Maria Cristina

Mi faccio chiamare da tutti gli amici Francesca. Il nome di Maria Cristina lo utilizzo solo quando svolgo le mie funzioni di magistrato.
Francesca è il mio alter ego, serve per raccontarmi e narrare la mia “educazione sentimentale”, visto che ho un marito molto geloso e due bambini. Il mio lavoro mi consente, appena lo voglio, di scegliere gli uomini più belli, che apprezzano le mie lunghe gambe, la mia eleganza ed il mio fondoschiena.

Avendo in casa un altro magistrato, in odore di promozione a Presidente dei G. I. P. , ho l’assoluta disponibilità del mio stipendio che se ne va tutto per le mie cure di bellezza, massaggi, trattamenti al volto, cura delle gambe, depilazione e tutto quello che serve ad una donna per presentarsi al meglio.
Ovviamente, tutto il mio stipendio è impiegato anche per comprare vestiti griffati e scarpe con calze, cose di cui vado veramente pazza.

In filarsi un paio di collant , dopo una ceretta, fatta con crema al miele, sentire la seta o il collant setificato che scivola fino alla mia gattina , mi porta quasi sempre a concludere con una grande masturbazione. Poi, però, devo quasi sempre correre in tribunale e, vivendo in una città come Napoli, non è facile arrivare puntuale.
Così, non indosso quasi mai le mutandine e gli slip, lascio che l’odore della mia gattina si spanda per tutta la macchina di servizio e, sono convinta, faccio eccitare così anche il primo uomo che incontro nella mattinata: il mio autista di servizio.

Chissà se, un giorno, per farlo arrossire, gli svelerò che ho capito la sua perversione ed il desiderio di bere il mio succo afrodisiaco, e gli spalancherò le gambe con collant Wolford sotto il vaso e sotto il Tribunale per costringerlo a lecccarmi e per licenziarlo, ricattandolo dicendo che aveva iniziato a violentarmi. In quella occasione avrò tutti dalla mia parte, giudici ed avvocati. Nessuno potrebbe prendere le parti di Edoardo, il mio autista, visto che ho un potere seduttivo su tutti e con qualcuno ci sono anche finita a letto.

Mi piacciono molto i collant della Wolford e, possibilmente quelli color visone, o castoro, anche se le migliori marche tendono a vendere i loro colori moda e quindi per essere fashion, acquisto quello che mi propone la mia fidata commessa, Tina. Per l’acquisto delle scarpe ho invece un commesso che mi ha già dichiarato la sua sottomissione al mio piede, taglia trentasette, quando mi propone e mi fa indossare le scarpe più costose, e alla moda, del negozio che è nel centro di Napoli.

Non gli lascio mai toccare troppo i miei piedi che lui, disperatamente. cerca di annusare. Anzi, una volta, appena indossate le scarpe che avrei comprato, gli diedi un calcio al volto, fingendo di essermi distratta , perchè andavo di fretta mentre il mio autista, parcheggiando in modo assurdo la macchina blindata, aveva bloccato ogni ingresso per quella strada. Quella mattina tutti i negozi di quella strada erano per me, io ero la principessa dello shopping e mi sentivo come la principessa Pignatelli, libera di fare ogni cosa.

Feci in tempo a scusarmi con il commesso che stava perdendo un po’ di sangue dal naso a causa del mio gesto “sgraziato”, ma fu lui a scusarsi con me, parlando di una, sconosciuta, fragilità capillare.
Questo posto mi fa sentire come una dea moderna, onnipotente e riverita da tutti.
Mi ritengo orgogliosa e sprezzante, fiera dei miei primi quaranta anni e della sudata laurea in giurisprudenza, conseguita all’età di ventitrè anni e con il massimo dei voti.

Dal momento del conseguimento della laurea in poi, ebbi la sensazione che avrei potuto avere tutto dalla vita.
Da modesta figlia di insegnanti, si svelarono, all’improvviso, i miei obbiettivi professionali. Se avevo ben chiara la strada da percorrere per la carriera, avevo già fatto un lungo percorso nella conoscenza del sesso maschile.
La mia parte esibizionista e trasgressiva venne subito fuori. Avevo conosciuto l’anatomia dei maschietti sin dai giochi che facevamo da bambini.

Utilizzavo la componente esibizionista della mia indole per essere sempre vicino ai miei amichetti e così iniziarono, verso i dieci anni, le prime esplorazioni genitali.
Rispetto alle mie amiche che potevano permettersi di praticare nuoto e ginnastica artistica, la mia condizione economica mi rendeva una ragazza alta ed un po’ sgraziata nelle forme.
Insomma camminavo, sempre, senza scarpe con i tacchi, e sembravo un fenicottero; indossavo pantaloni molto economici e scarpe da ginnastica.

Così mentre la mia prima giovinezza si divideva tra il desiderio di esplorare la sessualità ed esaltare le mie forme ed un corpo, coperto male, da vestiti poco costosi, che tradivano più l’aspetto di una beghina, frustrata e restia ad ogni volontà di contatti con l’altro sesso, l’adolescenza si stava burlando di me.
Da brutto anatroccolo, fenicottero sgraziato, nelle forme e nel portamento, osservavo le mie compagne di classe che diventavano donne ed arrotondavano le loro forme per le attività extra-scolastiche che svolgevano.

Queste amiche, osservate da me con molta invidia per la sicurezza che ostentavano e le famiglie nobili e potenti che le proteggevano e garantivano loro una eccezionale istruzione, alle scuole medie iniziarono a truccarsi e ad indossare abiti corti e le prime minigonne per tirarsi dietro quanti più sguardi maschili potevano.
I corteggiamenti iniziavano, ma io ero tagliata fuori, anche alle feste cui venivo invitata.
Quasi alla fine della seconda media, ebbi il mio primo ciclo; diventai, con mia grande soddisfazione, una signorina che assiste, giorno dopo giorno, alle continue metamorfosi del proprio corpo.

Piano piano, il mio seno cominciò a prendere forma, nel giro di pochi mesi arrivai ad avere una terza taglia davvero graziosa.
I miei due seni erano davvero due calici da cui i miei compagni di classe avrebbero sorseggiato ogni sorta di liquido, i miei capezzoli somigliavano a due fragranti ciliegine che stimolavano baci e leccatine. Ma, oltre a contemplare questi due seni nello specchio della mia stanza da letto e a farli toccare e assaggiare a qualche mia amica, il primo fidanzatino non arrivava.

Fui contenta di non essere più piatta e avrei ringraziato ogni divinità, di ogni misterioso pantheon, per le mie due nuove “bimbe”.
Oltretutto, immaginate queste due creature, che praticamente avevano vita propria, su una tipetta molto alta.
Quell’estate feci la felicità delle mie amiche che alla vista di quella novità, come se avessero visti degli alieni, non facevano altro che chiedermi di mostrarle. È inutile dire che passai tutta l’estate cercando di coprirmi, come se, anche con il costume da bagno, a mare mi sentissi nuda e osservata da tutti.

Il ritorno in città invece, quell’anno, mi fece particolarmente piacere anche perché non vedevo l’ora di mostrare alle mie compagne di classe la mia novità. Infatti, dopo un paio di giorni di scuola, come per incanto, grazie alle mie tette, entrai nel gruppetto delle ragazzine più invidiate da tutti. Non è che all’improvviso fosse diventata bella, ma in breve tempo mi resi conto che i maschietti soprattutto a quell’età sono particolarmente attirati da certe forme.

Io, però, in quel gruppetto di ragazze proprio non mi sentivo a mio agio, loro parlavano di baci con la lingua, di toccatine, eccetera, io ero completamente a secco di tutto ciò che riguardava la parola sesso.
Il mio massimo era stato un bacio a stampo che il più brutto della classe, con l’apparecchio ai denti, e gli occhiali spessi, mi aveva dato in seguito al gioco della bottiglia. Loro, le mie amiche, parlavano di toccarsi la gattina e di provare piacere.

Io ci provavo a casa, ma non succedeva niente. Mi chiedevo se fosse un problema soltanto mio, per questo ascoltavo con attenzione i loro consigli, le loro lezioni.
Poi venne il giorno della festa di Giulia, una mia compagna di classe. Come al solito mi preparai, per modo di dire, alla mia maniera, cioè scarpe da ginnastica, jeans e camicetta,
A questa festa le mia compagne di clesse si divertivano, ammiccavano con i compagni di classe più carini, io cercavo goffamente di stare loro indietro, ma con risultati molto scarsi.

Ad un certo punto, chiesi alla padrona di casa dove fosse il bagno, lei fece un cenno al fratello di aiutarmi. Questo ragazzo aveva all’epoca circa quindici anni, partecipava alla festa della sorella e naturalmente era guardato, essendo più grande, un po’ da tutte. Facemmo il corridoio insieme, poi mi aprì la porta del bagno, la richiuse ma entrò con me.
Lo osservai interdetta: dovevo fare pipì, forse non aveva capito. Ma lui mi prese per mano e mi fece sedere sul bordo della vasca da bagno, mettendosi a fianco a me.

“Ti stai divertendo?” mi chiese, ed io gli risposi di sì, mentre cominciava questo strano scambio di parole, sentì che il suo braccio saliva sulla mia spalla. Non mi era mai successo niente del genere, non sapevo come comportarmi, rimasi bloccata tra il terrore e lo stupore di ciò che stava succedendo. La sua mano in pochi secondi entrò nella mia camicetta, prima mi accarezzo’ un po’ sopra il reggiseno, poi mi prese un seno, cominciò a toccarlo, a massaggiarlo.

Io diventai rossa ma, mano a mano che toccava, provavo una sensazione mai provata fino ad allora.
La camicetta era chiusa, ma lui aveva fatto uscire entrambi i seni dal reggiseno e li palpava ansiosamente entrambi, con forza.
Quando cominciai a provare piacere, dalla mia bocca iniziarono ad uscire dei gemiti, silenziosi, che tradivano quello che stavo provando.
Lui ,in silenzio, continuando a toccare, si aprì il pantalone, prese la mia mano e la mise sul suo uccello in erezione.

Non ne avevo mai visto uno in vita mia, quando la mia mano lo toccò, sentii un brivido, ma nello stesso tempo non sapevo cosa fare.
Lui allora mise la sua mano sulla mia e cominciò a farmela muovere sul suo coso. Io, quasi in maniera automatica, continuai da sola quel gesto, per me assolutamente nuovo, senza sapere cosa stessi facendo.
Però scrutavo la sua faccia, vedevo che anche lui provava piacere proprio come me, così continuai.

Intanto mi resi conto che la mia passerina si era bagnata: avevo avuto il mio primo orgasmo.
Ma proprio mentre prendevo atto di questa situazione, lui si alzò di shitto, andò verso il gabinetto e, dopo pochi secondi, cacciò fuori un liquido bianco. Io al momento pensai che stesse male; non avevo assolutamente idea che quello fosse sperma e che avevo contribuito al suo piacere.
Lui si pulì, mi sorrise ed uscì dal bagno.

Io rimasi un po’ di minuti da sola a pensare a tutto ciò che mi era accaduto. Feci la pipì e tornai dalle mie amiche. Naturalmente non raccontare niente. La sera, però, tornata a casa, mi toccai e questa volta con mia somma soddisfazione ebbi il mio primo orgasmo solitario.
Avevo avuto il mio primo approccio con il sesso. La mia vita era cambiata.
Quella sorta di avventura nel bagno con il fratello della mia compagna di classe, mi aveva aperto un mondo nuovo.

Ero diventata grande, ero affascinata da quel piacere tutto nuovo che all’improvviso avevo incontrato. Quell’anno di terza media lo passai all’insegna delle scoperte insieme ad un mio compagno di classe che si mi dichiarò il suo amore.
Tra toccatine e maldestri tentativi di rapporti orali reciproci, a casa sua quando i genitori erano assenti, cercavo di crescere per stare al passo delle mie amiche più smaliziate. Anche se a dire la verità non è che raccontassi loro proprio tutto, visto che la mia timidezza e il mio pudore aveva spesso il sopravvento.

Oltretutto non è che fossi pariticolarmente fiera di raccontare della sua lingua che leccava la mia albicocca come un gelato, oppure della mia bocca che faceva appena in tempo a poggiarsi sul suo uccello che veniva subito.
Solo qualche anno dopo mi sarei resa conto che i ragazzini in fase di pubertà hanno questa sorta di eiaculazione precoce, per cui durano molto poco.
L’estate che mi trasportò dalle medie alle superiori, mi vide anche perdere la verginità.

Un coetaneo della mia comitiva, mi faceva da cavaliere quando uscivamo tutti insieme, portandomi sul suo motorino. Non era uno di quelli “esperti”, anzi se possibile era anche meno istruito della sottoscritta. Ci baciavamo, ci toccavamo, insomma stare insieme era piacevole per entrambi. Poi un pomeriggio si fece avanti chiedendomi di farlo, io tutto sommato non aspettavo altro. Diciamo che per me la verginità non è che avesse particolare valore, anzi era più un qualcosa di cui liberarsi il prima possibile.

D’altra parte ero sempre un passo indietro le mie amiche ma accompagnai questo ragazzo a comprare i preservativi.
Una di queste sere d’estate indossai, cosa rarissima, una gonna un po’ sopra il ginocchio; andammo sulla spiaggia e lui porto’ la chiave della sua cabina. Entrammo dentro, cominciammo a toccarci, lui come al solito mi ravanava le tettone come se stesse impastando la pizza. Infine lo vidi indossare il preservativo ed io mi tolsi le mutandine.

Mi appoggiò al muro, mi allargò le gambe e… nel giro di un minuto era tutto finito.
Non sentii dolore ma nemmeno piacere, lui mi guardò con un misto di soddisfazione e delusione visto i tempi brevi in cui si era svolta la cosa. Ci guardammo, sorridemmo comunque compiaciuti. Per il resto dell’estate lo facemmo ancora, non tante volte, senza dircelo capimmo che entrambi preferivamo toccarci e farci del sesso orale.
Ma a prescindere da tutto, lui è stato il primo a raccogliere il frutto succoso.

Il passaggio dalle medie al liceo è stato una svolta sotto tanti punti di vista. Il primo fra tutti e che mi resi subito conto di non essere femminile. Le mie compagne di classe erano già donne, si vestivano e si truccavano come io non sapevo fare. A differenza delle scuole medie però, mi inserii subito nel gruppetto delle ragazze più sveglie, un po’ perché ero simpatica, un po’ perché le mie belle tette erano un biglietto da visita prestigioso.

Il mio abbigliamento veniva sempre criticato, ma io non riuscivo ad andare oltre pantaloni, camice e maglioni larghi, anfibi alternate a scarpe da ginnastica. Per quanto riguarda l’abbigliamento intimo quasi mi vergogno a parlarne; ho sempre utilizzato delle comodissime mutandine di cotone, non ho mai capito come si possono indossare i perizoma, con quel filo che dà fastidio alle natiche. Rischiavo di assomigliare a Bridget Jones ma lo specchio, ogni mattino, mi restituiva l’immagine piacevole del mio seno che avrei voluto ostentare.

Erano seni proporzionati, pieni e morbidi al tatto, e passava delle ore a toccare la mia pelle di seta.
Ho sempre avuto una sorta di insofferenza per il reggiseno e così, soprattutto durante l’inverno, evitavo ed evito tutt’oggi di indossarlo. Per fortuna, le mie tette mi stanno ancora su.
Il sabato dovevo subire le angherie delle mie compagne che venivano a casa per vestirmi “come si deve” dicevano loro. Il “come si deve” significava scarpe con il tacco, trucco e scollatura.

Il tutto con il consenso di mia madre che, per tutta la vita, ha cercato di cambiare le mie brutte abitudini.
Ogni Natale dovevo fingere sorpresa quando mia madre e mia nonna mi regalavano completini intimi. Tra l’ilarità generale dovevo subire anche il coro “indossali, indossali”. Ma questo succede ogni anno, ormai nella mia famiglia era diventata una consuetudine, quasi come l’albero. Completini che ancora oggi giacciono nel fondo dei miei cassetti nuovi.

Durante gli anni del liceo ho avuto le mie storie, né poche. nè tante.
L’estate dei miei sedici o diciassette anni vide una svolta.
Avevo una comitiva bellissima fatta di molti ragazzi e ragazze e ci divertivamo da morire, quell’anno però non successe granché se non una sera, quando in seguito ad un paio di birre di troppo mi baciai e non solo con una mia amica.

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