La badante

Ero ormai giunto alla mia prima settimana di ricovero in ospedale e le mie condizioni erano notevolmente migliorate, così come erano migliorate quelle del mio compagno di camera, dimesso prima di me.
Dimesso il “Sor Giovanni” (Nome di fantasia), passai una notte da solo, in camera. Il giorno successivo, ricoverarono un uomo di mezza età, colpito da un ictus.
La moglie e le figlie dell’ammalato, pur essendo delle grandi gnocche da prendere a pisellate in bocca, erano l’antipatìa fatta persona.

Altezzose, scontrose, insomma erano le classiche persone venute dal niente e che, avendo salito qualche gradino della scala economico-sociale, si sentivano superiori al resto del mondo. La loro condizione di donne impegnate, non permetteva loro di fermarsi anche la notte ad assistere il loro congiunto e così……
Ore 21:30 – Sono seduto sul mio letto d’ospedale, con il computer acceso, a passare il tempo sul social network più in voga del momento. Aggiorno il mio stato, scrivo qualche messaggio alla maiala di turno, rinnovo il mio annuncio su “Annunci 69” e via di seguito.

Nella calma più assoluta, con la coda dell’occhio, intravedo una sagoma entrare in stanza.
Mi giro di shitto e mi trovo davanti una dea di spropositata bellezza. Mi saluta con un sorriso e mi dice di essere la badante del signore ricoverato nella mia stessa stanza.
Il suo sorriso ed i suoi modi di fare, sono disarmanti.
Alta un metro e settanta, capelli corti, biondi, occhi verdi e delle forme da levare il fiato.

Maschero la mia sorpresa, salutandola quasi per forza ma, già dal quel momento, le idee si stavano facendo spazio. Dopo essersi cambiata, lei si mise seduta tra i due letti. Staccato il computer e mi sdraiai, rivolto verso di lei. Iniziammo a chiacchierare, ci presentammo e nel mentre, la mia mente vagava già tra le sue cosce.

Arrivò la mezzanotte… il suo assistito si addormentò come un angioletto e lei propose una sigaretta in balcone.

Detto, fatto… Il cielo stellato di fine estate è stato complice e pretesto di tutto quel che seguirà. Lei mi parlava del suo paese dell’est, di un marito lasciato in patria e di un figlio quasi maggiorenne. Di tanto in tanto, mi sbuffava in faccia una nuvoletta di fumo. Il segnale e lo sguardo erano più che chiari. Mi avvicino sempre di più e la mia mano, sempre più audace, passa dalla spalla alla sua nuca e poi tra i capelli.

Lei finge un po’ di sorpresa ma, in fondo, era quello che aspettava e che voleva. Adesso le sue mani cingono i miei fianchi e le nostre labbra sono vicinissime. Fremo come un quindicenne al suo primo appuntamento. Ci stringiamo sempre più fino a perderci in un intreccio di lingue.
Spingo con il bacino verso la sua fica per farle sentire tutta la mia voglia. Lei non perde tempo e allunga subito la mano: “Dio quanto è duro!!!”; -“E’ tutta colpa tua.

Adesso, come lo hai fatto addrizzare, così lo devi fare ammosciare”. La situazione era di trasgressione pura. Eravamo in un ospedale gestito da suore e se ci avessero scoperti, sarebbe successo il pandemonio. Lì per lì preferimmo evitare, ripromettendoci di vederci fuori e ritornammo in camera. Io mi sdraiai nuovamente e lei riprese il suo posto accanto a me. Ci guardavamo, non riuscivamo a pensare ad altro e lei, ormai eccitata, mise una mano sotto le mie lenzuola.

Mi afferrò l’uccello e delicatamente iniziò una sega meravigliosa. Non mi sembrava vero. Avevo gli occhi chiusi e godevo di quella mano vellutata che smanettava la mia verga turgida. Però, tutto questo non le bastava. Quasi senza che me ne accorgessi, mise la testa dentro il mio letto e con la sua bocca calda e con quella lingua di seta, iniziò a spompinarmi. Un pompino memorabile, di quelli che capitano poche volte nella vita.

Sentivo la sborra salire e premere prepotentemente.
Le dissi: “Mi vuoi far venire con la bocca?” Ma lei, senza staccarsi dal cazzo che aveva preso in ostaggio, annuì con un mugolìo. Voleva essere riempita di sborra, la troia.
Farmi venire con la bocca, è stata sempre un impresa ardua per quasi tutte le femmine che me l’hanno succhiato ma lei ci mise veramente poco. Ero quasi pronto…. Le tenni la testa contro il mio uccello e con un grido soffocato le riversai in bocca una sborrata memorabile.

Non vidi quanta ne venne fuori perché lei bevve tutto ma i fiotti sembravano non finire mai. Uno…. due…tre…. credo gliene abbia schizzati sei o sette. Una cosa impressionante. Lei non si fermò subito. Continuò a succhiarmi l’uccello fino all’ultima goccia e con la lingua intorno alla cappella, pulì tutto. Quando uscì da sotto le lenzuola, aveva il sorriso da bimba dispettosa ed il suo sguardo prometteva altri orgasmi. E così fu. Rimasi in ospedale un’altra settimana ed ogni notte fu una notte di piacere.

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