Quelle strane voje

“E daje, sbrigati a venì, sborra su”.
Elena era una ragazza schietta e senza ombra di dubbio pratica. Diciannove anni appena compiuti, mora, con i capelli lisci, lunghi fino alle spalle, un corpo ancora acerbo, ma già definito, il seno piccolo ma “spudorato” che spesso metteva in risalto senza indossare il reggiseno; un sederino piccolo e tondo che, data l’età, stava su neanche fosse stato finto, due gambe lunghe non troppo tornite e carnose ma longilinee e aveva già imparato a prendersi le sue soddisfazioni.

“Devo tornà a casa pe cena, sò quasi le otto, dai, lo sai che poi mi padre s’incazza”.
Aveva il cazzo di Simone in mano e lo stava masturbando velocemente, nascosti tra le lenzuola stese nel la terrazza del condominio.
“Ecco, ecco, damme ancora un secondo, dai, sega veloce, ecco ecco, vengo, vengo…”.
Il getto fu prepotente, imbrattò tutta la mano di Elena, che poi prese a massaggiare lentamente il glande, quasi con delicatezza, quella che non aveva avuto quando pochi minuti prima gli chiese di masturbarlo.

Simone era un bel ragazzo, anche se non aveva ancora compiuto vent’anni non aveva nulla da invidiare molti coetanei. Biondo, magro, un accenno di pelo intorno al pube, fisico asciutto e tonico, e con un cazzo già bello sviluppato che faceva il suo dovere egregiamente.
“Ammazza, oggi hai proprio sborrato ‘na cifra, tiè, guarda qua. Cazzo non c’ho nemmeno i fazzoletti”.
“E beh? Allora leccatela, come se nun te piacesse”.
Elena avvicinò la mano alla bocca, la guardò, tirò fuori la lingua e iniziò a leccare tutto.

Dopo pochi istanti la mano era lucida e pulita.
“Ecco, tiè, va bene cosi?” Mostrando la mano a Simone quasi in gesto di stizza.
“Ora però baciame stronzo”.
Simone si protese verso di lei e si baciarono. Più che un bacio fu una vera e propria pomiciata al sapor di sborra.
“Ma che non ti conosco? Lo sei che sei un maiale, per questo ti adoro”.
Si alzò velocemente e schizzò via per la porticina e poi per le scale.

Simone rimase ancora qualche minuto, col membro di fuori e i pantaloni calati, a godersi quel venticello serale di fine maggio, accendendosi poi una sigaretta per fumarsela in santa pace.
Pensava che il rapporto con Elena sarebbe stato appagante per molti della sua età, ma per lui quelle fugaci seghe, quei veloci bocchini che ogni tanto gli faceva, quei strusciamenti sulla sua fighetta ancora vergine, non erano proprio il massimo, sentiva che mancava qualcosa, non era solo una questione di penetrazione, per lui mancava proprio qualcosa di più, quel qualcosa che l’avrebbe fatto godere al di sopra di ogni altra cosa, cercava proprio un vero e proprio orgasmo mentale.

Quella stessa sera a letto dovette masturbarsi ancora per calmarsi e per riuscire a dormire tranquillo.
La mattina la sveglia suonò alle sette e trenta, implacabile e perentoria.
Partivano da casa insieme, andavano pure nella stessa scuola e nella stessa classe, si conoscevano fin da piccoli e i loro genitori li avevano segnati allo stesso asilo, la stessa scuola elementare, le stesse medie, e lo stesso liceo, fino a quel momento avevano passato più tempo insieme loro due che un paio di scarpe.

“Dai, datte ‘na mossa, che famo tardi”.
Simone era già sul motorino acceso e come ogni sacrosanta mattina Elena era scesa in ritardo.
Casco in testa e via.
“Che c’hai stamattina? Te rode? Te sei svejato col cazzo storto?” Certo Elena non era proprio una contessina, ma in borgata era un po’ come essere in un paesino, il dialetto e la scurrilità prendevano spesso il sopravvento sull’italiano.
“No no, pensavo…”
Non disse più nulla fino all’arrivo a scuola.

Scesero velocemente, lei entrò e lui, appena legato il motorino, la seguì in classe.
Durante l’intervallo fu lei ad avvicinarglisi.
“Allora? Se po’ sapè che te pija?”
“Ma niente, tranquilla, è solo che me so mpò scojonato”.
“Scojonato de che? Che è che nun te sta bene?”
“Pensavo a noi due, è ‘na vita che annamo avanti a pippe e bocchini, lo sai che vorrei annà avanti”.
“Guarda che se te riferisci alla figa, lo sai che nun me va.

Me pare che quarche mese fa ne avevamo già parlato e la cosa te stava bene anche cosi. ”
Simone scosse la testa.
“Ma si, però pure te, poesse che non te viene mai la voja de fa altro?”
“Guarda ciccio, che a me de voje me ne vengono tante in testa, ma non è che poi le faccio”.
“E perché no? Cazzo, dimosele e magari se potemo pure divertì de più”.

“Vabbè, però non adesso”.
Simone guardò Elena con rinata speranza, non aveva capito bene cosa nascondesse dietro quel discorso, ma quelle parole… “de voje me ne vengono tante in testa…” non riusciva proprio a cancellarle.
All’uscita di scuola, la aspettò già a cavallo dello scooter, lei arrivò e partirono, destinazione casa.
In motorino riuscirono a scambiarsi poche parole, lei lo stringeva sui fianchi, si appoggiava a lui, sembravano proprio due fidanzatini.

Arrivarono a casa, scesero nel box dove Simone parcheggiava lo scooter.
“Oddio Simò, me la sto a fa sotto, non ce la faccio più”.
“Dai resisti ancora un po’, al limite intanto sali, finisco di legà sto coso e salgo pure io”.
“No no, non resisto, oddio, la faccio qui”.
“Come la fai qui? Ma che sei matta?” Furono le parole di Simone mentre già Elena si stava sbottonando i jeans e si stava accovacciando dietro una colonna.

Lui la guardava, lo spettacolo era molto eccitante.
Elena si abbassò i jeans e gli slip fino alle caviglie, si accovacciò tenendoseli e iniziò a fare pipì.
“Ma lo sai che ‘sta posizione mi piace proprio?”
“Ah si? Solo perché mi vedi la figa, a te piace guardalla”.
“No no, è perché stai proprio ad artezza der cazzo!”
“Porco!, Saresti capace pure de tirattelo fuori!”
Nella testa di Simone shittò qualcosa.

E se quella fosse stata una delle voglie di cui Elena parlava quella stessa mattina?
Si era eccitato, si avvicinò alla sua faccia, si slacciò i pantaloni e se lo tirò fuori.
“Ma che fai? Allora pensi proprio che sò ‘na zoccola!”
“E zitta, stai ferma”. Prese la testa di Elena fra le mani e glielo spinse in bocca di botto.
“Mo, me fai un bel bocchino”.
Elena sputò sul cazzo di Simone, spalancò la bocca e lo prese immediatamente fra le sue labbra.

“Cazzo, siii, così, dai… succhialo”.
Simone la guardava fare su e giù, la teneva forte, una mano sulla testa mentre le accarezzava i capelli e l’altra sul collo per spingerla a se.
Gli unici rumori che si sentivano erano quelli della saliva di Elena che pompava quel cazzo già bagnatissimo e i sospiri di Simone.
L’odore della pipì a terra era forte e, nella loro testa, quello era l’odore più eccitante che avevano mai sentito.

Elena prese a masturbarsi, rimanendo accovacciata allargando sempre di più le cosce. Una posizione oscena che le permetteva di infilare bene le dita dentro la figa. Quasi si strappava quei pochi peli che aveva per quanto se li tirava per godere.
Poi lasciò il cazzo di Simone e si alzò di botto.
“Senti che buon sapore di figa, porco”. Strofinando la mano sulla sua bocca.
Simone istintivamente aprì la bocca e tirò fuori la lingua.

“Mamma mia che bono, cazzo quanto me piace”.
“Dai lecca, puliscimi la mano, anzi, vieni qua, lecca mejo”.
Prese Simone per le spalle e lo fece abbassare, si sfilò bene gli slip e li strofinò sulla sua faccia, poi si appoggiò alla colonna e si mise un dito in figa tirandola all’insù.
“Leccamela, scopame de lingua”.
Simone non se lo fece ripetere due volte, afferrò Elena per le chiappe e affondò la faccia fra le sue cosce, tirò fuori la lingua cercando di raggiungere la parte più profonda della sua figa, cominciò ad imitare nei movimenti la penetrazione vera e proprio, affondandola ritmicamente.

“Cazzo, godo, godo… c’hai la lingua che sembra un cazzo Simò, spingi, spingi”.
Elena godeva in quella posizione. Il posto, la possibilità di essere beccati da qualcuno e l’odore che c’era, amplificavano quel momento e la facevano sentire lasciva e piena di libidine.
“Bevi Simò, bevi…” Elena riprese a fare pipì direttamente sulla faccia di Simone.
Lui continuava a muovere la lingua, anche quando la pipì iniziò a riempirgli la faccia e la bocca.

Riusciva a sentire ogni umore, quel liquido aveva un non so che di magico, un sapore che non aveva mai sentito prima, e mandava giù tutto, cercava di berne il più possibile mentre Elena era in preda a spasmi, shittava, il corpo le tremava; era il segno di un orgasmo potente.
Simone rimase in ginocchio, continuava a leccarsi le labbra e con la lingua cercava di assaporare le ultime gocce direttamente dalla figa di Elena, lei gli strinse la testa verso il corpo, aveva brama ancora di quella lingua e soprattutto stava ancora godendo, un orgasmo cosi non lo aveva mai avuto.

Simone la guardò, gli occhi di Elena erano brillanti, aveva uno sguardo profondo, quegli occhi neri riflettevano un’ingorda voglia di godere ancora e ancora.
“Dammi il cazzo, lo vojo, scopame qui”.
Simone si alzò in piedi, girò Elena, la spinse contro la colonna con violenza, quasi non si riconosceva e non riconosceva neanche lei. I due erano ormai entrati in un vortice che li lasciava disorientati ben lontani da un’uscita.
“Cazzo Ele, te sfonno!”
“Maiale, sei proprio un maiale, scopame forte, me sento troia, daje… affonda sto cazzo duro”.

“Tiè puttana, te sfonno, te sfonnooo…”
L’aveva ormai completamente bloccata alla colonna, con le mani le teneva il culo aperto mentre affondava il cazzo in quella figa così bagnata, aperta. La posizione era proprio da “scopata porca”, cosi l’aveva sempre immaginata Simone, una scopata da film porno, senza vergogna.
Prese Elena per i capelli, li strinse in una mano e con l’altra le schiaffeggiava il culo.
“Toh, troia, sei ‘na cavalla, pialo tuttoooo”.

“So na troia, so na troia, so na troia!” Riusciva a dire solamente.
“Porca, te piace così?”
“Siii cazzo… me piace, me piace, non te fermà”.
Continuò a montarla ancora e ancora, avrebbe voluto godere all’infinito.
“Cazzo Ele, vojo venì”.
“Non me venì in figa, fammela beve, la vojo”.
“Dai abbassate, che mò te faccio beve”.
Elena si riaccovacciò subito e riprese il cazzo in bocca, questa volta lo ingoiava ancora meglio, arrivava fino alle palle, rimanendo ferma, muovendo solo la lingua all’interno della bocca, poi la fece uscire piano solleticando le palle di Simone.

Nel frattempo continuava a masturbarsi violentemente, infilando ora tre dita. Per terra aveva fatto un altro lago, la sua figa continuava a colare di umori, sembrava una fontanella.
“Eccola Ele… eccola, ti sborro in golaaaaaa”.
Elena riuscì solo a guardare Simone negli occhi quando sentì il primo fiotto, poi un altro e un altro ancora, il sapore del cazzo ora era proprio diverso, gli umori di entrambi si erano completamente mischiati su quell’asta che adesso spruzzava fuori tutta la sua passione.

Non voleva sprecare neanche una goccia di quel nettare, ingoiò il primo fiotto, poi il secondo e infine il terzo. Rimase ancora con il cazzo infilato in bocca, stava succhiando, cercava di catturare fino all’ultima goccia, leccando poi il glande con delicatezza, sentendo i piccoli spasmi di Simone.
“Cazzo Ele, si… mmhh… pulisci, pulisci”.
“Ma lo sai che ‘sta vorta aveva un sapore diverso?” Disse Elena, lasciando il cazzo penzoloni, completamente pulito.

“E ti credo, sapeva della tua figa, non poi capì quanto cazzo eri bagnata”.
“Lo so, lo so, non mi ero mai arrapata così”.
Si abbracciarono stretti e si baciarono.
“Aho, ma che cazzo state a fa?”
Era la voce del Rossi, quello del primo piano, che, sceso per prendere la macchina si trovò davanti i due, avvinghiati, lui con i pantaloni e le mutande calati alle caviglie e lei quasi nuda.

Senza dubbio uno spettacolo eccitante, ma non per il Rossi, che era notoriamente un grandissimo bacchettone, con una moglie che assomigliava più ad una busta di fave che ad una donna.
“E secondo lei che stamo a fa? Avemo appena finito de facce ‘na bella scopata”. Quasi gli urlò Elena, ancora con le braccia al collo di Simone, tenendo stretto il suo maschio.
Simone era immobile, non sapeva se ridere o piangere, doveva aspettarsi che qualcuno li avrebbe visti.

“Anzi, lo sa che c’è? Che c’ha avuto pure sfiga, se scendeva prima se gustava un bello spettacolo”.
“Ele, ma che cazzo dici?” Rimbrottò Simone che intanto stava cercando di ritirarsi su mutande e pantaloni.
“Beh? Perché? Non c’ho ragione?” Replicò Elena che si staccò da Simone, girandosi davanti al Rossi, allargandosi con la mano la figa ancora bagnata.
“Guardi che bella fighetta umida che c’ho! Le piace?”
Elena aveva lo sguardo di fuoco, il suo spirito di esibizionista latente aveva ormai preso il sopravvento, anche con il Rossi che rimaneva impalato di fronte ai due, con la bocca aperta, ammutolito dalla spavalderia di quella ragazzina.

“Ma, ma… cazzo fai? Rivestite”. Le disse Simone.
“Ma dai? Non lo vedi il porco come guarda? Avrà pure il cazzo duro sotto i pantaloni”.
Il Rossi, un uomo sui cinquant’anni, brizzolato, vestito sempre di tutto punto, irreprensibile e considerato come uno degli uomini più seri di tutto il condominio d’improvviso cambiò aspetto.
Iniziò a sudare, le pupille gli si erano dilatate, il respiro ingrossato e affaticato.
Buttò a terra la ventiquattrore che reggeva in mano e si afferrò la zip dei pantaloni, la abbassò e tirò fuori quella che probabilmente si potrebbe definire una proboscide.

Senza abbassarsi i pantaloni, era lì, davanti a loro, con il cazzo che gli ciondolava, mezzo duro, completamene scappellato, una bestia di venti centimetri buoni di una larghezza consistente.
Se lo prese in mano, lo agitò, dondolandolo davanti ad Elena.
“Mecojoni che cazzone!” Esclamò Elena.
Il Rossi finalmente parlò.
“Allora troia, sei seria o sei tutte chiacchiere? Se dici che mi sono perso un bello spettacolo, fai il bis e vediamo se mi fai divertire”.

Elena guardò Simone, che rimaneva impalato mentre con una mano si reggeva le mutande a mezz’aria e guardandolo iniziò ad avvicinarsi al Rossi.
Arrivata davanti all’uomo, allungò la mano e strinse quel cazzo così largo, continuando sempre a girarsi verso Simone.
“Guarda Simò, che dici? Lo faccio divertì a sto vecchio maiale?” Tenendo il cazzo stretto in una mano e massaggiandogli il glande con l’altra.
Simone lasciò cadere di nuovo le mutande, il primo istinto fu quello di toccarsi il cazzo, che stava tornando duro; del resto, davanti quella scena non si poteva rimanere impassibili.

“Dai bella, fammi sentire come succhi un vero cazzo”.
Elena si piegò a novanta gradi, porse il culo verso Simone che ormai era tornato bello sull’attenti e prese il cazzo dell’uomo in bocca, iniziando ad insalivarlo come una professionista del mestiere.
“Certo che voi ragazzine siete proprio brave col cazzo in bocca”.
“Dovresti vedermi col cazzo in figa come sò brava!” Mugugnò Elena senza staccarsi dal cazzo.
“Allora proviamo và!”
Il Rossi fece alzare Elena, ma non la fece girare, la prese in braccio, la alzò di peso e la fece infilare di prepotenza sul suo cazzo durissimo e bagnato.

Appoggiò appena il sedere sul cofano di una macchina per non perdere l’equilibrio, teneva stretta a se Elena facendola andare su e giù impalandola.
“Oh Cristo… siii… cazzo come lo sento tuttoooo… oh madonna”.
Urlava Elena con la testa piegata all’indietro; sembrava quasi indemoniata mentre con tutto il peso del suo corpo si lasciava cadere su quel cazzo e lasciava poi che l’uomo la sollevasse di nuovo. I movimenti erano ritmici, prepotenti e lascivi.

Simone era imbambolato, ormai aveva iniziato a segarsi, muoveva la mano sull’uccello velocemente.
“Ti piace come scopo la tua ragazzetta?” Oppure ti seghi guardando il mio cazzo?”
A dire il vero neanche lui sapeva cosa stesse guardando sul serio, se la sua Elena che galoppava come una furia, contorcendosi e mugolando, oppure il grosso cazzo del Rossi che allargava la figa di Elena ad ogni spinta.
“Dai vieni qua pure tu”.

Il Rossi fece scendere Elena e la fece inginocchiare.
“Dai troietta, riprendimi a succhiare il cazzo, e tu, invece di stare li impalato, vieni a vedere da vicino come succhia il cazzo”.
Simone annuì e si avvicinò ai due.
Elena era davvero brava a succhiare un cazzo, e Simone ne stava prendendo coscienza sempre di più, ora era vicino a lei, anche lui inginocchiato, di fianco la sua faccia, sentiva il rumore dello scorrere della lingua sulla cappella, l’odore della saliva, della cappella bagnata di umori.

Si stava segando come un pazzo, dava colpi profondi al suo cazzo, scappellandolo quasi all’estremo, mentre il Rossi sghignazzava e premeva la testa di Elena contro di lui.
“Perché non lo assaggi pure tu adesso?” Disse il Rossi di colpo.
Elena si staccò leggermente e mentre continuava a dare piccoli e leggeri colpi di lingua alla cappella, strinse forte il cazzo nel pugno e lo puntò verso Simone.
“Che c’è? Ti vergogni? Dai…”
Elena mentre continuava a leccarlo, non sembrava affatto contrariata dalla richiesta dell’uomo, anzi, invitava Simone a provare qualcosa di nuovo.

Lui non ne era disgustato, anzi, quell’odore lo intrigava, la vista di un cazzo cosi da vicino lo eccitava anche se non si sentiva gay e non era mai stato attratto da uomini o amici.
D’un tratto socchiuse le labbra e le appoggiò alla cappella del Rossi, Elena intanto lo reggeva, era lei che lo muoveva e lo premeva sulle labbra di Simone. Poi entrò
Il cazzo gli invase la bocca, lo scavava ma non riusciva a muoversi, non riusciva nemmeno a muovere la lingua all’interno, si sentiva impacciato e fuori dal suo consueto ruolo.

Elena, che vide il suo goffo tentativo, corse immediatamente in suo aiuto.
“Dammi qua, che ti faccio vedè io”. Riprese il cazzo in bocca e ricominciò a sbocchinarlo.
“MMpphhfff… ggghhfff… ggghhfff…” Affondandolo bene in gola.
“Ecco come si fa”. E ripresentò il cazzo a Simone che questa volta, tentando di imitare Elena approcciò in maniera diversa e riuscì a cavarsela molto meglio, leccandolo ai lati, arrivando alla cappella e leccandola piano, succhiando il glande con calma per poi affondare la bocca, stringendo bene.

“AAhh… vedi che ti piace pure a te? Sei bravo sei, continua, continua”.
Elena si stava “distruggendo” la fighetta, ormai si stava masturbando con tre dita, per terra c’era un lago di umori, stava godendo davvero per la prima volta, soprattutto anche per la vista di Simone che stava facendo il suo primo pompino.
“Mi fai venire, mi fai venire… continua bello, cosi…”
Appena finì di dire quelle parole, il Rossi prese la testa di Simone, la strinse contro se stesso e venne.

“AAhh siiii, godooo”.
Simone si sentì pieno, la sua bocca quasi esplose, a stento riuscì a trattenere tutto quel seme.
“Aspè, aspè. Non sputà, baciami Simò”.
Elena si avventò contro la bocca di Simone, appoggiò le labbra alle sue e lo baciò.
Le passò la sborra del Rossi, che Elena mandò giù come fosse del miele.
“Mamma mia che bona…” E poi si piegò sul cazzo per pulirglielo.

“Proprio bona”.
“Ammazza ragazzi che maiali che siete, bravi bravi, oggi ci voleva proprio”. Disse il Rossi, ancora col cazzo penzoloni e lucido della saliva dei due ragazzi.
“Ora però vado, mia moglie mi starà aspettando, ci vediamo in giro…” Facendo un occhiolino indirizzato ai due per poi girarsi, rimettersi a posto il cazzo e allontanarsi verso la porta che dava sulle scale.
Simone era ancora a cazzo duro, aveva fato una cosa che non avrebbe mai neanche immaginato e davanti a Elena poi.

Lei invece, ormai totalmente trasformata, guardò il cazzo di Simone e senza dirgli nulla ci si avventò contro.
“Dai, dai, dammi ancora sborra, oggi vojo fa proprio il pieno, schizza Simò, schizza!”
E Simone schizzò ancora, tutto nella bocca di Elena, riuscì solo ad emettere un suono strozzato di goduria.
“Quant’è buona la sborra, mamma mia, e chi riesce più a fanne a meno ora”.
Dopo qualche secondo, Elena era già in piedi a ritirarsi su gli slip e a cercare di ripulirsi la faccia, Simone ancora stordito era ancora fermo, non riusciva a riordinare le idee, ne tantomeno calcolava che era arrivata l’ora di riordinarsi e di andare via.

“Mamma mia, me sò proprio divertita oggi”.
“Ma erano queste le voje che dicevi che te passano in testa?” Le disse Simone.
“Beh… te che dici? Non me dì che non t’è piaciuto pure a te! Anzi, me pare che tutto sommato te sei divertito abbastanza”. Disse Elena, accostando il pugno alla bocca e mimando il gesto del pompino, mentre gli faceva l’occhietto.
“Dai, adesso annamo che è tardissimo”.
“Va bene Ele, ma poi vojo scoprì altre voje, che so troppo curioso”.

“Se, se… ce credo”.

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