Le mie storie (36) (seconda parte)

Lui si ricompone e mi dice che va in cucina a finire di preparare, io intanto tiro giù la gonna, abbottono (storta) la camicetta e mi avvio in bagno. Durante quel breve tragitto, incrocio con gli occhi tutta una serie di fotografie, la maggior parte delle quali, naturalmente, immortala la sua famiglia sorridente. Per fortuna arrivo alla porta giusta, me la chiudo velocemente dietro e mi siedo sul gabinetto. Mentre faccio pipì, ripenso a ciò che ho fatto qualche minuto prima.

Non ho tanti rimorsi, forse un po’ di rabbia, forse sapevo che sotto sotto volevo farlo anch’io da tanto tempo. Sono davanti al lavandino e mi sciacquo il viso come a voler scacciare via i brutti pensieri. Purtroppo per natura non sono una di quelle donne che non si fa scrupoli, anzi se ne fa fin troppi. Mi rendo conto di aver chiuso la camicetta in maniera sbagliata, aggiusto il tutto. Sono di nuovo presentabile, esco e vado nel salone dove trovò apparecchiato per due, all’angolo di un tavolo grande.

Saranno circa le 9:30, il televisore è acceso, dopo poco lui arriva con due piatti di ravioli con un sugo di pesce. Devo dire la verità, buonissimi! Sostiene di avervi cucinati lui, io ci credo poco. Mentre parliamo del più e del meno (senza nessun accenno a ciò che è successo prima), con il telecomando in mano, mi dice “perdonami ma devo vedere un posto al sole, è una mia debolezza lo so, ma lo seguo da sempre”.

Sorrido stupita, gli confesso che anch’io sono affezionata telespettatrice di palazzo Paladini. Per un attimo torno ad essere rilassata. Quei venti minuti di puntata, mi fanno tornare con la testa sul divano di casa mia, dove ogni sera mi godo la mia soap preferita. Poi finisce, commentiamo un po’ e lui va a prendere il secondo sempre a base di pesce. Mentre mangiamo ogni tanto sento la sua mano sul mio ginocchio che mi accarezza la coscia sinistra fino ad arrivare a fine calza.

Naturalmente abbozzo come se nulla fosse. Terminato il secondo, anche quello buonissimo, di mia iniziativa mi alzo, nonostante mi dica di no, prendo i piatti e li porto in cucina. Apro il vano della pattumiera per buttarne i resti, e con l’occhio scorgo il blister vuoto del Viagra. Di nuovo mi sale l’ansia, di nuovo ritorna la sensazione che avevo appena entrata in casa. Non voglio essere ipocrita, non è solo negativa come situazione, anzi sono proprio queste atmosfere proibite, sbagliate, che sotto sotto mi fanno eccitare, forse perché nonostante sia diventata “grande”, continuo a non saperle gestire del tutto.

Intanto sento la sua voce da lontano che mi chiede di prendere le fragole nel frigorifero. Ritorno nel salone con la frutta, intanto sono apparsi due bicchieri perfetti per l’occasione. Cominciamo a mangiare, poi lui prende una fragola e con la mano me la fa scivolare lungo la calza, sino ad arrivare alla mutandina. Sento la parte alta della mia coscia bagnata ed anche un po’ azzeccata per così dire, lui con la punta della fragola spinge contro la micia, protetta soltanto da quel leggerissimo velo di cotone scuro.

Sento un brivido fortissimo, chiudo gli occhi e lui sposta di lato il lembo dello slip e mi infila la fragola dentro. La muove un poco, la bagna bene bene, poi la tira fuori e dopo aver fatto finta di darla a me, la mangia lui con un sorriso beffardo. Io ricambio il sorriso un po’ arrabbiata e poi finisco il mio bicchiere. Mi sento ancora bagnata tra le gambe, mentre lui sparisce di nuovo per il dolce.

Ho bisogno del bagno, ma mi rendo conto che non posso assentarmi in quel momento. Il tempo di aggiustare per l’ennesima volta la gonna, che una torta meravigliosa ricotta e pere conclude la nostra cena. “Adesso è il momento di lavorare” mi fa. Lui si avvia nello studio, io vado nuovamente in bagno a ripulirmi la fica dalle fragole. Guardo l’orologio, sono circa le dieci, per un attimo ripenso a ciò che ho visto nell’immondizia; mi dico che magari lo ha preso prima che arrivassi io, dopo tutto non so quando fa effetto e per quanto tempo; tranne una volta, nessun uomo mi ha mai detto esplicitamente di averlo preso prima o dopo essere stato con me.

Arrivo nello studio, lui è già seduto con le carte davanti, io inizialmente sono in piedi, poi mi appoggio al bracciolo della sua poltrona seduta in maniera un po’ goffa (non so come tenere le gambe). Fortunatamente non se ne accorge (almeno spero) e continua a parlarmi di lavoro. Ogni tanto gira lo sguardo verso di me e mi sorride a mò di ringraziamento per il lavoro ed anche, immagino, per la serata. Intanto mi accorgo quasi contemporaneamente di avere quasi mezzo sedere da fuori (con in bella mostra il reggicalze) ed allo stesso tempo vedo che il suo pantalone si è improvvisamente gonfiato.

Faccio finta di niente, anzi mi alzo per aggiustare per l’ennesima volta la gonna, lui per l’ennesima volta mi tocca il culo, gira la poltroncina dove è seduto e mi tira verso di sé facendomi sedere sulle sue gambe. “Adesso un po’ di riposo” mi dice mentre la sua mano è già infilata tra le mie cosce fin su la mutandina. Io sorrido e sto zitta, anche perché davvero non saprei cosa dire. Sento l’altra sua mano che da dietro la schiena fa il giro fino ad arrivare al bottoncino della camicia che per l’ennesima volta si apre facendo prendere aria al seno destro.

Comincia a baciarmi sul collo mentre le sue dita sono dentro di me. Io ricomincio ad ansimare, poi con la mano destra gli apro la cerniera dei pantaloni e glielo impugno. È già duro, ma comincio a muoverglielo mentre lui continua a baciarmi il collo ed insieme il seno. Poi mi solleva un po’ dalle sue gambe, giusto per alzarmi la gonna del tutto e farmi sedere sul suo uccello, non prima di averlo spostato ancora l’elastico del tanga (che in questa situazione è comodissimo devo ammetterlo con sincerità).

Stiamo scopando un’altra volta, di fronte a me ho la foto della moglie che sorride, sposto lo sguardo verso il fondo della stanza, lui intanto mi ha completamente aperto la camicetta. Le mie tettone ballano su e giù, così come la sottoscritta. Lui aiuta i miei movimenti con una mano sotto al seno destro e l’altra sotto la coscia sinistra. Vengo di nuovo, lui intanto continua a scoparmi ancora per un po’, poi mi dice che sta per venire anche lui, ed io nonostante prenda la pillola, mi alzo e lo faccio venire sulle mie chiappe ed ahimè anche sulla gonna del tailleur.

Poi mi siedo nuovamente sulle sue gambe e con la mano finisco di far uscire quel che resta. Lui però nonostante sia appena venuto, mi sussurra nell’orecchio “ho già di nuovo voglia di te!” Io, resto un po’ stupita, ma poi non più di tanto. Mi sento il suo sperma un po’ dappertutto, mi rendo conto che con il mio culo ho sporcato anche il suo pantalone; poi penso però che un poco lo ha voluto anche lui.

Ho il mio braccio attorno al suo collo, lo accarezzo sulla guancia, quel po’ di barba incolta mi piace tanto, con il dito mi diverto a fargli il solletico proprio lá. Poi mentre sono bella rilassata, dal fondo dello studio suona il suo cellulare (appoggiato ad un mobiletto). Mi alzo, rimetto giù completamente la gonna, o quel che resta di lei, mi sposto per farlo alzare, mentre lui con i pantaloni ancora aperti, arranca verso il telefonino.

Capisco subito chi lo sta chiamando dal fatto che appena risponde si allontana dalla stanza. Purtroppo non lo fa abbastanza, perché pur non volendo, sono costretta ad ascoltare la conversazione. È la moglie. Dopotutto sono circa le undici e lui le aveva detto evidentemente che sarebbe andato a mangiare fuori. Sento che le dice che è nel bagno di un ristorante dove sta finendo di cenare con un amico. Scuoto il capo un paio di volte, detesto dannatamente le bugie, anche quando io sono la causa principale.

In questo momento detesto anche me stessa, ma purtroppo in alcune situazioni sono debole, e non è una giustificazione al mio pessimo comportamento. Mentre sto cominciando di nuovo ad abbottonare la camicetta, rientra con la patta dei pantaloni ancora aperta. “No, non chiudere la camicetta, voglio che resti con le tette di fuori”. Lo guardo un po’ contrariata, lui mi sorride ed io naturalmente lo accontento (purtroppo sono donna). Mi viene incontro mi bacia sulle labbra e mi agguanta un seno.

“Si vedeva che eri tettona, ma non credevo fino a questo punto” io rispondo come sempre “uno dei pochi regali di madre natura”. Lui sorride e gioca con il mio capezzolo. Poi mi prende per mano e mi porta di nuovo nel salone, sul divano. Comincia una frase con la quale mi dice dove e perché i suoi sono fuori. Non finisce neanche di pronunciarla che io lo prego di smetterla. Non è il caso, siamo adulti, sappiamo entrambi cosa stiamo facendo, sappiamo entrambi che cosa vogliamo, sappiamo entrambi che è sbagliato.

Allora si alza e si versa del whisky nel bicchiere, non offre anche a me ma io gentilmente rifiuto, non mi piace bere assolutamente. Torna a sedersi ma su una poltrona un po’ lontana da me, comincia a guardarmi in silenzio, sorride, io ricambio il sorriso ma non capisco dove vuole andare a parare. Mi dice di alzarmi, lo faccio, sono ancora con la camicetta aperta, “spogliati!” Mi dice, io rispondo “più di questo?” Facendogli notare che ho le tette completamente di fuori.

Lui con il dito indica la gonna, naturalmente lo avevo capito. In altri casi sarei terribilmente in imbarazzo, sono impacciata in queste cose, assolutamente poco femminile, come già detto in precedenza. Metto le mani indietro, apro leggermente la cerniera sulla schiena e faccio cadere a terra la gonna. Istintivamente metto subito le mani davanti, lui ride dicendomi che ho le mutandine. Gli rispondo che per me quelle non lo sono affatto, sono semplicemente un filo di stoffa decorativo.

Poi, assolutamente per caso, alzo lo sguardo e mi ritrovo a guardarmi allo specchio che campeggia dietro di lui. Per fortuna non riflette la parte bassa, ma arrivo a vedere l’elastico del reggicalze che mi cinge la vita. In quel momento mi rendo conto di essere praticamente nuda in un salone, e per di più con il mio “capo”. Ho un momento di assoluto terrore. Sono bloccata e non so che fare. Per un attimo ho il desiderio di fuggire via, di nascondermi, di tornare a casa dove mi sento a mio agio, dove mi sento protetta.

Poi però, quella parte di me un po’ più sfrontata riprende il comando (per fortuna). Lui mi fa segno di avvicinarmi, io lo faccio. Si apre il pantalone e lo tira fuori di nuovo duro. Lo guardo, decido di sfilarmi quell’inutile pezzo di spago, quando cade giù ai miei piedi mi rendo conto una volta di più di quanto sia piccolo. Adesso ho addosso soltanto la camicetta aperta. Faccio un passo verso di lui, ma lui inaspettatamente si alza, fa scivolare giù il suo pantalone, lo lascia sul pavimento, viene verso di me con l’uccello fuori dal boxer e la camicia azzurra abbottonata.

Con una mano sul culo mi indirizza verso il divano, dove dopo avermi fatto appoggiare le ginocchia sui cuscini e le mani davanti, comincia a scoparmi a pecorina. Lo sento dentro più duro di prima, i miei seni sfidano la forza di gravità ballando liberi a testa in giù. Stiamo facendo sesso per la terza volta ed io sono sempre più eccitata. Si ferma, mi gira e mi fa stendere sul divano; poi mi alza una delle due cosce e riprende dove aveva interrotto qualche secondo prima.

Con le mani gli apro la camicia, i bottoni superiori mi mostrano il suo petto con pochi peli ma con una cicatrice che tradisce qualche operazione della quale non ero a conoscenza. Con le ginocchia quasi al livello delle spalle, comincio a sentire montare il piacere tra le cosce sempre di più. Lui si butta con la bocca sui miei capezzoli, li lecca, li succhia. Mi scopa con forza ma senza esagerare. Vengo per l’ennesima volta! Lui invece sembra non aver proprio voglia di godere, dentro e fuori, dentro e fuori di me come se volesse sfondarmela.

Poi esce lo mette tra i seni e ricomincia a muoversi giocando contemporaneamente con le sue dita nella mia micia. Comincio ad essere stanca, dopotutto, quel peso addosso non mi è indifferente, lui non ne vuole sapere di venire, nonostante inizi ad essere di nuovo bagnata, mi brucia anche un po’ la micia. Allora prendo in mano la situazione, anzi a dire la verità in bocca, lo faccio stendere dalla parte opposta del divano e comincio a succhiarglielo, con il chiaro intento di farlo godere.

Faccio tutto il mio repertorio, ma gli resta duro ed immobile; poi salgo sopra di lui e ricominciamo a scopare. Se proprio devo soffrire almeno soffro godendo. Vengo ancora, poi mi sposto glielo prendo in mano e comincio muoverlo incessantemente. Adesso è quasi una questione di principio. Per fortuna lo sento ansimare sempre di più fin quando, finalmente, mi sporca tutta la mano. “Mi hai fatto fare una fatica enorme, la prossima volta te lo lascio duro” gli dico ridendo.

Lui mi dà ragione. Prendo quel che resta dei miei vestiti e per l’ennesima volta faccio visita alla sua toilette. Mi rivesto, sono stanca. Esco dalla stanza, è mezzanotte passata. Indosso la giacca del tailleur , prendo la borsa da lavoro, quella con le mie cianfrusaglie, il soprabito e non so neanche come riesco ad entrare nell’ascensore. Sono fuori dal palazzo, così come all’andata Napoli mi saluta, guardo il panorama e tiro il fiato: sono stremata.

Entro in macchina, ritorno velocemente a casa. Mi butto sotto la doccia calda, chiudo gli occhi e cerco di non pensare al brutto di questa giornata, alle barriere che ho voluto abbassare anche facendo una cosa sbagliata. Chissà perché non penso a quanto sono stata bene, forse per punirmi, forse perché non mi piace come mi sono comportata, eppure l’ho fatto. Pazienza. Prima di andare a dormire prendo il tanga, l’elastico dei autoreggenti e le calze e le infilo nell’angolo più nascosto del mio cassetto di intimo.

Forse per paura di doverli tirare fuori di nuovo.

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