IL CARNEVALE SARDO

La quaresima sarebbe iniziata l’indomani, il mercoledì delle ceneri.

Il martedì grasso, la festa di carnevale, nel mio paese veniva vissuta come un evento epocale, ogni anno, tutti gli anni, da decenni, da secoli.

Anche quell’anno tutte le donne del vicinato della parte bassa, si erano ritrovate il lunedì per fare quintali di dolci.

Era tutto pronto da settimane, la farina di grano duro, lo strutto, il miele, l’olio.

Ero passata nella stradone grande, dove ci sono tutte le botteghe, il falegname, il fabbro, il maniscalco il macellaio. Nessuno lavorava quel lunedì. Le case che usavano per la preparazione dei dolci erano due, quella di signora Loretta, e di Signora Francesca. Erano le più brave ad organizzare e a far sapere a tutto il paese chi era incinta, chi aveva partorito, chi era andato a Cagliari, chi era tornato, chi aveva le emorroidi, chi si era ubriacato la sera prima e chi era stato a casa di Graziella, la signorina che si dipingeva le labbra e allargava le gambe con tutti quelli che in cambio le davano regali.

C’erano almeno venti donne da una parte e venti d’altra, e ognuna aveva un compito specifico. Ormai la farina era impastata e nell’aria si sentiva, l’odore dell’olio che veniva riscaldato dalla legna che bruciava sotto quelle enormi pentole di ferro annerite dal tempo e dalle fiamme.

La prima orilettas (dolce tipico sardo), doveva essere messa a friggere da signora Loretta, era lei che doveva verificare se la consistenza della pasta andava bene, il tempo si fermò, nell’istante in cui con maestria, si sporcò le mani con quel impasto fatto di farina e strutto, formando poi un cerchio, che posò con leggerezza nell’olio bollente.

Aveva a fianco un bastone, fatto con legno pregiato, di ginepro, e roteando all’interno del foro della orilettas, diede la forma desiderata a quel dolce che i miei paesani avrebbero divorato come cavallette il giorno dopo.

Qualche istante e tolse quella creatura dalla pentola, ponendo quel dolce sul tavolo. A signora Francesca spettava l’altra parte dell’ardua prova, cospargere di miele quella delizia.

Il miele riscaldato era fluido e ambrato.

Divise in due parti uguali, e ne diede metà a signora Loretta, le sue dita toccarono la consistenza della pasta, e poi assaggiarono.

Tutti le guardavano, aspettando la loro sentenza, il loro verdetto.

Soprattutto, Efisietto, mio cugino, si era fermato di correre con un vecchio cerchio di ferro, che gli aveva regalato il fabbro, a guardarlo aveva la bocca aperta, e inconsapevolmente mimava il gesto di mangiare quella frittella.

Aveva quasi la bava alla bocca e gli occhi grandi, spalancati, increduli.

Si guardarono, Loretta e Francesca, chiusero gli occhi e mossero il capo all’unisono, dall’alto verso il basso ad indicare il si!!

Dal un silenzio ancestrale, si passò ad un brusio e poi ai complimenti vicendevoli.

Si poteva iniziare a friggere. !!!

Il giorno si continuò a sfornare dolci e l’odore della legna si mischiava al profumo del fritto che sovrastava di gran lunga il disgustoso odore della scia di cacca e di piscio che le pecore lasciavano dal ritorno dei pascoli.

Era un inverno bugiardo quell’anno, aveva nevicato a novembre, aveva piovuto a dicembre, il giorno dell’immacolata e l’antivigilia di Natale, poi il sole si era impossessato della poltrona del cielo e da li non si era smosso.

Era febbraio, ma gli abiti che usavo erano primaverili. Non avevo il cappotto di lana, soltanto un maglione rosso cappuccetto che mi aveva regalato mia madrina, e una gonna stile scozzese. Stivali e calze corte al ginocchio.

Certo non ero una delizia come vestivo quel tempo, ma le mie treccine nere che scendevano sulle mie spalle, davano al mio viso un’aria di malizia che Mario, mio cugino grande, figlio della sorella di babbo, il marito novello di Elisa, figlia della vedova Dolores, il cui marito era morto nelle miniere di Guspini, non si era lasciato sfuggire.

Ero andata a prendere della salsiccia, mi aveva mandato mamma, che anche lei era impegnata a rendere bianca e liscia la pasta lavorata con strutto e acqua.

Ero entrata nella bottega. Lui aveva le spalle appoggiate all’uscio, braccia incrociate e sguardo truce.
Era arrabbiato, perché la quaresima avrebbe costretto la gente, brava educata e molto devota del mio paesino, a sfamarsi con patate, ceci e fave, e non con la carne, che per 40 giorni avrebbe venduto solo a Don Dino.

Mi guardò come sempre, con quell’aria di chi vuole spogliare.
Lo ignorai, o almeno feci finta di farlo.

Stavo giocando con un filo di lana a fare i disegni con le mani, roteando ed intrecciando di volta in volta e creando figure geometriche più svariate.

Gli chiesi della salsiccia da arrostire, di quella con anice, che mio babbo avrebbe cotto alla brace quella sera.

Lui rispose, facendo l’occhiolino, mentre si asciugava le mani sporche di chissà cose su un canovaccio macchiato di sangue e di diversi colori.

Arrotolò la salsiccia e chiuse il pacco fatto con carta oleosa, dicendomi :

“Ecco la salsiccia, devo segnare nel conto di mamma vero?”

Diedi solo un assenso, con il capo senza guardarlo, ero troppo occupata con il mio filo di lana.

Pensavo fosse impegnato anche lui, a scrivere nel quaderno dei conti, il costo della salsiccia, invece stava scrutando ogni angolo il mio corpo, un istante i suoi occhi da pervertito si posarono sul mio grosso seno e poi indugiò sulle mie gambe leggermente scoperte.

Mi ricomposi.

Arrossì, Mario mi piaceva molto, certe notti me lo ero anche sognato.
Soprattutto da quando, una volta, quando mia sorella, che è più grande di me stava parlando con una sua amica nella stanza del pane.

Pensavano di essere sole, io ero andata a cercare Respiro, il mio gatto, e le avevo sentite, ma loro no.

Stavano parlando di Mario ed Elisa, che si erano sposati il giorno prima.

Laura, mia sorella sosteneva che Elisa si fosse sposata vergine, al contrario, l’amica era convinta che non era più vergine il giorno delle nozze.

Ascoltai per circa un’ora il racconto di mia sorella, testimone oculare di una sodomizzazione da parte di Mario alla novella sposa Elisa un mese prima del loro matrimonio.

Raccontò, che dopo essere entrato nel buchino meno nobile, Elisa implorasse di volerlo anche nella vagina.

Ma Mario non cedette, e dopo aver sbattuto per mezz’ora Elisa, quest’ultima asciugò ogni goccia del suo piacere con la sua bocca. Descrissero il membro di Mario come qualcosa di divino, di spettacolare.

Io quel cazzo me lo ero sognato, quella notte. E forse mi ero anche sfiorata.

Tutti questi pensieri assalirono la mia mente, ritornarono prepotenti, e un fremito mi scosse.
Mario, capì subito, che non ero tanto interessata granché ai miei giochi ne alla salsiccia che mio babbo avrebbe dovuto cuocere quella sera.

Avevo altri pensieri, ma avevo paura.

Non avevo mai fatto l’amore. Dovevo arrivare vergine al matrimonio.
Avevo fatto una volta una sega a un mio compagno di scuola. E una volta ingoiato un cazzo piccolo piccolo, e inconsistente al figlio del medico condotto.
Mario tolse via il grembiule, e comparve di fronte a me, il cazzo di cui aveva raccontato mia sorella.

Era davvero bello.

Ma non potevo.

Non cosi.

Non con lui.

Era sposato.

Io ero vergine.

Avevo solo diciotto anni e forse Massimo il muratore mi voleva sposare.

Spense l’interruttore dei miei pensieri infilandomi quel coso in bocca.

Mi teneva le treccine con due mani, e assecondava il miei movimenti.

Sembrava cavalcasse un cavallo, e le mie trecce erano come briglie, indicando di volta in volta, intensità, direzione, ritmo.

Io ero inesperta, lui l’insegnante.

Aveva inizialmente odore e sapore di piscio, il suo cazzo, ma poi scomparve.
Più succhiavo e più sentivo un prurito stranissimo mai provato, dentro le mie mutandine.
Lui lasciò una treccia, allungò la sua mano, e senza il minimo sforzo, mentre continuavo a pomparlo, abbassò, la serranda.
Mi tirò su, sempre tenendomi le trecce. Mi fece voltare e inchinare. Sembrava la scena descritta da Laura mia sorella.

Sollevò la mia gonna, scese le mie mutande, che guardai imbarazzata, avevano una macchia rosa molto evidente. Non si preoccupò affatto di questo dettaglio.

Si sputò una mano, e cosparse il suo cazzo della sua saliva, una, due, tre volte, continuava a massaggiare delicatamente il suo cazzo, poi sputò anche nel mio buchino, quello meno nobile, si sputo anche il dito indice, e sfiorò il mio sfintere, quasi svenni dal piacere che provai.

Fece roteare quel dito, diverse volte. Poi poggiò la sua lingua, cercando di entrare dentro, senza riuscirci.
Stavo impazzendo, lo volevo, lo desideravo. E lo ottenni. Urlai,
come quando chiamavo Napoleone il mio cane, morto pochi mesi prima, che non voleva mai tornare a casa. Forse di più.

Prima di entrare dentro di me, aveva infilato l’indice e anche il medio, facendosi spazio.
Il dolore lasciò presto spazio alla voglia di essere spinta con forza, con una foga sempre più a****lesca, intensa.

Fu così. Per qualche minuto, forse quattro o cinque. Mario spinse il suo cazzo dentro di me, spaccandomi in due, ma facendomi provare una gioia ancora più intensa che avrei provato il giorno dopo per la festa del carnevale.
Esplose dentro di me.
Mi rifiutai di leccare il suo cazzo, pensando a quanto fosse sporco.
Anche io mi sentivo sporca, ma non tanto.
Infondo non ero la prima di sicuro ad averlo fatto.

E poi ero ancora vergine.
E se Massimo mi avesse sposato, non si sarebbe accorto di nulla.

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