Le mie storie (28)

Dopo tanto studio e tanti sacrifici, finalmente, grazie anche all’aiuto di mio padre che mi aveva segnalata ad un suo vecchio amico, avevo trovato lavoro. Naturalmente la mia cosiddetta “raccomandazione” non mi fece sentire in colpa neanche per un secondo visto il mio curriculum universitario e post. L’amico di famiglia anzi fu felicissimo di accogliermi al suo studio visto le mie credenziali. Non vi dirò che lavoro faccio, per una questione strettamente privata, ma è un lavoro di responsabilità e soprattutto per essere proprie sincere, dove almeno all’epoca, si faticava tanto e si guadagnava poco.

Io come ultima ruota del carro diciamo che inizialmente non godevo della fiducia generale; considerando che su dodici persone che ci lavoravano, c’erano dieci uomini, la segretaria e due donne soltanto, vi sarà facile immaginare l’ambiente maschilista nel quale ho cominciato la mia professione, e nella quale la sto proseguendo (anche se in maniera per fortuna diversa visto l’esperienza che ho accumulato negli anni).
Dal punto di vista della fauna umana, c’era un po’ di tutto: dal titolare (l’amico dei miei) ed il suo socio che avevano sulla sessantina (credo all’epoca fosse così), ai vari collaboratori che scendevano d’età fino ad arrivare alla sottoscritta ed un altro paio di coetanei.

La più giovane (tanto per cambiare) era la segretaria, molto carina e educata, che con simpatia ed eleganza respingeva quotidianamente gli assalti dei miei colleghi.
Inizialmente non è che intrapresi particolari rapporti di amicizia con gli altri. Mi trovavo bene con l’altra mia collega, che a memoria credo avesse una quindicina d’anni più di me; insieme durante la pausa pranzo scendevamo fare shopping, e spesso capitava di mangiare quel pasto veloce prima di tornare al lavoro.

I miei due coetanei inizialmente erano entrambi fidanzati; con loro spesso capitava di dover fare del lavoro fuori, per cui si scendeva insieme per andare nella folla degli uffici di Napoli. Ma tranne un rapporto lavorativo, non è che si fosse stabilito chissà quale feeling.
Poi accadde che uno dei due, dopo non so più quanti anni di fidanzamento, si lasciò con la compagna, e dopo il classico mese di lacrime, cominciò a tornare a caccia.

Sempre splendido con la segretaria, simpatico con la mia collega, maldestro con la sottoscritta, girava per lo studio in cerca di attenzioni. In tutta onestà (perché io lo sono sempre stata prima di tutto con me stessa, ma poi anche con gli altri) io lo avevo già notato appena entrata nello studio, ma naturalmente me ne tenevo ben lontana data la sua situazione sentimentale. Se a questo aggiungete che non è che mi sentissi esattamente a mio agio in un nuovo ambiente, soprattutto perché lavorativo, aggiungendo tutto ciò alla mia imbranataggine, non farete fatica a capire che non avessimo stretto chissà quale amicizia.

Però, come si sa, Napoli nella sua grandezza è una città piccola, quando si esce la sera, alla fine ci si conosce tutti. Così all’epoca mi capitò di uscire con lui (in compagnia di altre persone) più di una volta. Nel giro di un mesetto, ognuno di noi due abbassò le proprie barriere; lui si rese conto che dal punto di vista professionale ero molto preparata, per cui si instaurò un rapporto di collaborazione, piuttosto proficuo per entrambi.

Dal punto di vista della chimica fisica, invece, non sembrava esserci niente; nessuno dei due aveva mai manifestato all’altro una sorta di attrazione, di interesse. Certo anche se mi sembra pleonastico scriverlo, la miei esuberanza anteriore, come da sempre mi succedeva, era frutto di quotidiane battute da parte di tutti, anche lui.
E veniamo al fatto, a quello che voi lettori state aspettando dall’inizio di questa storia (siete stati proprio bravi se avete letto fino a qui).

Tutto successe un pomeriggio, anzi a dire la verità la mattina. Infatti arrivammo, in maniera del tutto casuale, insieme allo studio e nell’ascensore (lo ricordo ancora perché non mi era mai successa una cosa del genere), affollata di persone che dovevano smistarsi nei vari piani e nei vari uffici, quella mattina sentii la sua mano sfiorarmi il sedere più di una volta. Ma naturalmente io lo vedevo più un gesto per prendermi in giro, per stuzzicarmi nella folla, che altro.

Poi come sempre la giornata andò come doveva andare, ed ad ora di pranzo ci fu il fuggi fuggi generale. Quel giorno, non chiedetemi perché, perché non lo ricordo, io rimasi da sola nello studio a lavorare (non era la prima volta che succedeva). In quelle due ore sarei stata tranquilla e beata, visto che anche la segretaria come sempre tornava a casa sua. Credo di ricordare di essermi fatta addirittura una mezza pennichella sul divano della stanza del capo, quando sentii bussare alla porta in largo anticipo rispetto all’orario in cui sarebbero dovuti rientrare tutti.

Era il mio collega che si era voluto anticipare per poter uscire prima. Ci prendemmo un caffè, poi seduti sul divano io gli feci presente che avevo notato la sua mano birichina nell’ascensore. Insomma il tempo di un paio di schermaglie ed eravamo avvinghiati l’uno all’altro. Naturalmente subito mi aprì la camicetta del tailleurs così come io feci con il suo pantalone. Eravamo nella stanza “principale” quando lui mi disse senza giri di parole che avrebbe voluto scoparmi sul tavolo del capo.

Ricordo che mi trascinò per un braccio e mi fece appoggiare con le tette penzolanti sulla scrivania. Poi mi alzò la gonna , mi strappò le calze (anche questo ricordo indelebile visto che era molto raro che usassi i collant) e senza neanche togliermi le mutande, le scostò e me lo mise dentro. Mentre stavo godendo allo stesso tempo ero preoccupata di non rompere niente di ciò che c’era sopra. Ricordo la sua irruenza che in maniera del tutto inaspettata mi sorprese positivamente.

Poi poco prima di venire me lo fece prendere in bocca visto che era senza preservativo. Io lo feci volentieri anche perché ricordo che fui molto attratta dal suo uccello; poi lo feci venire (stando bene attenta a non sporcarmi il vestito). Ci riposammo sul divano, ma lui evidentemente non è ancora soddisfatto così mi disse di rimanere come stavo (praticamente mezza nuda) e scese un attimo a comprare preservativi nella farmacia di fronte.

Io intanto però mi era rivestita anche perché ricordo faceva freddo (se non sbaglio eravamo proprio in questo periodo). Lui tornò, rimasto deluso per avermi trovata ricomposta, mi chiese se avessi perso la voglia di farlo di nuovo. Io inizialmente fui tentennante, ma poi evidentemente mi lasciai convincere (non ricordo perché né come), tanto che tirai giù mutandine e calze rotte, per essere più comoda. Ci buttammo sul divano, mi allargò le cosce e lo facemmo la seconda volta.

Per fortuna il tutto finì cinque minuti prima che rientrasse la mia collega. La quale da attenta osservatrice, dopo avermi vista la mattina con le calze, ed il pomeriggio senza, mi fece un sorriso per farmi capire che aveva capito il movimento che c’era stato all studio. È stata l’unica volta che l’ho fatto sul posto di lavoro, con il mio collega capitò di vederci per divertimento qualche altra volta ma non allo studio.

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