Il caffè. (racconto breve)

Il caffé. [racconto breve]

Meno male che c’è il cuscino, riesco a pensare mentre cerco di riprendere aria.
Lei si chiama Simona, o almeno così mi ha detto. Non ho chiesto il documento, sapete come vanno certe cose. Ti fidi. E se sbagli a fidarti fa niente, il nome non è la cosa più importante.

Non quanto il suo ano bagnato che adesso mi scivola sul naso, contraendosi un poco mentre riprendo aria, insomma.

Quello è più importante del suo nome, almeno al momento.

Sono sdraiato sul letto di un motel, un santo cuscino rosa piazzato dietro la nuca, e Simona, sempre se è il suo vero nome, ha deciso di farsi assaggiare in profondità.

Si solleva dalla mia faccia per qualche secondo, afferrandosi con le mani le chiappe e tirando verso l’alto, mettendo completamente in mostra il suo fiorellino pulsante. E’ scuro, pochi peli serici tagliati corti lo incorniciano nel bel mezzo di un bel paio di chiappe generose e bianche.

Poi emette un gemito, inarca la schiena, e cerca col buco del culo la mia bocca: la trova subito, pensa un po’.
Calca le chiappe sulla mia faccia, sento i peli corti e ruvidi del suo perineo strisciare contro il mio mento, come ad aiutarmi a spalancare la bocca.

Oh, io la spalanco. La lingua scivola dentro, comincio a muoverla lentamente in tondo mentre faccio quel che posso per allargarlo ancora un po’.

Lei comincia a masturbarsi con un vibratore giallo, inarcando la schiena e premendo un po’ di più sul mio mento.
Andiamo avanti così per un po’.

Ci siamo incontrati per un caffè dopo una settimana di scambio di messaggi. Oddio, scambio di messaggi: lei mi ha detto che cosa voleva e mi ha chiesto se mi andava. Io le ho risposto di sì, e abbiamo cercato un tardo pomeriggio milanese che andasse bene a tutti e due.

“Mio marito è via per lavoro”, mi aveva scritto. “Cerco qualcuno che mi lecchi la figa. Non voglio scopare, voglio solo uno che mi lecchi la figa. Pensi di poterlo fare?”

Of course, darling.

E così mi sono trovato a prendere un caffé con questa bella quarantacinquenne dalle chiappe e dalle tette generose. “Guarda che non stavo scherzando”, mi aveva detto al bar, posando la tazzina nel piattino. “Voglio che mi lecchi e basta”.

Mi sta bene, le avevo detto.

“Il culo lo lecchi?”, mi aveva sussurrato con fare deciso mentre mettevo mano al portafoglio.

Ovvio, avevo risposto.

Così siamo finiti in motel. Abbiamo parlato e ci siamo spogliati, abbiamo parlato e ci siamo lavati, abbiamo parlato e abbiamo cominciato a toccarci. Poi abbiamo cominciato ad usare le bocche per fare altro, e quindi abbiamo smesso di parlare.

E’ venuta un po’ di volte, non le ho contate.

Sono passate quasi due ore da quando abbiamo smesso di parlare, e ora cominciano a farmi un po’ male i condili mandibolari, ma tengo duro: Simona mi ha preannunciato che questo sarebbe stato il gran finale, e a giudicare dai versi che fa, da come muove il sedere, da come il suo ano ha cominciato a stringere ritmicamente la mia lingua dentro di sé e dalla velocità con la quale il vibratore giallo entra ed esce dalla sua profumatissima e dolcissima gattina dalle piccole labbra sporgenti e rosee, direi che ci siamo quasi.

E infatti ci siamo. Mugola, schiaccia, si irrigidisce, e viene spruzzandomi il petto e l’addome. Prima, diverse volte, mi ha spruzzato in bocca, mentre ancora succhiavo e leccavo la clitoride grossa quanto l’unghia del mio mignolo (cioè parecchio, per una clitoride).

Si sfila il vibratore giallo, lo spegne, quindi mi si allunga verso il principino, là in mezzo alle mie gambe. Mi tira una leccata dall’ombelico a pisello, passando per il pube e salendo sino al glande, e interpreto il gesto come un sincero tentativo di esprimere gratitudine.

Poi, prima di prendermelo in bocca, parla per la prima volta da un po’.

“Se vuoi puoi tenere la lingua dentro”, mi dice.

Io cerco di dire OK, ma ho la lingua impegnata, quindi mi limito a muggire mentre lei si fa sparire il mio soldatino in gola.

Meno di un’ora dopo siamo in un altro bar, seduti ad un altro tavolino, bevendo un altro caffè.

Quasi mi dispiace togliermi il tuo sapore di bocca, le dico mentre porto la tazzina alle labbra.

“Io mi ci farei i gargarismi, invece”, mi risponde lei onestamente portando la sua tazzina alle labbra. Me lo aveva detto, che il sapore del succo di cazzo non l’aveva mai fatta impazzire.
“Sai”, mi dice dopo aver bevuto un sorso, “ho ingoiato”.

Me ne sono accorto, le dico.

Suo marito torna nel fine settimana. In settembre starà via per lavoro per una settimana di fila.

Simona, sempre che si chiami così, mi promette che, se mi va, la prossima volta si farà anche scopare.

Io le rispondo che preferisco farmi, scopare.

Alle nove di sera rientro a casa. Mia moglie è sul divano, col cane e una qualche cazzata che gira in tv. La saluto, mi avvicino, la bacio sulle labbra.

“Sai di caffé”, mi dice lei.

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