una storia di sesso

Qualche tempo dopo lo rividi. Avevo smesso di frequentarlo, per paura, per terrore, per il precipizio che si allargava sotto i nostri piedi ogni volta che lo guardavo e lui mi guardava. In quei momenti avevo come la sensazione che tutti si fossero accorti, attraverso il linguaggio muto dei nostri occhi, che sapessero che ci eravamo baciati con la lingua, come un maschio e una femmina, come marito e moglie, come due fidanzati.
Prima di smettere di vederlo, gli avevo chiesto terrorizzata se si fosse mai fatto sfuggire una qualche cosa, anche minima, e lui aveva giurato di no.

Ma io mica gli credevo.
Giovanni mi aveva toccato le tette, sotto la camicetta, Fabrizio e Salvatore lo avevano fatto pure, ma senza infilare la mano sotto, loro (in momenti e in luoghi diversi) mi avevano pure palpato il sedere e si erano strusciati dietro di me, a lungo, Fabrizio se lo era tirato fuori dai pantaloni e aveva cercato di mettermelo in mano ma io mi ero bloccata, un po’ perché lo aveva veramente lungo, una specie di piccola proboscide, e poi perché io avevo sempre la testa a Giovanni.

A lui, solo a lui avevo detto di avere altri “pretendenti”, e visto che aveva abbozzato una mezza scena o sceneggiata di gelosia, avevo confessato che erano Salvo e Fabri.
Lo rividi, dunque. E non era solo. Era con una biondina, la classica bionda diafana e slavata con gli occhi azzurri. La stava baciando. Si stavano baciando. Più o meno come ci eravamo baciati io e lui. Si accorse che li stavo guardando e la baciò con ancora maggiore foga.

Che foga nel baciare una figa, pensai in maniera banalotta ma in realtà mi aveva preso una terribile sensazione di gelosia, violenta come il rossore che mi dipinse tutta, proprio tutta, non solo il viso, anche le mani, i piedi, il tronco, le parti intime, le gambe, dalle unghia dei piedi alla radice dei capelli.
Il pomeriggio di quello stesso giorno bussarono di nuovo alla porta di casa. Andai ad aprire incazzata quanto mai.

Mamma e la Giulia erano fuori per il week end. Ero certa che Giovanni lo avesse saputo e avesse deciso di venire a trovarmi, ma ero furiosa con lui. Così aprii senza nemmeno guardare nello spioncino.
Trasalii. Davanti a me c’erano Fabrizio e Salvatore. Insieme.

In cucina mi rifugiai da una parte del tavolo e dietro un bicchiere di acqua fredda. Loro stavano dall’altra parte e dietro altri due bicchieri. Si vedeva lontano chilometri che non sapevano da dove cominciare, imbarazzati com’erano.

Io ero vestita da puttanella, ma me ne resi conto quando forse era troppo tardi.
– Vedi, Roby – esordì Fabrizio – io e Salvo ci… ci siamo parlati e abbiamo scoperto di avere… qualcosa in comune.
Non capivo.
– Sì – continuò Salvo – in comune abbiamo… te.
Il balzo dentro il petto del mio cuore fu repentino, inatteso. Trangugiai un sorso di acqua fredda d’un botto.
– Tu mi piaci.

Ci piaci – disse Fabrizio – e sono, siamo certi di piacere anche io, anche noi, a te.
Non capivo. Mi alzai, presi altra acqua dal frigo. Sì, ero un tantino troppo discinta, al punto da poter apparire provocante: di certo a un estraneo non mi sarei mostrata così, ma d’altronde faceva caldo, ero a casa mia, non aspettavo visite e portavo solo un paio di short e una canottierina molto fine, bianca, aderente, che faceva risaltare come due bozzi appuntiti le mie tettine.

Gli short mostravano invece un inguine piatto come la passera di una quindicenne e due gambe lunghe e affusolate, senza un pelo che fosse uno: i pochi che avevo me li toglievo, ero liscia come il popò di un bebè. Le unghie dei piedi, attraverso le infradito, mostravano i residui dello smalto nero che avevo tolto il giorno prima. I miei ospiti erano in bermuda e maglietta, le gambe pelose e le braccia nerborute.

Avevano un che di sexy. Era vero: mi piacevano entrambi.
– Cosa volete? Andiamo al sodo – dissi accavallando le gambe in maniera sensuale. Mi sentii un po’ Sharon Stone in Basic Istinct.
Cosa volessero, in realtà era più che chiaro, ma mi piaceva fare la smorfiosetta, anche perché quella situazione mi intrigava ma mi imbarazzava pure da morire: pensavano mica seriamente di potermi scopare in due, come prima volta?
– Ecco, Roby, Roberto… Robertina?
– Roby, chiamatemi Roby, e basta.

– Sì, perfetto: Roby – era sempre Fabrizio, che parlava – ecco, Roby, se siamo qui è perché, beh, insomma…
– Sì, cioè, insomma – proseguì Salvatore, imbarazzato come quell’altro bel tomo – è perché abbiamo saputo che tu hai detto che ti piacciamo entrambi e che… le volte che… beh, siamo stati in intimità, c’è mancato poco che…
Strabuzzai gli occhi: dunque le voci giravano! Dunque qualcuno aveva rivelato il mio segreto! Ma chi diavolo era stato?
– Così ci siamo parlati fra di noi e abbiamo scoperto che era tutto vero – disse ancora Salvatore.

Mi misi in piedi. Avevo i battiti a 200, la pressione a mille, il rossore mi si vedeva attraverso i capelli.
– Chi è stato? Chi ve lo ha detto?
Loro avevano notato il mio smarrimento, il mio pallore, avevano fatto il giro del tavolo, Fabri da un lato, Salvo dall’altro. Ero circondata, non avevo vie di fuga ma, anche volendo – e non volevo – ero incapace di articolare un movimento che fosse uno, di dire un’altra parola, una sola, e così, mentre uno mi accarezzava un braccio nudo e l’altro mi scostava il cerchietto dai capelli, per poggiarmi un bacio delicato su una guancia, mentre Fabrizio mi tirava fuori la canotta dagli short e Salvo strusciava la gamba pelosa sulla mia coscia levigata dalle creme, mentre Fabri infilava la mano sotto la canotta, alla ricerca dei bottoncini del mio piacere, Salvo pronunciò quel nome, il suo nome, abbattendo definitivamente ogni mio possibile residuo di resistenza.

– Giovanni – sussurrò riempiendo il mio orecchio del suo alito caldo – ce lo ha detto Giovanni.

Quando mi alzai dal letto dei miei – ma era solo di mamma, perché papà se ne era andato con un’altra, anni prima, e da allora le donne avevano cominciato a farmi un po’ schifo – Fabrizio dormiva dalla parte dei piedi, Salvatore quasi appollaiato sotto la testata del letto.
Era buio, ormai, mi sentivo tutta indolenzita, ero zozza quanto mai e avevo bisogno di una doccia.

Ero completamente nuda, con le infradito ai piedi, il pisellino mi penzolava piccolo piccolo e umido tra le cosce: sembrava un grosso clitoride. Bevvi un po’ d’acqua e mi sembrò che il bicchiere avesse il sapore di sperma: in realtà ero io che avevo tra le labbra il seme di non so chi dei due, perché non riuscivo a ricordare se a venirmi in gola fosse stato Salvo o Fabri, ma di certo in una delle almeno tre eiaculazioni ciascuno che avevano avuto mi erano venuti entrambi in faccia, dunque era difficile capire, anche perché ogni volta erano stati fiotti su fiotti, mica poche gocce.

Andai in bagno, mi guardai allo specchio, il viso disfatto, i capelli scompigliati, le orecchie che rimbombavano ancora delle mille volte che, a turno o in coro, i miei due amanti mi avevano dato della troia e del resto era vero, mi ero comportata proprio da mignotta, avevo cominciato a baciarli – non ricordo chi per primo, ma non importa, il primo era stato Giovanni, che, pur avendo avuto questo privilegio, mi aveva poi rivenduta – come un’assatanata e mi ero fatta sfilare la canotta, sempre in cucina, e vicino ai fornelli avevano cominciato a ciucciarmi, uno la tetta destra, l’altro la sinistra, per fare prima e non perdere tempo ad arrivare in camera da letto mi avevano caricata di peso sul piano dove la mamma impastava tortelli e ravioli e mi avevano sfilato anche gli short e le mutandine, portavo le mutandine di mia sorella e loro lo avevano trovato tremendamente eccitante, perché – ancora in cucina – si erano calati i bermuda e avevano entrambi due piselli enormi (Fabrizio di più) e io, seduta nuda sul piano della cucina, il pistolino piccolino ma dritto, avevo cominciato a giocare con quei due bei cazzi, mentre uno mi slinguettava dentro la bocca e l’altro mi leccava i capezzoli, a turno, ‘che bella femmina che sei’, dicevano forse per darsi un contegno e per negare a se stessi che si stavano trombando un frocetto, oppure mi trovavano disinibita come nessuna ragazza vera, ma a me non importava, io mi sentivo veramente femmina e pensavo solo a quel pezzo di merda di Giovanni, che per evitarmi mi aveva ceduta, e questo mi rendeva furibonda, così nemmeno mi resi conto che dal piano della cucina mi avevano portata giù per terra, in ginocchio, e mi avevano infilato in bocca il meno grosso dei due cazzi, quindi credo quello di Salvatore, mentre sentivo che l’altro – Fabrizio, penso – mi stava accarezzando tra le natiche, proprio lì, versando qualcosa di untuoso sul mio fondoschiena, che mi colava fra i glutei e scivolava giù, proprio nella zona del buchetto e siccome non capivo mi ero staccata un attimo dalla cappella sgusciata di Salvo e avevo capito che mi avevano fatta mettere alla pecorina e Fabri stava versandomi addosso il preziosissimo olio extravergine d’oliva di mamma e, aiutandosi con quel lubrificante, si stava aprendo una strada dentro di me, sditalandomi in profondità, in maniera delicata, in modo da non farmi male e la sensazione delle dita che mi penetravano, prima di una mezza falange, poi di una intera, poi piano piano di mezzo dito, fino a un dito intero e poi due contemporaneamente, mi provocava contrazioni che si ripercuotevano sul pistolino, costringendomi, quasi, a toccarmelo, e tutto questo mentre Salvo, tenendomi per la testa, mi dettava il movimento del pompino, spingendomi il cazzo fino in gola e provocandomi mezzi conati di vomito.

– Puttana, troia – diceva Salvo – allora era vero che eri così baldracca, razza di troia.
Incuriosito, Fabrizio avrebbe voluto provare e si era messo in attesa per infilarmelo, anche lui, in bocca, ma Salvo non gli aveva voluto cedere il posto.
– Sto venendo, compà – e nemmeno aveva finito di dirlo che aveva cominciato a venire, a schizzi caldi e violentissimi, sui miei occhi, sul naso, sui capelli, poi mi aveva aperto le labbra e me lo aveva ricacciato dentro, affondandomelo fino a quando non gli si era ammosciato e io non avevo ingoiato fino all’ultima goccia del suo seme.

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