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dd:hh:mm

+00:00:42

Si dimena selvaggiamente premendo con tutta la forza e tutto il suo peso il suo osso pelvico contro il mio. Preme e sfrega con movimenti del bacino ad altissima frequenza. Gonfia il torace inspirando brevemente e velocemente. Svuota i polmoni con una specie di colpo di tosse. Gocciola sudore. Sbatte i palmi con violenza sulle lenzuola. Crolla su di me.

00:00:00

Decido di andare a riordinare la scrivania del mio ufficio.

essendo sabato mattina mi organizzo con comodità soffermandomi piú del solito davanti alla vetrina del negozio di cineserie informatiche nello stesso isolato. Controllo l’ora sul cellulare e mi accorgo che si é fatto tardi. Come se volessi recuperare il tempo perso infilo la mano in tasca per prendere già le chiavi dell’ufficio. C’è di tutto tranne che le chiavi. e immediatamente realizzo di averle lasciate nei pantaloni indossati il giorno prima. Andare in ufficio in tuta é il privilegio del week-end che necessita di un minimo di accortezza.

Vivendo a 60 chilometri dal posto di lavoro alcune leggerezze possono fare la differenza. Inizio a scrivere un SMS pieno di scuse per il disturbo senza ancora aver deciso a chi inviarlo. Alla fine decido di mandare un sms al mio collega più fidato e chiedergli di prestarmi il proprio mazzo di chiavi. Questi mi risponde con un SMS a sua volta pieno di scuse per non potermi aiutare in quel momento poiché fuori città.

Mi manda un altro sms in cui dice che sta cercando di trovare comunque una soluzione. Ricevo un altro sms. non è il mio amico, bensì Marla Quartoggiaro, la più indisponente dell’ intero ufficio. Era da quelle parti e sarebbe venuta per farmi entrare.
non me l’ aspettavo perché sapevo fosse in ferie per almeno altre due settimane e perché rifiutavo più o meno inconsciamente di dover un giorno avere un favore da rendere a quella pianta bidoni.

Era infatti sensazione diffusa che non si facesse scrupoli a lasciare incompiuta qualsiasi pratica pur di rispettare l’orario di lavoro. Al malcapitato di turno, se abbastanza acuto e pronto, non restava che rincorrerla per le scale e inchiodarla alle proprie fuggevoli responsabilità. Dura vita.

+00:00:28

Mi sta tenendo per le palle, cercando un varco tra le mie natiche serrate per infilarmi un dito nel culo. Il tempo si è fermato in una bolla spazio-temporale.

+17
Ricapitolando. La seguo fino alla porta dell’ufficio. Varco l’ ingresso dopo di lei senza chiudere la porta. Lei si volta e con aria di sufficienza mi dice che dovrei farlo. Le rispondo che pensavo dovesse uscire subito. Dice che mi sono sbagliato e nient’altro. Di solito fa proprio così. Si rende antipatica con frasi secche e sottintesi all’ idrossido di sodio.
Adesso devo descriverla. Prima o poi lo avrei fatto.

È inutile rimandare.
Ha 57 anni. visibilmente in sovrappeso, statura media, seno non esageratamente grande, culone, invece, estremamente grande, cosce piene, braccia forti, mani tozze, capelli corti castani, occhi nocciola. Indossa gonna di lino a pieghe bianca e lunga fino a sotto il ginocchio, camicia a maniche corte di seta marrone sbottonata fino allo spacco tra i seni, Ai piedi porta un paio abbastanza ridicolo di sandali intrecciati, fino alla cavglia, da antichi romani.

Si chiama, ripeto, Marla Quartoggiaro.
Vado alla mia scrivania e mi metto sotto per finire prima possibile e tornarmene a casa in tempo per le semifinali degli open di Francia quando ad un certo punto sento girare le mandate della porta di ingresso. Attendo un attimo per capire chi sta entrando. Non sento aprirsi la porta. Realizzo che io non avevo chiuso a chiave quindi rabbrividisco al pensiero che Marla se ne fosse andata di soquatto richiudendo silenziosamente la porta per poi chiudermi dentro a doppia mandata.

Sfreccio per il corridoio e sbatto contro dilei. Le chiedo se ha chiuso a chiave. Risponde di sì. Perché?
Dice che si toglierà le mutande poiché io dovrò leccarle la passera e succhiarle forte il grilletto. Dice che non prenderà piú le medicine perché aver voglia di scopare non è una malattia. Soppeso velocemente il peso delle mie prossime decisioni sui delicati equilibri ambientali e sulla salubrità del clima aziendale. Lei si sfila le mutandine ed io capitolo fagogitato dal demone che qualcuno ha già battezzato Chissené.

+27
Dice che per lei può bastare e che dobbiamo andare a casa sua o a casa mia se non é troppo lontana. Le ricordo che abito a un’ora da lì. Cerco di riprendere il controllo ma lei mi spinge contro la parete alle mie spalle e mi afferra le palle.

+29
Le mollo un ceffone che le piega il collo. Molla la presa e si allontana. Raccoglie le mutandine e le infila nella tasca della gonna.

Dice di andare. Quindi Andiamo. Chissené.

+32
Marla innesca la prima e parte. Mette la seconda. Poi subito la terza. Lascia la leva del cambio e piazza la mano sul mio pacco. Facciamo tutto il tragitto in terza. pur con Due semafori rossi e quattro stop rispettati. Parcheggia malamente, spegne il motore e dice che tutto ciò é normale, benefico e salutare. Dice che se ne ho voglia posso schiaffeggiarla ancora, “in determinati contesti”.

+33
Attendiamo che la luce sulla pulsantiera dell’ascensore si spenga. Dice che le piace essere trattata male nelle relazioni sentimentali. Dice che l’unica cosa che la fa star male e quindi non tollera é il rifiuto d’attenzione. Le chiedo quali medicine prende. “Inibitori”.

+34
Mi chiedo dove finirò se non mi fermo in tempo. Mi chiedo se devo dire a qualcuno che Marla ha bisogno di aiuto.
Saliamo per le scale.

Superato il primo piano lei ha il fiatone. Decido di non approfittare della possibilità di fuga. Realizzo che sono lì perché devo sapere dove finiremo.

+39
Marla tira via le coperte, mi indica il letto e dice che sarà fantastico. Adesso devo ridescriverla poiché é completamente nuda e assolutamente aliena dalla Marla Quartoggiaro amministratore di sistema che conoscevo fino a un’ora prima.
Ha i fianchi larghi e natiche piatte mastodontiche con meno segni di cellulite di quanto ci si possa aspettare.

il seno é piú grande di quanto si intuisca sotto le camicie che di solito indossa. le mammelle sono piene e si adagiano con una certa grazia e potenza sui rotolini di ciccia dell’addome. Vista di profilo questa non é troppo pronunciata. I capezzoli sono grandi e sporgenti. L’ areola é scura ed espansa. il pube é paffuto e coperto di folto pelo castano virante sul biondo.
Mi tolgo i vestiti e mi distendo supino sul letto.

Massaggiandosi il clitoride Marla monta su a cavalcioni. Dice che durerà poco ed io avrò comunque ciò che mi sono “meritato”.

+03:02:56
Avevo appuntamento con Marla poiché, come da sue parole, doveva tenersi il mio uccello in bocca finché non venivo.

+03:03:21
“Sei tu il mio segreto, sei tu il mio divoratore?”
Marla.
Pizzino ritrovato nella tasca interna della mia giacca di tweed.

+03:00:00
La rete aziendale aveva subito nel corso del week-end il solito numero di tentativi di intrusione.

Aggiornato l’elenco degli indirizzi attaccanti ho il tempo di essere distratto dall’inenarrabile relationship tra me e Marla Quartoggiaro. Marla da oggi mi lancia occhiate maliziose. Già faticavo a rivolgerle la parola per via delle sue risposte acide, adesso farlo era una vera tortura. La sento con il fiato sul collo. La sento dire che non posso permettermi di ignorarla.

+01:00:12
La ritrovo dove l’avevo lasciata.

+03:00:00
Con un abile sotterfugio Marla riesce a farmi prendere un sedia e sedermi accanto a lei alla sua postazione.

Per dettarle dei listati non altrimenti backuppabili. Effettivamente andavano ricopiati.
Siamo lì a contatto di coscia. Se mi scostassi la starei evitando. Io detto sottovoce una stringa e lei dice fatto così posso dettargliene un’altra. Sussurriamo perchè c’è un cartello appena si entra che spiega come sia più produttiva una postazione senza interferenze. Il fatto è che in quella stanza le uniche postazioni sono le nostre.
Sussurriamo ancora di più quando lei se ne esce con queste testuali parole: devi accompagnarmi in un posto oggi pomeriggio, prima però devo sapere una cosa.

Di qui in poi, per le successive due ore e trenta minuti rimaniamo intrappolati in un petting verbale asfissiante e sudato. Eccone uno stralcio. Quando la faccenda sta andando avanti da un’ora abbondante.
Lei dice: con che mano?
dico: uhm, la destra.
E lei: e la sinistra cosa fa?
io:..eh.. ti accarezza il viso…
Lei: e io che faccio?
io: tu mi mordi il collo.
lei: e poi?
io: continui a..
lei: cosa?
io: quello che stavi..
lei: cosa?
io: ..che stavi facendo…
lei: ..no.. devi dirlo…cosa stavo… face..ndo…

+220:00:03
E’ il primo affitto che si ripaga completamente dai ricavi.

conti alla mano tra due mesi anche la connettività sarà coperta. Se tutto procede così riusciremo a vivere dall’attività. Se siamo bravi e ci facciamo venire qualche idea nuova al ritmo di adesso potremo dire di essere ricchi e, per quanto mi riguarda, dismettere tutto e vivere di rendita.

+03:01:25
Si alza lei prima di me e scorgo sulla fodera del suo sedile ergonomico le tracce organiche de l nostro trastullo in orario lavorativo.

Dovró imparare a prevenire questo genere di non conformità. Penso che dovrò fare istanza di distacco in telelavoro.

+03:02:40
Marla Quartoggiaro é in piedi nel bagno di servizio di casa sua. Lei sta piegata di testa nel lavatoio con un pezzo di sapone da bucato con profondi graffi. ciò che é stato rimosso dal pezzo di sapone adesso sta bolleggiando nel suo sfintere fino a gocciolare sul pavimento di cotto tanto in voga nei primi anni 90.

continua ad invitarmi a darci giù pesantemente anche se le brucia molto.

03:08:12
sono le sei del pomeriggio. timbro l’uscita e richiudo la porta dietro di me. mi giro e quasi mi prende un colpo. Marla é ferma vicino alla porta dell’ ascensore con il suo sorriso psicopatico dei giorni buoni. dice di affrettarsi poiché abbiamo un appuntamento. usciamo dallo stabile quando ancora non é del tutto buio e li ci dividiamo.

lei si avvia verso casa sua ed io nella direzione opposta verso la mia auto. ci saremmo rincontrati alle spalle dell’isolato dove lei sarebbe salita in auto. destinazione ancora ignota. é stato inutile insistere, non ha voluto dire niente fino a che non ci saremmo messi in macchina.
eccoci qui in macchina. dove si va?
Marla mi dice l’indirizzo. conosco la strada. il civico mi dice poco e niente. chiedo se è un locale pubblico o un ufficio o chissà.

é un abitazione privata. sono arrivato a sperare che si trattasse di un buon psicote****uta o anche discreto o addirittura almeno sufficiente.
il posto non è lontano quindi ecco Marla che si decide a dirmi dove diavolo stiamo andando. sorpresa. mi dice anche cosa andiamo a fare. e subito dopo é chiaro che non poteva portarmi lì impreparato.
eccoci qui. Non posso chiamarla Marla poiché si è presentata come Adele. Senza cognome poiché in questo genere di faccende non serve.

Io devo ricordarmi di chiamarmi Vitopaolo. Gran bel nome. Ma squallore degli squallori siamo rispettivamente zia e nipote. Marla sarebbe una sorta di zietta appena più esperta grazie ad un paio di deflorazioni già subite, rispetto al nipote in età puberale che comincia a svegliarsi con il lenzuolo a tenda teepee. pardon, Adele, c’è un vistoso problema di caratterizzazione dei personaggi. la messinscena potrebbe andar bene se avessimo trent’anni di meno. che sarebbe successo ad Adele e Vitopaolo? (ripeto: gran bel nome).

ci hanno rinchiuso in qualche fosso? ci hanno bloccato l’evoluzione? maddai!
so che mi sto soffermando su un aspetto molto meno preoccupante del contesto più ampio in cui mi sto cacciando. Chi ci sta aspettando? questo non lo posso sapere. o meglio lei dice che non devo.
siamo in ascensore. mai entrato in un ascensore così curato. é molto spazioso e le luci sono soffuse a differenza di molti dove sembra di entrare in un raggio laser.

gli specchi su tutti i lati mostrano il grande sedere di Marla da tutti i punti di vista. Non è un sedere che visto di profilo ti sbarra la vista, sono i fianchi larghi che lo rendono grande. In un certo tenso le natiche non sono maestose. lei mi prende la mano e se la porta lì. mi chiede di carezzarle dove le ero entrato in pausa pranzo poiché il sapone da bucato era stata una scelta troppo frettolosa e quindi le brucia ancora.

Dura vita.
sulla soglia ci attende un maggiordomo dai tratti orientali. senza spiccicare parola ci fa cenno di seguirlo e ci conduce in un salone e lì, attraverso la penombra, ci fa strada fino ai divani illuminati da piantane a luce calda in fondo alla stanza. Marla, pardon Adele, si siede al mio fianco e posa la sua mano sulla mia gamba a lei più vicina. dice di stare rilassato. mi guardo in giro e individuo un paio di ammennicoli con cui sfasciare la faccia al pervertito che volesse farsi il povero Vitopaolo.

Marla/Adele si aggiusta l’orlo della gonna sulle ginocchia paffute e si appunta per benino con il tronco ben eretto, chinando il capo per controllare la scollatura della camicetta e darle una sistemata. sinceramente, le mani di Marla/Adele sono molto rovinate. la forma tozza inoltre, sinceramente, le rende molto poco sensuali. Mi chiedo perché sto permettendole di trascinarmi in tutto questo. intendo non solo questo ormai palese gioco di ruolo a sfondo sessuale con chissà chi altro in questa casa, ma anche quest’ assurda relazione cominciata lo scorso sabato.

le do un’altra sbirciata. ha un viso così maturo. nel senso che dimostra tutti i suoi anni e le vicissitudini ed i dispiaceri. cosa cerca Marla o Adele in tutto questo.
dalla penombra si odono dei passi in avvicinamento. spuntano un paio di clerks e pantaloni di fustagno verdone. una camicia a quadroni, un porta documenti in cuoio nero. capelli lunghi grigi. un collo solcato da rughe profonde. un mento appuntito. labbra sottilissime tra le guance scavate.

naso aquilino. zigomi alti. occhiali da sole rayban a specchio. una donna sui sessanta vestita da Eddie vedder. io e Adele ci alziamo e salutiamo presentandoci. si presenta come la dr. ssa gillian, apre la cartelletta, sfila una penna di valore e appunta qualcosa che non ci é dato sapere. ci invita a riaccomodarci. lei si siede sulla poltrona di fianco al nostro divano. io in pratica sono tra queste due, pazzissime. la cosiddetta dr.

ssa gillian si protende verso la piantana alla sua destra e la accende. si rimette diritta, si tira giù perbene la camicia di flanella, accavalla le gambe e scaccia dietro alle spalle i lunghi capelli grigi. questa donna non ha seno. inutile stare a pensare a che giochetto andremo a giocare. stiamo a vedere. la piantana appena accesa illumina la parete alle spalle dell’anziana grunge. appesa alla parete c’è incorniciato un diploma di specializzazione dell’Università di Bonn, all’epoca ancora Germania ovest.

é una psicote****uta.
io non ho dovuto dire una parola. Adele doveva parlare con la dr. ssa gillian senza distogliere lo sguardo da me, Vitopaolo. io non sono tenuto a ricambiare. posso far finta di niente. le guardo i piedi che si tormentano l’un l’altro. sbircio verso la dr. ssa e intravedo nelle lenti specchiate la mia testa gigantesca e le espressioni piagnucolante di Marla/Adele piccola piccola mentre mi parla.
il tutto è durato all’incirca venti minuti.

la dr. ssa gillian a quel punto si è semplicemente alzata, spento la piantana vicina alla poltrona. ci ha salutati porgendo la mano prima ad Adele e poi me. si é girata ed è scomparsa nella penombra. Marla appare molto imbarazzata. certo ha detto cose che mai avrei immaginato potesse dire in mia presenza. niente di clamoroso. quelle che io chiamo fisime di cui non mi meraviglio affatto che soffra. Marla in ufficio passa per una paranoica molto molto attenta alle sottigliezze.

bisogna fare molta attenzione a cosa le si dice e come. ma questa è un’altra storia. comunque la dr. ssa gillian, quando mi ha dato la mano prima di congedarsi, ha fatto una cosa che non mi aspettavo. o meglio me lo sarei aspettato prima di sentire il tono professionale e la conduzione di quella che a chiunque a secco quanto me di cultura psicoanalitica e quant’altro sarebbe apparsa come una seduta autentica.

basta a girarci attorno, mi ha grattato il palmo con il dito medio. anche Vitopaolo coglierebbe il messaggio.
rimaniamo lì ancora per cinque minuti senza che nessuno ci venga ad accompagnare alla porta. io mi aspetto che da un momento all’altro arrivi dall’oscurità il maggiordomo e ci faccia segno di seguirlo fini alla soglia di ingresso. niente. Marla o forse ancora Adele si risiede sul divano e si sventaglia il petto con le mani.

mi dice di sedermi. io mi siedo e sto per dire qualcosa. lei si porta l’indice alle labbra. mi zittisco. la dr. ssa mi ha grattato il palmo. la dr. ssa gillian ci sta, direbbe Vitopaolo. guardo Marla che guarda il vuoto. tento di sbloccarla dicendo: zia…
dimmi, dice lei
io: la dr. ssa mi ha grattato il palmo.
lei: e certo, é una gran troia. di che ti meravigli?
io: che facciamo? andiamo?
lei: no ci devono chiamare.

uno alla volta.
io: perché? dove? chi?
lei: devi vederne di cose.
mi alzo e mi inoltro nella penombra. cammino e cammino con le braccia protese in avanti senza trovare ostacoli. mi giro e vedo la zona con i divani dove è rimasta Marla. é a non più di dieci metri da me. come quando siamo entrati nella stanza seguendo il maggiordomo. cammino ancora verso il buio. mi giro e i divani nella luce delle piantane sono sempre a dieci metri.

cammino e sono sempre lì. quindi mi fermo. adesso sono veramente raggelato. dico che ci hanno ipnotizzato o drogato, fa lo stesso. se continuando a camminare finisco giù da un balcone? quando abbiamo preso l’ascensore non ho visto che pulsante ha premuto Marla. le stavo guardando il culo e massaggiandole l’ano infiammato. rimango lì.
dico: Marla!!!
e mi avvio a passo spedito verso di lei. la luce delle piantane lampeggia. diventa improvvisamente fioca poi cento volte più luminescente.

Marla sta sempre sul divano a sventagliarsi il petto con le mani quasi in un loop. io cammino sempre più velocemente ma i divani sono sempre a dieci metri. sembra che così come è stato vano allontanarvicisi per più di dieci metri allo stesso modo… no ecco che mi ci sto avvicinando. adesso in dieci passi raggiungo i divani. alle mie spalle sopraggiunge il maggiordomo che mi bussa sulla spalla e ci fa cenno di seguirlo.

stiamo in ascensore. Marla ride di gran gusto. ride di me naturalmente.
dice che anche se alla fine ho rovinato tutto alla fine si è divertita e si sente alla grande. ora ha il sorriso psyco dei giorni buoni.
arriviamo a casa sua alle 22. 05. mi sbatte contro la parete dell’ingresso tutta sbrodolata tra le cosce. voglio chiarire un po’ di cose ma non me ne dà il tempo gettandosi in ginocchio a rovistarmi nei pantaloni.

trova subito ciò che cerca e dimostra come certe cose non hanno scadenza. non si vede niente, la casa è immersa nel buio. l’odore di detersivo per pavimenti alla vaniglia penetra diritto nel cervello. è la prima volta che me lo prende tra le labbra. sinceramente pensavo fosse una che si rifiutasse per chissà quale ideologica opposizione. be sicuramente il mio non é il primo visto cosa sta combinando qua sotto. tutti i perché perdono di significato travolti e spazzati via da mille vortici e vuoti d’aria imprevedibili.

inutile tentare di resistere eccomi che la spina dorsale si torce scossa da invincibili spasmi. vengo eruttando lava organica. Marla é assurda. per poco non si strozza e che fa? ancora lì a lavorarci sopra senza darmi tregua. quindi devo trovare un appiglio per evitare di cascare sulle gambe tremanti. mi aggrappo all’attaccapanni sperando di non far danni. vedo lampi di luce nel buio a cui le retine non riescono ad abituarsi. lei sa che forse fa un po’ male, ma sa pure che tra un po’ sarò di nuovo in estasi e che sarò qui su ad invitarla a continuare.

a pregarla di non fermarsi. eccola Marla pazza schizzata. abile malleatrice di piaceri e fine assaporatrice di intime abrasioni. ecco che siamo in corsa di nuovo. quando comincio a credere che non voglia fermarsi più ecco che invece se lo sfila via lasciandolo a prender freddo. mi sfugge un nooo!
lei si rimette in piedi e nella risalita urta una tetta contro il pisello poi mi getta le braccia al collo e abbracciandosi il glande sfrega tra le sue cosce e il folto pelo.

ma quando si è spogliata? ripeto che o mi ha ipnotizzato a sorchi o mi ha drogato. fatto sta che si è fermata neanche per riprendere fiato bensì solo per sussurrarmi all’orecchio “grazie per avermi accompagnato alla seduta della dr. ssa gillian”. detto questo si riabbassa un po’, da una scuotatina giocosa tra le tette al mio aggeggio eretto, si rimette in ginocchio e riprende a sollazzarmi con classe squisita. Mi sfugge un sincero, strozzato “…e di chee?…”
é una Marla onestamente giocosa quella che si intrattiene con me in stuzzicadenti erogeni vari, questa sera.

i nostri incontri ravvicinati del week-end nonché l’ultimo dello stesso primo pomeriggio in orario di pausa al sapor di sapone di Marsiglia per bucato a mano, sottendevano da parte sua una certa consapevole colpevolizzazione della pratica sessuale del caso. e adesso eccola Marlona o Adele o chi c***o vuoi essere tu, a sbaciucchiarmelo, pizzicarmelo, mordicchiarmelo, scherzandolo. questa volta le annuncio che ci siamo. e quindi non lo molla davvero più. lo serra tra le labbra e succhia forte agitandolo forte alla base con le mani.

vengo giù io con tutto l’attaccapanni e i panni appesi. il pene sguscia via e schizza dappertutto. lei sembra cercarlo al buio con disperazione. le afferro la nuca e la Guido verso l’idrante. ce n’è ancora un po’ e lei non ha intenzione di doverlo raccogliere da terra.
le basta? credo di no. sono già a terra e non devo preoccuparmi di cadere mentre lei continua come prima a lavorarci su. tutto come prima.

siccome ho un certo talento a rovinare le cose le chiedo: “scusa ma tu non vivi sola. quindi dove sono gli altri?”
Gli altri sarebbero due figli belli cresciuti che vivono ailei ancora a sbafo in casa sua.
con la bocca ancora piena, e questo significa che era davvero di buon umore, dice: “sono via una per 10 e l’altro per 30 giorni. ” riprende a pompare poi aggiunge. “da sabato scorso”.

Sempre a proposito di talento nel rovinare le cose: scoprirò solo molto più tardi che Marla non ha mai avuto figli.
sono di nuovo in tiro e vediamo che posso fare. lei lo tira via dalle labbra con l’ ennesimo schiocco. la sento allungare il braccio lungo la parete e tastare con le mani. alla ricerca dell’interruttore e lo trova. si è alzata in piedi e mi punta addosso la passera standosene a gambe semidivsricate e con le mani sui fianchi.

porta le sue dita tozze sulle labbra pubiche e mi mostra il grilletto lucido e paonazzo. sobbalza. dice: “resti dormire con noi?”

dai discorsi che faceva a me per rispondere alla dr. ssa gillian Marla doveva aver digerito molto male o affatto l’ abbandono da parte di un uomo forse più giovane di lei. non so se l’uomo fosse anche il padre dei suoi figli. Finti figli.

aveva usato il visore notturno per riprendere la scena.

in quel bianco e nero alieno Marla non mostrava i segni del tempo su cui mi ero soffermato a riflettere nella sala della dr. ssa gillian. era stata velocissima e abile a togliersi i vestiti subito dopo essersi inginocchiata. con una mano si prendeva cura del mio arnese mentre con l’ altra si sconquassata tra le cosce. quando stavo per cadere e mi son aggrappato all’ attaccapanni lei ha un fremito e fa cadere il tablet e inarca la schiena dedicando entrambe le mani alla voragine rovente.

quando ancora tremante si quieta affonda la testa nel cuscino scoppiando a ridere con le mani sulla bocca. quasi si stia vergognando di quello che l’è appena capitato.
Marla ogni tanto si concede atteggiamenti smorfiosetti. di solito capita quando ha anche il sorrisino psicotico dei giorni buoni. confesso che tali atteggiamenti sul lavoro, per quanto rari, e forse proprio perché non si aveva il tempo di farci l’abitudine, mi destabilizzano. mi fanno pensare a certe evenienze.

certe situazioni. insomma provocano qualche prurito.
riprende il tablet, rimette indietro di quei 20 30 secondi che si è persa. si assicura che io impugni il mio coso e preme play.
quando si vede che cado per terra eruttando a destra e sinistra e poi la riconduco a me con una violenza che non ritenevo d’aver usato, Marla per poco non capitombola giù dal letto per quanto le scosse le sballottano le membra.

+10:00:00

è lunedì e sono al lavoro.
non è un giorno buono per Marla. c’era da aspettarselo daltronde. si cerca di ignorarla così come lei ignora tutti. se proprio è necessario parlarle si è pronti ad incassare qualche rottura di shitole.
a proposito sto ribattendo i listati della settimana scorsa. il backup per cui mi ero seduto a fianco a Marla per dettarglieli erano tutti da riscrivere.

non ci vediamo da due giorni nel modo confidenziale degli ultimi tempi, intendo.
“Ti ho mandato una email. Leggila” la sento dire dalla sua postazione.
Non ha oggetto. Il corpo del messaggio è un link a una pagina web e l’avvertimento di aprirla tramite un tunnell ssh. Usiamo sempre tunell crittografati per bypassare il firewall aziendale. Raggiunta la pagina decido che è arrivato il momento di andare lontano da quell’ufficio. Allora anticipo i controlli mensili programmati alla server farm.

Si scopre quindi che Marla mantiene un blog personale su cui pubblica i suoi sollazzi. e si scopre pure che riscuote un certo interesse. Pezzo forte della collezione sono naturalmente diverse vedute delle sue natiche panoramiche. Vanno molto forte i piedi fasciati in strisce di cuoio da schiava romana e, misteri della libido umana, pure le tozze mani da raccoglitrice di pomodori.
Si scopre così che entro a far parte della collezione.

onore degli onori è che sono l’unica interazione animata dei suoi sollazzamenti, nonchè oggetto di insospettabili invidie dei suoi followers. gente che come avatar predilige cazzi grandi come obelischi.

eccomi quindi in auto diretto verso la zona industriale, destinazione la fredda sala server. L’ispezione di luoghi dura di solito una settimana. decido di fare le cose in maniera più approfondita questa volta. mi prendo dieci giorni e per fortuna il supervisore apprezza la cosa e approva il programma.

unico compromesso al quale devo cedere è che devo tutorare un nuovo stagista.

“Ma tu sei…”
eccomi qui a passeggiare nel bel mezzo di campi elettromagnetici e grado di umidità zero. le scarpe antistatiche fanno un male boia e nessuno deve averle lavate da anni e puzzano di formaggio e spray disinfettante antimicotico.
Io sono quello che si è fatto la Marla.

nessuno stagista ha mai accettato di rimanere con noi perchè si sa che lavoriamo come bestie per guadagnare una miseria.

Da ormai dieci anni, chi più chi meno. i nostri stagisti sono qui solo per i crediti formativi e perchè dalle altre parti non ci sono più posti. a noi gli stagisti servono perchè siam pieni di assenteisti cronici demotivati. come marla quartoggiaro. sono arrivato ieri alla sala server e oggi il custode si è dato malato. quindi sono anche custode per i prossimi dieci giorni.
Caro ispettore-custode-tutor di stage, per noi, la sua soddisfazione è il nostro miglior premio.

Biribiribì.

Sono io, sono io. Sono io il tipo della Marla. E Questo stagista è un suo follower. se sapesse pure che marla lavora qui l’universo sarebbe in equilibrio. Uno dei tag di Marla è wide hips.

“Qui fa freddo. Domani è meglio se porti qualcosa di più pesante. ” dico guardando l’ombellico di Raffaella Pisu. Stagista. Essere un nerd al giorno d’oggi è un vanto. Ma… Mistero dei misteri: non ci si vergogna di frequentare siti pornografici?
“Oggi diamo un’occhiata ai terminali, domani saremo in sala tutto il tempo, attrezzati.

” aggiungo sfogliando il programma dei controlli.
“Ok, grazie. ” dice lei. “Anch’io ho una pagina. “
Mi-ste-ri.
“Ok. ” dico.
“Vuole il mio nick?” dice lei.
Fingo di non aver sentito. Poi ci ripenso. Daltro canto ho passato metà notte a navigare sul blog di Marla ritrovandomi a cercare tra i suoi followers indizzi di gente che io possa conoscere.
“Che tag hai?”. Sicuramente c’è wide hips.
“BBW.


Non l’avrei detto, non è grassa. E’ un po’ pienotta con un po’ di pancetta e le braccia paffute. BBW è per mastodontiche donnone.
Lei si ripassa con lo sguardo le curve dei fianchi aggiungendo: “…e wide hips”.
Eccola lì.
La guardo e metto giù la cartella dei controlli. mi chino sul terminale e apro una shell. mi sposto lasciando il posto a lei.
“Apri un tunnell ssh e fammi vedere.


Lei si sistema la coda di cavallo e muove velocemente le dita sottili sulla tastiera. Attiva un tunnell con un indirizzo privato, presumibilmente la sua rete domestica, e un instradamento del server grafico. Eccola lì, la sua pagina.
Lei é Lellapú. riconosco l’avatar di Marla nell’angolo in basso a destra, tra le notifiche dei messaggi. due enormi natiche spalancate da due tozze mani da lavandaia. La mia disperata Marla.

sono le 18.

00. aspetto che Lellapú finisca la sua telefonata ovvero finché la persona dall’ altra parte della linea si beva che lei non torna a casa poiché rimane a cena dai suoi colleghi di stage. che si fermerà a dormire da un paio di amici per essere alla farm di buon’ora.
praticamente Marla mi ha aiutato a rimorchiare questo pizzocchero.

Alloggio nel solito alberghetto a ridosso della zona industriale.

Vita, morte e miracoli.

Marla.
Vive da sola da ormai molti anni. Tanti da non bastare un singolo loop delle dita delle mani. E’ come quando torna a casa da una bollente giornata in spiaggia, quando una volta varcata la soglia gli occhi faticano ad abituarsi alla poca luce e la pelle si accappona sotto il sale per il sollievo dato dall’ombra e dalla frescura, il ricordo stampato sulle retine di corpi vigorosi e giovani della cui visione si è ingozzata per tutta la mattinata senza occhiali da sole nella remota ma pur plausibile eventualità che qualche sguardo si incrociasse e finalmente sì, si capisse che a cento metri dalla spiaggia si poteva star soli, si poteva sudare, mordersi e grugnire avvinghiati, E’ quel tipo di frizzante sfrigolio dietro le ginocchia che ogni domenica mattina la spinge, vestita di tutto punto e dopo un lieve sospiro, a recarsi in chiesa per la funzione delle 11.

00.
Vivere la comunità, vivere in comunità è un’idea che la affascina da tempo ma soli non si sta poi tanto male se non si smette di avere la giusta cura di sè. Lo sfrigolio dietro le ginocchia l’ha portata a frequentare circoli di appassionati di narrativa. Serate in cui si portano i compiti fatti a casa, dopo aver divorato libri che non si gradiscono ma che tutti dicono di gradire per far si che il gioco non si inceppi.

Tecnologia. Il world wide web, ragnatela di avamposti solitari come il suo scrittoio ikea montato di sabato mattina a una settimana esatta dall’acquisto. perchè è un fatto che non bisogna mai montare un mobile dell’ikea la sera stessa in cui lo si è comprato. Poichè è facile ma non è semplice accontentarsi di quattro facciate di illustrazioni dopo un’abbuffata di odori e sguardi scostati appena in tempo.
L’invasione degli smartphone ha appannato l’aurea solitaria dell’internauta che frugava tra le cartelle di uno sconosciuto ai tempi di dc++.

Tutti si seguono, adesso.
Ha lo sfrigolio dietro le ginocchia quando entra in casa e io sono seduto al tavolo da pranzo. Sobbalza spaventata poichè troppo assuefatta alla casa vuota.
Che spavento. Corricchia sulle punte verso la sua stanza da letto. la sento chiedermi se sono uscito a fare colazione. No, ho dormito fino a mezzora fa. Guardo verso la finestra spalancata sul cortile, la primavera entra in casa insieme agli aromi di ragù della domenica.

Rielaboro la scena. Si apre la porta, Marla entra di lato, posa le chiavi sul tavolinetto all’ingresso, richiude la porta, si gira, mi vede e sobbalza. Poi imbarazzata corricchia sulle punte verso la camera da letto.
Corricchia sulle punte verso la camera da letto. Ha fianchi larghi che soffocano nella gonna a tubino, due natiche che tendono allo spasimo le cuciture del tessuto, zompetta sulle punte con la grazia di una ballerina del San Carlo.

Hai fame?
Scalza, in posa da pin-up poggiata a uno stipite della porta tiene una mano sui fianchi. Indossa una sottoveste di seta bianca ghiaccio. Hai fame?… Inclinando lievemente una spalla lascia scivolre giù una spallina.
…di me?
Mi si avvicina con passo felpato e andatura da top-model in sfilata, un piede davanti all’altro. Lo so perchè è lei che lo dice: fosse stata sola in casa, si sarebbe presa talmente cura di sè da allagare l’intero soggiorno.

Ha assistito all’intera funzione seduta accanto ad un signore di mezza età dall’odore forte di crema da barba alla menta. Ogni volta che si sedevano le loro cosce stavano incollate. Avrebbero potuto evitarlo, c’era abbastanza spazio per tenere le distanze. Lui ha provato a scostarsi una volta, per educazione. Lei pure. Questo giochetto non ha fatto altro che aumentare lo sfrigolio dietro le ginocchia di Marla. Senza mai guardarsi, nessuno dei due si è più ritratto a quel contatto.

Nel tragitto verso casa, fin sul pianerottolo, Marla ha fantasticato su quanto avrebbe influito l’episodio sul vigore pomeridiano verso la sua signora da parte del signor dalle guance alla menta. Fantasticava spesso sulla gente che incontrava e sulle abitudini domestiche, gli orari di controra, le pennichelle turgide nella stagione calda. Pazienza se lo sconosciuto in questione non avesse nessuna signora cui dedicarsi ne di mattina ne di pomeriggio e ne a sera. Entrata in casa non mancò un pizzico di delusione poichè i capezzoli duri come il marmo, blindati sotto tailleur e camicetta di seta dichiaravano a nome di Marla Quartoggiaro la forte volontà di darsi a se stessa con tutto l’ardore immaginabile.

Eh…, già. C’ero io.
Soffice, fitto e vaporoso vello pubico di Marla a ore dodici. Marla seduta sul tavolo a gambe spalancate implora attenzioni. Mi dirigo di faccia verso la fornace guidato dall’intensità di quella fragranza di tortino allo zenzero in crosta di placton.
A Marla.

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