Condivisa da padre e figlio

Mi chiamo Liliana, ho quasi trentanove anni, da diciotto, sono sposata con Carlo, che ne ha due più di me. Abbiamo un figlio di nome Luca che avrà diciotto anni fra un mese. Sono appena uscita dalla doccia, sono nuda, ammiro il mio corpo. Alta uno e settantacinque, seno terza, anzi più quarta, capelli castano chiari, occhi scuri, viso aperto, sorriso solare bocca ampia e labbra carnose.
Gambe abbastanza lunghe, ben tornite e sedere che molti definiscono, “ un bel culo!”, mani ben curate nonostante la mia sola occupazione di casalinga.

Mentalmente faccio un resoconto della mia esistenza fino a questo momento della mia vita, e non mi lamento. Sono giunta al matrimonio “quasi vergine. ” dico, quasi perché a sedici anni avevo un debole per un mio cugino più grande. All’epoca abitavamo insieme, e fra noi vi era molta confidenza.
Fra un gioco e l’altro mi ritrovai il suo cazzo in bocca. All’inizio fu una vera sorpresa, poi lentamente imparai a succhiarlo veramente bene, e quando mi scaricò in bocca, la sua semenza ne fui veramente estasiata.

Mi piaceva molto ingoiare il suo sperma, ne ero diventata golosa e non perdevo occasione per gustarlo. Ovviamente anche da parte sua la cosa lo riempiva di vero orgoglio, mi chiamava “ la sua piccola bocchinara ” io ne ero veramente fiera. Poi i suoi genitori decisero di emigrare, un mese prima della partenza ci ritrovammo io e lui da soli in casa mia.
Ero dispiaciuta e nello stesso tempo desideravo donargli un ricordo indelebile, volevo essere sua!.

Dopo averlo succhiato molto e a lungo, ero eccitatissima, lui mi leccava la lumachina facendomi schiumare da matti, ero pronta, glie lo dissi, ma lui dopo un momento mi disse che era una cosa che dovevo donare al mio futuro marito, mentre lui si sarebbe accontentato di un altro regalo. Mentre parlava, un suo dito mi stuzzicava il fiorellino anale, compresi e approvai all’istante la sua idea.
Mi fece una vera preparazione, leccandomi molto e infilando lentamente le dita dentro l’ano per farlo abituare.

Mi lubrificò con dell’olio profumato, ero pronta, lo volevo, mi misi distesa di lato, e lui si distese dietro di me. Mi pose la mia gamba sopra la sua e mentre sentivo la dura cappella appoggiarsi dietro di lui, con la mano mi torturava davanti il bottoncino provocandomi delle sensazioni di immenso piacere.
Spinse per metà il cazzo dentro, con un colpo deciso ma delicato, sentii un dolore che subito fu sostituito dal piacere che mi dava davanti.

Dopo un momento mi spinse tutto il randello dentro.
aaaaaahhhhhhhh..uuummmhhhmm. sssssssssiiiiiiiiiiiiiii
Un lungo gemito di misto piacere /dolore uscì dalla mia bocca. Rimase immobile per un po’, sempre toccandomi davanti, poi quando si rese conto che mi ero rilassata, prese a muoversi dentro e fuori. Prima lentamente, poi sempre più velocemente con il risultato che io incominciai a godere e lo incitavo a fare più forte.
. sssssssssiiiiiiiiiiiiiii. ddddaaaaaaiiiiii..sfondamiiiiiiiii!!!!!! vengooooooooo!!.
Dopo che avevo ripetutamente goduto, lui esplose dentro di me con un grido bellissimo.

Sentire l’ano riempito da un calore intenso, mi provocò l’ennesimo orgasmo. Non ci furono altre occasioni, e da allora non l’ho più fatto, nemmeno mio marito me l’ha mai chiesto ed io per serbare ancora quel ricordo non e l’ho mai cercato. Dopo un po anche i miei genitori si sono trasferiti in città, ed io avevo già conosciuto Carlo, uno studente dell’ultimo anno, mi piaceva, sentivo la mancanza di mio cugino, e ci fidanzammo.

Per giustificare la mia particolare bravura nel succhiarlo dissi che me lo aveva insegnato un precedente fidanzato. Una sera, quando avevamo festeggiato il mio diciottesimo compleanno, fui sua. Fu subito piacere anche con lui. Fu bravo, mi portò a un tale livello di eccitazione che quando mi sverginò ho sentito solo un lieve fastidio, poi tanto piacere. Inesperti e incoscienti nessuno dei due si prese la briga di prendere delle precauzioni, così mi ritrovai incinta.

Dopo un comprensibile casino, le nostre famiglie si accordarono per farci sposare.
Carlo aveva terminato gli studi di ragioneria e grazie a una conoscenza di mio suocero iniziò a lavorare in banca. Poi che possedevano una casa grande ci ricavarono una camera matrimoniale e andammo a vivere con loro. Lavorando tutti, io restavo a casa ad accudire mio figlio e a prendermi cura della casa. All’inizio mi sembrò un po dura, poi lentamente la cosa incominciò a piacermi.

Passarono gli anni, morirono sia i miei genitori che mia suocera, lei dopo una lunga malattia sempre accudita da me. Con mio marito non ho mai avuto problemi, il classico uomo tutto casa lavoro. Pochi svaghi e molta famiglia.
A letto è molto attivo, anche ben messo fra le gambe. Mi scopa sempre con molto impeto, non mi lascia mai insoddisfatta, anche se non ha molta fantasia, io ne sono soddisfatta. Dopo tutti questi anni mi ritrovo ad ammirare il mio corpo, ne sono fiera, l’ho sempre curato molto, mi riguardo nello specchio che abbiamo nella piccola palestra che abbiamo ricavato nella nostra nuova casa che abbiamo acquistato dopo che abbiamo venduto le altre proprietà.

Nuda mi trasferisco di sopra, vado in camera per vestirmi esento il rumore del portone chiudersi, e Franco mio suocero che ritorna dalla sua passeggiata quotidiana. Da due mesi è in pensione, e mi stò abituando alla sua presenza. Prima ero sempre sola, ora invece pranziamo insieme ci facciamo compagnia, mentre Carlo torna tardi dal lavoro e Luca ha sempre il pomeriggio impegnato fra studio, sport e ragazze.
Franco, è un bell’uomo.

Alto, spalle larghe, fisico asciutto, ha sessantadue anni, ma non li dimostra. Di recente ho sentito una signora dire a un altra che si sarebbe fatta un giretto volentieri con lui. Mi reco in cucina mentre lui generalmente legge il giornale, ma quando lo vedo, ho come l’impressione che mi guardi in modo diverso, più intenso e poi ignoro la vistosa erezione che gli gonfia il pacco. Mentre pranziamo, lui mi osserva decisamente, con occhi diversi, mentre i nostri discorsi finiscono sulle imminenti feste di Natale.

“ mi piacerebbe farvi un regalo, che ne dici se si va una settimana in montagna?” – mi chiede sempre con lo sguardo fisso su di me.
Mi sento un poco a disagio per l’insistenza del suo sguardo, ma gli rispondo che non vi sono problemi, sia a Carlo che Luca piace tantissimo sciare. Così al pomeriggio del giorno di Natale partiamo per la montagna. Arrivati, ci sistemiamo in una piccola baita affittata per noi.

Carlo ed io, in camera insieme mentre lui e Luca dormono nella cameretta con i letti singoli. I due giorni a seguire furono tutto un girare di funivie e piste di sci.
Poi Luca trovò degli amici che lo invitarono assieme al padre a fare il giro delle piste nere. Poi che era molto bello decisero di accettare, anche se questo comportava di dormire una sera in un rifugio in alta quota. L’indomani partirono di buon mattino, mentre, Franco ed io, ci dedicammo al puro relax.

Nel pomeriggio eravamo in paese con la moto slitta, compresa nell’affitto della baita, vedemmo delle foto di alcune cashite completamente gelate, quindi prese delle informazioni e trovato il sentiero che vi conduceva siamo partiti. Dopo circa una mezza ora di viaggio abbiamo trovato il posto, era meraviglioso. shittate tante foto, ci siamo rimessi in viaggio per il ritorno, anche perche si stava facendo velocemente notte, quando improvvisamente a iniziato una vera tormenta di neve.

Ci troviamo subito in seria difficoltà.
Nevica fortissimo e nel buio il piccolo faro del mezzo non fa vedere bene il sentiero, con il rischio di finire in un dirupo. Improvvisamente Franco nota delle cataste di tronchi a poca distanza dal sentiero, e si dirige verso di loro. Ci sono tronchi grandi e altri piccoli, fra le cataste è stato ricavato un piccolo rifugio, coperto, chiuso dietro e con dentro un grosso telo, lui mette la motoslitta davanti e copre con la neve l’ingresso, stende il telo e ne ricava un posto asciutto e riparato.

Sono congelata.
Batto i denti in maniera incontrollata, stò quasi al limite dell’ipotermia.
“ spogliati!, togliti i vestiti bagnati” – mi ordina perentorio. Lo guardo stupita, mi ordina di spogliarmi ed io muoio di freddo! Deve essere matto!
Non aspetta la mia reazione, si toglie la giacca a vento, poi la mia e la mette sotto di noi, poi mi denuda parzialmente e velocemente lui fa lo stesso. Mi avvolge con il telo e si distende su di me e mi stringe fra le braccia donandomi il suo calore.

Per un momento credo di morire, poi lentamente il piccolo rifugio si rivela provvidenziale, mi sto riscaldando, e sento che sul mio ventre qualche cosa di duro preme.
Fuori infuria la tormenta mentre dentro di me un turbine d’idee stà lasciando il posto alla ragione. I nostri occhi abituati al buio s’incontrano, poi senza che nessuno dica nulla le nostre bocche si uniscono in un bacio furioso, fatto di labbra che si mordono, lingue che s’intrecciano e succhiano impazzite.

Le sue mani mi tolgono quel poco che è rimasto dei miei indumenti e mentre mi bagno in maniera assolutamente inusuale, lo sento premere con la dura cappella delle labbra della mia vagina che lo lascia entrare senza opporre nessuna resistenza.
Scivola dentro di me fino in fondo. Sento il suo corpo aderire al mio, sento le palle battere sui glutei, mentre il mio clito è schiacciato meravigliosamente dal suo peso. Godo all’istante! Tremo, e non per il freddo ma per il piacere che mi da sentirlo dentro.

Mi sembra molto più grande di quello di Carlo, e lo lascio sbattermi senza nessun ritegno. Lo incito, lo invito a farmi godere, cosa che fa meravigliosamente.
. sssssiiiiii..dddddaiiii spacccaaamiiiiii..ssiiiiiiiii goddddoooooo..oraaaaa!!.
Mi pompa con esperta maestria. Lo sento affondate e poi uscire e ricominciare fin quando non gli urlo il mio piacere, poi mi pompa ancora più forte e mi fa urlare di nuovo. Infine lo avvolgo con le mie gambe, le serro dietro di lui e lo imploro di venire.

Mi sbatte con furia selvaggia. In fine gode con un grido che lo scuote tutto.
aaaaaaaahhhhhhhhhhh..SSSIIIIII…SBORROOOO!!..
Mi scarica dentro un fiume di caldo seme che non riesco a trattenere. Lo sento colare dalle labbra della mia dilatata fichetta. Immobili e in silenzio ci addormentiamo mentre fuori la tormenta infuria. All’alba ci guardiamo in faccia, mentre cerchiamo di recuperare la nostra roba per tornare alla baita. Lui mi sorride. Poi andiamo a casa. Dentro ci infiliamo sotto la doccia.

Lui mi lava mentre l’acqua calda tonifica i nostri corpi. Siamo eccitati e lui mi prende da dietro. Lo sento entrare con impeto, mi apre, scopa divinamente, godo lo assecondo spingendo indietro il mio corpo andando incontro al suo meraviglioso palo che mi sfonda meravigliosamente.
sssiiiii..spingiiii..piùù..forteeee..sssiiiii…ddaiiiii..godoooooo..
Mi serra per i fianchi, mi sbatte…Ti piace è?. lo sapevo che eri una troia nascosta..ti ho visto qualche giorno fa mentre ti ammiravi davanti allo specchio, mi sono dovuto segare per quanto ero eccitato….. senti come ti sfondoooo….

Intuisco ora la sua insistenza a tavola, mi eccita ancora di più sapere che mi ha spiata.
ssscopammiiiii…ssssiiiii. sono una troiaaaa..ma fammiii godereeeee…
Mi pompa a lungo, resto stupita dalla sua resistenza, poi si sfila da me. Sento come un senso di vuoto, lasciato da quel cuneo di carne. Lo sento lubrificarmi il fiorellino anale, mi giro lo guardo, lo voglio anche lì.
“ fai piano, sono quasi vergine. ” – gli dico e mi giro di nuovo, appoggio le mani al muro e inarco indietro il culo per riceverlo meglio.

“ Quasi vergine? Mi vuoi far credere che mio figlio non si gode tutto questo splendore?”
Lo guardo e annuisco. Mi lubrifica con della schiuma, poi lentamente mi penetra fino in fondo, molto lentamente, facendomi assaporare centimetro dopo centimetro per tutta la sua lunghezza. Godo. Mi fa impazzire e sento che dentro di me qualche cosa sta cambiando. Mi sento troia e ne vado fiera. Mi sbatte il culo come un dannato. Mi serra i fianchi, poi esplode dentro facendomi provare la stessa sensazione di allora e ne godo in maniera sconvolgente.

Dopo esserci rivestiti, sentiamo mio marito al cellulare. M’informa che essendo rimasti bloccati anche loro per la tormenta e che ora che splende il sole, vorrebbero approfittare per un po di fuori pista, quindi tornano l’indomani.
Franco ascolta, poi finita la conversazione, mi dice che la sera mi porta cena fuori. Passiamo tutto il resto della giornata distesi davanti al caminetto a scambiarci coccole ed io glie lo succhio ripetutamente senza farlo venire.

Mi eccita tantissimo sentire quel palo in gola, lui ne gode tantissimo e mi apostrofa i più sconvolgenti epitaffi.
. dai succhialo troia…ssssiiiii cosiiiii a che bocchinara seiiii…vacca ..puttana.. troia da bordello…ti faccio impazzire di piacere…ti sfondo anche la gola..zoccola!!!
Godo nel sentirlo parlare, gode del piacere delle mie labbra e questo mi fa impazzire. La sera usciamo a cena, mi metto così in tiro che a lui viene subito di nuovo duro.

Dopo cena torniamo e la notte ci vede uniti in un instancabile amplesso che mi sfinisce. Alla fine sono costretta ad arrendermi, lui è sempre in tiro. Gli chiedo come fa e lui mi risponde che non scopava così dalla morte di mia suocera e che sono io che lo eccito, anche se poi ho scoperto certe pasticchine blu ben nascoste. Nel pomeriggio tornano gli altri. Sono sfiniti, Carlo decide di andare alla sauna per rilassarsi mentre Luca va a dormire, la sera esce con gli amici e vuole essere in forma.

Alla sauna, data l’ora del pomeriggio, non c’è nessuno, io sono tentata di farmi scopare da mio marito. Dopo qualche moina lui è già in tiro, mentre io ho bisogno di scaldarmi di più. Mi distendo sulla lastra di marmo calda, e lui si mette in ginocchio, mi lecca divinamente, ora mi sto veramente eccitando. Siamo così intenti a divertirci che non ci accorgiamo di Luca, che non riuscendo a dormire ha deciso di raggiungerci.

Ci osserva attraverso il vetro che c’è sulla porta, mi vede succhiare il cazzo di suo padre, poi che apro le cosce e mi lascio penetrare fino in fondo. Godo, non posso urlare ma la situazione intrigante mi eccita da morire. Carlo mi scopa di buona lena, mi fa raggiungere alcuni orgasmi, mi sento veramente troia, la notte con il suocero e il pomeriggio con mio marito, godo e impazzisco quando voltato lo sguardo, incrocio quello estasiato di mio figlio che ci osserva.

Ho un tremendo orgasmo e sento anche Carlo che sta per venire, lo esorto a uscire e me lo infilo in gola, facendo in maniera che Luca si goda bene la scena.
Quando rialzo il capo lui se ne andato, io dentro di me sento che ora voglio anche lui. Non ho nessuna remora, voglio godermi anche mio figlio! Il giorno dopo è un continuo scambio di dolci occhiate fra me e lui, piccole provocazioni e casuali contatti.

Ci stiamo eccitando, ma nessuno dei due vuole fare il primo passo. A cena siamo in compagnia dei loro amici con cui sciano, io indosso una gonna e degli stivali. A tavola lo sento vicino a me, che spesso tocca con la mano la mia coscia. Dopo cena decidono di recarsi a giocare a curling, uno strano gioco con bocce di pietra da far scivolare sul ghiaccio.
Luca ed io, ci sediamo sugli spalti a guardare, ma poi che il mio abbigliamento non è appropriato, sento freddo, decido di tornare e mi faccio accompagnare da mio figlio, che saluta tutti e scambia un cenno di saluto con il padre.

A casa, appena dentro mi abbasso per ravvivare il fuoco nel caminetto, lui è in piedi davanti a me, vedo il gonfiore del pacco sui suoi pantaloni.
“ ti sei divertito a spiarci nella sauna?, ti è piaciuto? E chissà cosa pensi ora di tua madre? – gli chiedo sempre restando accovacciata davanti al focolare.
“scusa, ma eri così erotica che non ho potuto resistere, e devo dire che sei molto bella e brava, in quanto a cosa penso è presto detto, sei meravigliosa, e papà è molto fortunato ad avere una bella donna come te al fianco.

” – mi risponde abbassando lo sguardo mentre arrossisce in viso.
“ Grazie, ma anche tu sei fortunato ad avermi come madre, anche se non mi reputo tanto bella, confrontata poi con le giovani ragazze che frequenti io sono da buttare. ” – gli rispondo guardandolo negli occhi.
“ da buttare???.. ma scherzi, io se non fossi mia madre non so cosa ti farei!!” – mi risponde con impeto.
Era quello che volevo sentire.

Mi avvicino gli apro i pantaloni e infilo la mano nei suoi boxer. Sento subito un bel cazzo duro che vibra fra le mie dita, lo estraggo e senza dire nulla lo infilo in bocca.
ooooooohhhhhhh mammaaaaaa!!!.. seiii meravigliosaaa..sborroooooooo..
Non regge il gioco, m’inonda di calda semenza la bocca. L’ingoio è tanta e devo deglutire velocemente, ma riesco a mandarla tutta giù. Mi spoglio e anche lui lo fa velocemente, poi ci trasferiamo sul letto, lui mi lecca avidamente è stupenda la sua esuberante inesperienza che mi fa impazzire.

Lo faccio calmare un poco poi lo voglio dentro di me. Segue attentamente i miei consigli, si muove bene e mi pompa a lungo. Godo, e ho due orgasmi bellissimi, poi anche lui è al limite, mi pompa con vigore, io urlo l’ennesimo orgasmo e anche lui si svuota dentro il mio ventre.
Restiamo un momento abbracciati, poi, lo invito ad andare in camera sua, non voglio che suo padre lo trovi con me, lui esce e quando è sulla porta, si gira e mi guarda con un sorriso allusivo che non comprendo al momento Poco dopo tornano mio marito e mio suocero, si salutano e Carlo entra subito nel letto, è eccitato, mi penetra rapidamente con impeto.

Resto un poco sorpresa, ho ancora dentro di me il seme di Luca, non ho avuto modo di lavarmi, e ho, paura che lui, se ne renda conto, invece lui mi scopa con tale vigore che mi fa godere subito e poi anche lui esplode dentro di me riempiendo ulteriormente la mia fica di seme che si mischia all’altro.
Finito, vado a lavarmi in bagno, quando torno, ho una grande sorpresa. Distesi sul letto trovo tutti e tre che mi guardano nudi con i loro cazzi gia in tiro.

“ amore vieni a letto che ora ti facciamo impazzire. ” – mi dice Carlo invitandomi a braccia aperte.
Li guardo stupita. Loro mi sorridono, poi Carlo mi trascina fra loro, mi sussurra che poi mi spiega tutto, ma ora vuole che io goda fra loro. Una notte indimenticabile, mi hanno scopato ripetutamente in tutti i buchi e ricoperto ogni millimetro del mio corpo di caldissima sborra. All’alba sfiniti ci siamo addormentati, poi nel pomeriggio, fatti i bagagli siamo ripartiti e lungo il viaggio di ritorno mi hanno dato tutte le spiegazioni che volevo, ma c’era poco da spiegare, i tre si erano messi d’accordo per condividermi fra loro e io ora mi godo le loro mazze, ma con la chiara promessa che Luca deve trovarsi una giovane donna per lui, magari un po troia da condividere con noi.

Una studentessa e la sua perdizione
Pamela era una bella ragazza. Non era magra come tutte le veline che si vedono in tv, ma era molto bella: alta, con un bel paio di tette (una quinta abbondante), un culo alto e sodo, abbondante, fianchi morbidi, gambe tornite. Un gran bel pezzo di gnocca, insomma.
E lei lo sapeva, si vestiva sempre in modo provocante, con minigonne attillate, top e reggiseni a balconcino, per mettersi in mostra.

Nonostante questo, però, non si era mai spinta più in là di qualche pompino, le piaceva tantissimo la sborra, ma i ragazzi della sua età non la soddisfacevano.
Pamela voleva essere dominata, trattata come la puttana che era, le sarebbe piaciuto molto un uomo più vecchio di lei.
Spesso, anzi, almeno tre, quattro volte al giorno, si masturbava furiosamente, immaginando di essere usata come una puttana, dominata e scopata a sangue.

Quella mattina, quella in cui tutto ebbe inizio, era vestita come sempre, da zoccola.
Una minigonna di jeans, che le arrivava appena sotto il culo, coprendo a stento la figa, come sempre leggermente umida, solo a guardarsi allo specchio si eccitava come una cagna.
Una maglia che le copriva a stento le tette, lasciando scoperto il solco; i lunghi capelli neri erano sciolti lungo la schiena, fino al culo, e i grandi occhi verdi, da bambina e da puttana, erano circondati da uno spesso strato di eye-liner.

Quel giorno andava in una nuova scuola, doveva attirare l’attenzione.
Pamela era stata sbattuta fuori dalla scuola che frequentava prima perché troppo sfacciata e maleducata e suo padre, un importante uomo d’affari, l’aveva spedita nel suo nuovo istituto, rinomato per la sua severità. Adesso vi doveva affrontare la quinta superiore, e sapeva che sarebbe stata bocciata, Pamela non studiava mai, passava i pomeriggi a masturbarsi.
Lei non aveva potuto obiettare, sua madre era scappata, la vacca, anni prima, e suo fratello maggiore non la difendeva mai, lo stronzo.

Alla fine si era rassegnata ed era andata a scuola. Era arrivata abbastanza soddisfatta, sul pullman un uomo di circa una quarantina d’anni le aveva palpato il culo e le aveva infilato il cazzo tra le natiche, strusciandosi contro di lei. Ovviamente, Pamela si era eccitata come una troia, e aveva la fica grondante.

Appena entrata in classe, salutati senza entusiasmo i suoi compagni di classe, era andata in bagno fingendo un’urgenza impellente.

In effetti un’urgenza l’aveva, ficcarsi qualcosa su per la fica. Si guardò intorno nel corridoio, nessuno. E una porta socchiusa prima dell’angolo. Si chiuse dentro ed accese la luce, uno sgabuzzino…
Estrasse dalla borsetta, che portava sempre dietro, un piccolo vibratore, delle dimensioni di un rossetto. Sorrise tra sé e lo leccò, abbassandosi il perizoma.
Si sedette su uno shitolone, divaricando al massimo le gambe, e se lo infilò dentro, accendendolo alla massima velocità.

Cominciò presto ad ansimare, cercando di soffocare i gemiti, mentre si tormentata le tette e si artigliava i capezzoli.

– Ahh, fottimi, scopami dai, sfondami… – sussurrava tra sé, ficcandosi un dito su per il culo.

Venne velocemente, eccitata dalla situazione, e si riassettò i vestiti, pulendo accuratamente il vibratore e rimettendolo al suo posto.

Uscì e si guardò attorno con noncuranza, andando verso alla sua classe. Erano passate ben cinque ore e Pamela non ce la faceva più.

Aveva solo professoresse vecchie e bigotte, che l’avevano guardata malissimo.

“Che due coglioni” pensò, rifacendosi il trucco nello specchietto. I suoi compagni la guardavano con la bava alla bocca, pensando a come farsela (avrebbe giurato di aver visto due con delle erezioni davvero notevoli) e le ragazze sembravano sul punto di accoltellarla.
Sospirò, chiudendo lo specchio all’entrata dell’ultimo insegnante della giornata, il prof. di latino, italiano e storia, il signor Rainelli Matteo.

Gioia selvaggia, l’avrebbe visto ben 12 ore la settimana. Alzò lo sguardo e incontrò quello dell’uomo. Era esattamente il suo tipo d’uomo.
Alto, leggermente stempiato, coi capelli brizzolati, il viso leggermente squadrato, occhiali rettangolari e sguardo duro. Nonostante dimostrasse più di quarant’anni, quasi cinquanta, aveva un bel fisico…

“Dio, quanto mi piacerebbe che mi scopasse” pensò, sentendo la figa che si infradiciava.

Restò tutto il tempo a fissarlo, tremando dal desiderio di masturbarsi davanti a tutti.

A fine ora quasi sospirò di sollievo, mentre si alzava.

– “Un attimo, signorina Ambrosi. Devo parlarle. “

Fremendo d’eccitazione e di aspettativa, la puttanella si avvicinò alla cattedra.

Come le sarebbe piaciuto che lui la sbattesse sulla cattedra e le sbattesse nella figa colante il suo grande, caldo, pulsante cazzo.

Quasi gemette quando la porta si chiuse e l’uomo le fece cenno di andare vicino a lui.

– “Professore, io dovrei andare…”

– “Zitta. Tu parli quando lo dico io, puttana. “

Lei spalancò gli occhi, ma prima che potesse capire cosa stava succedendo, aveva già risposto.

– “Sì signore…” – il suo corpo aveva agito bene, era esattamente quello che voleva.

L’uomo estrasse il cellulare di tasca e lo aprì, schiacciando qualche tasto.

– “Guarda. ” – glielo mise davanti, e lei si ritrovò a guardarsi mentre si masturbava.

– “Ma cosa…lei…”

– “Ti ho filmato oggi, puttanella. ” – lei ancora fremette, eccitata da quella parola.

Anche se la sua mente era confusa, il suo corpo urlava di desiderio.

– “Da oggi sarai la mia puttana, altrimenti questo video finirà nelle mani di tutti, anche di tuo padre. “

Lei sgranò gli occhi.

– “Sì, lo conosco da anni, siamo amici dal liceo, e se vedrà questo filmato la tua vita finirà.

Cosa vuoi fare?”

Che domanda stupida, era ovvio quello che avrebbe fatto, non avrebbe mai rinunciato alla possibilità di farsi sfondare da quello stallone.

Sorrise.

– “Tutto quello che vuole lei, signore”

– “Dammi del voi puttana! E chiamami padrone!” – esclamò l’uomo, tirandole un ceffone.

– “Sì padrone. ” – mormorò lei.

– “Vieni qui e alza la gonna. “

Pamela si avvicinò si più a lui e si sollevò la gonna, mostrando la sua fica depilata e grondante, coperta appena dal perizoma.

– “Sei proprio una cagna, guarda, stai sbrodolando. ” – mormorò lui. Poi, prima che lei potesse fare qualunque cosa, le afferrò i laccetti laterali del perizoma e tirò con forza verso l’alto.

Lei quasi urlò, aggrappandosi alla cattedra: il filo centrale del perizoma si era conficcato della sua figa, premendo direttamente sul clitoride.

Matteo cominciò a muovere le mutandine, sfregandole avanti e indietro, tirandole sempre più un su, strappando a Pamela dei guaiti.

– “Guarda, una cagnetta in calore” – mormorò.

Prese un evidenziatore dalla cattedra e glielo sbattè su per la figa, strappandole un urletto.

Lo tolse subito e, con un sorriso sadico, glielo infilò su per il culo.

Lei gemette, piegandosi in avanti.

– “In ginocchio, zoccoletta!”

– “Sì, padrone” – si inginocchiò davanti a lui, slacciandogli i pantaloni con desiderio.

Si ritrovò davanti ad una nerchia enorme, solcata di vene pulsanti, dalla cappella rossa e congestionata.

Nessuno dei coetanei aveva una verga del genere.

– “Apri la bocca, puttana. ” – lei schiuse le labbra e Matteo, senza aspettare un minuto, le ficcò l’asta in bocca, fino ad urtarle il fondo della gola ed ancora ne avanzava fuori.

Cominciò a scoparle la bocca, facendole fare avanti e indietro lungo il suo cazzo, tenendola per i capelli.

Lei gemeva, gli occhi socchiusi e lucidi, eccitata come una puttanella.

– “Che bocca che hai, forse perfino meglio della fica. Quanti cazzi hai succhiato, cagna? Sei un cesso, apposta per scaricarci la sborra e così ti userò, puttana schifosa. “

Un attimo prima di venire si staccò da lei, sbattendola per terra, e si masturbò furiosamente, scaricandole una quantità enorme di sborra in bocca, sulla faccia, nei capelli…

Pamela beveva tutto con ingordigia, leccandogli il cazzo e gemendo, tre dita su per la fica che grondava di umori, tanto che aveva fatto una pozza per terra.

Matteo si riallacciò i pantaloni e si alzò, tirandole un calcio.

– “Rivestiti puttana. Domani ci rivediamo e anche domani pomeriggio. Tuo padre mi ha chiesto di darti ripetizioni, ci vedremo ogni giorno…”

Pamela a quelle parole quasi svenne dalla gioia.

48

Segregata e abusata

Come posso raccontare l’indicibile? Tutt’ora faccio troppa fatica a parlarne, perché la storia di cui sono stata protagonista in prima persona non ha nulla di umano.

Provo persino vergogna a raccontarla. E’ così esagerata e crudele che potrebbe persino sembrare incredibile. Troppo l’orrore, troppa la violenza, troppa la sofferenza che ho patito per colpa degli uomini.
Per un anno intero sono stata segregata nella cantina di un casolare di campagna, trattata peggio di una schiava da un gruppo di rumeni che hanno fatto di me ciò che volevano. Ogni mattina mi svegliavo e avevo la certezza che sarei tornata a vivere un’altra giornata d’inferno.

Ho urlato, pianto, supplicato, ho cercato aiuto, ma le mie grida sono rimaste inascoltate, perse nel vuoto di quattro umide mura.
Per dodici mesi sono stata costretta alle più umilianti delle violenze, brutalizzata e sodomizzata da uomini che non avevano niente di umano, mentre le loro donne, complici in un reiterato silenzio, pur non partecipando alle violenze di cui sono stata fatta oggetto, vedevano e tacevano senza mai ribellarsi.
All’inizio ho sperato nel loro aiuto, sbagliando, perché tutto quello che ho ricevuto dalle loro mani è stato soltanto un po’ di cibo e dell’acqua, alimenti che mi hanno permesso di sopravvivere durante tutto il tempo in cui sono rimasta prigioniera.

La mia storia potrebbe concludersi qua, ma a distanza di tre anni dal compimento di questa triste vicenda, di cui sono stata vittima, ho finalmente trovato la forza di raccontarla per intero, a cominciare dalla sera in cui ha avuto inizio.
Sento il bisogno di ripulirmi per tornare a essere quella che ero prima di essere violentata, ma per raggiungere questo obiettivo devo raccontarmi perché solo in questo modo potrò uscire dallo stato comatoso in cui sono precipitata.

L’orrore che mi porto dentro di quei giorni di prigionia, in un incredibile labirinto di folli perversioni, occupa stabilmente la mia mente. Provo un senso di vergogna, sono angosciata, e seguito a rimproverare me stessa per quanto è accaduto, invece non dovrei farlo, lo so bene, ma non ci riesco.
Lo psicologo che mi ha in cura, cui sono stata affidata dai servizi sociali della ASL, sostiene che il senso di colpa di cui soffro rientra nella normalità di una donna che come me ha subito un’ aggressione sessuale.

Mi esorta continuamente a parlare dell’accaduto, vuole che ricordi anche i minimi particolari, persino quelli che a me appaiono meno importanti, perché a suo dire parlare mi restituirà la salute, mentre se tengo tutto dentro non potrò che peggiorare il mio stato.

Sono trascorsi quattro anni dalla notte in cui la banda di rumeni mi ha fatto prigioniera. Quel sabato sera stavo facendo ritorno a casa, dopo avere trascorso la serata in discoteca, quando il motore della Mini Cooper di cui ero alla guida si spense d’improvviso mentre percorrevo la Via Emilia.

Ormai ero prossima a Parma, mancavano solo una decina di chilometri al cartello che indicava la città. Feci appena in tempo ad accostare la vettura al ciglio della strada prima che la Mini Cooper sospendesse definitivamente la corsa.
Dopo alcuni inutili tentativi di fare ripartire il motorino d’avviamento mi arresi. Alla sfiga d’essere rimasta in panne si aggiunse anche quella di non essere in grado di effettuare una qualsiasi telefonata.

Il cellulare che custodivo nella borsetta, malauguratamente, aveva le pile scariche.
Bloccata e impossibilitata a fare ripartire l’automezzo decisi di percorrere a piedi la distanza che mi separava dalla città. Neanche per un istante presi in considerazione l’eventualità di effettuare l’autostop. Troppo pericoloso, pensai.
Quella sera indossavo un vestito abbastanza scollacciato, lungo a mezza coscia, che durante il cammino verso la città non mancò di attirare su di me l’attenzione di un gran numero di automobilisti che percorrevano la Via Emilia.

Impedita a muovermi agevolmente per colpa dei tacchi da 12 centimetri che calzavo ai piedi, mi liberai delle scarpe e proseguii a piedi scalzi camminando sulla striscia d’erba, a lato della strada, dove trovavano posto i paracarri.
Fatta segno di frasi ingiuriose, pronunciate dagli automobilisti di passaggio, scambiata per una prostituta intenta ad adescare clienti, stanca e impaurita, accettai un passaggio da un ragazzo dal viso angelico che si fermò con la sua Citroen station-wagon chiedendomi, unico fra tutti, se avevo bisogno d’aiuto.

Mica potevo immaginare che quello sarebbe stato uno dei miei carnefici. Tuttora, ripensando a quei giorni di prigionia, faccio fatica a pensare a lui come a uno dei mostri che mi hanno violentata ripetutamente.
Per un anno intero, la banda di rumeni, mi ha tenuta prigioniera in una cantina, priva di luce elettrica, carente di servizi igienici, impossibilita persino a lavarmi, subendo una infinita serie di abusi.
I giorni di prigionia, trascorsi in quella cantina, sono stati un continuo incubo.

Nella solitudine di quelle quattro mura mi sono interrogata più volte sul senso della vita. Non sapevo quali fossero le loro reali intenzioni, oltre a quelle di violentarmi e godere del mio corpo. La mia paura era che prima o poi mi avrebbero uccisa e seppellita in una fossa scavata in aperta campagna. Probabilmente erano queste le loro intenzioni se non fossero intervenuti i carabinieri a liberarmi. Liberazione avvenuta in modo del tutto casuale perché le forze dell’ordine raggiunsero il casolare per caso, seguendo una pista del traffico di droga.

Oltre a essere obbligata a subire i loro appetiti sessuali fui costretta a portare a termine, in più di una occasione, per loro divertimento, a dei rapporti sessuali con uno dei loro cani; un dobermann, che probabilmente si era congiunto con altre donne prima di me, perché quando si trattò di infilare il suo coso nella mia vagina trovò subito la strada fra le cosce, nonostante mi divincolassi, tenuta ferma dai miei aguzzini.

I rumeni parevano divertirsi nel vedermi cavalcata da quell’a****le, lo stesso che durante il giorno faceva da cane da guardia nell’aia mentre loro erano assenti. Quando il ragazzo si premurò di farmi salire sulla station- wagon, dopo che gli ebbi rivelato quanto era accaduto alla mia autovettura, mi propose garbatamente di aiutarmi, carpendo la mia fiducia.
– Ti accompagno a casa mia, dista solo un paio di chilometri. Lì potrai telefonare a un elettrauto.

Oppure se vuoi ti accompagno a casa tua. – disse il ragazzo
Dopo la serata trascorsa in discoteca, dove avevo ecceduto nel bere e assunto un po’ di roba, non mi ero accorta che il ragazzo alla guida della station-wagon non era italiano, altrimenti non avrei mai accettato il passaggio in auto. Abbandonata la Via Emilia, raggiungemmo una cascina. Solo allora, nella oscurità di quel luogo, lontano dalla strada statale, presi coscienza dell’errore che avevo fatto e cominciai a essere preoccupata.

Bloccata l’auto nel cortile della cascina il ragazzo fu lesto ad abbandonare il posto di guida. Scese dalla macchina e venne nella mia direzione. Una volta aperta la portiera mi trascinò fuori dalla vettura e mi spinse verso la cascina. Tutt’a un tratto da una porta della casa colonica uscirono fuori un paio di uomini che ci vennero incontro. Spaventata cercai di fuggire rincorsa dappresso dal ragazzo che stava alle mie spalle. Sollevata di peso dai tre uomini fui trasportata nel casolare.

Quella notte, fino al sorgere del nuovo giorno, dovetti subire le ripetute violenze di quel gruppo di rumeni che abusarono a turno di me in tutti i modi, lacerandomi le pareti del culo fino a farlo sanguinare con i loro atti violenti. Dopo lo shock provocatomi dalle botte ricevute perché mi ero ribellata all’aggressione sessuale, cercando d’oppormi in tutti i modi alle violenze, mi ritrovai preda di un profondo stato di confusione.

Intorpidita in tutto il corpo a causa delle ecchimosi e delle scorticature, residui delle botte ricevute e dalle tracce di sangue rappreso attorno alle mie cavità, ero disperata.
I primi giorni trascorsi in quella casa furono i più terribili da sopportare. Non sapevo rassegnarmi a essere ripetutamente violentata dai miei aguzzini. Rifiutavo il ruolo di schiava, mentre l’unica cosa a cui pensavo era di fuggire da lì, anche se non sapevo come sarei riuscita a farlo.

Col passare delle settimane diventai insensibile a tutto ciò che mi accadeva. Sopportai passivamente ogni tipo di violenza, perché quello che desideravo non era più di fuggire, ma soltanto morire.
Il ricordo di quei lunghi mesi trascorsi da schiava, privata della libertà, sottoposta ad abusi infami e vergognosi, mi si ripresentano quotidianamente nella mente, ma soprattutto mi tengono compagnia di notte quando mi sveglio nel letto della mia casa impaurita e tutta sudata.

Oramai sono trascorsi tre anni da quando ho riacquistato la libertà. Non sono ancora tornata alla normalità, mi sento intorpidita, distaccata, come se la realtà in cui sono costretta quotidianamente a vivere sia soltanto un sogno.
Percepisco il mondo che mi circonda in modo del tutto irreale, come se il mio inconscio riconoscesse come unica realtà il periodo vissuto dentro quella cascina. Rivivo continuamente i momenti di quelle aggressioni. Sono pensieri ossessivi, ricordi, incubi, visoni mostruose.

Vorrei mettere fine a quelle brutture, rimuovendo i particolari di quei giorni e delle aggressioni subite, invece ho difficoltà a concentrarmi sulle cose di tutti i giorni.
Soffro di crisi di ansia e la sera fatico a prendere sonno. Sempre più spesso penso che dovrei farla finita con questa vita. Ho tanta rabbia in corpo e non so come fare a sfogarla. Da quando sono stata liberata ho evitato il contatto con l’altro sesso.

Ho paura di innamorarmi di un uomo e d’avere con lui un qualsiasi rapporto sessuale. Ho messo in atto delle strategie per difendermi dal dolore, anche se mi stanno provocando troppo disagio, ma che potrei fare di diverso?
Ho provato a contenere l’ansia che mi porto addosso assumendo degli psicofarmaci, poi ho assunto dell’alcool, ma non è servito a niente, anzi, assumere queste sostanze ha contribuito soltanto a fare diminuire quelle energie positive che dovrebbero servirmi a contenere le mie paure.

Parlare di quanto mi è accaduto spero che possa servire a guarire dagli attacchi di panico che a distanza di tre anni da quell’accadimento seguitano a colpirmi. Mi manca solo una cosa, il tempo per guarire.

Come diamanti nel fango
di antonio andrea fusco e altri
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