1993 – Al mare con Zia Gabriella

Ieri parlare con Angela, e parlare con lei di quel che le aveva fatto il suo zio paterno, mi ha fatto tornare in mente mia zia Gabriella, e ormai continuo a pensarci da ore. La mia storia è diversa da quella di Angela, perché io non sono stato violentato. E certo non sono nemmeno stato abusato. Il nostro è stato uno scambio, in fondo: abbiamo rimediato, nessuno si è fatto male, nessuno ne ha sofferto.

Nessuno scambio per Angela, invece: le avevano dovuto mettere dei punti, lì sotto, dopo che quella bestia di suo zio l’aveva stuprata. A me nessuno ha dovuto mettere dei punti. Nessuno mi ha picchiato. Forse circuito, ma non certo violentato. Negli anni sono arrivato a pensare che mia zia fosse una persona normale, dopotutto. Mia madre l’avrebbe ammazzata, se avesse saputo che cosa abbiamo fatto quasi ventiquattro anni fa, ma per quanto assurdamente anormale, a me, dopo tutto questo temo, sembra sempre di più una cosa tutt’altro che anormale.

Strana, fuori dalle consuetudine, irrituale. Ma non anormale, e non contro natura. La violenza, quella sì, è contro natura.
Era mia zia, per me era sempre stato normale girare per casa in mutande sotto i suoi occhi: lo avevo sempre fatto, era una cosa alla quale semplicemente non pensavo. In quegli anni i miei, in estate, prendevano in affitto una casa sul mare, in Puglia. Io e mio fratello di solito partivamo a fine giugno, i miei ci raggiungevano in agosto.

Mio fratello è tre anni più grande di me, e nell’estate del ’93 eravamo già entrambi maggiorenni: io da pochissimi giorni, a dire la verità. Mia madre ci aveva imposto comunque la presenza costante di sua sorella Gabriella, e lo aveva fatto per alcuni semplici motivi:
a) mia madre non ci avrebbe mai lasciati da soli per un mese e rotti, sapeva che avremmo rischiato di demolire la casa e di ucciderci a botte di superalcolici e resine di piante esotiche non propriamente legali;
b) mia zia era sposata con un graduato della marina militare, che stava in mare per mesi di fila, non c’era quasi mai e quando c’era aveva da fare altrove;
c) mia zia non aveva figli, non lavorava, e quindi poteva passare con noi tutto il mese di luglio, lontano da quella testadicazzo del marito.

Punto.
Mio fratello aveva il suo giro di amici più grandi, e passava con loro buona parte della giornata. Io andavo in spiaggia con la zia, mangiavo con la zia, stavo sotto l’ombrellone con la zia. Non avevo ancora un pelo sotto le ascelle, né un filo di barba sul mento, e sembravo più piccolo di quello che fossi. Lei aveva trentaquattro anni, e non ne dimostrava uno di più. Potevamo passare per cugini, non certo per zia e nipote.

Passavo giornate a leggere e a parlare con lei, e notavo le occhiate che gli uomini lanciavano di continuo a mia zia, o quantomeno al suo culo.
Zia era sveglia, spiritosa, irriverente e sfrontata. L’opposto di mia madre, che era ventidue anni più vecchia di lei ed era una catechista severa, bigotta, e pure un po’ stronza, ecco. Mia madre aveva la quinta elementare, sua sorella invece aveva frequentato l’università per un paio d’anni.

Mia madre non leggeva mai niente che non fosse robaccia religiosa, mia zia era una lettrice vorace e onnivora. Ma mia zia si era sposata, giovanissima, e aveva mollato gli studi. Un matrimonio sbagliato, che sarebbe finito grazie ad una storia di corna multiple venuta a galla: il mio fu zio acquisito si scopava di tutto, anche donne che non avrebbe dovuto nemmeno guardare. Quando un suo commilitone lo ha quasi ammazzato di botte (aveva finalmente scoperto chi gli scopava la moglie) la storia è inevitabilmente venuta fuori, e mia zia ha colto al volo l’occasione per divorziare.

Ma questo sarebbe accaduto solo parecchi anni dopo. Nel 1993 erano ancora infelicemente sposati.
Andavamo in spiaggia di pomeriggio. La mattina in genere dormivamo sino a tardi. Pranzavamo, tardi. Poi mio fratello usciva, e spesso non si faceva vedere che il mattino dopo. Io e mia zia verso le tre indossavamo il costume, prendevamo l’ombrellone e andavamo in spiaggia, che era a meno di cento metri dalla casa. Un pomeriggio di metà luglio ho preso il mio costume dallo stendino nel giardinetto, ho borbottato perché era ancora umido, e sono rientrato in casa, diretto verso la camera da letto, dove mi sarei tolto mutande, pantaloncini e maglietta (non in quest’ordine) e avrei indossato il maledetto straccetto umidiccio.

Nella stanza ho trovato mia zia. Io, lei e mio fratello dormivamo nella stessa stanza, nella quale erano praticamente accostati l’uno all’altro tre letti. Un solo armadio, piccolo, per tutti e tre. Lo spazio era poco.
Senza nemmeno guardarla mi sono tolto la maglietta e i pantaloncini, rimanendo in mutande. Lei indossava una minigonna di jeans e una maglietta bianca, con la scollatura asimmetrica. Ha tirato fuori dall’armadio un costume giallo canarino a due pezzi, e poi si è girata a guardarmi.

“Che c’è, devo uscire?”, mi ha chiesto.
“Devo mettere il costume”, ho detto io.
Lei ha riso, scuotendo la testa. Aveva i capelli lunghi e neri, lucidi, quasi ricci, e se li è raccolti velocemente con un laccio rosa. Dopo qualche istante, senza dirmi niente, si è tolta la maglietta. Sotto non aveva il reggiseno, e i suoi piccoli capezzoli bruni avevano ondeggiato mentre se la sfilava. La zia prendeva il sole in topless, quindi la vista del suo seno non mi ha fatto alcun effetto.

Lo avevo sotto il naso tutti i giorni, quel seno. Business as usual, gente. Lei ha piegato la maglietta e l’ha poggiata sul terzo letto, il suo. Quindi si è tolta la minigonna, senza fretta, e ha poggiato anche quella sul letto.
Indossava un paio di mutande bianche, di pizzo, che lasciavano trasparire un’ombra di pelo pubico: tutto normale. Avevo visto mia zia in mutande e senza reggiseno centinaia di volte. Era la sorella di mia madre, e per quanto io mi struggessi di seghe fantasticando sulle mie coetanee che mi ignoravano non avevo mai guardato mia zia in modo diverso rispetto a quello in cui normalmente un nipote vede la propria zia.

Il seno della zia non è una cosa da fissare. Le mutande della zia si vedono, ma non si osservano. Il culo della zia lo si vede, non lo si guarda facendoci sopra pensieri sozzi. Era la sorella di mia madre, e io avrei dato una falange per poter vedere il seno di Marzia Botti, o il culo di Federica Ferri, ma il vedere quell’ombra scura attraverso le sue mutande bianche non mi faceva nessun effetto: era mia zia.

Lei ha ripreso in mano il costume, poi mi ha guardato: stavo fermo, a meno di tre metri da lei, in mutande e con una espressione evidentemente stupida dipinta in volto.
“Com’è questa cosa che adesso ti vergogni di metterti il costume davanti a me?”
Io l’ho guardata, mi sono stretto nelle spalle e non ho detto niente. Avrei potuto dirle che ormai erano anni che non mi facevo più vedere nudo da lei.

Così come non mi facevo più vedere nudo da mia madre. Avrei potuto dirle che non ero più un bambino, dato che mi ero praticamente appena ripreso dalla sbornia dei festeggiamenti per il mio diciottesimo.
Lei ha riso ancora: “Guarda che quella strisciolina di stoffa che ti tieni davanti al pisello non ti rende meno nudo di quanto tu già sia. Così come questa strisciolina di stoffa qui, che peraltro è semitrasparente” e qui ha indicato le proprie mutande “non rende me meno nuda di quanto già sia.

Sia chiaro che le mutande non servono ad occultare. Servono a non sporcare i vestiti”.
Aveva senso. Cos’è la nudità? Se copro solo il pisello, i testicoli e il buco del culo, sono vestito, forse? E’ quello, il senso della nudità? Non mostrare o mostrare uno sfintere? Nel mostrare un’appendice che quando è molliccia è tutt’al più ridicola, e quindi è meglio coprirla? I testicoli sono così brutti da vedere che è assolutamente necessario nasconderli alla vista di chiunque ne possa rimanere impressionato?
“Guarda”, mi ha detto, e si è tolta le mutande.

Aveva un triangolino di pelo nero che spiccava sul pube non abbronzato. L’inguine era depilato, il triangolo ben disegnato. Ma certo la zia non aveva l’abitudine di accorciarsi il pelo. Le grandi labbra erano quasi completamente nascoste dai riccioli scuri, e si intuivano soltanto al disotto della loro fitta trama. “Non è che le mutande nascondano granché”, mi ha detto poggiandole sul letto, sopra la maglietta. I peli? Sono quelli, che le donne nascondono sotto le mutande? “Vedi niente di particolarmente scandaloso?”
“No, zia”, le ho detto, ed ero sincero.

Vedevo solo dei peli neri, gli stessi che intravvedevo prima nonostante lei indossasse le mutande.
“E allora togliti quelle mutande, non stare a perdere tempo”, mi ha detto, e ha cominciato a mettersi il pezzo di sopra del costume. Nel farlo mi ha dato le spalle per qualche secondo: il suo sedere, sul quale spiccava il triangolo bianco lasciato sulla pelle dal costume, era scarno e nervoso, ma affascinante nella sua compattezza. Lei stava a gambe divaricate, e un ciuffo di peli faceva capolino da sotto le natiche.

Mi sono tolto le mutande, e la zia si è voltata a guardarmi, aggiustandosi il reggiseno, ancora nuda sotto. Ha sorriso. “Abbiamo vinto la vergogna, eh? Era ora”
“Non è vergogna”, ho detto io. “E’ più consuetudine, credo”.
“E che cos’è, quella consuetudine? Paura di mostrare quel pezzettino di carne? E non sto dicendo che lo hai piccolo, ragazzino, non voglio procurarti traumi, ok? Il tuo sembra essere un normalissimo pisello di un normalissimo ragazzo, sia chiaro.

Ne ha uno ogni uomo, è questo che intendo. In questo momento, su questo pianeta, di quei pezzettini di carne lì ce ne sono tre miliardi. In diverse condizioni, di diverso colore, di diversa dimensione – e questa cosa vi rovina la vita, a voi maschietti, coglioni che non siete altro – e persino in diverso stato di conservazione. E in diverse condizioni igieniche, ma soprassediamo, sono di stomaco debole”. Io ho riso. “Comunque ce ne sono tre miliardi”, ha continuato lei, che a quel punto si è indicata il pube: “E altre tre miliardi ce ne sono di queste.

Tre miliardi di piselli tutti più o meno uguali, e tre miliardi di farfalline, tutte più o meno uguali”.
“Lo so”, ho detto io. “E’ un comportamento che non ha granché senso, ma è un comportamento umano”, ho detto. “Ci caratterizza, siamo gli unici mammiferi che si nascondono i genitali. E’ una delle tante cose che ci distingue dagli altri a****li, no?”
Mia zia mi ha sorriso. Un bel sorriso. “Gli altri a****li.

Lo hai detto davvero? Non dirmi che sei un evoluzionista”.
“Lo sono”, ho detto io.
Lei ha riso, saltellato e battuto le mani. “Un altro ateo in famiglia, evviva! Mia sorella ne sarà felicissima!”, ha gridato.
“No, non lo è affatto”, ho detto io. “E dice anche che è colpa tua”.
“Siiiiiiiiì!”, ha gridato lei saltellando ancora, e poi ha riso ed è corsa ad abbracciarmi. “Pensa sempre con la tua testa, ragazzo mio”, mi ha detto, “tua madre se ne farà una ragione”.

Mi ha stretto forte, e mi ha schioccato un bacio sulla guancia. Io ho sentito il mio pene flaccido strisciare contro i peli ruvidi del suo pube, e in un attimo mi sono ritrovato ad avere a che fare con un’erezione.
Dopo qualche istante ha cominciato a sentirla anche lei.
Ha scostato il viso dalla mia guancia, e mi ha guardato sbarrando gli occhi “Oh. Lì sotto si è svegliato qualcosa, eh?”.

Io sono diventato immediatamente rosso in volto. Mi vergognavo da morire. Avrei voluto sparire, svenire, o perlomeno poter fare in modo che quel coso mi si ammosciasse immediatamente, e per sempre, quantomeno al cospetto di mia zia.
“Scusa, zia, non sono io a controllare lui”.
“Ci credo”, ha detto lei. “Hai diciotto anni. Puoi essere al funerale di tua nonna ed avercelo duro, lo so. Consolati, è una condizione che ti abbandonerà poco dopo i trent’anni, almeno così’ dicono”.

I suoi fianchi rimanevano premuti contro i miei, le sue braccia erano ancora cinte dietro alla mia schiena. Mi scrutava da meno di due spanne di distanza, sorridendo. Poi ha cominciato a ridacchiare. “Però!, quando prima te l’ho visto moscio non sembrava che potesse lievitare sino a questo punto. Sembra grosso”. Mi ci si è strofinata contro per qualche secondo, come a volerne saggiare la consistenza. Quando lei mi ha poggiato contro il suo triangolino nero il mio pisello era rilassato, guardava verso il basso.

Con l’erezione, ancora orientato verso il basso, il mio pisello andava a strofinarla proprio tra le grandi labbra, e il glande gli si era infilato tra la parte superiore delle cosce. Duro come il marmo, e del resto avevo diciotto anni mica per niente, voglio dire.
“Zia…”, ho detto io, e avrei voluto morire.
“‘Spetta, spetta…”, ha detto lei, sempre sorridendo, strofinandosi ancora un po’. “Tanto lo so che in queste condizioni vai in bagno a tirarti una sega, e ci vai subito.

E se non lo fai poi ti faranno male le palle per ore, ho avuto fidanzatini che mi hanno raccontato per filo e per segno ogni secondo della loro terribile sofferenza”.
“No, zia, io non…”
“Tu non cosa, tu non ti fai le seghe? Magari non ti fai le seghe pensando alla zia, ma te le fai, te le fai eccome. Non sai quante volte ti sento mentre te le fai, in bagno o nel letto? Credi che non mi sia accorta dei calzini nell’ultimo cassetto? A proposito: gettali in lavatrice, per favore, io non li tocco, non così crepitanti.

Sembra che tu li abbia immersi nello zucchero liquido e poi li abbia fatti seccare”.
Io avevo cominciato a sudare. Lei continuava a strofinarsi. Ora il mio pisello scivolava, perché lei era umida e vischiosa. Parecchio, umida.
“Zia, scusa, ma non volevo…”
Lei ha riso. Rideva spesso, quel pomeriggio. “Lo so, che non volevi. Sono io ad averti abbracciato, e non volevo nemmeno io. Però adesso ci siamo e dobbiamo rimediare”. Mi ha guardato, e ha smesso di sorridere.

Ma ha continuato a strofinarsi, e a ritmo crescente. “Funziona così, ragazzino: prima rimedi tu, poi rimedio io. E devi rimediare prima tu perché se rimedio io per prima poi a te passa la voglia di rimediare, so come siete voi maschietti. Dobbiamo rimediare perché se tu rischi di andartene in giro per ore tenendoti i testicoli per il gran male, sappi che io rischio di adescare il primo sfigato in spiaggia e portarmelo qui.

Non voglio farlo, quindi mi aiuterai tu. Poi io aiuterò te. Ok?”
“Ok”, le ho detto io.

Mi ha insegnato a leccarle la figa. Si è seduta sul bordo del suo letto, mi ha fatto inginocchiare, ha allargato le cosce, afferrato la mia testa e guidato le mie labbra sino al suo tappetino di peli, nel quale ha aperto una strada con le dita fino a mostrarmi il suo bottoncino segreto. Mi ha spiegato dove leccare e come.

Mi ha detto dove è inutile insistere ma è utile passare, e dove invece conviene passare e ripassare, e in che modo farlo. Mi ha insegnato a succhiare e leccare contemporaneamente, e poi mi è venuta in faccia mentre me lo insegnava. Sei volte, è venuta, ogni volta in un rantolo secco e in un irrigidirsi di glutei e cosce, le mani giunte a premermi la bocca contro di lei. Alla sesta volta avevo il cazzo così duro che mi faceva quasi male, e certo mi facevano male le mandibole.

Lei si è risollevata dal suo ultimo orgasmo, il viso arrossato e sudato, e mi ha finalmente preso il pisello in mano, accarezzandomelo lentamente.
“Proprio bello grosso, il mio ragazzino. Guarda che bella cappella lucida. Senti che bel profumo di pulito. Guarda quanto è bello”. Quindi ha cominciato a leccarmelo, lentamente, dalla radice al glande, fermandosi ogni tanto per guardarmi e accarezzarmelo pian piano. “Ora zia te lo ciuccia”, mi ha detto ad un certo punto.

“Te lo ciuccia e tu verrai. Zia non vuole farti venire male, e quindi non se lo toglierà dalla bocca, e continuerà a ciucciartelo mentre vieni, continuerà a ciucciartelo mentre ti svuoti tutto”. Quindi se lo è infilato praticamente tutto in bocca, usando una tecnica da mangiatrice di spade al tempo a me assolutamente misconosciuta, che mi ha lasciato davvero a bocca aperta. E ansimante. Dopo meno di trenta secondi le sono esploso in bocca artigliandole i capelli, e lei mi ha lasciato venire mentre mi accarezzava le palle, tenendo in bocca quasi tutto il mio cazzo eiaculante.

Quindi ha ingoiato, ha riso, ha pulito leccando il mio pisello palpitante, riempiendomi di baci il pube e i testicoli tra una leccata e l’altra, e poi ha riso di nuovo. “Su, andiamo in spiaggia”, mi ha detto, e in due gesti si è infilata la parte sotto del costume.
Io sono rimasto lì, paralizzato, il cazzo ancora pulsante. Il costume me lo ha dovuto infilare lei, una gamba per volta. Ero intontito, il cuore mi saltava fuori dal petto.

Mentre mi sistemava il pacco, mi si è avvicinata con le labbra all’orecchio, accarezzandomi tra le gambe: “Grazie per avermi aiutata. Io ho aiutato te. Ora siamo pari, e stiamo bene tutti e due, e possiamo andare al mare e goderci il resto della giornata”.
“Oh, mamma”, ho detto io.
“Zia”, ha detto lei. “Sono tua zia, non tua madre. Fai certe cose anche con tua madre?”
“No, no, ma cosa dici”, ho detto io.

“Ecco. Allora non dirlo mai, a tua madre, perché tanto lei non capirebbe”.
Mi ha dato un bacio sulla fronte. “Andiamo in spiaggia”, mi ha detto. “Prendi l’ombrellone”.

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