fidanzatini (1)

Ci siamo fidanzati… quanti anni avevamo? Sì, eravamo piccolini, certo. E poi, fidanzamento… Forse definirlo così è un’esagerazione. Sì, certo, sicuramente è un’esagerazione, però io sento che il legame con te non si è mai interrotto, né esaurito: senza girarci tanto attorno, ti ho amato, ti ho amato tanto. E non era solo questione di ormoni. Né fu solo quel bacio, il nostro primo bacio, quello del fidanzamento.
Era settembre, mi pare. O i primi di ottobre.

Aveva fatto caldo e d’improvviso aveva iniziato a diluviare da pazzi: lo stesso uragano si sextenò dentro di noi. Dovevamo studiare a casa mia e arrivammo fradici di pioggia, bagnati dalla testa ai piedi. Eravamo completamente da soli, quel pomeriggio, e tu ti eri subito tolto i vestiti, come se fosse stata la cosa più naturale di questo mondo, nel giro di nulla eri rimasto nudo. Mentre io stavo lì immobile, nel più tragico e muto imbarazzo, senza sapere che fare.

“Dai, prestami una maglietta, un paio di mutandine e di pantaloncini. Ma che ti prende, perché mi guardi così?”.
Perché ti guardo così, che cazzo di domande. Ti penzolava malizioso come te, fino a metà coscia, roseo e lungo, mezzo scappucciato, attaccato a una peluria rossiccia, e mi chiedevi pure perché ti guardassi. Almeno coprirti con le mani! Nulla. Ti gocciolavano i riccioli rossi, avevi il viso bagnato, il petto umido, i capezzoli rosei e inturgiditi dal freddo.

Mi sentii quasi mancare.
Sparii un attimo, tornai con abiti asciutti per te. Ma non avevo pensato a me.
Lo facesti tu.
“Dai, ti aiuto a spogliarti. Ti viene la polmonite”.
Io stavo per svenire, lo sentivo, quando mi mettesti le mani addosso e mi sfilasti la maglietta: cercai di resistere ma poi il tuo sorriso mi vinse, alzai le braccia per farmela togliere ma era anche un gesto di resa, crollavano le mie difese dopo mesi e mesi di resistenza passiva.

Rimasi a torso nudo e bastarono i tuoi occhi curiosi puntati su di me, per farmi accendere le guance di un rosso violento, arrendevole, in un’intimità assoluta, morbida, trasparente, invisibile.
“Ti vergogni?”, mi chiedesti.
“Un po’”, risposi abbassando gli occhi e istintivamente ti fissai di nuovo lì sotto, proprio lì. Tu invece mi guardavi il viso, le labbra, il naso, la bocca, i capelli che anche a me gocciolavano – ma i miei erano molto più lunghi dei tuoi – e poi le piccole tette appuntite che mi si erano rizzate sotto il tuo sguardo, un po’ intirizzite non dal freddo ma dall’emozione di essere nude di fronte a te.

“Ti piace che io ti guardi?”.
Sussurrasti quelle parole, furono un soffio silenzioso che parlò solo alla mia anima. Un soffio intenso. Irresistibile.
“Sì”.
Con una mano mi toccasti, sentii il calore delle tue dita aderire timidamente alle mie forme colme di desiderio. Mi venne la pelle d’oca.
“Hai un seno stupendo”.
Gli occhi mi si abbassarono giù per terra, ma in realtà non proprio per terra, mi finirono di nuovo sul tuo pisello, lo trovai un po’ più gonfio, ti stavi eccitando.

Anche io mi stavo eccitando. Erano bastate due sole parole, pronunciate da te: seno stupendo.
“Togliti pure i pantaloni, sono inzuppati”.
“No no”.
Rispondesti con un sorriso malizioso.
“Ma ti vergogni di me?”.
Sì, che mi vergognavo. Da morire.
Tornasti a toccarmi le tette, tutt’e due, contemporaneamente. Un lieve palpeggiamento, morbido e delicato. Chiusi gli occhi, ti lasciai fare.
“Ti piace?”.
I miei capezzoli scuri si inturgidirono al contatto con le tue palme, risposero subito presente al pizzicare delle tue dita.

“Sì”.
“Allora di cosa ti vergogni – stavi di nuovo soffiando le parole, le soffiavi sul fuoco del mio desiderio – non facciamo nulla di male. Piace anche a me”.
Ti avvicinasti, in un attimo il tuo torace muscoloso fu a contatto col mio seno – così lo avevi appena chiamato, ed era magnifico – il mio piccolo seno acerbo e ansioso, i tuoi capezzoli insolenti si strofinarono ai miei assetati, avidi delle tue carezze, che per troppo tempo avevo negato loro.

Aprii gli occhi, ti fissai.
“Mica posso essere la tua ragazza, lo sai”.
La replica che ti spiazza.
“Ma tu lo vorresti essere, no?”.
Silenzio. E ora che rispondo, cosa dico, di fronte a questi occhi penetranti, dolci, sensuali, occhi che mi parlano e mi desiderano?
“Sì, che lo vorrei essere”.
Tornasti all’attacco e stavolta mi slacciasti la cintura con maestria, rapidamente, il bottone saltò, la lampo si arrese in un battibaleno.

In un attimo fui con i jeans calati, la mano a coprire gli slip rosa da donna che portavo sotto. Ma le vedesti lo stesso, le mie mutandine supersexy, che poco si addicevano a un sedicenne che pure era senza un pelo e senza un filo di barba. E nemmeno le autoreggenti che indossavo in gran segreto, sempre, si addicevano a un maschietto, ma un sorriso luminoso si allargò sui tuoi occhi.
“Perché mai non potresti essere la mia fidanzatina?”.

Non sapevo più che fare, che dire.
“Non sono maschio, non mi sento maschio. Non mi ci sono mai sentita. Da quando ti conosco più che mai”.
“Io ti amo sul serio, cazzo”.
Sentii la tua bocca che aderiva alla mia, le tue labbra che inumidivano le mie, la tua lingua che entrava a cercare la mia, la tua saliva che diveniva un tutt’uno con la mia, mi sentii in paradiso.

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