una storia senza sesso – 2

La storia senza sesso finì lì, con quel primo bacio che sextenò imbarazzi, vergogna e sensi di colpa sterminati, infiniti, anche se lui sorrideva come uno sciocchino, sempre battendo in maniera tremendamente sensuale le sue dannate ciglia.
– Che stai facendo? – disse risentito mentre io mi riabbottonavo la camicetta. Cercò di fermarmi, reagii, mi alzai di shitto, feci un passo ma rimasi bloccato, non so dire se per effetto della sua risatina sardonica o perché non riuscivo a muovermi facilmente, mi era venuto duro dentro i pantaloni e anche se lo avevo piccolino facevo fatica a spostarmi.

Giovanni rideva come un matto per questa mia goffaggine e per i modi impacciati che non mi impedivano di essere tremendamente attratta da lui, fui costretto a tornare a sedermi, sorrisi anche io per cercare di sdrammatizzare ma in realtà non mi sarei mai aspettato quel bacio e soprattutto la mia partecipazione piena, assoluta, incondizionata, impietosamente e seccamente testimoniata da quella inopportuna ma sincera, incontrollabile e inarrestabile erezione.
Il linguaggio del corpo, come si dice, è insensibile alle ipocrisie e alle finzioni della mente e degli atteggiamenti.

– Non so cosa mi ha preso – sussurrai – non succederà più. Nessuno ne deve sapere niente. Nessuno.
Provai a guardarlo negli occhi, lui li teneva però puntati verso i piedi e di tanto in tanto sbirciava tra le mie gambe, per vedere se mi fossi acquietato, ma l’erezione tardava a sgonfiarsi. Baciarlo mi era proprio piaciuto, ma mica potevo ammetterlo. Pure io spiai verso il suo inguine, lui lo aveva più duro di me o forse era solo più grosso del mio, insomma aveva un gonfiore evidente e irresistibile, proprio lì, e comunque sì, era vero, verissimo che mi piaceva toccarmi le tette, sotto la doccia, nel letto, dovunque capitasse, le avevo parecchio sviluppate e grossette e assieme ai capelli lunghi, che portavo fermati da un cerchietto, erano il segno esteriore della mia femminilità intrinseca e sì, cazzo, sì, sì, sì, sì, mi piaceva immaginarmi femmina, indossare mutandine e reggiseni e sempre in gran segreto e in assoluta solitudine truccarmi, smaltarmi le dita di mani e piedi, profumarmi e parlare di me al femminile, farmi le seghette portando e sporcando i collant o meglio ancora le autoreggenti, pensando ai maschi e tra i maschi il viso di ragazzo che nella mia fantasia faceva con me cose indicibili era più o meno sempre il suo, che associavo alla mia sessualità incerta e grazie a Giovanni – che però non ne sapeva niente – godevo come una matta, più di una volta gli schizzi mi erano arrivati fino in bocca e avevo assaporato il mio seme come se fosse stato il suo e però mi dicevo ‘non sono frocio, non sono frocio, sono etero, assolutamente eterosessuale, sono solo una femminuccia imprigionata in un corpo di maschietto, che colpa ne ho, che colpa ne ho’.

– Nessuno ne saprà niente – assentì lui – anche perché ancora non è successo niente: un solo bacio, cosa vuoi che sia?
Lo guardai dubbiosa, non mi sembrava per niente convinto ma io avevo il terrore di essere chiamato frocio, frocio, frocio, una volta era capitato al mare, in una spiaggia deserta, un gruppo di ragazzacci mi aveva preso di mira e umiliato, avevo le tette grosse, il pistolino piccolo, mi avevano punito per quel corpo che li attraeva ma che era proibito, per loro, avevano cominciato a tastarmi con violenza, a strusciarmi gli uccelli addosso, a picchiarmi gridando frocio, frocio, frocio, e certi traumi non si scordano facilmente.

– Okay, nessuno ne saprà niente – disse mettendosi in piedi – però peccato, perché baci veramente bene,
Colpì nel segno, di nuovo la tempesta ormonale di prima, ma bisognava fermarsi, se fossi stato maschietto sarei stato un finocchio, se fossi stata femminuccia una gran troia, perché avevo una voglia di saltargli addosso che non si poteva dire, ma siccome non ero né l’uno né l’altra dovevo assolutamente frenarmi.
Si avviò verso la porta e quando fu sulla soglia volle salutarmi.

Col classico bacetto. Protese il viso verso di me, rimasi bloccata: non sapevo che fare, ma Giovanni sorrise ancora, sorrise in maniera divina, fu come se un angelo del cielo, un angelo tentatore, però, volesse rapirmi e portarmi in alto, in alto, in alto per poi farmi precipitare d’un botto, tutto in una volta.

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