Era il mese di giugno

Era il mese di giugno, la scuola era appena finita e avevo superato il terzo liceo con una promozione, a sedici anni in quel periodo mi sentivo bene e così qualche volta, di notte in camera mia, mi spogliavo completamente e mi masturbavo a lungo assaporando ogni attimo e spesso per aumentare il piacere mi accarezzavo l’ano e a volte ci infilavo un dito dentro mentre venivo.

Una sera appunto, non riuscivo a dormire e per calmarmi cominciai a masturbarmi, mi spogliai andai alla finestra e l’aprii, benché fosse notte fonda l’aria era tiepida, lasciai la finestra aperta, ero completamente nudo e mi masturbavo, andai ai piedi del letto allargai le gambe e posai il sedere su una delle colonnine di legno che sostenevano il letto sormontata da un pomello, sentivo il legno fare pressione e premere, era la prima volta che andavo così oltre il mio limite abituale, ma mi piaceva sentire quella sensazione e così venni in quella posizione.

Mi accesi una sigaretta e realizzai che era stato superato un limite e che questo avrebbe avuto delle conseguenze.
Nei giorni seguenti mi accorsi che sentivo il bisogno di replicare quell’esperienza ma mi astenni dal ripeterla.
Passò del tempo e mi parve che quell’episodio scabroso ed eccitante allo stesso tempo fosse superato, convinsi i miei genitori a comprare un divano letto al posto del lettino, ebbi così la sensazione di avere rimosso completamente le emozioni di quella notte.

Circa un mese dopo, una domenica pomeriggio afosa, andai a un appuntamento con due miei amici alle giostre dell’ Eur. Ci incontrammo puntuali e dopo avere scambiato quattro chiacchiere ci divertimmo a fare qualche giro sulle montagne russe e a sparare al tiro a segno. Mentre eravamo li a sparare all’orso un tizio che vicino a noi sparava anche lui ai bersagli, si divertiva a commentare i punteggi e vinse un pupazzetto lo prese e andò via.

Più tardi dopo avere finito tutti soldi nei divertimenti, ci guardammo e dopo una risata e la promessa di rivederci ci salutammo, i miei amici abitavano in zona, dopo avere ripreso il motorino con cui erano venuti, misero in moto e partirono allegri. Per me la situazione era diversa abitavo lontano da li e mi incamminai per tornare a casa. Avevo telefonato che sarei arrivato in ritardo ma non mi accorsi che erano già le nove di sera benché il sole stesse tramontando proprio allora in un cielo che già volgeva alla notte.

Mi avviai lungo la salita che costeggia le giostre e porta al palazzo dei Congressi, di li sarei arrivato su la via Cristoforo Colombo e alla fermata avrei preso il bus per casa.
Ormai era quasi buio e avevo percorso tutta la salita, mi ero acceso una sigaretta e avevo ripreso a camminare.
Quando dalle auto parcheggiate lungo il viale sento due colpetti di clacson, mi giro istintivamente e dal finestrino di una macchina parcheggiata a pochi metri da me il tizio del tiro a segno attraverso il vetro del finestrino abbassato mi dice – vado verso il centro, se anche tu vai in quella direzione ti offro un passaggio.

Gli chiesi se per caso passava per San Giovanni, alla sua risposta affermativa accettai il passaggio, visto che mi avrebbe fatto risparmiare un sacco di tempo.
Mise in moto e partimmo. Dopo pochi minuti si presentò, disse di chiamarsi Angelo, lo guardai in viso per la prima volta con una certa attenzione, era un tipo sulla quarantina, piuttosto robusto ma asciutto, un sorriso perenne sulle labbra e una parlantina sciolta.
Volle sapere cosa facevo, in che zona di Roma abitassi, se avevo la fidanzata, e mentre lo ascoltavo guardavo fuori dal finestrino, le ombre delle notte avevano avvolto tutto e solo una striscia viola si distingueva dove il sole era tramontato.

Guardavo fuori e mi accorsi che Angelo non parlava più, nell’istante che realizzai questo pensiero, sentii la sua mano posarsi sulla mia coscia sinistra, stringerla un poco e poi accarezzarla.
La cosa mi colse di sorpresa e l’imbarazzo m’impediva di parlare, anche lui non parlava, continuava ad accarezzarmi e stringermi la coscia.
In quel momento non sapevo cosa fare, un silenzio pesante era calato nella macchina, lui tolse la mano dalla mia gamba e la posò sul volante, solo pochi istanti poi la sentii tra le mie gambe, non protestai e lo lasciai fare, capivo che la mia era una resa e sentivo che avrei potuto avere qualche cosa di ridire, ma tacqui, e il mio silenzio mi suonò come assenso, significava che avrei accettato quello che avrebbe fatto.

Mentre la mano di Angelo frugava tra le mie gambe, il membro mi divenne duro e lui lo cominciò a carezzare. Lo sentiva duro, l’afferrava nella mano e lo stringeva con una certa forza poi allentava la presa e continuava con le carezze.
Sentivo attraverso le sue carezze un piacere sconosciuto, mai provato prima di quel momento, avvertivo il mio membro crescere sempre di più nei jeans che adesso mostravano tra le gambe un gran bozzo che pareva enorme.

La voce di Angelo era cambiata, era diventata spessa e pesante e ripeteva come un mantra – dai fammelo vedere, tiralo fuori, tanto è notte non ci vede nessuno.
Alla fine obbedii e come se fosse un'altra persona a farlo, slacciai il bottone dei jeans tirai giù la cerniera lampo, mi frugai negli slip neri e tirai fuori il membro con una certa fatica dai pantaloni dal momento che era in piena erezione e rimasi così oscenamente esposto con il pene nudo ed eretto.

Quando lo vide così lo afferrò avidamente, sentii un fremito di piacere, vedevo la sua mano andare su e giù con lentezza e quando si trovava giù non si fermava ma continuava a tirare tanto che il filetto teso tirava il glande verso il basso, questo mi dava dolore che automaticamente si trasformava in piacere.
Fu a quel punto che Angelo mi disse che conosceva un posto dove potevamo fermarci cinque minuti, e senza aspettare una mia risposta girò verso destra e fatte le Mura Latine si diresse verso il parco della Caffarella.

Era ora di cena e giravano poche macchine, arrivati ad un parcheggio su uno sterrato erboso spense la macchina scese aprì il cofano, ne estrasse un plaid a scacchi, nel frattempo mi ero riabbottonato e scesi anch’io dall’auto, Angelo richiuse il cofano e disse di seguirlo, ci inoltrammo nel parco buio, sentivo l’erba piegarsi sotto i piedi e un profumo di mentuccia e altre erbe profumate, distinguevo l’ombra di Angelo avvolta ne buio.

Dopo pochi minuti si fermò nei pressi di un rudere romano che si ergeva nero come una sentinella, stese il plaid a terra e ci sedemmo.
In lontananza vedevo le luci dell’ Eur e quelle del quartiere latino più vicine mentre davanti a noi il buio era più fitto che mai. Rimanemmo fermi e in silenzio per un po. I miei occhi si stavano abituando al buio e adesso riuscivo a distinguere Angelo e il suo viso rivolto verso di me, si avvicinò ancora di più e mi disse di alzarmi, quando fui in piedi mi slacciò i jeans e li abbassò insieme agli slip fino alle caviglie.

Rimasi così in piedi nudo a metà sentii che mi abbracciava le gambe e appoggiava il viso sul mio pene, sentivo la sua guancia e dopo la sua bocca baciarmi il membro, poi cercò il glande con la lingua, lo trovò e cominciò a leccarlo poi con delicatezza lo prese nella sua bocca e iniziò a farmi un bocchino mentre con le mani mi carezzava i glutei, sentivo le sue mani scivolarmi sui glutei afferrarli e serrarli e poi aprirli in modo da potermi toccare l’ano con le dita.

Il mio pene entrava e usciva dalla sua bocca, ogni tanto lo tirava fuori, e con la lingua leccava la sommità della cappella e gemendo ripeteva come un disco rotto – che bella fava che hai, che bella fava che hai – poi mi afferrava le palle chiudendole con la mano tra il pollice e l’indice e in quel modo le leccava e le metteva in bocca prima una poi l’altra poi tutte e due insieme, mentre con la mano rimasta libera continuava a masturbarmi lentamente e interrompendosi ogni tanto.

Mi sentivo manovrato come un pupazzo le sensazioni che provavo erano intense, in silenzio offrivo il mio corpo con lascivia di cui io stesso ero stupito.
Angelo mi fece segno di sedermi e di spogliarmi tutto. Mi tolsi le scarpe i pantaloni e la mutande e mi sfilai la maglietta, ero nudo, sentivo la brezza notturna sul mio corpo, la luna si era alzata e con la sua metà illuminata spargeva un certo chiarore argenteo che faceva risaltare maggiormente le ombre delle antiche rovine sparse intorno, anche Angelo nel frattempo si era tolto gli abiti e si era avvicinato a me, cominciò ad accarezzarmi il petto e la schiena mi afferrava i capezzoli con tutte e due le mani e li stringeva forte fino a farmi male, mi piaceva, restavo in silenzio e lasciavo fare.

Angelo si mise a leccarmi dappertutto, mi carezzava le cosce poi le apriva e le sollevava e mi leccava tra le gambe prima le palle poi proseguiva fino ad arrivare all’ano e con l lingua cercava di penetrarlo la sentivo entrarmi dentro e prendendomi per la vita mi attirava a se, mise il suo membro contro il mio ano, lo sentivo cercare la strada per entrare, centimetro dopo centimetro. Mi teneva per le gambe e potevo guardarlo in viso, sentivo che il suo pene che vincendo l’ultima resistenza, scivolava tutto dentro, e in quella posizione prese ad incularmi con foga.

Dopo un po mi fece girare e mi disse di mettermi a quattro zampe, mi prese per i glutei li aprì e ci sputò in mezzo, sentivo la sua saliva nel mio sedere e subito dopo con un colpo secco me lo infilò ancora dentro e cominciò a scoparmi in quel modo mentre con una mano mi masturbava e con l’altra mi carezzava il culo.
Lo sentivo ansimare dietro me e provavo un piacere nuovo, fortissimo e nel contempo devastante.

Sentivo le sue mani carezzare il mio corpo ovunque poi prendermi per le palle e stringerle fino a farmi gemere di dolore e di piacere proprio in quel momento si arrestò di botto e mi accorsi che stava venendo. Mi diede ancora qualche colpo poi lo tolse e si mise a sedere. Mi disse di restare com’ero a quattro zampe, e mi guardava mentre il suo seme mi colava dall’ano gonfio e dolorante, mi tenne ancora in quella posizione e masturbandomi fece venire pure me.

Ci rivestimmo, Angelo volle che comminassimo abbracciati fino alla macchina tenendomi per la vita. Arrivati all’ auto
ripose il plaid nel cofano e lo richiuse, salimmo in macchina, sentivo le mutande bagnate e l’ano che si apriva e si chiudeva da solo, come colto da un fremito incontrollabile. Da quando tutto era cominciato forse era trascorsa un’ora non di più. Si offrì di accompagnarmi a casa e quando arrivammo mi consegnò un biglietto con il suo numero di telefono.

Uscii dalla macchina barcollando e mi avviai verso casa erano le dieci di sera.
Dopo avere affrontato le domande dei miei, potei farmi una doccia e cenare.
In camera mia, più tardi, rivedevo quanto era successo fotogramma per fotogramma, non riuscivo a dare un giudizio morale perché era fin troppo evidente che quanto era successo era del tutto amorale secondo i miei parametri, ma non provavo pentimento. Fumai un paio di sigarette rimasi sveglio fino all’alba poi mi addormentai.

Non telefonai ad Angelo ne lo rividi in seguito, poco dopo partii per le vacanza estive.

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