che fai? (2)

L’indomani non avevo il coraggio di guardarlo. Era come se quello che era successo la sera prima lo avessimo fatto insieme e la mia timidezza mi sconvolgeva, avvampavo non appena lui mi rivolgeva la parola e a fine mattinata, senza salutare nessuno, nemmeno lui, scappai letteralmente a casa, nella totale solitudine di un appartamento che abitavo con una madre separata che lavorava.
Sentii suonare alla porta che erano appena le tre. Guardai nello spioncino e il cuore mi saltò letteralmente fuori dalla gola.

“Mi sei sembrato strano – disse l’amichetto rosso nell’accomodarsi nella mia stanza – stai forse male?”.
Da quando era entrato in casa non ero riuscito ad articolare un suono, una parola, un gesto. Il colore viola del mio viso tradiva emozione e imbarazzo.
“Cosa ti posso offrire?”, dissi con un filo di voce, dandogli le spalle e precedendolo in cucina.
“Latte”.
Mi girai a guardarlo, non avevo capito.
“Latte? A quest’ora?”.

“Sì – rispose allargandosi in un dolcissimo sorriso – hai capito bene”, e senza dire altro mi si avvicinò, mettendomi una mano sul petto e premendola leggermente sulla mammella sinistra, quasi a misurarne la consistenza, palpeggiandola in tutta la sua minima ma pur sempre evidente grossezza.
Istintivamente mi sottrassi a quel contatto, arretrando, ma la cucina era piccola e con la schiena trovai la parete, a fermare la mia fuga.
“Te le sei mai toccate?”, mi chiese avvicinandosi a distanza decisamente pericolosa.

Non seppi che rispondere: aveva mica una telecamera nascosta sotto le mie coperte? Il mio silenzio suonò come un invito a proseguire: stavolta palpò la tetta destra e, prima che io allontanassi la sua mano, riuscì a pizzicare il capezzolo, che si inturgidì e divenne tremendamente evidente, sotto la maglietta bianca che indossavo, trascinandosi anche l’altro, e in un attimo mi spuntarono due bottoncini tali e quali a quelli che notavamo nelle ragazze senza reggiseno.

Fece un passo avanti, si piazzò a dieci centimetri da me: era più alto e possente, col corpo mi chiuse tutte le vie di fuga. Dovevo fuggire, ma non volevo.
“Non c’è niente di male ad avere due belle tette”, sussurrò, creando un’intimità ancor più conturbante, e dopo essersi ulteriormente avvicinato poggiò entrambe le mani sulle mie mammelle, lasciandomi letteralmente senza fiato, totalmente incapace di reagire, complice nel permettergli di fare una cosa che in realtà mi piaceva da morire, ma che no, non dovevo assolutamente consentirgli, perché sarebbe stata la mia fine, la morte civile, lo sfottimento eterno, l’emarginazione, forse anche, dopo la vita, l’inferno, insomma, il precipizio sul quale sentivo di essere salita e dal quale temevo di scivolare nel fuoco eterno della dannazione per i rapporti contronatura, mi sentivo perduta e però mi pareva che quelle sue mani – che ancora non riuscivo a fermare! – fossero l’ultimo appiglio per non cadere giù e poi mi accorsi che per due volte, pensando di me, avevo parlato di me al femminile, e che cavolo, non può essere, però quelle mani non riuscivo proprio a fermarle, ora roteavano lievi il mio piccolo petto, in una maniera deliziosa, spaventosamente eccitante, e stavo ferma, immobile, ferma ferma (sì, FERMA!), la schiena pressata contro la parete, il suo odore che mi impregnava le narici come le sue mani calde mi impregnavano la maglietta di desiderio, fino a quando non staccò una mano e pensai seriamente di afferrargli il polso e di riportarla dov’era, a toccarmi dolcemente come stava facendo e invece la sua mano era scesa giù, a toccarmi lì, a sentire gli effetti che aveva sextenato, effetti devastanti, il pisellino si era indurito, ormai non potevo fermare più niente e soprattutto non volevo, me lo strizzò un po’ per saggiarne le dimensioni, lo accarezzò da vero maestro, mettendomelo in posizione eretta dentro i jeans (“Piccolo, tenero, sodo”, commentò a due centimetri dal mio orecchio sinistro – ormai mi stava completamente pressato addosso), poi mi prese la mano destra e senza dire nulla me la portò sul suo coso, e nel toccarlo – io che già ansimavo senza ritegno – ebbi come una scossa elettrica, “cazzo!”, dissi, e lui: “Lo puoi dire forte, piccola mignotta”.

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