una storia senza sesso – 1

Se fossi stato maschietto, avrei potuto dire che non mi innamorai della classica belloccia della scuola, non mi infatuai della biondina da manuale, occhi azzurri e sguardo perso nel vuoto, né della tettona che aveva fama di facile e magari ci stava sul serio.
Se fossi stato femminuccia, avrei potuto aggiungere che non mi innamorai neppure del bonazzo da marciapiede, di quello che aveva fama di avercelo lungo lungo o dell’intellettuale fighetto.
Mi feci rapire piuttosto da un paio di ciglia lunghe e arcuate, tanto lunghe da sembrare finte, dai capelli fulvi e da uno sguardo intenso, da modi gioiosi e tratti gentili, da un sorriso allegro e continuo, in cui magari ti potevi pure perdere, anche perché, a me, ne dedicava tantissimi, di sorrisi.

Mi piace – cominciai a scrivere un giorno nel mio diario segreto, talmente segreto che ogni volta che lo conservavo usavo talmente tanti sotterfugi da riuscire a nasconderlo pure alla mia coscienza e ai cassetti più remoti e reconditi della mia memoria, chiudendolo con la chiave con cui temevo al sicuro i miei pregiudizi, le mie paure, i miei infiniti “sì, però…”.
– Mi piace molto – aggiunsi qualche giorno dopo.

– Avevo preso una cotta tremenda – scrissi in preda a mille rimorsi qualche anno dopo.

In realtà era vero, verissimo: mi piaceva sul serio, mi piaceva da morire. Di dirglielo, non me lo sognavo proprio, e nemmeno di farglielo capire: mi vergognavo terribilmente. Però era un bel sentimento, limpido, sereno, giulivo, partecipato da entrambi. Quando stavamo insieme ci divertivamo, anche se io avevo sempre un pregiudizio insensato, che mi toglieva la lucidità, nei nostri rapporti, e mi impediva di esprimermi, certe volte: bastava poi che ci sedessimo accanto, che parlassimo, che mi parlasse, per farmi andare letteralmente in bambola.

Manifestarmi? Parlare chiaro?
– E se ci resta male? E se non mi ricambia? E se mi manda a quel paese?
Così mi consumavo pian pianino ed era una tristezza pesante, corrosiva dell’anima.

Poi accadde. Un pomeriggio, repentinamente, senza preavviso.
Bussarono alla porta. In casa non c’era nessuno: stavamo da soli, io, mamma e la Giulia, mia sorella. Ma loro erano uscite.
Non ricevevamo molte visite, andai a vedere chi fosse con una certa ansia.

Guardai dallo spioncino e il cuore mi balzò in gola, ebbi la sensazione che volesse schizzarmi fuori dal petto.
Aprii con circospezione, per non manifestare l’emozione che stavo provando.
– Passavo da qui per caso – disse allargando un sorriso meraviglioso -. Posso?

Sul divanetto, nella mia stanza, si sedette in maniera sgraziata, arrotolando una gamba sul bracciolo e stendendosi come a voler stiracchiarsi.
– E’ bello, qui – disse guardandomi dal basso verso l’alto, gli occhi rovesciati per cercarmi con lo sguardo – mi piacerebbe viverci.

Con te.
Sobbalzai. Di nuovo la sgradevole sensazione del cuore che vuole andarsene per i fatti suoi, piantandomi in asso, sul più bello. Eppure mi serviva, il cuore: specie in quei momenti tanto attesi, forse troppo attesi.
– Mi fa piacere – sorrisi sforzandomi di non lasciarmi andare, come invece avrei voluto, disperatamente voluto.
Stando in quella strana posizione, la schiena poggiata sul divano, le braccia stirate all’indietro, le gambe incollate al bracciolo del divanetto, allungò una mano verso di me, mi sfiorò una coscia e, visto che non mi scostavo, me la toccò con insistita convinzione.

Avvampai furiosamente, ma non fuggii, come pure avrei potuto tranquillamente fare: mi sarebbe bastato alzarmi.
Si tirò su, mi sedette al fianco, forse un po’ troppo, stringendomi contro il bracciolo opposto a quello su cui aveva poggiato le gambe.
– Perché a scuola mi guardi così tanto?
La buttò lì, la domanda delle cento pistole, senza preamboli, senza giri di parole, senza darmi modo di pensare e poi articolare una risposta convincente.

Inghiottii, non sapevo cosa dire, non osavo parlare delle mille volte che avevo rimirato il leggero battito delle sue ciglia, lo sguardo attento verso la prof di mate, il lieve movimento della testa che si girava verso di me, sorprendendomi immancabilmente a guardare nella sua direzione.
– Non lo so – balbettai – capita di guardarti, ma non è che…
Sorrise di gusto, si divertiva proprio nel vedere come mi incartavo e mi bloccavo.

Rimasi a guardare dritto davanti a me, sentivo ancora il suo risolino insistito e a un certo punto avvertii qualcosa di umido che mi si poggiava sulla guancia sinistra e contemporaneamente udii uno schiocco.
Un bacio.
Diventai viola, credo, con sfumature di blu cobalto e rosso vermiglio, di giallo limone e di verde pera.
Ancora quel dannato sorriso che coinvolgeva, accattivava, conquistava. Rimasi a guardare fisso davanti a me, ma gli effetti cromatici sul mio viso dicevano tutto senza bisogno che aprissi bocca.

Un altro bacio si poggiò sulla mia guancia e poi un altro ancora e poi sentii una mano dirigersi sul mio ventre molle e, con studiata e lasciva lentezza, risalire verso il petto.
– Ma si può sapere che fai? – protestai, ma era uno strano modo di ribellarmi, perché non mi mossi di un millimetro e lasciai che la sua palma morbida aderisse alla forma rotondeggiante della mia mammella destra.
– Ti tocco – disse – ti tocco le tette, non lo vedi?
– Smettila – risposi, prendendo la sua mano, ma senza forza, soprattutto senza voglia di allontanarla.

– Tu non te le tocchi mai, le tette?
A questo punto, se fossi stato maschietto, mi sarei dovuto indignare, alzarmi e troncare lì la discussione.
Se fossi stata femminuccia, avrei dovuto reagire direttamente con un ceffone. Ma questa è una storia senza sesso, racconta di un incontro di anime. E le anime quasi sempre non hanno sesso. Né fanno sesso.
– Non lo fai mai – insistette – sotto la doccia, nel lettone caldo e soffice?
Mi accorsi di avere chiuso gli occhi, senza rendermene conto aveva cominciato a sbottonarmi la camicetta, un paio di asole si erano arrese senza nemmeno battersi con le sue dita esperte – chissà quante altre camicette si erano spalancate, sotto le sue carezze – ma per far scivolare dentro la mano occorreva che cedesse pure il terzo bottoncino, che a differenza dei primi due non ne voleva sapere, di mollare, opponendo una resistenza passiva che non condividevo affatto, non condividevo più, ma comunque c’era, antipatica e inopportuna, però c’era.

Pollice, indice e medio della sua mano sinistra litigarono senza successo con l’asola, in soccorso arrivò pure la mano destra, mentre io ero in stato di abbandono, non mi muovevo di un millimetro ma quell’ultimo baluardo della mia innocenza che si stava perdendo non cedeva, non voleva proprio, fino a quando non furono le mie mani, a intervenire e a risolvere l’impasse, sfibbiai io il terzo e il quarto e poi il quinto e il sesto bottoncino, vidi un sorriso gioiosamente sorpreso, vidi il suo entusiasmo per quel gioco che si faceva serio, serissimo, sentii la sua mano sinistra scivolare soffice sotto la stoffa leggera della camicetta, la sua palma andare a circondare per intero la mia tetta destra, nuda e morbida, calda e accogliente, sentii il capezzolo che, per nulla imbarazzato e intirizzito da quel contatto, si induriva schizzando verso l’alto, dritto, agevolato nel suo rizzarsi dai suoi polpastrelli esperti, pollice e indice che lo strizzavano lievemente, facendolo e facendomi impazzire.

– Stupende minne – mi soffiò in un orecchio mentre me le massaggiava dolcemente, roteandole con studiata delicatezza, in una maniera appena percettibile, ma che tutti i miei gangli nervosi e le cellule della pelle erano in grado di avvertire con nettezza e in profondità, finché non avvertii qualcosa di umido e caldo lambirmi la guancia, vicino all’attaccatura dell’orecchio e capii che mi stava leccando e a quel punto volevo dire “no, basta, fermati”, ma invece mi girai di shitto e prestai il fianco, anzi la bocca, a un’insidia inaspettata, la sua lingua smise di pennellarmi la guancia e si infilò tra le mie labbra, in un modo che non mi aspettavo nemmeno un po’ e non mi aspettavo neppure, in fondo, che la mia lingua finisse col cercare la sua, allacciandosi a lei, e che le mie labbra se la succhiassero, assieme alla saliva, e avevo letto da qualche parte che baciare così magari faceva un poco schifo, all’inizio, specie alla nostra età, ma lo scambio di saliva faceva bene, creava nuovi ormoni e del resto eravamo entrambi in piena tempesta ormonale, perché mi resi conto solo dopo che quello era il primo bacio della mia vita e che mi era piaciuto da impazzire e che mi era piaciuto ancora di più perché me lo ero scambiato con il mio grande, grandissimo immenso amore, con Giovanni, che amavo da morire, dal primo momento che avevo visto il battito delle sue ciglia inarcarsi verso di me.

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