle vacanze di natale” strizzò l’occhio sua nonna.

E così si avviarono per tornare a casa.
Luca era un po’ malinconico. Le perversioni i****tuose riservate a quella casa parevano finite ora si tornava alla normale vita in città.
“Immagino che stasera dormirai con papà” disse fissando sua madre in cerca di conferme.
Lei per tutta risposta divaricò le gambe lasciando che la sua peluria facesse capolino mostrando che anche quel giorno non aveva messo le mutande.
Un secondo dopo gli aveva già messo la mano sui pantaloni e gli aveva tirato fuori il cazzo.

Anche sua sorella seduta dietro aveva spalancato le gambe e mostrava la fichetta umida che si accarezzava con piacere.
“Stasera con papà ci dormo io -disse Loredana- tu e la mamma avete molto da fare” ridacchiò mentre la madre era passata dalla mano alla bocca iniziando a spompinarlo mentre guidava.
“Forza -propose Loredana. Trova un posto tranquillo che non ce la facciamo ad arrivare a casa senza un supplemento di cazzo”.

Mai prima di allora era stato tanto felice di compiacere sua sorella….