Io e M… 03

Passai dall’ufficio del professor Oscar, e la segretaria, una racchia brutta e scorbutica, mi diede un pacchetto rosso chiuso con un nastro di satin nero. Quando ritornai a casa (vivevo ancora con i miei genitori, i quali erano sempre via per lavoro) e fui da sola nella mia cameretta, lo aprii, e dentro c’era un vestitino nero molto corto e stretto, e quando lo indossai mi resi conto che non riusciva a coprire del tutto le natiche, e se cercavo di tirarlo giù mi uscivano fuori le tette.

Era imbarazzante, come se fossi nuda. E tentavo e ritentavo, ma il risultato era sempre lo stesso; assomigliavo ad una pornodiva. Guardai l’orologio e capii che era ora di andare, così raccolsi la borsetta e mi avviai verso la porta.
Fuori al portone di casa era parcheggiata una lussuosa limousine. Mi domandai di chi fosse; nel nostro isolato abitavano certamente un sacco di professionisti, di quelli che non badavano a spese. In realtà non ci feci neanche tanto caso, perché auto di quel genere ne vedevo spesso lì nei paraggi, così me ne andai per la mia strada quando ad un certo punto sentii qualcuno che mi chiamava.

– Signorina – mi girai verso la limousine e vidi un’autista in uniforme che si sbracciava per attirare la mia attenzione. – Signorina, venga. Sono l’autista del professor Oscar, mi ha incaricato di venirla a prendere.
L’autista era un elegante signore di mezza età, con modi di fare da lord inglese, e quando mi avvicinai alla macchina lui mi aprì la portiera con un gesto delicato, togliendosi prima il cappello con la visiera, e allora io mi accomodai sul morbido sedile e lui richiuse lo sportello e fece il giro della macchina per mettersi al posto di guida.

Non dissi una parola per almeno dieci minuti, perché mi domandavo in continuazione come facesse a sapere dove abitavo. Poi però mi resi conto che per lui non doveva essere tanto difficile rovistare tra i documenti dell’università; da qualche parte infatti doveva esserci anche una mia scheda con i dati personali. Ma sì, mi dissi, un giochetto da ragazzi.
– Il professore è davvero fortunato – disse ad un certo punto l’autista, il quale nonostante il caos di macchine che c’erano in giro, riusciva a mantenere sempre una pazienza spropositata.

– Perché?
– Cenare con una creatura delicata e raffinata come lei, se questa non è fortuna, mi dica signorina, lei come la chiama?
– Lei come si chiama?
– Oh beh, io mi chiamo Armando, signorina. Armando.
– Armando, immagino che il professore abbia più denaro di quanto si possa immaginare, se ha mandato una limousine a prendermi.
– Beh, il professore non può lamentarsi di questo – rispose. – Con il tempo, è riuscito a mettere via una discreta somma di denaro per vivere nell’agiatezza.

A proposito, quasi dimenticavo di dirle che il professore ha registrato un messaggio vocale per lei. È pronta ad ascoltarlo?
– Va bene Armando, me lo faccia sentire.
Con una mano l’autista cercò un cd all’interno del cruscotto, e lo inserì nello stereo della limousine. A quel punto la voce calda di Oscar mi fece venire i brividi, tormentandomi come un mare burrascoso, ed io ero come su di una barchetta instabile, ed ero nelle sue mani.

Tutto dipendeva da come avrebbe usato l’energia delle sue onde. Le sue onde. Le onde vocali. Tornai ad essere come uno zombie sotto l’incantesimo di un rito voodoo.
“Buonasera Martina. Sono davvero orgoglioso di averla a cena, e non ci sono parole per dimostrarle tutta la mia riconoscenza. A questo proposito troverà accanto a lei un oggetto molto prezioso che mi piacerebbe che lei indossasse”.
Mi guardai accanto e notai un cofanetto a cui prima non avevo fatto caso.

Lo presi tra le mani e lo aprii e dentro c’era un meraviglioso collier di diamanti luminosi che poteva valere una fortuna. Rimasi a bocca aperta per qualche secondo, non avevo mai visto niente di più bello, ma riconobbi che stava diventando tutto troppo eccessivo; prima la limousine e adesso quel piccolo tesoro.
– Non posso accettare – bofonchiai.
“Può accettarlo eccome” disse la voce registrata, quasi come se avesse previsto quello che avrei detto.

“Oggi, in aula, ho notato che la natura le ha donato un qualcosa di ancora più prezioso. Le sto parlando del suo seno delicato. Quello sì che non ha prezzo, Martina”.
A quel punto guardai Armando, che però, come un vero professionista, faceva finta di non prestare attenzione a quanto veniva detto, come se all’improvviso fosse diventato un’androide, o qualcosa del genere, un essere senza sentimenti.
“Ebbene, mi piacerebbe molto vedere quel collier sul suo seno.

Lo indossi” disse la voce di Oscar.
Misi quel piccolo tesoro sul petto e lo allacciai dietro il collo, consapevole che stavo toccando un qualcosa di eccessivamente dispendioso. Poi notai che nella confezione c’era qualcos’altro, sul fondo. Lo tirai fuori ma mi fu piuttosto difficile capirne la sua funzione. Erano quattro palline di plastica fucsia legate da una cordicella, e alla fine di questa c’era un anello dello stesso materiale. Tenni l’oggetto a mezz’aria esaminandolo e chiedendomi quale fosse la sua mansione.

“A questo punto avrà scoperto che sul fondo della custodia del collier c’è un altro oggetto. È un giocattolo, Martina. Un giocattolo per adulti. Vorrei che lo infilasse nel suo corpo”.
– Cosa?! – esclamai. – Non se ne parla.
A che gioco stava giocando Oscar? Non potevo mica infilarmi quell’oggetto nella vagina, proprio davanti ad uno sconosciuto? Era una follia bella e buona. Così mi impuntai e incrociai le braccia, dicendogli che poteva scordarselo, pure essendo ben consapevole che non poteva sentirmi.

Armando mi guardò con la coda dell’occhio, ma soltanto per un istante, per debolezza quasi, e poi ritornò a prestare attenzione esclusivamente alla strada.
“Mi rendo conto che l’idea potrebbe metterla a disagio, ma le assicuro che Armando non guarderà, e riuscirà a mantenere il segreto in modo impeccabile”.
– Ma che diavolo! E va bene – decisi di accontentarlo, così allargai le cosce e spostai verso sinistra il tessuto del perizoma e avvicinai la prima pallina alle labbra della vagina.

“Martina, quello non è l’orifizio adatto. Provi con l’altro” non so come faceva a prevedere le mie mosse, ma mi fece andare su tutte le furie. Stava cercando di dirmi che avrei dovuto infilarmi tutte e quattro le palline su per il retto.
– Ma non se ne parla proprio – dissi tirando le palline sul sedile accanto a me. – Questa è una follia.
“Martina, le assicuro che dopo questo ulteriore capriccio, non le chiederò nient’altro.

La prego”.
– E va bene. Basta che la facciamo finita – poi mi rivolsi ad Armando. – Mi raccomando, lei si trattenga. Continui a guardare la strada, per carità.
– Certo, d’altronde è il mio lavoro.
– Sì sì, tutti uguali voi uomini. Tutti maiali.
A quel punto mi afflosciai sul sedile e alzai le gambe verso il tettuccio e cercai di dilatare quanto più possibile l’orifizio anale.

Ripresi le palline e avvicinai la prima in mezzo alle natiche. Ma per quanto mi sforzassi, non c’era verso di farla entrare. Il buco era troppo stretto e troppo asciutto per permetterne l’ingresso.
“Se ha difficoltà con la penetrazione le consiglio di usare una lozione che troverà sotto il sedile”.
– Ecco, grazie – dissi piuttosto amareggiata. – Poi però, quando saremo faccia a faccia, mi spiega come fa a prevedere le mie azioni.

Presi la lozione, una specie di olio per il corpo, e me ne misi in modo abbondante sulle dita. Iniziai così a massaggiarmi il buco, affinchè si aprisse un po’, e penetrai prima con un dito, poi con due, e quando fu abbastanza largo feci scivolare dentro la prima pallina, che venne letteralmente risucchiata, e mi diede una piacevole sensazione quando si scontrò contro i nervi del condotto. Chiusi gli occhi per l’intenso piacere e quando entrò anche la seconda pallina spalancai la bocca.

Stava iniziando a piacermi sul serio. Alla terza pallina mi lasciai andare con un gemito di piacere, e poi toccò alla quarta, e venne risucchiata anche quella. A quel punto restò fuori solo l’anello che c’era alla fine della cordicella.
– E adesso cosa dovrei fare?
“Si comporti come se non fosse accaduto nulla. La prego di risistemarsi le mutandine e di tirarsi giù il vestito. Lasci il giocattolo lì dov’è, nel suo corpo.

A questo punto dovrebbe essere a meno di dieci minuti dal mio appartamento, e questo messaggio sta per terminare. Le auguro un buon proseguimento e spero di vederla presto”.
Mi ricomposi sul sedile e avevo una sensazione di pienezza. Il condotto anale completamente tappato, e ogni movimento e ogni sussulto della macchina faceva scuotere il mio corpo, e così anche le palline fucsia che avevo dentro, e per ogni movimento era una specie di scossa di piacere.

Ero quasi sul punto di avere un orgasmo anale. Ed ero così imbarazzata che non rivolsi più la parola ad Armando per il resto del tragitto che ci separava dalla casa di Oscar. E lui dovette capire il mio disagio, dal momento che non cercò in alcun modo di farmi parlare.

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